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  • La crisi silenziosa dei manager

    La crisi silenziosa dei manager

    Il collasso silenzioso dei manager: la crisi che le aziende stanno sottovalutando nel 2026

    Per anni il mondo del lavoro ha parlato quasi esclusivamente del disagio dei dipendenti. Burnout, quiet quitting, perdita di motivazione, difficoltà delle nuove generazioni, work-life balance. Tutto corretto. Tutto reale.

    Ma nel 2026 sta emergendo un problema ancora più profondo e molto meno raccontato: il progressivo collasso emotivo dei manager.

    E la questione è molto più seria di quanto sembri, perché oggi i manager non rappresentano soltanto una funzione organizzativa. Sono diventati il punto di equilibrio dell’intero sistema aziendale.

    Secondo le più recenti analisi di Gallup, i manager influenzano fino al 70% dell’engagement dei team.                          Un dato enorme, che spiega perché il clima interno di un’organizzazione non dipenda soltanto dalla strategia o dalla retribuzione, ma dalla qualità quotidiana della leadership. Eppure, proprio coloro che dovrebbero sostenere motivazione, stabilità e fiducia stanno vivendo uno dei momenti più difficili degli ultimi decenni.

    Il problema nasce da una trasformazione silenziosa del ruolo manageriale. Fino a pochi anni fa un manager era principalmente una figura di controllo: supervisionava processi, verificava risultati, distribuiva compiti e monitorava performance. Oggi quel modello sta implodendo.

    L’intelligenza artificiale, l’automazione e i nuovi sistemi digitali stanno già sostituendo gran parte delle attività operative e di monitoraggio che un tempo giustificavano i livelli intermedi delle organizzazioni.

    È per questo che molte aziende stanno riducendo gerarchie, accorpando funzioni e aumentando il numero di persone affidate a un singolo responsabile. Ma mentre i carichi aumentano, si continua a ignorare un aspetto decisivo: il lavoro del manager non è diventato più semplice. È diventato immensamente più pesante sul piano emotivo.

    Oggi un middle manager assorbe continuamente pressioni provenienti da entrambe le direzioni. Dall’alto riceve richieste sempre più aggressive legate a produttività, velocità, adattamento tecnologico e risultati economici. Dal basso si confronta invece con collaboratori spesso stanchi, disillusi, ansiosi, in cerca di significato e stabilità. Nel mezzo rimane lui, costretto a fare da filtro umano a un sistema che accelera continuamente senza lasciare spazio all’elaborazione emotiva.

    È qui che il ruolo manageriale cambia natura. Il manager contemporaneo non gestisce soltanto lavoro.                Gestisce tensioni invisibili. Gestisce paure, fragilità, conflitti relazionali, perdita di motivazione e difficoltà psicologiche che spesso le aziende fingono di non vedere.                                                                                                                                                                                                                                                                                                        E tutto questo avviene mentre anche lui vive le stesse incertezze che attraversano il resto della popolazione lavorativa.

    Le ricerche pubblicate da Harvard Business Review e dagli studi organizzativi di Stanford University mostrano ormai con chiarezza che le aziende ad alte performance del futuro non saranno quelle con il maggior livello di controllo, ma quelle capaci di creare sicurezza psicologica, fiducia e qualità relazionale.                                                                                         È un cambio di paradigma enorme, perché sposta il focus dall’efficienza pura alla sostenibilità umana delle organizzazioni.

    Per anni molte imprese hanno pensato che la leadership fosse soprattutto una questione di decisioni rapide, carisma e capacità di comando.

    Oggi emerge invece una realtà diversa: le persone non lasciano soltanto aziende disorganizzate. Lasciano contesti emotivamente tossici. Lasciano manager incapaci di ascoltare. Lasciano ambienti in cui ogni errore genera paura e ogni confronto diventa tensione.

    E qui emerge il grande paradosso del 2026. Alle figure manageriali viene chiesto di essere leader empatici, coach, facilitatori del cambiamento e punti di riferimento umani, ma nella maggior parte dei casi continuano a essere valutate quasi esclusivamente sui numeri.

    È una contraddizione devastante. Perché nessuno può sostenere persone emotivamente affaticate se vive costantemente immerso nella pressione e nella paura di non raggiungere i target.

    Secondo le analisi di McKinsey & Company, il futuro del middle management non sarà legato al controllo operativo, ma alla capacità di connettere persone, accompagnare il cambiamento e costruire fiducia all’interno di sistemi sempre più complessi. In pratica, il manager del futuro dovrà essere molto meno supervisore e molto più guida umana.

    Ma questo richiede una trasformazione culturale che molte aziende non sono ancora pronte ad affrontare.

    Perché investire davvero sui manager significa ripensare radicalmente il modo in cui vengono formati, supportati e valutati. Significa comprendere che la leadership non può più essere trattata come una semplice funzione tecnica. Significa accettare che il benessere organizzativo non si costruisce con slogan motivazionali o workshop occasionali, ma attraverso una cultura capace di sostenere le persone che ogni giorno tengono insieme le squadre.

    La verità è che nel 2026 il rischio più grande per le aziende non è soltanto perdere produttività. È perdere umanità.

    E senza umanità, nessuna innovazione sarà mai davvero sostenibile.

    Fonti e riferimenti

    Photo by: vitaly-gariev

  • Dopo i 55 non esisti più: il suicidio culturale delle aziende moderne

    Dopo i 55 non esisti più: il suicidio culturale delle aziende moderne

    Dopo i 55 non esisti più

    Negli ultimi anni, migliaia di professionisti over 55 inviano decine, a volte centinaia di curriculum, senza mai ricevere una risposta. Nessun colloquio. Nessuna possibilità. Non perché manchino le competenze, ma perché il sistema sembra aver deciso che dopo una certa età non si è più “spendibili”.

    È una storia collettiva, non individuale. È la fotografia di una generazione intera che, superata una soglia anagrafica, viene progressivamente oscurata dagli algoritmi, dai pregiudizi e da una forma sempre più diffusa di ageismo, quella sottile discriminazione che scambia l’età per obsolescenza. Si nasconde dietro espressioni come “cerchiamo una figura dinamica”, come se la dinamicità avesse una scadenza.

    L’esperienza non è un limite: è un capitale umano

    Il paradosso è che proprio ora, nel pieno di una trasformazione epocale, le aziende avrebbero più che mai bisogno dell’esperienza di chi ha attraversato crisi, cambiamenti, rivoluzioni culturali e tecnologiche. E invece la porta si chiude.

    Non per mancanza di competenze, ma per una miopia che scambia l’età per un limite e non per un capitale.

    Ogni volta che un’organizzazione decide di non ascoltare un professionista di 55 o 60 anni, non sta risparmiando”nulla.

    Sta perdendo memoria, equilibrio, saggezza. Sta rinunciando alla capacità di leggere la complessità. Perché chi ha vissuto più stagioni del lavoro non porta solo anni: porta sguardo, contesto, pazienza, capacità di giudizio. E soprattutto, porta visione umana, quella che oggi manca più di qualsiasi altra competenza tecnica.

    Un tabù chiamato età

    La verità è che la cultura organizzativa di molte aziende è ferma a un paradigma vecchio: l’età come fattore di costo, non di valore. Si parla di diversity e inclusion, ma la diversità anagrafica resta il tabù più grande. In Italia, più che altrove, essere over 55 significa diventare invisibili. Eppure, fuori dai nostri confini, il discorso è cambiato.

    Il World Health Organization (WHO) ha definito l’ageismo una forma di discriminazione sistemica che compromette salute, benessere e produttività.
    L’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD ), nel suo Employment Outlook 2025, ha mostrato che i lavoratori più anziani incontrano barriere culturali e organizzative che riducono la loro occupazione attiva e la mobilità lavorativa.
    Negli Stati Uniti, la AARP ha rilevato che quasi due terzi dei lavoratori di 50 anni e oltre hanno visto o vissuto discriminazioni legate all’età nei contesti lavorativi.

    La forza dei team multigenerazionali

    Invece, le imprese che hanno capito il valore della diversità generazionale sono quelle che oggi innovano meglio. Gli studi del Chartered Institute of Personnel and Development (CIPD) e del World Economic Forum (WEF) confermano che i team multigenerazionali prendono decisioni più ponderate, comunicano meglio e sviluppano un clima organizzativo più stabile.

    Le persone più mature offrono continuità, mentoring, visione. Le più giovani portano energia e linguaggi nuovi.

    È questa la vera innovazione: non sostituire, ma integrare.

    Il cambiamento non nasce solo dai giovani

    Eppure, le aziende continuano a pensare che il cambiamento culturale si costruisca assumendo solo giovani. Ma la vera forza non è in una sola generazione: nasce dal dialogo e dalla condivisione tra chi porta entusiasmo e chi porta esperienza.
    È nell’incontro tra giovani e over 55 che si crea la spinta più autentica all’innovazione.
    Serve qualcuno che sappia unire passato e futuro, radici e ali.

    Escludere i senior significa rinunciare alla profondità. Significa impoverire la cultura interna, ridurre la capacità di trasmettere valori e creare legami. Le organizzazioni che rifiutano chi ha superato i 55 anni stanno scegliendo la superficialità.          Cercano il “nuovo” solo per estetica, non per sostanza.

    Rigenerare la cultura del lavoro

    Oggi, la vera sfida non è trovare talenti giovani, ma imparare a riconoscere il valore di chi ha già dato tanto e può ancora dare. Non per nostalgia, ma per equilibrio. Perché il futuro non si costruisce tagliando via l’esperienza, ma intrecciandola con la curiosità.

    Dopo i 55 non esisti più, dicono. Ma forse è il mondo del lavoro che ha smesso di esistere nel modo giusto.                            Un mondo che scarta le sue risorse più preziose, che confonde la velocità con la visione e la giovinezza con la creatività.

    Chi guida persone, chi parla di cultura, chi proclama l’urgenza del cambiamento dovrebbe avere il coraggio di guardare negli occhi questa verità: non si costruisce un domani più consapevole scartando chi lo ha reso possibile.

    Rigenerare la cultura del lavoro significa restituire dignità all’esperienza. Significa capire che ogni età è un valore, non un ostacolo. Perché chi ha attraversato il tempo sa fare la cosa più difficile: ascoltare, unire, comprendere.

    E forse è proprio da lì che dovremmo ricominciare.

    Perché non è l’età a invecchiare le organizzazioni, ma la paura di cambiare sguardo.
    Il primo passo? Smetterla di parlare solo di “capitale umano” e tornare a vederlo come “umanità che genera valore”.

    Fonti autorevoli

    Per approfondire

     

    Photo by: Vitaly Gariev-

  • Il silenzio distruttivo: quando la mancanza di feedback compromette reputazione, benessere e crescita

    Il silenzio distruttivo: quando la mancanza di feedback compromette reputazione, benessere e crescita

    Viviamo in un mondo iperconnesso, dove ogni interazione comunica. Quando manca il feedback da parte di figure strategiche — come imprenditori, manager, docenti, genitori, allenatori — non si genera solo un vuoto comunicativo. Si manifesta una fragilità sistemica. Anziché proporre un modello autentico e generativo, molte figure di riferimento scelgono il silenzio come forma di controllo. Tuttavia, oggi il silenzio è un errore strategico: danneggia la reputazione, demotiva e frena l’innovazione.

     

    Chi ricopre ruoli nei processi educativi, nella crescita delle persone e nella valorizzazione del potenziale umano — genitori, insegnanti, manager, allenatori, adulti in generale — dovrebbe interrogarsi seriamente. Ignorare il valore dell’ascolto e del  feedback equivale a voltare le spalle allo sviluppo emotivo, cognitivo e creativo di chi ci osserva per imparare, crescere e contribuire in modo attivo e consapevole al miglioramento della società.

     

    Il caso Better.com: la disfatta comunicativa in diretta mondiale

    Nel dicembre 2021, Better.com, società fintech specializzata in mutui online, è diventata il simbolo di una comunicazione tossica. Il CEO Vishal Garg licenziò oltre 900 dipendenti tramite una call su Zoom di pochi minuti, senza alcun preavviso né empatia. Li definì ‘pigri’ e ‘improduttivi’. La vicenda, raccontata da Forbes, suscitò indignazione globale e portò a una crisi interna ed esterna: dimissioni a catena, perdita di clienti e blocco di investimenti.

    Feedback assente = leadership inesistente

    Un leader si definisce attraverso il confronto, non attraverso l’elusione. Secondo Harvard Business Review, il 75% dei dipendenti lascia il lavoro per mancanza di attenzione e feedback. Un capo che non ascolta, non risponde e sfugge al confronto comunica solo insicurezza. In questo vuoto, si diffondono ansia, confusione e sfiducia. Inoltre, McKinsey ha evidenziato che chi fornisce feedback regolari aumenta fino al 39% la motivazione del team.

    Il feedback è una leva economica

    Non si tratta solo di cultura aziendale. Il feedback è un asset strategico. Il report di Gallup mostra che la mancanza di coinvolgimento costa 8,9 trilioni di dollari all’anno, pari al 9% del PIL mondiale. Al contrario, i team che ricevono feedback costante registrano miglioramenti notevoli:
    – +23% in produttività
    – -78% in assenteismo
    – +18% in fatturato medio

    Reputazione a rischio: il danno silenzioso

    Uno studio di Weber Shandwick dimostra che il 63% del valore di un’organizzazione è legato alla reputazione del CEO e del management. Quando la comunicazione si interrompe, la fiducia si erode. Clienti, talenti e stakeholder si allontanano da chi non sa ascoltare e spiegare.

    Intelligenza collettiva spenta = innovazione morta

    Senza feedback, si spegne anche l’intelligenza collettiva. Secondo il MIT Center for Collective Intelligence, l’innovazione fiorisce dove esiste ascolto attivo, confronto e collaborazione. Ignorare le voci interne significa spegnere la principale fonte di energia creativa dell’organizzazione.

    L’impatto psicologico del silenzio

    Il silenzio ha un peso psicologico. Non ricevere feedback equivale a sentirsi invisibili. Ogni essere umano ha bisogno di essere visto, ascoltato e riconosciuto. L’American Psychological Association indica la mancanza di riconoscimento tra le principali cause di stress, demotivazione e burnout. A lungo andare, il silenzio genera ambienti vuoti: senza persone, senza idee, senza valore.

    Conclusione: il silenzio non è potere, è resa

    Chi guida persone, famiglie o comunità e sceglie il silenzio non esercita potere, ma rinuncia alla leadership. In un’epoca che premia la connessione e il coinvolgimento, il feedback non è un optional: è l’ossigeno delle relazioni e del progresso.

    ● Vuoi far crescere qualcosa? Rispondi.
    ● Vuoi trattenere chi vale? Ascolta.
    ● Vuoi innovare? Confrontati.
    ● Vuoi ispirare? Ascolta e rispondi.

    Solo chi ascolta, comunica e dà risposte costruisce il futuro — proteggendo non solo la propria reputazione e quella dell’organizzazione che rappresenta, ma anche qualcosa di più profondo. Rispondere significa rispettare l’altro e dimostrare una delle forme più alte di intelligenza: quella relazionale.

     

    Fonti:

    Forbes – “CEO Who Fired 900 Employees Via A Zoom Video”
    https://www.forbes.com/sites/jackkelly/2022/03/09/ceo-who-fired-900-employees-via-a-zoom-video/

    Harvard Business Review – “To Retain Employees, Give Them a Sense of Purpose”
    https://hbr.org/2022/05/to-retain-employees-give-them-a-sense-of-purpose

    McKinsey & Company – “Why Leaders Need to Make the Time to Give Feedback”
    https://www.mckinsey.com/capabilities/people-and-organizational-performance/our-insights/the-organization-blog/why-leaders-need-to-make-the-time-to-give-feedback

    Gallup – “State of the Global Workplace: 2023 Report”
    https://www.gallup.com/workplace/506113/global-workplace-2023.aspx

    Weber Shandwick – “The Role of the CEO in Reputation Leadership”
    https://www.webershandwick.com/news/the-role-of-the-ceo-in-reputation-leadership/

    MIT Center for Collective Intelligence
    https://cci.mit.edu/

    American Psychological Association – “Stress in America: Work and Well-being” (2023)
    https://www.apa.org/news/press/releases/stress/2023/workplace

     

    Photo by: anastasiya badun 

  • Intelligenza Emotiva: la chiave invisibile che trasforma aziende, scuole e società

    Intelligenza Emotiva: la chiave invisibile che trasforma aziende, scuole e società

    Per anni si è ritenuto che il successo nella vita dipendesse principalmente dal Quoziente Intellettivo (QI), una misura delle capacità logiche, linguistiche e matematiche. Tuttavia, grazie agli studi dello psicologo e giornalista scientifico Daniel Goleman, oggi sappiamo che il QI da solo non basta. Molte persone brillanti e razionali, infatti, falliscono quando si tratta di gestire le emozioni, lavorare in squadra o ispirare gli altri.

    Entra così in gioco un’altra forma di intelligenza: l’intelligenza emotiva (QE), che include la consapevolezza di sé, l’autoregolazione, la motivazione, l’empatia e le abilità sociali. A differenza del QI, che resta piuttosto stabile nel tempo, il QE può essere sviluppato, allenato e migliorato nel corso della vita.

    Empatia e Intelligenza Emotiva nelle organizzazioni: un vantaggio competitivo umano

    Nel mondo del lavoro, l’intelligenza emotiva si è dimostrata una competenza determinante per il successo delle organizzazioni. Secondo Goleman, le aziende guidate da leader emotivamente intelligenti sono più resilienti, produttive e umane. In particolare, la preoccupazione empatica – ovvero la capacità di preoccuparsi sinceramente del benessere degli altri – si traduce in ambienti lavorativi più coesi, creativi e collaborativi.

    Uno studio pubblicato da Harvard Business Review (2023) evidenzia che i manager empatici ottengono team con il 76% in più di engagement, una riduzione del turnover del 50% e una maggiore soddisfazione dei clienti. Inoltre, un ambiente empatico aumenta l’innovazione, poiché i collaboratori si sentono più sicuri nell’esprimere idee e proposte.

    Nelle scuole: il QE come fondamento del benessere e dell’apprendimento

    Anche nel sistema educativo, l’intelligenza emotiva sta diventando centrale. Gli studenti che sviluppano competenze socio-emotive hanno migliori risultati accademici, meno problemi comportamentali e una maggiore capacità di autoregolarsi. Programmi come il SEL (Social and Emotional Learning), adottati in molte scuole americane e in crescita anche in Europa, dimostrano che insegnare empatia, collaborazione e autoconsapevolezza ha un impatto concreto sulla qualità dell’apprendimento e delle relazioni tra pari.

    Uno studio della Collaborative for Academic, Social, and Emotional Learning (CASEL) mostra che gli studenti che partecipano a programmi SEL ottengono un miglioramento medio del 11% nei risultati scolastici e una riduzione significativa dell’ansia, del bullismo e dell’abbandono scolastico.

    Empatia come strategia di leadership

    Le imprese che integrano la preoccupazione empatica nella propria cultura aziendale diventano luoghi di lavoro più attrattivi e sostenibili. Questo tipo di leadership non è debolezza: è una forma evoluta di forza, in grado di tenere insieme performance e umanità.

    Le organizzazioni che promuovono un clima emotivamente intelligente ottengono:

    • Maggiore fidelizzazione dei talenti

    • Collaborazione trasversale tra reparti

    • Riduzione dello stress e del burnout

    • Migliore reputazione aziendale

    In un’epoca segnata da instabilità, automazione e incertezza, l’intelligenza emotiva è la competenza che distingue le imprese umane da quelle obsolete.

    Intelligenza emotiva e dialogo tra generazioni

    L’intelligenza emotiva e la preoccupazione empatica facilitano in modo straordinario il dialogo tra vecchie e nuove generazioni.
    Grazie alla capacità di ascoltare attivamente, comprendere i punti di vista altrui e gestire le emozioni con consapevolezza, queste competenze favoriscono una comunicazione più aperta e autentica tra giovani e adulti. I giovani si sentono visti e valorizzati, mentre le generazioni più mature imparano a mettersi in discussione e a trasmettere la propria esperienza senza imporla.

    Questo scambio empatico crea ponti anziché muri, alimentando il rispetto reciproco e la cooperazione tra mondi diversi per età ma uniti dal desiderio comune di evoluzione. In famiglia, nelle aziende e nella scuola, l’intelligenza emotiva si rivela lo strumento più efficace per rigenerare il patto generazionale.

    Conclusione

    In un mondo in cui i dati, le tecnologie e le competenze tecniche sono sempre più accessibili, la vera differenza è data da come trattiamo le persone, da come comprendiamo noi stessi e interagiamo con gli altri. L’intelligenza emotiva non è solo un vantaggio competitivo: è un bisogno umano, educativo e organizzativo.


    Coltivarla è una scelta che porta beneficio a tutti: individui, gruppi e intere società.

    Fonti

    1. Daniel Goleman, Emotional Intelligence – https://www.danielgoleman.info/topics/emotional-intelligence

    2. Harvard Business Review, Empathy Is the Most Important Leadership Skill According to Research (2023) – https://hbr.org/2023/01/empathy-is-the-most-important-leadership-skill-according-to-research

    3. CASEL – What is SEL? – https://casel.org/fundamentals-of-sel/

    4. World Economic Forum, The Skills Needed for the Future of Work Include Emotional Intelligence – https://www.weforum.org/agenda/2023/05/emotional-intelligence-skills-future-of-work

    5. McKinsey & Company, Defining the skills citizens will need in the future world of work (2022) – https://www.mckinsey.com/capabilities/people-and-organizational-performance/our-insights/defining-the-skills-citizens-will-need-in-the-future-world-of-work

  • La normalizzazione dell’ipocrisia, l’inganno e la dissimulazione come stile di vita

    La normalizzazione dell’ipocrisia, l’inganno e la dissimulazione come stile di vita

     

    “Ipocrisia: simulazione di virtù, di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole”. È così che il dizionario definisce l’ipocrisia. Simulazione di buoni sentimenti al fine dell’inganno.

     

    L’ipocrisia dissimula, camuffa le vere intenzioni delle persone. Ipocrisia è menzogna.

     

    Nella nostra società attuale l’ipocrisia è istituzionalizzata, normalizzata. Mentre da piccoli ci viene insegnato il senso di giustizia, la necessità di non mentire, crescendo veniamo a patti con i nostri principi, iniziamo a mentire e, in fondo, accettiamo che gli altri lo facciano. E mentire una volta apre la strada per la menzogna costante.

     

    Una volta che menti, menti sempre. Una volta che sei ipocrita, lo sei sempre.

     

    Quando si ha a cuore e si sviluppa un progetto come quello di Villa Gaia, purtroppo, s’incontra l’ipocrisia degli altri in maniera frequente e dolorosa. Villa Gaia vuole essere un luogo dove le donne abusate possano avere la possibilità di cominciare una nuova vita, sostenute da psicologi e psicoterapeuti. Un luogo per confrontarsi con altre donne che si trovano nella medesima situazione, un luogo per imparare magari un nuovo mestiere.

    Si tratta, dunque, di un progetto complesso e ambizioso che parte dalla Lombardia ma ha lo scopo di diffondersi in tutta Italia con tante altre Villa Gaia sparse per il territorio. A coprire, con un unico modello replicabile, necessità che riguardano tutto il paese.

     

    Un progetto così, ovviamente, suscita l’approvazione generale. Come potrebbe essere altrimenti?  Ma, grattando appena la superficie, appare subito evidente che si tratti di un’approvazione ipocrita. Un’approvazione limitata alle parole. Parole “di cortesia”. Perché quando si tratta di fare davvero qualcosa, di metterci impegno e la faccia, allora la bontà del progetto non è più sufficiente.

    Allora, ipocritamente, molte persone trovano mille scuse per non fare, per paura di minare la propria apparente serenità, il proprio apparente equilibrio, il proprio EGO.

    Quale che sia il reale motivo, improvvisamente aiutare gli altri non è più così importante.

     

    La violenza sulle Donne? Non è un problema mio, io ho già tanti problemi. Se dovessi dare retta a tutto. Queste sono le tipiche risposte

     

    E questo atteggiamento appare dolorosamente evidente ora, dato che Villa Gaia è un progetto in essere, da concludersi. Ma sono altrettanto dolorosamente certo che, di fronte, a una Villa Gaia già attiva e funzionale le stesse persone non si farebbero, o non si faranno, alcuno scrupolo a salire sul carro del vincitore. Lo stesso carro che ora non vogliono aiutare a costruire.

     

    L’ipocrisia è purtroppo anche una malattia sociale altamente contagiosa.

    Si diffonde da una persona all’altra a macchia d’olio, perché è più facile non mettersi in gioco, perché è facile giustificare la propria vigliaccheria specchiandosi in quella degli altri.

     

    Il comportamento ipocrita di qualcuno che ci sta accanto giustifica e stimola il nostro, così raccontiamo balle agli altri e anche a noi stessi, in una catena malata di dissimulazione.

     

    L’ipocrisia finisce per colpire l’intera società, provocando diffidenza e insofferenza diffusa. Mentre, a prevalere tra di noi non dovrebbe essere l’ostilità, tutt’altro, ma il dono.

    Come diceva l’antropologo francese Marcel Mauss, “Una parte considerevole della nostra morale e della nostra stessa vita staziona tuttora nell’atmosfera del dono, dell’obbligo e, insieme, della libertà. Non tutto, per fortuna, è ancora esclusivamente classificato in termini di acquisto e di vendita”.

    Il dono è rito sociale che rafforza la socialità, l’ipocrisia la disgrega.

     

    Namastè

     

    photo bu. Kristina Flour

  • La lotta contro la violenza sulle donne? E’ un problema di tutti, uomini compresi

    La lotta contro la violenza sulle donne? E’ un problema di tutti, uomini compresi

     

    Quando Isa Maggi,  mi ha chiesto di dedicare un articolo alla violenza sulle donne, ci ho pensato a lungo.  All’inizio ho creduto di non esserne all’altezza, o meglio, di non averne il diritto. Io sono un uomo. Ma poi ho riflettuto sul fatto che la violenza contro le donne, fisica e psicologica, del singolo e dell’intera società, è un problema troppo importante e che tutti ne dovremmo parlare, tutti dovremmo denunciarlo, uomini compresi, oltre alle donne.

    Scrivere un articolo su questo tema, per me, è prima di tutto un dovere ma allo stesso tempo anche un onore.

     

    Nel nostro paese la violenza contro le donne è un problema grave che ha visto, durante il periodo del lockdown, un aggravamento.

    Donne, già in difficoltà, si sono trovate costrette in casa con i propri compagni.  Aguzzini in grado, in un momento come quello, di controllarne ogni mossa e di rendere quasi impossibile qualsiasi denuncia. I dati ufficiali riportati dal Ministero degli Interni mostrano, durante l’emergenza del COVID19, una generale diminuzione dei reati contro la persona, questo perché la gente non usciva, era al sicuro. Ma la diminuzione ha riguardato soprattutto le vittime di sesso maschile, mentre non è stata altrettanto significativa per quanto riguarda quelle di sesso femminile.

    Perché? Perché il più delle volte le donne vengono aggredite tra le quattro mura di casa da mariti, fidanzati o padri.

    Il lockdown ha messo al sicuro tutti, tranne le donne (e i bambini) dai loro incubi domestici, dai  loro carnefici.

     

    Il problema, quindi, è innegabile. Presente anche molto sui giornali ma, purtroppo, per troppo poco e spesso male. Ogni volta che succede una tragedia, che un marito uccide la propria moglie, che un ragazzo “punisce” la fidanzata che lo ha lasciato, giornali ed opinione pubblica ne parlano incessantemente per qualche giorno, ma poi il problema viene abbandonato in favore di qualcos’altro.

    E, a proposito, di giornali ed opinione pubblica, ancora più grave e più frequente ultimamente è il caso della vittimizzazione del carnefice e della colpevolizzazione della vittima. La violenza viene giustificata, la brutalità è data da “troppo amore” mentre le donne vengono, velatamente o meno, accusate di essere state esasperanti, crudeli.

    Di essersela un po’ cercata.

    Esattamente come avviene ancora in caso di stupro. I maschi raccontati come poveri animali, in grado di non saper controllare istinti, rabbia o di metabolizzare rifiuti. Le donne come maliarde, ingannatrici. A metterlo per iscritto fa venire i brividi ma è una dolorosa realtà, un approccio  della società, di uomini e donne, malato e sintomo dell’equilibrio inesistente tra i sessi.

     

    La violenza sulle donne non può essere considerata la somma di casi isolati di uomini malati o inspiegabilmente violenti, ma il frutto malato di una società che non considera uomini e donne sullo stesso piano.

     

    La lotta alla violenza sulle donne, quindi, deve passare attraverso una crescita personale, sociale e culturale di ognuno di noi, uomini e donne.

    Quanto lavoro c’è ancora da fare, anche nel mondo del lavoro stesso, dove l’eccellenza femminile è ancora troppo rara, e non certo per mancanza di abilità o di preparazione delle donne, ma di opportunità. Le donne devono sempre dimostrare il doppio per ottenere lo stesso ruolo di un uomo e ad uno stipendio inferiore.

    La frustrazione può essere tanta, da parte di chi subisce queste ingiustizie e anche da parte di chi ha la sensibilità di riconoscerle, ma non bisogna arrendersi, bisogna lavorare per costruire una società più giusta ed equilibrata, migliore, migliore per tutti.

     

    Anch’io, nel mio piccolo,  cerco di contribuire ogni giorno a questa crescita.

     

    Da una  settimana abbiamo lanciato True Colors, un progetto del sottoscritto, in  collaborazione con  Gianni Gaude, Francesca Melis, Mario Rosini e Rossana Ruotolo .  Una serie di  podcast, dove le donne, protagoniste e  vittime di violenza, racconteranno le loro storie

    Con questa serie di podcast vogliamo anche contribuire e sostenere la Fondazione Villa Gaia di Isa Maggi, per costruire una casa che possa ospitare donne vittime di violenza e i loro figli

    Se sei interessata o interessato a contribuire alla nascita di Villa Gaia dona su:

     

    Fondazione Villa Gaia onlus

    Via Po 41

    27010 Pavia

    C/C Banca Etica

    IBAN: IT54G0501801600000016908485

     

    Foto by: Gabriel Benois