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  • “La rivoluzione del presente: dove tutto comincia davvero.”

    “La rivoluzione del presente: dove tutto comincia davvero.”

    Vivere in un mondo iperconnesso ma disconnesso da sé

    Viviamo in un’epoca in cui tutti parlano di cambiamento, ma pochi lo incarnano davvero.
    Siamo iperconnessi e al tempo stesso scollegati da noi stessi. Ci rifugiamo nella comfort zone delle abitudini digitali, delle scadenze, dei like, delle routine che ci anestetizzano.
    La vita, quella vera, scorre dietro le notifiche che inseguono la prossima distrazione.

    L’abitudine: il sonnifero del nostro tempo

    L’abitudine è il sonnifero più potente della modernità.
    Ci abitua a non vedere, a non ascoltare, a non stupirci. Ci illude di vivere mentre in realtà stiamo solo replicando.
    Ogni giorno uguale al precedente, ogni gesto automatico, ogni parola detta “tanto per dire” è un modo elegante per dire addio alla nostra autenticità.

    La paura che ci trattiene dal vivere davvero

    Ci lamentiamo della noia, della mancanza di senso, del mondo che non cambia.
    Ma il mondo non cambia perché noi non cambiamo.
    E non cambiamo perché abbiamo paura: paura del fallimento, dell’imprevisto, del giudizio.
    Abbiamo paura di essere vivi davvero.

    Il caos come luogo della creatività

    Eppure è proprio lì, nel rischio, nell’incertezza, nel caos, che nasce la parte più geniale, umana e creativa di noi.
    L’intelligenza non si accende quando tutto è sotto controllo. Si accende quando il terreno sotto i piedi si muove.
    Solo chi osa disobbedire all’automatismo della paura scopre la gioia autentica di essere presente, sveglio, vivo.

    La rivoluzione interiore

    Non serve una rivoluzione esterna. Serve una rivoluzione interiore.
    Un atto di ribellione gentile ma radicale: scegliere di non obbedire più alla consuetudine, al “si è sempre fatto così”, al “tanto non cambia nulla”.
    Perché cambia. Cambia tutto, nel momento in cui smetti di essere spettatore e decidi di partecipare.

    Tre parole per rinascere: creare, cooperare, condividere

    Creare, cooperare e condividere.
    Tre verbi semplici, ma sovversivi.
    Sono la grammatica della vita autentica, quella che trasforma l’indifferenza in movimento, la paura in esperienza, la solitudine in comunità.
    E sono le parole che devono tornare a ispirare le nuove generazioni, troppo spesso soffocate dal rumore di un mondo che insegna a sopravvivere, non a vivere.

    Il futuro nasce dalla presenza

    Il futuro non lo costruiscono i visionari chiusi nelle torri di vetro, ma le persone che scelgono di abitare con consapevolezza il proprio presente.
    Perché il futuro nasce sempre da un atto di presenza.
    E la presenza è la forma più pura di rivoluzione.

    Il coraggio di ispirare con la propria vita

    Smetti di aspettare che qualcosa accada.
    Smetti di rimandare la felicità, la decisione, la vita.
    Il passato è già scappato.
    Chi vive di speranza è già altrove.
    Ma il presente, questo preciso istante, è tutto ciò che hai.
    E devi renderlo tuo. Totalmente.

    Perché ispirare significa vivere con coraggio.
    E vivere con coraggio è il modo più autentico di cambiare il mondo.

  • Il silenzio distruttivo: quando la mancanza di feedback compromette reputazione, benessere e crescita

    Il silenzio distruttivo: quando la mancanza di feedback compromette reputazione, benessere e crescita

    Viviamo in un mondo iperconnesso, dove ogni interazione comunica. Quando manca il feedback da parte di figure strategiche — come imprenditori, manager, docenti, genitori, allenatori — non si genera solo un vuoto comunicativo. Si manifesta una fragilità sistemica. Anziché proporre un modello autentico e generativo, molte figure di riferimento scelgono il silenzio come forma di controllo. Tuttavia, oggi il silenzio è un errore strategico: danneggia la reputazione, demotiva e frena l’innovazione.

     

    Chi ricopre ruoli nei processi educativi, nella crescita delle persone e nella valorizzazione del potenziale umano — genitori, insegnanti, manager, allenatori, adulti in generale — dovrebbe interrogarsi seriamente. Ignorare il valore dell’ascolto e del  feedback equivale a voltare le spalle allo sviluppo emotivo, cognitivo e creativo di chi ci osserva per imparare, crescere e contribuire in modo attivo e consapevole al miglioramento della società.

     

    Il caso Better.com: la disfatta comunicativa in diretta mondiale

    Nel dicembre 2021, Better.com, società fintech specializzata in mutui online, è diventata il simbolo di una comunicazione tossica. Il CEO Vishal Garg licenziò oltre 900 dipendenti tramite una call su Zoom di pochi minuti, senza alcun preavviso né empatia. Li definì ‘pigri’ e ‘improduttivi’. La vicenda, raccontata da Forbes, suscitò indignazione globale e portò a una crisi interna ed esterna: dimissioni a catena, perdita di clienti e blocco di investimenti.

    Feedback assente = leadership inesistente

    Un leader si definisce attraverso il confronto, non attraverso l’elusione. Secondo Harvard Business Review, il 75% dei dipendenti lascia il lavoro per mancanza di attenzione e feedback. Un capo che non ascolta, non risponde e sfugge al confronto comunica solo insicurezza. In questo vuoto, si diffondono ansia, confusione e sfiducia. Inoltre, McKinsey ha evidenziato che chi fornisce feedback regolari aumenta fino al 39% la motivazione del team.

    Il feedback è una leva economica

    Non si tratta solo di cultura aziendale. Il feedback è un asset strategico. Il report di Gallup mostra che la mancanza di coinvolgimento costa 8,9 trilioni di dollari all’anno, pari al 9% del PIL mondiale. Al contrario, i team che ricevono feedback costante registrano miglioramenti notevoli:
    – +23% in produttività
    – -78% in assenteismo
    – +18% in fatturato medio

    Reputazione a rischio: il danno silenzioso

    Uno studio di Weber Shandwick dimostra che il 63% del valore di un’organizzazione è legato alla reputazione del CEO e del management. Quando la comunicazione si interrompe, la fiducia si erode. Clienti, talenti e stakeholder si allontanano da chi non sa ascoltare e spiegare.

    Intelligenza collettiva spenta = innovazione morta

    Senza feedback, si spegne anche l’intelligenza collettiva. Secondo il MIT Center for Collective Intelligence, l’innovazione fiorisce dove esiste ascolto attivo, confronto e collaborazione. Ignorare le voci interne significa spegnere la principale fonte di energia creativa dell’organizzazione.

    L’impatto psicologico del silenzio

    Il silenzio ha un peso psicologico. Non ricevere feedback equivale a sentirsi invisibili. Ogni essere umano ha bisogno di essere visto, ascoltato e riconosciuto. L’American Psychological Association indica la mancanza di riconoscimento tra le principali cause di stress, demotivazione e burnout. A lungo andare, il silenzio genera ambienti vuoti: senza persone, senza idee, senza valore.

    Conclusione: il silenzio non è potere, è resa

    Chi guida persone, famiglie o comunità e sceglie il silenzio non esercita potere, ma rinuncia alla leadership. In un’epoca che premia la connessione e il coinvolgimento, il feedback non è un optional: è l’ossigeno delle relazioni e del progresso.

    ● Vuoi far crescere qualcosa? Rispondi.
    ● Vuoi trattenere chi vale? Ascolta.
    ● Vuoi innovare? Confrontati.
    ● Vuoi ispirare? Ascolta e rispondi.

    Solo chi ascolta, comunica e dà risposte costruisce il futuro — proteggendo non solo la propria reputazione e quella dell’organizzazione che rappresenta, ma anche qualcosa di più profondo. Rispondere significa rispettare l’altro e dimostrare una delle forme più alte di intelligenza: quella relazionale.

     

    Fonti:

    Forbes – “CEO Who Fired 900 Employees Via A Zoom Video”
    https://www.forbes.com/sites/jackkelly/2022/03/09/ceo-who-fired-900-employees-via-a-zoom-video/

    Harvard Business Review – “To Retain Employees, Give Them a Sense of Purpose”
    https://hbr.org/2022/05/to-retain-employees-give-them-a-sense-of-purpose

    McKinsey & Company – “Why Leaders Need to Make the Time to Give Feedback”
    https://www.mckinsey.com/capabilities/people-and-organizational-performance/our-insights/the-organization-blog/why-leaders-need-to-make-the-time-to-give-feedback

    Gallup – “State of the Global Workplace: 2023 Report”
    https://www.gallup.com/workplace/506113/global-workplace-2023.aspx

    Weber Shandwick – “The Role of the CEO in Reputation Leadership”
    https://www.webershandwick.com/news/the-role-of-the-ceo-in-reputation-leadership/

    MIT Center for Collective Intelligence
    https://cci.mit.edu/

    American Psychological Association – “Stress in America: Work and Well-being” (2023)
    https://www.apa.org/news/press/releases/stress/2023/workplace

     

    Photo by: anastasiya badun 

  • Strategia al femminile

    Strategia al femminile

     

    “Con la razionalità vai da A a B, con l’immaginazione vai ovunque”.

    Albert Einstein

     

    La scienza ormai ci dice che donne e uomini hanno un cervello diverso, o che lo usano in maniera diversa, ossia gli uomini maggiormente l’emisfero sinistro, matematico e razionale, e le donne maggiormente l’emisfero destro, sistemico e creativo.

     

    La strategia è donna

    Detto questo se concordiamo sul fatto che la strategia richiede più creatività e immaginazione rispetto alla tattica che invece è più un problema di razionalità, allora possiamo sostenere che la strategia è donna, ovvero che è per le donne, come del resto lo è l’innovazione, nella quale uno delle caratteristiche salienti è un “female approach” in termini, di nuovo, di utilizzo del cervello.

     

    La disciplina della Strategia

    Nella disciplina della Strategia gli ultimi 15 anni hanno registrato una decisa inversione dagli approcci razionalisti della Strategic Planning, e del modello Five Forces di Porter, ad approcci più aperti ed evolutivi, meno matematiche e più logico-concettuali, e quindi consoni al cervello femminile.

    Cito come esempi la Strategic Architecture di Hamel e Prahalad nel 1995, la Blue Ocean Strategy di Kim e Mauborgne, il Design Thinking di Roger Martin, la Value co-creation di C.K. Prahalad o la Theory U di Otto Scharmer.

    In tutte queste moderne discipline in qualche modo figlie delle teorie della complessità ed evoluzioniste prevale il generale sul particolare, il grande disegno ed il senso complessivo, la visione sistemica e olistica, tutti caratteri più da cervello femminile che maschile.

     

    Dalla competizione alla collaborazione

    Ancora, uno dei paradigmi centrali della Strategia nel XXI secolo è il passaggio dalla Competizione alla Collaborazione.

    Ed anche in questo caso le Donne, e sopratutto quelle realizzate in modo più completo con la maternità, credo diano qualche punto agli Uomini.

    Ricordate l’ipotesi di scelta di “collaborazione” invece che di competizione per la ragazza bionda?

    “Incompleto … Adam Smith va rivisto” dice Nash ad un certo punto  “perché il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per se e per il gruppo … Adam Smith si sbagliava, dinamiche dominanti signori “, contrariamente alla tesi di Smith, per il quale il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa la scelta migliore solo per se.

    Oso aggiungere che i minori problemi che le Donne hanno, nella media, col proprio Ego rispetto agli Uomini, e la maggiore propensione a non identificare le idee con se stesse ed cambiare idea e adattarsi le porta ad avere un potenziale migliore degli Uomini per la Strategia.

     

    Cambiamento e adattamento

    Ricordate il paradigma basilare di Charles Darwin “Non è il più forte, né il più intelligente che sopravvive. Ma chi si adatta meglio al cambiamento”

    e quello di Albert Einstein “Non si può risolvere un problema con lo stesso livello di consapevolezza che lo ha originato”.

    Concludo con una variazione di una famosa frase di Peter Senge che affermava riferendosi alla non sostenibilità della nostra attuale società “Finita la società degli uomini abbiamo speranza per una dei Gorilla?” affermando :

     

    Finita la società degli uomini abbiamo speranza per una delle Donne, data le loro maggiori capacità naturali a mettere in atto strategie idonee ad affrontare i problemi complessi della società di oggi?

    Namstè

     

    Foto di ANTONI SHKRABA da Pexels

  • Andare Oltre

    Andare Oltre

    Capita spesso di commettere l’errore di giudicare gli altri utilizzando il nostro parametro di valutazione come unico punto di riferimento.

    Raramente ci soffermiamo ad apprezzare le differenze che ci contraddistinguono dalle altre persone, senza inserirle in una scala di valori che li definisce peggiori o migliori di noi.

    Bisogna diffidare da chi ha solo certezze e si fa forte di queste per affermare la propria convinzione di non essere assolutamente disposto a cambiare e soprattutto di essere nel giusto.

    È estremamente rischioso l’utilizzo esclusivo della razionalità, nel voler esclusivamente selezionare tra le proprie convinzioni la decisione prescelta.

    La creatività ci insegna a non essere vincolati e condizionati verso un’idea, tanto più se bisogna tradurre dall’immaginazione concetti, idee ed emozioni.

    È azzardato ed indubbiamente pericoloso voler chiarire tutto con la sola ragione, un linguaggio che la nostra anima fa fatica a riconoscere.

    Quando si è bambini, si è coerenti e non ci si adatta alla ragione, non ci si ferma a una guida costruita per giudicare e basta, si va oltre, si apre il cuore.

    La creatività e il nostro cuore ci illustrano e ci spiegano differenti realtà, ma tutto dipende dalla volontà di metterli in movimento.

    Ogni individuo porta con sé esperienze, voci, ambizioni, e tendenze che si rivelano nelle modalità più differenti; per questo la realtà è solo una proiezione della nostra mente.

    Se ricordiamo tutto questo, se ricordiamo a noi stessi che tutto è relativo,  avremo così la possibilità di procedere nella vita in modo dinamico.

    Molto spesso a cambiare sono i punti di vista: ciò che per noi è rilevante, per altri è insignificante. La costruzione di una comunità d’interesse e di una intelligenza collettiva è proprio la capacità di accettare incondizionatamente il pensiero degli altri, senza per questo modificare la nostra realtà.

    La bellissima frase «non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle» (attribuita a Voltaire, ma nella realtà è della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall) rappresenta l’essenza di tutto ciò.

    È lecito esprimere il nostro disaccordo nei confronti delle opinioni altrui, ma allo stesso tempo è fondamentale far sì che ognuno possa credere in ciò che più gli piace.

    La nostra evoluzione passa attraverso il riconoscimento degli altri, della loro unicità, evitando così di rimanere intrappolati in una probabile apparenza.

    Se vogliamo abbandonare il nostro EGO, dobbiamo eliminare la necessità di convincere chi la pensa e vive in modo diverso da noi, evitando così di disperdere energie inutili e dannose.

    L’evoluzione e l’innovazione nascono dalla molteplicità di pensiero, nate da persone con caratteristiche diverse, culture diverse, caratteristiche peculiari del “Nomade Creativo”.

    Essere Nomadi Creativi  vuol dire dare vantaggio alla comunità, operando in connessione, confrontandosi e cooperando con altri.

    Confrontarsi e cooperare vuol dire dare spazio alla creatività, a nuovi modelli mentali ed educativi, riuscendo così a costruire un solido e reciproco riconoscimento.

    Otto Scharmer attraverso la sua La Theory U insegna:

    • mente aperta – curiosità contro giudizio 
    • cuore aperto – compassione contro cinismo 
    • volontà aperta – rilassamento nell’ignoto contro paura.

    Avere un atteggiamento di apertura e di rispetto verso diversi punti di vista non può far altro che metterci in condizione di scoprire la più importante e straordinaria caratteristica che contraddistingue ogni essere umano: la sua unicità.

     

     

    Foto by:  Mahdi Beygi

     

     

     

  • Talento Rivoluzionaro

    Talento Rivoluzionaro

    L’impresa contemporanea non può vivere senza un elemento fondamentale: il talento.

    Il nuovo paradigma imprenditoriale è centrato nelle persone e nei risultati, tanto che il talento è diventato un attivo strategico irrinunciabile. Solo nella misura in cui il talento sa essere coltivato si potranno aumentare i benefici per l’impresa e la soddisfazione personale di chi in essa lavora.

    L’elemento è tanto determinante per le imprese che oggi, nei contesti innovativi, viviamo nella cosiddetta “guerra per il talento”: ne sono un esempio le espressioni dell’economia del web, come Google e Facebook, che fanno a gara per acquisire i loro validi competitor o le attività collaterali sviluppate in seno a loro stesse, non solo in forma di impresa ma anche di persone.

    Del resto, le imprese di tutto il mondo, siano esse prodotto del capitalismo cognitivo oppure del capitalismo manifatturiero, competono su vari fronti: da una parte captano e fidelizzano i clienti (elementi esterni) e dall’altro lato attraggono e contrattualizzano i professionisti (elementi interni).

    Nel momento in cui le imprese sono capaci di creare valore per i loro dipendenti sono capaci di creare valore anche per i loro clienti.

    L’importanza del talento quindi non è dato di poco rilievo, ma è una necessità reale per agire nel mondo globale.

    Le imprese devono lottare per non rendere questo un elemento sempre più scarso e male amministrato, come spesso capita.

    Infatti, il talento necessita molta cura, giacché è una risorsa preziosa che gli esseri umani apportano solo attraverso una specifica volontà e che può essere o non essere attivata, a seconda delle condizioni di chi la possiede.

    Frequentemente dimentichiamo che il talento non solo consiste in conoscenze e capacità, ma anche in compromessi e azioni.

    Quando la giornata di lavoro finisce, il talento esce dall’impresa e torna a casa sua. È dunque un elemento portante dell’impresa ma che appartiene alla persona e che deve essere ben diretto e amministrato dalle leadership organizzative,  poiché il talento può sparire drammaticamente dalle organizzazioni in molte forme diverse (turnover, demoralizzazione, mancanza di spazi adeguati ecc…).

    La gestione del talento nelle imprese è complessa e sottile, e ha come ingredienti imprescindibili il saperlo identificare, captare, sviluppare e trattenere.

    Portare avanti tutte queste operazioni non è semplice. Ci sono imprese che sono capaci di captare il talento ma non sono in grado di svilupparlo o di trattenerlo.

    Compito degli  Ispratori e delle Ispiratrici  è dunque quello di saper bilanciare il talento con i fini dello sviluppo delle organizzazioni e delle persone.

    La chiave di maggior successo delle organizzazioni sta nell’innovazione sociale ,

    ossia nella capacità di creare sia  valore per il cliente attraverso prodotti e servizi, sia con i clienti interni, tanto che meccanismi di questo tipo sono il polmone con il quale respirano i mercati competitivi. Il talento è diventato il maggiore patrimonio delle organizzazioni: comprendere questo dato fondamentale valorizzando e riconoscendo le persone e le loro circostanze è l’imprescindibile sfida dell’oggi.

     

  • Non preoccuparti dei giudizi che  gli altri hanno di te

    Non preoccuparti dei giudizi che gli altri hanno di te

    Non preoccuparti dei giudizi e delle opinioni che gli altri hanno di te, non sentirti “diverso”: la tua diversità è la tua unicità, è ciò che ti permetterà di avere il tuo posto nel mondo.

    Come spiega Maslow, vivrai una vita piena solo quando sarai completamente distaccato dal giudizio altrui. Se ci pensi, le persone che hanno lasciato un segno nella storia erano talmente concentrate sulla loro unicità e sul loro percorso, sul loro obiettivo, da non essere per nulla interessate all’opinione che gli altri avevano di loro. Se avessero dato peso ai giudizi, sarebbero state condizionate al punto da non poter costruire la propria leggenda personale. Pensa al danno per l’umanità.

    Lo sforzo è duplice: non solo devi preservare la tua unicità sottraendoti al giudizio – cosa molto faticosa, lo ammetto – ma devi anche evitare di giudicare gli altri. Hai presente “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”?

    Ti suggerisco di attenerti a tre regole fondamentali:

    – nessun giudizio

    – nessuna opinione

    – nessuna critica

    Pensa quanto tempo e quante energie risparmiate se decidi di non guardare a quello che fanno gli altri. Pensa quanto tempo e quante energie in più da dedicare ai tuoi obiettivi.

    Dicevamo che sottrarsi al giudizio non è semplice, soprattutto non è un processo immediato: bisogna essere allenati, concentrati solo sulle cose davvero importanti, sul presente e sul proprio obiettivo, capaci di usare le risorse per raggiungere un traguardo.

    È difficile, ma sappi che possiamo allenarci per tutto questo: ti sto dicendo che ognuno ha la possibilità di farcela, a prescindere dalle condizioni di partenza. Ma nessuno ce la fa senza metterci impegno, dedizione, forza di volontà, coraggio.

    Tieni a mente alcune piccole indicazioni:

    • Concentrati sul presente e sugli obiettivi da raggiungere

    • Pensa prima di parlare, non sprecare fiato e risorse

    • Impegnati per comporre e ascoltare la colonna sonora della tua vita

    • Impara ad attrarre persone che possano aiutarti nella tua impresa, le altre allontanale

    • Utilizza tutto il coraggio e la forza d’animo possibile per vivere una vita piena

    • Usa la tua creatività: immaginazione, idee e innovazione

    Nessuno è perfetto, credimi. Nessuna vita fila via liscia, senza intoppi, tutta rose e fiori. Quello che fa la differenza è la tua capacità di resistere, di risollevarti in caso di cadute, di dare alla tua esistenza la direzione che merita.

    Se ogni giorno curi i dettagli, otterrai dei vantaggi, nonostante gli ostacoli: devi imparare a maneggiare con cura il tuo essere e a proteggere la tua unicità dal mondo che vuole omologarti. Sei un ingranaggio unico e irripetibile nel meccanismo dell’universo: non aver paura di ciò che sei, piuttosto prenditi cura di te e del tuo cammino.

    Quando parti, ricordati di alleggerire lo zaino: lascia indietro le zavorre, procedere sarà più semplice. Porta con te solo ciò che ti sarà davvero utile. Puoi scegliere ciò che ti serve, non sei obbligato a lasciarti condizionare o a fare ciò che gli altri pretendono da te, come purtroppo fanno certi genitori con i loro figli.

    Ricorda : puoi sempre scegliere chi essere e dove andare.

    Ho in mente una domanda che mi è stata fatta dal mio allenatore di calcio, quando ero un ragazzino: “Tu, nel teatro della vita, che parte vuoi avere?”. È stata una domanda illuminante, che mi accompagna ogni giorno, ogni volta che mi alzo dal letto e vado a costruire la mia leggenda personale.

    Certo, potremmo decidere di fare il minimo, giocare facile, ma siamo sicuri di volerci accontentare? Non credo né io e né tu desideriamo che il film della nostra  vita ci passi davanti, mentre ce ne restiamo lì fermi e passivi a guardarlo. Dobbiamo esserne i protagonisti.

    Voglio fare fatica e guadagnarmi le mie soddisfazioni, voglio sentirmi un ingranaggio unico e significativo nell’universo, voglio sentirmi appagato e non percepire il bisogno di giudicare gli altri.

    Ti propongo un esercizio: mettiti davanti allo specchio e prova a dire cosa vedi.

    Io vedo me stesso, non una maschera.

    Se di te mostri agli altri una maschera, è perché forse hai paura di essere giudicato per quello che sei: meglio farsi giudicare per le maschere che indossiamo. Ma è sbagliato. La maschera che indossiamo nel tentativo di metterci al riparo non fa altro che aumentare il livello di giudizio.

    Allo specchio dovresti vedere solo te stesso, ovvero lo stesso che dovresti mostrare agli altri, senza paura della loro opinione.

    Se hai l’obiettivo di piacere agli altri, stai commettendo un errore di fondo: devi piacere solo a te stesso, decidendo chi vuoi essere e impegnandoti per centrare l’obiettivo.

    Ruiz dice che ci guardiamo in uno specchio opaco.

    Una parte del problema sta nell’incapacità di credere in se stessi. Ciò toglie la voglia di rischiare, di mettersi in gioco: se non ci valutiamo all’altezza della situazione, o ci sottrarremo dall’agire o ci muoveremo con talmente poca convinzione da decretare fin dai primi passi il nostro insuccesso. Come nelle profezie auto-avveranti: sei sicuro che andrà male e male andrà.

    Ma ricordati che assumersi il rischio (di perdere, di sbagliare strada, di smarrirsi, di dover ricominciare da capo) è parte del viaggio, anzi è ampiamente previsto dal desiderio.

    Ricordati anche che abbiamo una gomma per cancellare le note che sul pentagramma della colonna sonora della nostra vita non ci piacciono. Abbiamo sempre la possibilità di scegliere, ma se non ci assumiamo il rischio di farlo, saremo spettatori passivi della vita che ci scorre davanti, senza mai viverla a pieno.

    Mi capita di guardare in viso le persone e di vedere i loro occhi spenti, privi di desiderio, uomini e donne tristi perché hanno smesso di desiderare, e soprattutto di scegliere. Invece mi illumino quando vedo le ginocchia sbucciate di un bambino, quando vedo una bicicletta senza rotelle , mi viene  la voglia di provare a  e riprovare nonostante le cadute.

    Senza paura, spinti dal desiderio di farcela.

    Namaste

     

     

    Photo by: Engin Akyurt

  • Nuove generazioni in panne: cosa frena la loro avanzata?

    Nuove generazioni in panne: cosa frena la loro avanzata?

    Molto spesso si parla dei giovani (le nuove generazioni), apostrofandoli come degli inetti, sdraiati, non interessati a ciò che li circonda, pigri, senza desideri e ambizioni. Ma è davvero così?

    Come mai una generazione, nata in un epoca sempre più tecnologica, ha così tante difficoltà a  dialogare con gli adulti, a trovare la strada del proprio futuro?

    Sarà che non gli ascoltiamo? Sarà che li consideriamo scontati? Sarà che noi adulti (genitori, docenti, allenatori, manager etc etc) non siamo più allenati ad essere delle vere proprie guide, punti di riferimento, ispiratori o ispiratrici?

    La verità è che se decidiamo di intraprendere un viaggio, non basterà essere riforniti dei migliori equipaggiamenti possibili. La bussola più costosa in commercio e la tenda più resistente non serviranno a nulla se non abbiamo la minima idea di come usarli.

    Tra lo strumento e l’utilizzo sapiente dello stesso c’è un passaggio fondamentale: il ruolo della guida, di chi prendendoci per mano ci insegna l’utilizzo degli strumenti.

    Questa figura è in grado non solo di indicarci una via, ma anche di spiegarci per quale motivo la stiamo percorrendo e quali sono i pericoli che affronteremo.

    Una guida che ci spiega che la vera felicità sta nel viaggio, nel nostro viaggio e non quello di altri, dove scopriamo significati importanti come coraggio, desiderio ,istinto ma sopratutto liberiamo il nostro entusiasmo.

    E qui tocchiamo un altro punto a mio avviso fondamentale: la conoscenza del pericolo e i metodi per affrontarlo.

    Al giorno d’oggi si è persa l’arte della conoscenza del pericolo ma la tendenza è sempre di più quella di evitarlo. L’ostacolo è percepito come uno spauracchio da rifuggire con qualsiasi mezzo e non come un momento di crescita.
    Pensiamo a un bambino che si ammala.

    Uno scenario impraticabile per i genitori, che devono impazzire per trovare qualcuno che resti a casa con lui e per il bambino stesso che perde giorni di scuola, lezioni di flauto traverso, partite di calcio e corsi di pittura .

    Il tutto si risolve con una massiccia dose di, inutili in molti casi, “medicine” per velocizzare il processo di guarigione e si perde ad esempio la bellezza di passare del tempo seduti in poltrona accanto a nostro figlio, raccontandogli una favola, conversando, giocando una partita a battaglia navale, conversando del più e del meno o più semplicemente facendogli sentire la nostra “presenza” ascoltandoli.

     

    Ogni momento che non resta religiosamente scandito dalla nostra routine viene percepito come inutile, perso, ma così facendo siamo arrivati al punto che tutto quello che richiede un lasso di tempo maggiore della consegna delle pizze non viene più esplorato.

    Ma il concetto di tempo ci insegna qualcosa di estremamente fondamentale: che non possiamo fare tutto.

    Quindi dovremo scegliere le cose più importanti, le priorità, e dovremo dedicargli l’impegno necessario, sacrificando qualcos’altro al suo posto, in questo modo acquisterà valore.

    Il sacrificio è esattamente il punto in cui vi volevo portare con la mia riflessione. Un’altra parola che viene vissuta dai più come qualcosa di osceno.

    Sacrificarsi? E per quale ragione dovremmo consapevolmente decidere di privarci di qualcosa?

    Perché quando si perde il senso negativo di questa parola, ci si rende conto che levare da una parte per aggiungerne da un’altra la eleva, la rende inestimabile.

    Perché ci abbiamo investito e vogliamo che funzioni a dovere e siamo quindi disposti a continuare ad impegnarci, per vederla progredire.

    Ripercorrendo il ragionamento che abbiamo fatto è chiaro che il ruolo del genitore sia quello della guida, che ci mostra come arrivare a un obiettivo, coniugando ciò che decidiamo faticosamente di imparare, insieme agli strumenti che riusciamo a reperire.

    Il tempo passa e non possiamo recuperarlo ma una cosa possiamo fare: VIVERLO con chi davvero amiamo.

     

    Namastè

     

  • Sei un manager, un educatore, un allenatore che sa riconoscere il talento?

    Sei un manager, un educatore, un allenatore che sa riconoscere il talento?

    Se credete di aver capito la teoria dei quanti, vuol dire che non l’avete capita

    Richard Feynman

    Credo che la citazione dello scienziato statunitense e premio Nobel per la fisica Richard Feynman sia perfetta anche per chi crede di saper scoprire un talento.

    Se ‘credi’ di aver capito, il più delle  volte vuol dire che non hai capito nulla.

    Ph: Quino Al on Unsplash

    Come si riconosce un talento?

    Uno dei più grandi errori che educatori, allenatori e manager commettono è quello di non saper riconoscere il talento e la sua unicità.

    Il talento che è dentro ognuno di noi è unico e quell’unicità rappresenta l’essenza della persona.

    Allora, date queste premesse, cosa impedisce a un adulto, che dovrebbe essere titolato e avere le competenze per farlo, di individuare e liberare il talento?
    Nella quotidianità, quando siamo di fronte a un individuo molto giovane, ci limitiamo a osservare solo in parte, e con tanta superficialità e presunzione, le sue qualità.

    Analizziamo i dati ‘oggettivi’: gli obiettivi raggiunti fino a quel momento, la sua velocità di apprendimento, se ricorda a memoria le nozioni apprese, i voti scolastici, quanti goal fa in una partita, quanto è veloce, la sua resistenza, ecc.

    Ma il talento è molto di più.

    Ph: Enrico Carcasci on Unsplash

    Che cos’è il talento?

    A mio parere il talento è:

                          creatività e conoscenza unite alle capacità dalla passione

    Ma ancora non è sufficiente, perché bisogna avere pazienza, coraggio, umiltà, istinto, per andare oltre, per scendere in profondità e captare i dettagli che fanno intravedere la vera opera d’arte.

    Inoltre non dobbiamo farci condizionare dai giudizi e dalle opinioni degli altri.

    Solo così potremo essere lucidi e distaccati nel valutare la realtà e non basarci sul “sentito dire”.
    All’inizio non capiremo quale sia questo talento, perché per esprimerlo appieno c’è bisogno di tempo ed è un processo difficile.

    Ma il talento, quello vero, ha delle particolarità che non si vedono se non si è disposti ad andare oltre, a osservare l’opera con gli occhi e con il cuore.

    Le risorse umane sono come le risorse naturali, giacciono in profondità, ecco perché bisogna andarle a cercare e soprattutto bisogna creare le condizioni affinché queste si manifestino
    (Ken Robinson)

    talento
    Ph: Darius Bashar on Unsplash

    Andare oltre

    Andare oltre, senza pregiudizi e condizionamenti, significa intravedere nelle persone disponibilità, umiltà (quella giusta che ti permette di crescere e migliorarti costantemente, diversa dall’insicurezza che viene sfruttata da chi è più furbo di te), sacrificio, positività, e una cosa che pochi prendono in considerazione: la capacità di non lamentarsi mai anche nelle avversità o quando, in moltissimi casi, non viene riconosciuto subito il ruolo potenziale.

    Significa poi anche non metterlo in un angolo con un’etichetta solo perché ha sbagliato e non si è dimostrato ancora pronto.

    Sì, perché bisogna dare la possibilità, soprattutto ai giovani, di lasciarsi andare, di dimostrare attraverso la stima, la fiducia, la pazienza e il sostegno, quelle caratteristiche che faranno la differenza nel medio e nel lungo periodo, e non nel breve.

    talento
    Ph: Headway on Unsplash

    Ma allora perché noi adulti siamo incapaci di aspettare?

    Perché siamo così presuntuosi da pensare di avere la verità sempre a portata di mano?

    Come mai siamo avvolti dal cinismo che ci fa distruggere quel meraviglioso capolavoro chiamato “individuo”?

    Perché permettiamo di spegnere la luce che brilla negli occhi di un giovane uomo o di una giovane donna?

    Ma non siamo stati anche noi giovani e con tante speranze?

    Perché ci comportiamo così?

    talento
    Ph: John Sting on Unsplash

    Perché ci vuole coraggio ad ammettere i propri limiti, ci vuole pazienza nel valutare nella sua totalità un individuo, ci vuole umiltà e la totale assenza di quel male che si impadronisce della maggior parte degli adulti: l’EGO.
    Se vogliamo essere ricordati come ispiratori, come persone da prendere come esempio, dobbiamo mettere da parte l’egoismo.

    Solo allora saremo pronti per diventare dei veri e propri punti di riferimento.

    Allora, chi di voi è in grado di aver pazienza nel togliere il superfluo per far emergere l’opera d’arte?

    A presto

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  • Felice Viaggio

    Felice Viaggio

    Esiste la felicità?

    Penso che non esista come principio, come concetto astratto, ma esiste nella libertà di essere e di fare ciò che si desidera, senza dipendere dal giudizio degli altri; la si trova in uno zaino, quando ci si prepara per un viaggio; viva nei momenti di gioia nell’assaporare gli ingredienti della propria esistenza, nella serenità, nell’assenza di condizionamenti.

    Non si può essere felici se non si è liberi, liberi dal giudizio, dalla paura, da come ci vogliono gli altri, da quello che vorrebbero farci diventare, dalla necessità di correre senza sapere dove stiamo andando.

    Chi non gode della lentezza, del tempo che scandisce i momenti migliori, della bellezza e della purezza non può essere felice.

    La felicità non è nei beni materiali, nell’accumulo di ricchezze, nel possedere: chi agisce per avidità non può essere felice, è semplicemente una persona sola.

    La vera felicità sta nel viaggio.

    Auguro a te che stai leggendo la ricerca della felicità per questo 2019 e anche se ci saranno momenti più pesanti della leggerezza che ti accompagnerà nel corso dell’anno, non mollare perché tutto passa e tutto ricomincia, la vita è una startup!

  • L’Arte Del Saper Togliere

    L’Arte Del Saper Togliere

    “Se un bambino lega la propria importanza a quello che possiede, la sua immagine di sé sarà sempre a repentaglio. Tollerando di non avere, invece, acquista più fiducia in se stesso e più consapevolezza di essere la persona che è, con un suo carattere, che è la cosa più preziosa di tutte, che nessuno gli può togliere.”

    Da: “I no che aiutano a crescere” di ASHA PHILLIPS.

    Esiste l’arte del “saper togliere”? E se esiste, è davvero un’arte, soprattutto quando si parla di genitori e figli? Sì, esiste.

    Perché un buon genitore sa quando è il momento di dire un no e sa mostrare un’emozione ripulita da ingombri personali. La già citata figura della guida si muove esattamente su questo percorso: dà gli strumenti che servono, spiega le varie fasi della vita e lascia che l’esploratore faccia ciò per cui è stato creato attraverso apprendimento ed errori, scoprire ed esplorare il mondo circostante alla ricerca della sua strada.

    Pensate ad esempio al percorso scolastico. Partiamo dalla scelta della scuola: quante volte un genitore spinge il figlio verso una scelta già decisa da tempo, al di là delle aspirazioni e alcune volte delle capacità del proprio figlio. In questo caso bisogna essere in grado di fermarsi e togliere i nostri desideri e le nostre aspettative dall’equazione per lasciare che vengano liberate le sue, per far sì che si assuma le responsabilità nella giusta scelta.

    In caso contrario, lo condanneremo a una vita fatta di frustrazioni e inadeguatezze del tutto ingiuste e risparmiabili. Lo condanneremo all’abitudine di avere una soluzione già preconfezionata che non lo aiuterà nella sua crescita all’interno di una comunità.

    Continuando a parlare di desidero, bisogna soffermarsi su che cosa lo alimenta. Di che cosa si nutre un sogno? Cosa lo fa progredire? Il desiderio si nutre di coraggio, tenacia e curiosità.

    Se diamo ai nostri figli tutto quello che vogliono appena lo chiedono, non svilupperanno mai la propria ambizione, né la capacità d’ingegno che serve a creare un piano, a reperire le risorse e a sacrificare qualcosa per ottenere come contro partita qualcosa di altro, di più importante.

    Togliamo oggetti e aggiungiamo relazioni, in modo da diventare un punto di riferimento, per fa sì che ci sia una costante connessione tra noi e loro.

    Se l’“ecco qui la bicicletta che volevi”, senza sacrificio, senza reciprocità, diventa una costante, nulla avrà più valore. Per ottenere qualcosa di “pregio”, dobbiamo spiegare ai figli come l’impegno e il lavoro sono fondamentali per raggiungere l’obiettivo. Solo così insegneremo loro il valore delle cose e il costo della rinuncia e solo così potranno davvero decidere se ciò che vogliono vale davvero la fatica che richiede.

    Detto così sembra un discorso semplice ma la realtà è che tutto questo farà sì che i nostri figli crescano come adulti sani e non viziati. In questo modo si costruisce e si alimenta il desiderio, solo così potranno rimanere costantemente connessi con la propria creatività.

    Il nostro compito, quando decidiamo di mettere al mondo un’altra vita, è quello di essere un modello e mostrare loro la realtà, non solo perché glielo stiamo dicendo ma perché lo manifestiamo nella vita di tutti giorni: “il miglior insegnamento viene dall’esempio”.

    La vita è una start-up e ognuno di noi ha la sua.