Tag: esistenza

  • “La rivoluzione del presente: dove tutto comincia davvero.”

    “La rivoluzione del presente: dove tutto comincia davvero.”

    Vivere in un mondo iperconnesso ma disconnesso da sé

    Viviamo in un’epoca in cui tutti parlano di cambiamento, ma pochi lo incarnano davvero.
    Siamo iperconnessi e al tempo stesso scollegati da noi stessi. Ci rifugiamo nella comfort zone delle abitudini digitali, delle scadenze, dei like, delle routine che ci anestetizzano.
    La vita, quella vera, scorre dietro le notifiche che inseguono la prossima distrazione.

    L’abitudine: il sonnifero del nostro tempo

    L’abitudine è il sonnifero più potente della modernità.
    Ci abitua a non vedere, a non ascoltare, a non stupirci. Ci illude di vivere mentre in realtà stiamo solo replicando.
    Ogni giorno uguale al precedente, ogni gesto automatico, ogni parola detta “tanto per dire” è un modo elegante per dire addio alla nostra autenticità.

    La paura che ci trattiene dal vivere davvero

    Ci lamentiamo della noia, della mancanza di senso, del mondo che non cambia.
    Ma il mondo non cambia perché noi non cambiamo.
    E non cambiamo perché abbiamo paura: paura del fallimento, dell’imprevisto, del giudizio.
    Abbiamo paura di essere vivi davvero.

    Il caos come luogo della creatività

    Eppure è proprio lì, nel rischio, nell’incertezza, nel caos, che nasce la parte più geniale, umana e creativa di noi.
    L’intelligenza non si accende quando tutto è sotto controllo. Si accende quando il terreno sotto i piedi si muove.
    Solo chi osa disobbedire all’automatismo della paura scopre la gioia autentica di essere presente, sveglio, vivo.

    La rivoluzione interiore

    Non serve una rivoluzione esterna. Serve una rivoluzione interiore.
    Un atto di ribellione gentile ma radicale: scegliere di non obbedire più alla consuetudine, al “si è sempre fatto così”, al “tanto non cambia nulla”.
    Perché cambia. Cambia tutto, nel momento in cui smetti di essere spettatore e decidi di partecipare.

    Tre parole per rinascere: creare, cooperare, condividere

    Creare, cooperare e condividere.
    Tre verbi semplici, ma sovversivi.
    Sono la grammatica della vita autentica, quella che trasforma l’indifferenza in movimento, la paura in esperienza, la solitudine in comunità.
    E sono le parole che devono tornare a ispirare le nuove generazioni, troppo spesso soffocate dal rumore di un mondo che insegna a sopravvivere, non a vivere.

    Il futuro nasce dalla presenza

    Il futuro non lo costruiscono i visionari chiusi nelle torri di vetro, ma le persone che scelgono di abitare con consapevolezza il proprio presente.
    Perché il futuro nasce sempre da un atto di presenza.
    E la presenza è la forma più pura di rivoluzione.

    Il coraggio di ispirare con la propria vita

    Smetti di aspettare che qualcosa accada.
    Smetti di rimandare la felicità, la decisione, la vita.
    Il passato è già scappato.
    Chi vive di speranza è già altrove.
    Ma il presente, questo preciso istante, è tutto ciò che hai.
    E devi renderlo tuo. Totalmente.

    Perché ispirare significa vivere con coraggio.
    E vivere con coraggio è il modo più autentico di cambiare il mondo.

  • Soluzioni Creative

    Soluzioni Creative

    Spesso succede che di fronte a un problema si cerchi a qualsiasi costo la migliore soluzione, con il rischio molto spesso, in caso di un risultato negativo, di vivere oltre alla  delusione, una sorta di  sottile depressione.

    Questo apparente insuccesso, genera poi la convinzione di non essere all’altezza del compito e di essere inadeguati alla soluzione di determinati problemi, quando bastava semplicemente osservare il dilemma da un altro punto di vista, con obiettività e utilizzando una dote innata: la creatività.

    Bisognerebbe imparare a guardare dal di fuori il problema, come se non facesse parte della nostra sfera, ma ad un’altra persona alla quale suggerire un punto di vista diverso.

    Intestardirsi nel volere a tutti i costi cercare una soluzione senza obiettività e riflessione, fa sì che la possibile soluzione del problema venga nascosta dalla nostra mancanza di lucidità.

    Il nostro cervello deve lavorare immerso nella creatività e pazienza, solo così si possono trovare tra le molteplici soluzioni quelle più idonee alla soluzione del problema e solo così diradiamo le nebbie che offuscano la nostra consapevolezza.

    Esaminare la problematica da attori non protagonisti ci permette di vedere soluzioni fino a quel punto impensabili. Guardare le difficoltà in modo distaccato e senza paura né dell’errore e né del giudizio, fa sì che queste possono essere foriere di straordinari insegnamenti. Facendo così trasformiamo un insormontabile problema in un momento di crescita  personale.

    Quando ci si trova a dover affrontare una situazione di disagio in cui non è dato trovare una soluzione per il semplice fatto che è accaduto qualcosa da cui non si può tornare indietro, anche in questo caso è utile cercare di trovare tutti gli insegnamenti possibili.

    E alla domanda: “Cosa è possibile apprendere dalla circostanza che sto vivendo?” bisogna perciò essere pronti a reagire con atteggiamenti dettati dalle circostanze e dagli eventi, non lasciandosi condizionare dall’impulsività; ciò significa trasformare le difficoltà del momento in opportunità che consentano di accrescere il proprio bagaglio di esperienze.

    In sostanza, la cosa tragica per l’uomo non è tanto non aver trovato la soluzione a qualcosa, ma non aver provato ed essersi tirati indietro.

    È necessario andare avanti anche se i risultati non sono confortanti, provando e riprovando continuamente. Questo lungo lavoro preparatorio serve a concentrare la mente sul problema, a indicarle l’obiettivo, a scartare tutti gli stimoli inutili; essa ha bisogno di continue sfide.

    Per raggiungere l’obiettivo è necessario dimenticare il solo desiderio del successo, concentrandosi sul problema. Approcciandosi alle difficoltà con umiltà, tutte le ansie, i dubbi, le incertezze si trasformano in gioia e in capacità di fare.

    Credo perciò che la rigidità, sia con se stessi sia nei confronti degli eventi della vita, non porti buoni frutti.

    È opinione comune che anche nei rapporti con gli altri la flessibilità, ossia l’essere accomodante, sia sinonimo di mancanza di convinzioni; non bisogna però dimenticare che spesso concedendo qualcosa si riesce a ottenere più di quanto ci si aspetti.

    Altro fenomeno da sfatare è infatti la cosiddetta “coerenza nel proprio agire”, che spesso può frapporre ostacoli nella comunicazione, determinando la chiusura a numerose alternative.

    Certo ciò non significa cambiare opinione in ogni momento, ma riflettere sul fatto che qualche deroga alle nostre idee possa portare a noi e, perché no, anche agli altri dei benefici.

  • Talento Rivoluzionaro

    Talento Rivoluzionaro

    L’impresa contemporanea non può vivere senza un elemento fondamentale: il talento.

    Il nuovo paradigma imprenditoriale è centrato nelle persone e nei risultati, tanto che il talento è diventato un attivo strategico irrinunciabile. Solo nella misura in cui il talento sa essere coltivato si potranno aumentare i benefici per l’impresa e la soddisfazione personale di chi in essa lavora.

    L’elemento è tanto determinante per le imprese che oggi, nei contesti innovativi, viviamo nella cosiddetta “guerra per il talento”: ne sono un esempio le espressioni dell’economia del web, come Google e Facebook, che fanno a gara per acquisire i loro validi competitor o le attività collaterali sviluppate in seno a loro stesse, non solo in forma di impresa ma anche di persone.

    Del resto, le imprese di tutto il mondo, siano esse prodotto del capitalismo cognitivo oppure del capitalismo manifatturiero, competono su vari fronti: da una parte captano e fidelizzano i clienti (elementi esterni) e dall’altro lato attraggono e contrattualizzano i professionisti (elementi interni).

    Nel momento in cui le imprese sono capaci di creare valore per i loro dipendenti sono capaci di creare valore anche per i loro clienti.

    L’importanza del talento quindi non è dato di poco rilievo, ma è una necessità reale per agire nel mondo globale.

    Le imprese devono lottare per non rendere questo un elemento sempre più scarso e male amministrato, come spesso capita.

    Infatti, il talento necessita molta cura, giacché è una risorsa preziosa che gli esseri umani apportano solo attraverso una specifica volontà e che può essere o non essere attivata, a seconda delle condizioni di chi la possiede.

    Frequentemente dimentichiamo che il talento non solo consiste in conoscenze e capacità, ma anche in compromessi e azioni.

    Quando la giornata di lavoro finisce, il talento esce dall’impresa e torna a casa sua. È dunque un elemento portante dell’impresa ma che appartiene alla persona e che deve essere ben diretto e amministrato dalle leadership organizzative,  poiché il talento può sparire drammaticamente dalle organizzazioni in molte forme diverse (turnover, demoralizzazione, mancanza di spazi adeguati ecc…).

    La gestione del talento nelle imprese è complessa e sottile, e ha come ingredienti imprescindibili il saperlo identificare, captare, sviluppare e trattenere.

    Portare avanti tutte queste operazioni non è semplice. Ci sono imprese che sono capaci di captare il talento ma non sono in grado di svilupparlo o di trattenerlo.

    Compito degli  Ispratori e delle Ispiratrici  è dunque quello di saper bilanciare il talento con i fini dello sviluppo delle organizzazioni e delle persone.

    La chiave di maggior successo delle organizzazioni sta nell’innovazione sociale ,

    ossia nella capacità di creare sia  valore per il cliente attraverso prodotti e servizi, sia con i clienti interni, tanto che meccanismi di questo tipo sono il polmone con il quale respirano i mercati competitivi. Il talento è diventato il maggiore patrimonio delle organizzazioni: comprendere questo dato fondamentale valorizzando e riconoscendo le persone e le loro circostanze è l’imprescindibile sfida dell’oggi.

     

  • Nuove generazioni in panne: cosa frena la loro avanzata?

    Nuove generazioni in panne: cosa frena la loro avanzata?

    Molto spesso si parla dei giovani (le nuove generazioni), apostrofandoli come degli inetti, sdraiati, non interessati a ciò che li circonda, pigri, senza desideri e ambizioni. Ma è davvero così?

    Come mai una generazione, nata in un epoca sempre più tecnologica, ha così tante difficoltà a  dialogare con gli adulti, a trovare la strada del proprio futuro?

    Sarà che non gli ascoltiamo? Sarà che li consideriamo scontati? Sarà che noi adulti (genitori, docenti, allenatori, manager etc etc) non siamo più allenati ad essere delle vere proprie guide, punti di riferimento, ispiratori o ispiratrici?

    La verità è che se decidiamo di intraprendere un viaggio, non basterà essere riforniti dei migliori equipaggiamenti possibili. La bussola più costosa in commercio e la tenda più resistente non serviranno a nulla se non abbiamo la minima idea di come usarli.

    Tra lo strumento e l’utilizzo sapiente dello stesso c’è un passaggio fondamentale: il ruolo della guida, di chi prendendoci per mano ci insegna l’utilizzo degli strumenti.

    Questa figura è in grado non solo di indicarci una via, ma anche di spiegarci per quale motivo la stiamo percorrendo e quali sono i pericoli che affronteremo.

    Una guida che ci spiega che la vera felicità sta nel viaggio, nel nostro viaggio e non quello di altri, dove scopriamo significati importanti come coraggio, desiderio ,istinto ma sopratutto liberiamo il nostro entusiasmo.

    E qui tocchiamo un altro punto a mio avviso fondamentale: la conoscenza del pericolo e i metodi per affrontarlo.

    Al giorno d’oggi si è persa l’arte della conoscenza del pericolo ma la tendenza è sempre di più quella di evitarlo. L’ostacolo è percepito come uno spauracchio da rifuggire con qualsiasi mezzo e non come un momento di crescita.
    Pensiamo a un bambino che si ammala.

    Uno scenario impraticabile per i genitori, che devono impazzire per trovare qualcuno che resti a casa con lui e per il bambino stesso che perde giorni di scuola, lezioni di flauto traverso, partite di calcio e corsi di pittura .

    Il tutto si risolve con una massiccia dose di, inutili in molti casi, “medicine” per velocizzare il processo di guarigione e si perde ad esempio la bellezza di passare del tempo seduti in poltrona accanto a nostro figlio, raccontandogli una favola, conversando, giocando una partita a battaglia navale, conversando del più e del meno o più semplicemente facendogli sentire la nostra “presenza” ascoltandoli.

     

    Ogni momento che non resta religiosamente scandito dalla nostra routine viene percepito come inutile, perso, ma così facendo siamo arrivati al punto che tutto quello che richiede un lasso di tempo maggiore della consegna delle pizze non viene più esplorato.

    Ma il concetto di tempo ci insegna qualcosa di estremamente fondamentale: che non possiamo fare tutto.

    Quindi dovremo scegliere le cose più importanti, le priorità, e dovremo dedicargli l’impegno necessario, sacrificando qualcos’altro al suo posto, in questo modo acquisterà valore.

    Il sacrificio è esattamente il punto in cui vi volevo portare con la mia riflessione. Un’altra parola che viene vissuta dai più come qualcosa di osceno.

    Sacrificarsi? E per quale ragione dovremmo consapevolmente decidere di privarci di qualcosa?

    Perché quando si perde il senso negativo di questa parola, ci si rende conto che levare da una parte per aggiungerne da un’altra la eleva, la rende inestimabile.

    Perché ci abbiamo investito e vogliamo che funzioni a dovere e siamo quindi disposti a continuare ad impegnarci, per vederla progredire.

    Ripercorrendo il ragionamento che abbiamo fatto è chiaro che il ruolo del genitore sia quello della guida, che ci mostra come arrivare a un obiettivo, coniugando ciò che decidiamo faticosamente di imparare, insieme agli strumenti che riusciamo a reperire.

    Il tempo passa e non possiamo recuperarlo ma una cosa possiamo fare: VIVERLO con chi davvero amiamo.

     

    Namastè

     

  • Felice Viaggio

    Felice Viaggio

    Esiste la felicità?

    Penso che non esista come principio, come concetto astratto, ma esiste nella libertà di essere e di fare ciò che si desidera, senza dipendere dal giudizio degli altri; la si trova in uno zaino, quando ci si prepara per un viaggio; viva nei momenti di gioia nell’assaporare gli ingredienti della propria esistenza, nella serenità, nell’assenza di condizionamenti.

    Non si può essere felici se non si è liberi, liberi dal giudizio, dalla paura, da come ci vogliono gli altri, da quello che vorrebbero farci diventare, dalla necessità di correre senza sapere dove stiamo andando.

    Chi non gode della lentezza, del tempo che scandisce i momenti migliori, della bellezza e della purezza non può essere felice.

    La felicità non è nei beni materiali, nell’accumulo di ricchezze, nel possedere: chi agisce per avidità non può essere felice, è semplicemente una persona sola.

    La vera felicità sta nel viaggio.

    Auguro a te che stai leggendo la ricerca della felicità per questo 2019 e anche se ci saranno momenti più pesanti della leggerezza che ti accompagnerà nel corso dell’anno, non mollare perché tutto passa e tutto ricomincia, la vita è una startup!

  • L’Arte Del Saper Togliere

    L’Arte Del Saper Togliere

    “Se un bambino lega la propria importanza a quello che possiede, la sua immagine di sé sarà sempre a repentaglio. Tollerando di non avere, invece, acquista più fiducia in se stesso e più consapevolezza di essere la persona che è, con un suo carattere, che è la cosa più preziosa di tutte, che nessuno gli può togliere.”

    Da: “I no che aiutano a crescere” di ASHA PHILLIPS.

    Esiste l’arte del “saper togliere”? E se esiste, è davvero un’arte, soprattutto quando si parla di genitori e figli? Sì, esiste.

    Perché un buon genitore sa quando è il momento di dire un no e sa mostrare un’emozione ripulita da ingombri personali. La già citata figura della guida si muove esattamente su questo percorso: dà gli strumenti che servono, spiega le varie fasi della vita e lascia che l’esploratore faccia ciò per cui è stato creato attraverso apprendimento ed errori, scoprire ed esplorare il mondo circostante alla ricerca della sua strada.

    Pensate ad esempio al percorso scolastico. Partiamo dalla scelta della scuola: quante volte un genitore spinge il figlio verso una scelta già decisa da tempo, al di là delle aspirazioni e alcune volte delle capacità del proprio figlio. In questo caso bisogna essere in grado di fermarsi e togliere i nostri desideri e le nostre aspettative dall’equazione per lasciare che vengano liberate le sue, per far sì che si assuma le responsabilità nella giusta scelta.

    In caso contrario, lo condanneremo a una vita fatta di frustrazioni e inadeguatezze del tutto ingiuste e risparmiabili. Lo condanneremo all’abitudine di avere una soluzione già preconfezionata che non lo aiuterà nella sua crescita all’interno di una comunità.

    Continuando a parlare di desidero, bisogna soffermarsi su che cosa lo alimenta. Di che cosa si nutre un sogno? Cosa lo fa progredire? Il desiderio si nutre di coraggio, tenacia e curiosità.

    Se diamo ai nostri figli tutto quello che vogliono appena lo chiedono, non svilupperanno mai la propria ambizione, né la capacità d’ingegno che serve a creare un piano, a reperire le risorse e a sacrificare qualcosa per ottenere come contro partita qualcosa di altro, di più importante.

    Togliamo oggetti e aggiungiamo relazioni, in modo da diventare un punto di riferimento, per fa sì che ci sia una costante connessione tra noi e loro.

    Se l’“ecco qui la bicicletta che volevi”, senza sacrificio, senza reciprocità, diventa una costante, nulla avrà più valore. Per ottenere qualcosa di “pregio”, dobbiamo spiegare ai figli come l’impegno e il lavoro sono fondamentali per raggiungere l’obiettivo. Solo così insegneremo loro il valore delle cose e il costo della rinuncia e solo così potranno davvero decidere se ciò che vogliono vale davvero la fatica che richiede.

    Detto così sembra un discorso semplice ma la realtà è che tutto questo farà sì che i nostri figli crescano come adulti sani e non viziati. In questo modo si costruisce e si alimenta il desiderio, solo così potranno rimanere costantemente connessi con la propria creatività.

    Il nostro compito, quando decidiamo di mettere al mondo un’altra vita, è quello di essere un modello e mostrare loro la realtà, non solo perché glielo stiamo dicendo ma perché lo manifestiamo nella vita di tutti giorni: “il miglior insegnamento viene dall’esempio”.

    La vita è una start-up e ognuno di noi ha la sua.

  • Tra Sogno e Cultura dell’Alibi

    Tra Sogno e Cultura dell’Alibi

    Prendo spunto da un interessante articolo di breakingtech.it, che scrive di Eyhan Jamalova.
    Questa ragazza di “15 anni” dell’Azerbaijan, ha infatti recentemente fondato una startup, Rainergy, che basa la sua funzione sulla produzione di energia elettrica tramite lo sfruttamento dell’acqua piovana, grazie all’aiuto della sua amica, Zahra Gasimzade ed al suo professore di fisica.

    Il progetto è stato considerato talmente promettente da aver ricevuto un finanziamento di ben 20.000 dollari dal governo, che lo ha definito una delle concrete soluzioni energetiche alternative per tutti i paesi ancora in via di sviluppo.

    Tutto ciò dimostra che con volontà, intraprendenza e spirito di sacrificio, anche a 15 anni si ha la possibilità di iniziare un vero percorso di crescita e realizzare il proprio sogno.

    Per questo motivo mi preme segnalarvi che non è vero che mancano in Italia le possibilità per i giovani startupper e il sostegno alle loro idee, ma quanto, la mancanza di visione e soprattutto rispetto degli impegni presi dagli stessi.

    Ho avuto la fortuna di partecipare e facilitare, attraverso l’ATE (Accelerated Talent Experience) un bellissimo e davvero rivoluzionario evento dedicato al mondo delle startup organizzato da Soft-in il 21 giugno.
    Parlando con loro ho scoperto che alcune startup invitate e che hanno deciso di partecipare (confermata la loro presenza via mail e non solo) non si sono presentate. Fin qui nessun problema, gli imprevisti sono all’ordine del giorno. La cosa incredibile è che contattate al telefono per capire dove fossero e se erano in arrivo, la loro riposte sono state: “mi sono dimenticato, magari vengo un’altra volta” o peggio “se volete faccio un salto 5 min nel pomeriggio”.

    Non sta a me giudicare, ma credo che valga la pena fare una reale riflessione su cosa significhi creare una startup. Startup, termine di derivazione anglosassone, significa «partire, mettersi in moto», non stare fermi ed aspettare.
    I sogni e gli obiettivi non aspettano, gli alibi sicuramente sì.

    #openinnovation #startupper #obiettivo #culturadellalibi #sogno #ATE #idea #millenials

    @EyhanJamalova @ZahraGasimzade

  • Seminario “La vita è una startup, il coraggio di essere nomadi creativi” – Riflessioni

    Seminario “La vita è una startup, il coraggio di essere nomadi creativi” – Riflessioni

    Qual è l’essenza, lo scopo per cui vale la pena usare il coraggio per affrontare le paure della nostra quotidianità?

    Ogni volta che iniziamo una nuova avventura, diamo vita a una nuova startup, con la consapevolezza di aver imparato qualcosa di più dai nostri errori, dai nostri fallimenti ma soprattutto dalla scoperta della nostra infinita creatività.

    Abbandonare la paura del giudizio per concentrarci sulle nostre qualità è la condizione migliore per affrontare l’arco della nostra esistenza.

    Queste le riflessioni a conclusione dell’evento tenutosi all’Università di Trento: La vita è una startup, il coraggio di essere nomadi creativi.