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  • “La rivoluzione del presente: dove tutto comincia davvero.”

    “La rivoluzione del presente: dove tutto comincia davvero.”

    Vivere in un mondo iperconnesso ma disconnesso da sé

    Viviamo in un’epoca in cui tutti parlano di cambiamento, ma pochi lo incarnano davvero.
    Siamo iperconnessi e al tempo stesso scollegati da noi stessi. Ci rifugiamo nella comfort zone delle abitudini digitali, delle scadenze, dei like, delle routine che ci anestetizzano.
    La vita, quella vera, scorre dietro le notifiche che inseguono la prossima distrazione.

    L’abitudine: il sonnifero del nostro tempo

    L’abitudine è il sonnifero più potente della modernità.
    Ci abitua a non vedere, a non ascoltare, a non stupirci. Ci illude di vivere mentre in realtà stiamo solo replicando.
    Ogni giorno uguale al precedente, ogni gesto automatico, ogni parola detta “tanto per dire” è un modo elegante per dire addio alla nostra autenticità.

    La paura che ci trattiene dal vivere davvero

    Ci lamentiamo della noia, della mancanza di senso, del mondo che non cambia.
    Ma il mondo non cambia perché noi non cambiamo.
    E non cambiamo perché abbiamo paura: paura del fallimento, dell’imprevisto, del giudizio.
    Abbiamo paura di essere vivi davvero.

    Il caos come luogo della creatività

    Eppure è proprio lì, nel rischio, nell’incertezza, nel caos, che nasce la parte più geniale, umana e creativa di noi.
    L’intelligenza non si accende quando tutto è sotto controllo. Si accende quando il terreno sotto i piedi si muove.
    Solo chi osa disobbedire all’automatismo della paura scopre la gioia autentica di essere presente, sveglio, vivo.

    La rivoluzione interiore

    Non serve una rivoluzione esterna. Serve una rivoluzione interiore.
    Un atto di ribellione gentile ma radicale: scegliere di non obbedire più alla consuetudine, al “si è sempre fatto così”, al “tanto non cambia nulla”.
    Perché cambia. Cambia tutto, nel momento in cui smetti di essere spettatore e decidi di partecipare.

    Tre parole per rinascere: creare, cooperare, condividere

    Creare, cooperare e condividere.
    Tre verbi semplici, ma sovversivi.
    Sono la grammatica della vita autentica, quella che trasforma l’indifferenza in movimento, la paura in esperienza, la solitudine in comunità.
    E sono le parole che devono tornare a ispirare le nuove generazioni, troppo spesso soffocate dal rumore di un mondo che insegna a sopravvivere, non a vivere.

    Il futuro nasce dalla presenza

    Il futuro non lo costruiscono i visionari chiusi nelle torri di vetro, ma le persone che scelgono di abitare con consapevolezza il proprio presente.
    Perché il futuro nasce sempre da un atto di presenza.
    E la presenza è la forma più pura di rivoluzione.

    Il coraggio di ispirare con la propria vita

    Smetti di aspettare che qualcosa accada.
    Smetti di rimandare la felicità, la decisione, la vita.
    Il passato è già scappato.
    Chi vive di speranza è già altrove.
    Ma il presente, questo preciso istante, è tutto ciò che hai.
    E devi renderlo tuo. Totalmente.

    Perché ispirare significa vivere con coraggio.
    E vivere con coraggio è il modo più autentico di cambiare il mondo.

  • L’arte di Amare: Tra Relazioni e Lavoro

    L’arte di Amare: Tra Relazioni e Lavoro

    Amare una persona e amare il proprio lavoro sono due dimensioni della vita che, sebbene apparentemente distinte, condividono sorprendenti somiglianze. Entrambe richiedono un approccio consapevole, paziente e costante per generare risultati profondi e duraturi.

    Come sostiene Erich Fromm nel suo celebre saggio L’arte di amare, l’amore non è un semplice impulso emotivo o un capriccio momentaneo, ma una capacità che si sviluppa attraverso il tempo, la pratica e la consapevolezza.

    La stessa filosofia si può applicare al lavoro: esso non rappresenta soltanto una fonte di reddito, ma può diventare un elemento centrale della nostra identità, un viaggio di crescita personale e un mezzo per realizzare il nostro scopo nel mondo.

    Amare una persona implica empatia, capacità di ascolto e la volontà di affrontare insieme le inevitabili sfide della vita. Allo stesso modo, amare il proprio lavoro richiede passione, dedizione e la volontà di evolvere continuamente.

    In entrambi i casi, l’amore non è un’esperienza statica, ma una danza dinamica che implica adattamento e trasformazione.

    Nelle relazioni personali, questo significa imparare a comprendere l’altro in maniera più profonda, mentre nel lavoro significa sviluppare nuove competenze, superare ostacoli e adattarsi ai cambiamenti del contesto professionale.

    “La crescita personale, sia nell’amore che nel lavoro, è quindi centrale e non può essere ignorata”.

    L’amore richiede impegno e disciplina: amare una persona in modo autentico non si riduce alla mera attrazione o al desiderio momentaneo, ma implica il coinvolgimento profondo del tempo, dell’energia e della volontà.

    Lo stesso principio vale per il lavoro.

    Non basta svolgerlo come un obbligo o per dovere, ma bisogna impegnarsi attivamente per eccellere, trovare soddisfazione e farlo diventare parte integrante di chi siamo.

    In questo modo, sia l’amore che il lavoro si trasformano in esperienze che, per essere complete, devono essere vissute con consapevolezza e la costante ricerca di miglioramento.

    Un altro elemento che accomuna l’amore per una persona e quello per il lavoro è la ricerca del significato.

    Amare qualcuno profondamente porta alla scoperta di un senso di appartenenza e connessione che trascende la mera individualità: insieme, si costruisce qualcosa di più grande.

    Allo stesso modo, realizzare il proprio scopo attraverso il lavoro offre un senso di appagamento e contribuisce al benessere generale della propria vita.

    In entrambi i casi, ciò che si cerca non è un successo immediato o meramente materiale, ma un significato più profondo che arricchisce e dà direzione alla nostra esistenza.

    Infine, proprio come nelle relazioni amorose, anche nel lavoro esiste il rischio di alienazione.

    Quando mancano l’impegno o un significato autentico, sia nelle relazioni che nel lavoro, si può finire per sentirsi distanti, disconnessi e insoddisfatti.

    L’amore autentico, così come una vocazione lavorativa appagante, rappresentano quindi un antidoto a questa alienazione, consentendo di costruire legami significativi e trovare un senso di appartenenza che supera il vuoto dell’individualismo e del materialismo della nostra società moderna.

    In conclusione, amare una persona e amare il proprio lavoro richiedono impegno, pazienza, costante apprendimento e la volontà di evolvere.

    Coltivare una passione sincera e profonda per entrambi gli aspetti della vita può condurre a una vita più piena di significato e soddisfazione.

    Amare non è mai un atto passivo, ma un’arte che, una volta padroneggiata, trasforma ogni aspetto della nostra esistenza.

     

    Photo By: bruce mars – unsplash

  • Il potere delle parole

    Il potere delle parole

    Molte volte non c’è ne accorgiamo, ma le parole hanno una potere  straordinario.

    Una sola parola detta in un luogo qualsiasi della terra può scatenare una guerra a migliaia di chilometri di distanza da quel luogo.

    Una parola detta in un certo momento tra due fratelli, due amanti, due amici, può provocare la fine di quella relazione e mantenere i suoi effetti per anni o anche decenni dal momento in cui è stata pronunciata.

    Le parole sono misteriose e forse ancora non conosciamo abbastanza il loro potere. Per questo ne facciamo un uso spesso disinvolto, spregiudicato.

     

    E il più delle volte non siamo nemmeno consapevoli delle loro conseguenze.

    “Sono solo parole“, diciamo. Ma ci sono parole che non hanno neppure bisogno di essere pronunciate.

    Ci basta pensarle perché ci investano con tutta la loro deflagrante potenza o influenzino il nostro umore o i nostri pensieri per ore o per giorni.

    Una parola buona può scioglierti in un pianto irrefrenabile, commuoverti o elevarti nella gratitudine.

    Una parola cattiva può ferirti più profondamente di una lama o di un proiettile e lasciare quella ferita nell’impossibilità di rimarginarsi. Una parola può farti ammalare e anche morire e un’altra può farti guarire o tornare a vivere.

    Le parole sono una realtà potente ed efficace anche prima ancora di avere un significato. Sono una vibrazione di una certa frequenza e qualità e creano risonanze o distonie prima ancora che possiamo decodificarne il senso compiuto.

    Ci sono parole che sono state importanti per una certa epoca e poi sono state messe da parte.

    Parole potenti in grado di esprimere cose grandi.

    Parole come “Misericordia” oppure “Provvidenza” ci parlano di quando non pensavamo di sapere tutto o controllare ogni cosa. E cercavamo parole per affidarci alla possibilità di una realtà superiore.

    Abbiamo parole nuove, adatte a descrivere la vita di oggi, Internet, Wireless, Network, Smartphone, Globalizzazione, Communuty, Intelligenza Artificiale,  etc.  etc.

    Sono parole che ci accompagneranno a lungo probabilmente nei prossimi anni.

    Ma saranno sempre le parole pronunciate da tua madre per consolarti mentre piangevi o per accompagnarti nel buio del sonno al quale non volevi arrenderti perché ti faceva paura, che risuoneranno per te con una forza straordinaria, se mai avrai la fortuna di risentirle.

    Le parole dunque sono importanti. Le parole che pensiamo e quelle che pronunciamo. Ma anche le parole che ascoltiamo.

    La parola “Grazie” è una parola bellissima. La parola “Amore” è una delle più potenti.

    La parola “Si” può aprirti il cuore ed espandere la tua anima.

    La parola “No” può chiudere entrambi per sempre.

    Ci sono le parole pronunciate da anime grandi che hanno effetti incredibili anche per millenni.

     Le parole scelte e pronunciate da Buddha: “Compassione”, o da Gesù: “Perdono”, da Ghandi: “Pace”, da Madre Teresa, “Servizio” da Nelson Mandela: “Uguaglianza”, da Marthin Luther King: “Sogno”, da Papa Giovanni Ventitreesimo “Bontà”. Sono ancora lì a disposizione dell’intera umanità con gli stessi effetti di sempre.

                                           Le parole sono magiche. Sceglile con cura.

    Quelle che scegli per descriverti la realtà sono quelle che creano la tua realtà, quelle che scegli per definirti, anche quando ti sembrano grandi, sono quelle che creano i limiti dentro i quali ti stai costringendo. Cambia le tue parole e cambierai la tua vita.

    Comincia ad essere consapevole delle parole che usi e  poi decidi di scegliere le parole che ti fanno bene, che ti accarezzano, che ti consolano, che ti incoraggiano.

    Non utilizzare e non ascoltare quelle che ti fanno stare male.

    Se ascolti o leggi parole che non ti piacciono evitale, non alimentarle, non essere complice, allontanati, fai in modo che il discorso cambi direzione e volgilo al positivo. 

    Per curare noi stessi, la nostra anima e anche la nostra salute dobbiamo prenderci cura del nostro linguaggio, così come dei nostri pensieri.

    Chi parla male, vive male.

    Dobbiamo creare una nuova ecologia delle parole. Ritrovare parole antiche e anche inventarne di nuove se necessario.

    Perché una parola giusta al momento giusto può cambiarti la vita, ma anche salvare il mondo

  • L’improvvisazione è la creatività che fa l’amore con la conoscenza.

    L’improvvisazione è la creatività che fa l’amore con la conoscenza.

    Cambiare lavoro e avviare un’impresa sono responsabilità diverse, ma richiedono entrambe una notevole dose di coraggio. Solo attraverso il coraggio è possibile superare la paura del fallimento, che spesso costituisce il principale ostacolo che trattiene le persone nel loro attuale impiego, nonostante manchi loro soddisfazione.

    Molte persone risultano insoddisfatte del proprio lavoro, lo considerano un peso e, quando si chiede loro cosa intendano fare per migliorare la propria situazione, spesso non sanno rispondere.

    Il motivo è spesso l’assenza di un piano alternativo o la mancanza di considerazione per l’importanza di averne uno.

    Spesso si afferma di avere timore nel cambiare, di distaccarsi da ciò che è noto, anche solo a livello mentale, per intraprendere qualcosa di incerto. Tuttavia, queste paure derivano dalla mancanza di un vero scopo e dalla scarsa consapevolezza del proprio valore.

    Individui insoddisfatti del proprio status potrebbero trovare appagamento identificando ciò che amano realmente fare e impegnandosi nella realizzazione di qualcosa che li soddisfi autenticamente. Questo, naturalmente, implica l’eliminazione di un grande ostacolo presente in molte persone: la cultura dell’alibi.

    Tuttavia, la mancanza di successo potrebbe derivare dalla mancanza di consapevolezza nel creare qualcosa di nuovo o dalla paura del giudizio altrui, limitando così ogni iniziativa. Per raggiungere obiettivi significativi, è necessario essere disposti a dedicare tempo e risorse al cambiamento.

    Se si desidera veramente cambiare e si è pronti ad agire, è importante avere  obiettivi chiari. Concentrandosi sul cambiamento, con coraggio e abbandonando la paura del giudizio altrui, si diventa pronti a intraprendere un nuovo viaggio, il proprio.

    L’età non è un limite. Non servono alibi, solo azione. La differenza tra chi ha successo e chi no spesso risiede nell’allenamento e nell’approccio alla sfida.

    È importante ammettere i propri limiti, imparare dagli errori, non preoccuparsi del giudizio degli altri e essere pronti a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà.

    Concentrandosi su qualcosa che si ama davvero e dedicando energie e risorse ogni giorno, credendo senza riserve in ciò che si fa, è possibile andare alla ricerca e trovare il proprio posto nel mondo. L’entusiasmo è contagioso e può essere un segno di rivoluzione, anche se non tutti sono pronti ad accettare tale energia creativa.

    La chiave è trasmettere entusiasmo, essere un rivoluzionario pronto a uscire dagli schemi. Anche se alcuni potrebbero reagire negativamente, è importante seguire il proprio percorso con determinazione e passione.

    Ecco perché dobbiamo considerare l’improvvisazione una parte fondamentale del nostro essere creativi; in fin dei conti, l’improvvisazione è creatività che fa l’amore con la conoscenza.

     

  • Un nuovo paradigma

    Un nuovo paradigma

    Nel collasso economico-sociale che ha preso completamente piede su scala mondiale, ci sono variabili profondamente diverse e l’economia, benché non risulti così semplice dirlo, rappresenta solo uno degli aspetti di questo complesso sistema.

    La crisi che stiamo affrontando è, come alcuni hanno ben hanno compreso, (ma non molti ahimè)  una crisi soprattutto  di natura cultuale.

    Se partiamo da questo presupposto non dovrebbe risultare difficile  pensare che uscire dalla crisi significhi rivedere i valori che sorreggono il nostro sistema.

    Per esempio quello delle relazioni umane e  dei consumi.

     

    Negli ultimi 30 anni siamo diventati più consumatori che cittadini.

    Perché?

    Negli anni di intensa crescita pre-crisi, dalla  reganomics  in poi, l’economia si è rivolta tutta alla moltiplicazione della moneta, alla speculazione finanziaria e i flussi di capitali ed è stata assolutamente dominata dalla logica del denaro e dell’acquisto a oltranza, perdendo di vista il capitale umano

    Logica che in questo periodo viene in parte ridiscussa.

    Siamo di fronte a una grande crisi politica, ideologica, filosofica, economica del modello globale.

    Un modello che prima della crisi non è stato mai in fondo messo in discussione.

    Il paradigma che si credeva eterno, quello dell’economia di mercato incapace di guardare ai molteplici aspetti del fare economia, come la vita comunitaria, la vita familiare, le nuove generazioni e altre forme di scambio, oggi è impossibile da mantenere.

    Se vediamo la crisi in prospettiva storica ci rendiamo conto che è determinante analizzare quali sono quei frangenti e quei contesti in cui si sono cercati delle alternative, delle uscite dalle precedenti crisi.

    Uno sguardo retrospettivo, uno sguardo storico, può aiutarci a decifrare l’enigma-economia che oggi ci attanaglia.

    L’economia capitalista certamente continuerà a vivere, non ne vediamo il collasso nell’immediato.

    Pur tuttavia ci riesce oggi difficile pensare che questa sia l’unica forma di fare economia, nuovi tempi ci impongono nuove riflessioni su come ripensare impresa , innovazione ( es. Innovazione Sociale),  lavori del futuro e un reale dialogo tra vecchie e nuove generazioni.

    Bisogna comprendere in quale modo possiamo ricostruire un tessuto che è stato destrutturato.

    Temi come: quiet quitting, cambio generazionale, inclusione e neet ( solo per citarne alcuni), vanno affrontati immediatamente senza se e senza ma

     

    Per poterlo fare  poniamoci alcune  domande :

    1. Quali sono le modalità per  creare  un reale processo di innovazione a partire dal terreno della cultura?

    2. Come possiamo e dobbiamo  condividere conoscenza?

    3. In che modo raggiungiamo un reale dialogo, basato sull’ascolto e il feedback,  con  le nuove generazioni?

    4. Perchè è  fondamentale    creare e sostenere l’innovazione sociale, dove persone e l’ambiente sono e dovranno  essere  i temi di riferimento?

     

    A voi le risposte

     

    Photo by: j-w-Ju

  • Il benessere sistemico, l’Illuminismo 4.0

    Il benessere sistemico, l’Illuminismo 4.0

    Il periodo di crisi ancora in essere, lo stare chiusi in casa conducendo una vita rallentata e meno frenetica, ha dato a molti la scusa per fermarsi a riflettere. Riflettere sulla nostra società, il nostro stile di vita che, fino all’altro giorno, ci sembrava l’unico possibile mentre ora, a ben guardare, pare più ricco di perche che di pregi.

    È, dunque, necessario un processo di cambiamento, un cambiamento verso un reale benessere sistemico,  per se stessi e per la comunità di appartenenza

     

    Del resto, se pensiamo a una comunità, la nostra, quella umana, come ad un’organizzazione, la necessità di cambiamento ci appare ancora più palese e necessaria. L’esistenza di qualsiasi organizzazione si divide in tre fasi: l’espansione, il consolidamento e il declino. E in tutte e tre le fasi viene richiesto di portare innovazione. Un nuovo prodotto, prima, un processo innovativo, dopo. Ma cosa bisogna fare durante la fase del declino?

    Bisogna realmente cercare e  creare, non solo un processo di innovazione, ma una  vera   rivoluzione di rottura con i modelli del passato.

    Un processo dirompente che cambia le regole del gioco..

    Noi stiamo vivendo una fase di declino, quindi ora non possiamo limitarci ad innovare, dobbiamo rivoluzionare.

    Dobbiamo considerare i due anni passati in  compagnia della pandemia (Covid), come un  stimolo per mettersi in gioco, non accontentarsi, crescere, cambiare i modelli mentali,  cambiando punti di vista, rispettando le idee e le esigenze delle altre persone, utilizzando, non solo il pensiero creativo, ma una delle nostre più grandi risorse in nostro possesso: l’intelligenza emotiva

     

    Storicamente, una simile spinta al rinnovamento si  riscontrò durante l’Illuminismo.

    Un movimento culturale e filosofico, nato durante il XVIII secolo nell’Inghilterra dell’era georgiana, ma sviluppatosi al suo massimo in Francia, grazie a figure come quelle di Montesquieu e Voltaire. L’Illuminismo nacque come reazione a una società vetusta e sorpassata che gli intellettuali non riconoscevano più.

    Si superò la staticità dell’ Ancien Régime e delle antiche autorità filosofiche, in favore di una borghesia sempre più potente e dell’osservazione diretta dei fenomeni naturali per conoscere veramente la realtà e il mondo.

    Allo stesso modo, questo 2023, ad esempio, da una parte vede vacillare le certezze che avevamo fino a poco fa circa l’economia e il mondo del lavoro, e dall’altra mette in luce la necessità di aumentare l’attenzione verso l’individuo

    La nostra realtà, come quella del 1700, è destinata senza se e senza ma ad essere cambiata. Ma da chi? Da noi.

     

    “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”, scriveva Immanuel Kant nel 1784. “Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro.

    Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza e della tua innata creatività!

    È questo il motto dell’Illuminismo, ed è questo che dovrebbe e deve essere il nostro mantra che ci accompagna in questa sana rivoluzione.

    Durante l’Illuminismo si chiedeva all’essere umano di uscire da uno stato di sufficienza, minorità, incapacità di servirsi della propria intelligenza. È questa è la stessa cosa che dobbiamo chiedere a noi stessi ora.

    Questo è il momento in cui dobbiamo diventare rivoluzionari, ispiratrici e  ispiratori. Dobbiamo essere coloro che ispirano, coloro che illuminano.

    Namaste

     

    foto by: hakon grimstad

  • Il coraggio di cambiare

    Il coraggio di cambiare

    Il nostro “qui e ora” che scandisce i momenti più o meno importanti della nostra vita, le persone e le cose che giornalmente ci circondano non destano in noi, in moltissimi casi, un vero stupore.

    Tutto quello che fa parte della nostra routine origina poco interesse poiché la consuetudine ci impedisce di rendere la vita di tutti i giorni piena di avventure ed entusiasmo.

    Condurre la propria vita con pigrizia, tenere la propria creatività in uno stato di dormiveglia ed innestare un processo noioso, non fa altro che  creare la convinzione di sapere già tutto dimenticando una meravigliosa arte, quella dell’osservare.

    Solo la creatività e con essa l’entusiasmo provocano e mobilitano non solo le energie individuali, ma ci mobilitano verso una vera e nuova dimensione, quella dell’intelligenza collettiva.

    Privarsene vuol dire adattarsi agli eventi e non essere l’evento stesso, vuol dire sopravvivere piuttosto che vivere. I rischi, le incognite, così come i possibili errori/fallimenti, sono indispensabili per l’essere umano.

    Vivere senza di loro vorrebbe dire trovarsi a vivere una vita priva di immaginazione, di idee e di innovazione, i tre irrinunciabili elementi del pensiero creativo.

    Bisogna liberare il piacere dell’immaginazione, solo così alimentiamo la nascita delle idee, avendo così la gioia e il coraggio per andare incontro al futuro, eliminando quel timore che ci impedisce di vivere appieno il nostro presente.

    Non avremo mai la possibilità di conoscerci veramente, né di conoscere il nostro reale valore, se non capiremo e accetteremo il confronto con la realtà vera.

     

    Dobbiamo smettere di pensare di essere in una piccola realtà ma considerare di convivere in un libero spazio da tutti accessibile.

    L’innovazione,  la sana inquietudine e il coraggio di cambiare, con le loro trasformazioni “diruptive” ci proiettano in un mondo fatto di intelligenza collettiva .

     

    Possiamo, come Narciso innamorato della sola unica sua immagine, concentrarci su noi stessi, sul nostro EGO, pensando che non cambierà mai nulla o, vivere, condividere, partecipare e connetterci  con il mondo.

    Allora si che  cosi potremmo scrivere e ascoltare la colonna della nostra esistenza e  saremo considerati  Ispiratrici e Ispiratori del futuro i Mecenati del Nuovo millennio

    Namstè

     

     

     

     

     

  • Andare Oltre

    Andare Oltre

    Capita spesso di commettere l’errore di giudicare gli altri utilizzando il nostro parametro di valutazione come unico punto di riferimento.

    Raramente ci soffermiamo ad apprezzare le differenze che ci contraddistinguono dalle altre persone, senza inserirle in una scala di valori che li definisce peggiori o migliori di noi.

    Bisogna diffidare da chi ha solo certezze e si fa forte di queste per affermare la propria convinzione di non essere assolutamente disposto a cambiare e soprattutto di essere nel giusto.

    È estremamente rischioso l’utilizzo esclusivo della razionalità, nel voler esclusivamente selezionare tra le proprie convinzioni la decisione prescelta.

    La creatività ci insegna a non essere vincolati e condizionati verso un’idea, tanto più se bisogna tradurre dall’immaginazione concetti, idee ed emozioni.

    È azzardato ed indubbiamente pericoloso voler chiarire tutto con la sola ragione, un linguaggio che la nostra anima fa fatica a riconoscere.

    Quando si è bambini, si è coerenti e non ci si adatta alla ragione, non ci si ferma a una guida costruita per giudicare e basta, si va oltre, si apre il cuore.

    La creatività e il nostro cuore ci illustrano e ci spiegano differenti realtà, ma tutto dipende dalla volontà di metterli in movimento.

    Ogni individuo porta con sé esperienze, voci, ambizioni, e tendenze che si rivelano nelle modalità più differenti; per questo la realtà è solo una proiezione della nostra mente.

    Se ricordiamo tutto questo, se ricordiamo a noi stessi che tutto è relativo,  avremo così la possibilità di procedere nella vita in modo dinamico.

    Molto spesso a cambiare sono i punti di vista: ciò che per noi è rilevante, per altri è insignificante. La costruzione di una comunità d’interesse e di una intelligenza collettiva è proprio la capacità di accettare incondizionatamente il pensiero degli altri, senza per questo modificare la nostra realtà.

    La bellissima frase «non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle» (attribuita a Voltaire, ma nella realtà è della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall) rappresenta l’essenza di tutto ciò.

    È lecito esprimere il nostro disaccordo nei confronti delle opinioni altrui, ma allo stesso tempo è fondamentale far sì che ognuno possa credere in ciò che più gli piace.

    La nostra evoluzione passa attraverso il riconoscimento degli altri, della loro unicità, evitando così di rimanere intrappolati in una probabile apparenza.

    Se vogliamo abbandonare il nostro EGO, dobbiamo eliminare la necessità di convincere chi la pensa e vive in modo diverso da noi, evitando così di disperdere energie inutili e dannose.

    L’evoluzione e l’innovazione nascono dalla molteplicità di pensiero, nate da persone con caratteristiche diverse, culture diverse, caratteristiche peculiari del “Nomade Creativo”.

    Essere Nomadi Creativi  vuol dire dare vantaggio alla comunità, operando in connessione, confrontandosi e cooperando con altri.

    Confrontarsi e cooperare vuol dire dare spazio alla creatività, a nuovi modelli mentali ed educativi, riuscendo così a costruire un solido e reciproco riconoscimento.

    Otto Scharmer attraverso la sua La Theory U insegna:

    • mente aperta – curiosità contro giudizio 
    • cuore aperto – compassione contro cinismo 
    • volontà aperta – rilassamento nell’ignoto contro paura.

    Avere un atteggiamento di apertura e di rispetto verso diversi punti di vista non può far altro che metterci in condizione di scoprire la più importante e straordinaria caratteristica che contraddistingue ogni essere umano: la sua unicità.

     

     

    Foto by:  Mahdi Beygi

     

     

     

  • Talento Rivoluzionaro

    Talento Rivoluzionaro

    L’impresa contemporanea non può vivere senza un elemento fondamentale: il talento.

    Il nuovo paradigma imprenditoriale è centrato nelle persone e nei risultati, tanto che il talento è diventato un attivo strategico irrinunciabile. Solo nella misura in cui il talento sa essere coltivato si potranno aumentare i benefici per l’impresa e la soddisfazione personale di chi in essa lavora.

    L’elemento è tanto determinante per le imprese che oggi, nei contesti innovativi, viviamo nella cosiddetta “guerra per il talento”: ne sono un esempio le espressioni dell’economia del web, come Google e Facebook, che fanno a gara per acquisire i loro validi competitor o le attività collaterali sviluppate in seno a loro stesse, non solo in forma di impresa ma anche di persone.

    Del resto, le imprese di tutto il mondo, siano esse prodotto del capitalismo cognitivo oppure del capitalismo manifatturiero, competono su vari fronti: da una parte captano e fidelizzano i clienti (elementi esterni) e dall’altro lato attraggono e contrattualizzano i professionisti (elementi interni).

    Nel momento in cui le imprese sono capaci di creare valore per i loro dipendenti sono capaci di creare valore anche per i loro clienti.

    L’importanza del talento quindi non è dato di poco rilievo, ma è una necessità reale per agire nel mondo globale.

    Le imprese devono lottare per non rendere questo un elemento sempre più scarso e male amministrato, come spesso capita.

    Infatti, il talento necessita molta cura, giacché è una risorsa preziosa che gli esseri umani apportano solo attraverso una specifica volontà e che può essere o non essere attivata, a seconda delle condizioni di chi la possiede.

    Frequentemente dimentichiamo che il talento non solo consiste in conoscenze e capacità, ma anche in compromessi e azioni.

    Quando la giornata di lavoro finisce, il talento esce dall’impresa e torna a casa sua. È dunque un elemento portante dell’impresa ma che appartiene alla persona e che deve essere ben diretto e amministrato dalle leadership organizzative,  poiché il talento può sparire drammaticamente dalle organizzazioni in molte forme diverse (turnover, demoralizzazione, mancanza di spazi adeguati ecc…).

    La gestione del talento nelle imprese è complessa e sottile, e ha come ingredienti imprescindibili il saperlo identificare, captare, sviluppare e trattenere.

    Portare avanti tutte queste operazioni non è semplice. Ci sono imprese che sono capaci di captare il talento ma non sono in grado di svilupparlo o di trattenerlo.

    Compito degli  Ispratori e delle Ispiratrici  è dunque quello di saper bilanciare il talento con i fini dello sviluppo delle organizzazioni e delle persone.

    La chiave di maggior successo delle organizzazioni sta nell’innovazione sociale ,

    ossia nella capacità di creare sia  valore per il cliente attraverso prodotti e servizi, sia con i clienti interni, tanto che meccanismi di questo tipo sono il polmone con il quale respirano i mercati competitivi. Il talento è diventato il maggiore patrimonio delle organizzazioni: comprendere questo dato fondamentale valorizzando e riconoscendo le persone e le loro circostanze è l’imprescindibile sfida dell’oggi.

     

  • Non preoccuparti dei giudizi che  gli altri hanno di te

    Non preoccuparti dei giudizi che gli altri hanno di te

    Non preoccuparti dei giudizi e delle opinioni che gli altri hanno di te, non sentirti “diverso”: la tua diversità è la tua unicità, è ciò che ti permetterà di avere il tuo posto nel mondo.

    Come spiega Maslow, vivrai una vita piena solo quando sarai completamente distaccato dal giudizio altrui. Se ci pensi, le persone che hanno lasciato un segno nella storia erano talmente concentrate sulla loro unicità e sul loro percorso, sul loro obiettivo, da non essere per nulla interessate all’opinione che gli altri avevano di loro. Se avessero dato peso ai giudizi, sarebbero state condizionate al punto da non poter costruire la propria leggenda personale. Pensa al danno per l’umanità.

    Lo sforzo è duplice: non solo devi preservare la tua unicità sottraendoti al giudizio – cosa molto faticosa, lo ammetto – ma devi anche evitare di giudicare gli altri. Hai presente “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”?

    Ti suggerisco di attenerti a tre regole fondamentali:

    – nessun giudizio

    – nessuna opinione

    – nessuna critica

    Pensa quanto tempo e quante energie risparmiate se decidi di non guardare a quello che fanno gli altri. Pensa quanto tempo e quante energie in più da dedicare ai tuoi obiettivi.

    Dicevamo che sottrarsi al giudizio non è semplice, soprattutto non è un processo immediato: bisogna essere allenati, concentrati solo sulle cose davvero importanti, sul presente e sul proprio obiettivo, capaci di usare le risorse per raggiungere un traguardo.

    È difficile, ma sappi che possiamo allenarci per tutto questo: ti sto dicendo che ognuno ha la possibilità di farcela, a prescindere dalle condizioni di partenza. Ma nessuno ce la fa senza metterci impegno, dedizione, forza di volontà, coraggio.

    Tieni a mente alcune piccole indicazioni:

    • Concentrati sul presente e sugli obiettivi da raggiungere

    • Pensa prima di parlare, non sprecare fiato e risorse

    • Impegnati per comporre e ascoltare la colonna sonora della tua vita

    • Impara ad attrarre persone che possano aiutarti nella tua impresa, le altre allontanale

    • Utilizza tutto il coraggio e la forza d’animo possibile per vivere una vita piena

    • Usa la tua creatività: immaginazione, idee e innovazione

    Nessuno è perfetto, credimi. Nessuna vita fila via liscia, senza intoppi, tutta rose e fiori. Quello che fa la differenza è la tua capacità di resistere, di risollevarti in caso di cadute, di dare alla tua esistenza la direzione che merita.

    Se ogni giorno curi i dettagli, otterrai dei vantaggi, nonostante gli ostacoli: devi imparare a maneggiare con cura il tuo essere e a proteggere la tua unicità dal mondo che vuole omologarti. Sei un ingranaggio unico e irripetibile nel meccanismo dell’universo: non aver paura di ciò che sei, piuttosto prenditi cura di te e del tuo cammino.

    Quando parti, ricordati di alleggerire lo zaino: lascia indietro le zavorre, procedere sarà più semplice. Porta con te solo ciò che ti sarà davvero utile. Puoi scegliere ciò che ti serve, non sei obbligato a lasciarti condizionare o a fare ciò che gli altri pretendono da te, come purtroppo fanno certi genitori con i loro figli.

    Ricorda : puoi sempre scegliere chi essere e dove andare.

    Ho in mente una domanda che mi è stata fatta dal mio allenatore di calcio, quando ero un ragazzino: “Tu, nel teatro della vita, che parte vuoi avere?”. È stata una domanda illuminante, che mi accompagna ogni giorno, ogni volta che mi alzo dal letto e vado a costruire la mia leggenda personale.

    Certo, potremmo decidere di fare il minimo, giocare facile, ma siamo sicuri di volerci accontentare? Non credo né io e né tu desideriamo che il film della nostra  vita ci passi davanti, mentre ce ne restiamo lì fermi e passivi a guardarlo. Dobbiamo esserne i protagonisti.

    Voglio fare fatica e guadagnarmi le mie soddisfazioni, voglio sentirmi un ingranaggio unico e significativo nell’universo, voglio sentirmi appagato e non percepire il bisogno di giudicare gli altri.

    Ti propongo un esercizio: mettiti davanti allo specchio e prova a dire cosa vedi.

    Io vedo me stesso, non una maschera.

    Se di te mostri agli altri una maschera, è perché forse hai paura di essere giudicato per quello che sei: meglio farsi giudicare per le maschere che indossiamo. Ma è sbagliato. La maschera che indossiamo nel tentativo di metterci al riparo non fa altro che aumentare il livello di giudizio.

    Allo specchio dovresti vedere solo te stesso, ovvero lo stesso che dovresti mostrare agli altri, senza paura della loro opinione.

    Se hai l’obiettivo di piacere agli altri, stai commettendo un errore di fondo: devi piacere solo a te stesso, decidendo chi vuoi essere e impegnandoti per centrare l’obiettivo.

    Ruiz dice che ci guardiamo in uno specchio opaco.

    Una parte del problema sta nell’incapacità di credere in se stessi. Ciò toglie la voglia di rischiare, di mettersi in gioco: se non ci valutiamo all’altezza della situazione, o ci sottrarremo dall’agire o ci muoveremo con talmente poca convinzione da decretare fin dai primi passi il nostro insuccesso. Come nelle profezie auto-avveranti: sei sicuro che andrà male e male andrà.

    Ma ricordati che assumersi il rischio (di perdere, di sbagliare strada, di smarrirsi, di dover ricominciare da capo) è parte del viaggio, anzi è ampiamente previsto dal desiderio.

    Ricordati anche che abbiamo una gomma per cancellare le note che sul pentagramma della colonna sonora della nostra vita non ci piacciono. Abbiamo sempre la possibilità di scegliere, ma se non ci assumiamo il rischio di farlo, saremo spettatori passivi della vita che ci scorre davanti, senza mai viverla a pieno.

    Mi capita di guardare in viso le persone e di vedere i loro occhi spenti, privi di desiderio, uomini e donne tristi perché hanno smesso di desiderare, e soprattutto di scegliere. Invece mi illumino quando vedo le ginocchia sbucciate di un bambino, quando vedo una bicicletta senza rotelle , mi viene  la voglia di provare a  e riprovare nonostante le cadute.

    Senza paura, spinti dal desiderio di farcela.

    Namaste

     

     

    Photo by: Engin Akyurt