Tag: fallimenti

  • Il dolce sapore del fallimento

    Il dolce sapore del fallimento

    Quello che (quasi)  nessuno racconta dei “no” che cambiano davvero una carriera.

    Scorriamo ogni giorno feed pieni di traguardi raggiunti, promozioni lampo e “ce l’ho fatta” scritti a caratteri cubitali.
    In questo oceano di perfezione digitale, il fallimento è diventato l’invitato scomodo che nessuno vuole al tavolo.

    Eppure la realtà professionale racconta un’altra storia. I momenti di vera trasformazione raramente nascono dai brindisi. Nascono dai “no”, dai progetti naufragati, dalle porte chiuse in faccia che fanno rumore.       Sono esperienze che bruciano, che mettono in discussione, che obbligano a fermarsi.

    Perché parlare allora di “dolce sapore”?

    Perché l’insuccesso, una volta superata l’amarezza iniziale, lascia un retrogusto fondamentale: quello della verità. Una verità che non consola, ma insegna.

    La fine dell’illusione

    Il successo può rendere comodi. Quando tutto funziona, si smette di interrogarsi davvero su processi, scelte e comportamenti. Ci si abitua ai risultati e si dà per scontato il metodo.

    L’insuccesso, invece, interrompe l’automatismo. Costringe a guardare in profondità e a chiedersi cosa non abbia funzionato davvero. Non cosa sia andato storto “fuori”, ma quale parte del sistema,  strategia, competenze, comunicazione, timing, vada ripensata.

    È in quell’analisi lucida, spesso scomoda, che si costruiscono competenze solide. Quelle che non dipendono dalla fortuna o dal contesto, ma dalla consapevolezza e non dalle convinzione fatte di sentito dire

    La scrematura delle priorità

    Non ottenere una posizione desiderata o vedere un progetto arenarsi è un’esperienza che mette alla prova. Tuttavia, è anche un potente filtro.

    L’insuccesso chiarisce le priorità. Aiuta a distinguere tra obiettivi autentici e aspettative ereditate. Tra ciò che si vuole davvero e ciò che si pensava di dover volere.

    A volte ciò che definiamo fallimento è semplicemente un riallineamento. Una deviazione necessaria per evitare di investire anni nella direzione sbagliata.

    La costruzione della resilienza

    Nel business, come nella vita, la resilienza non è uno slogan. È una competenza che si costruisce nel tempo.

    Chi non ha mai fallito teme il momento in cui accadrà. Chi ha già attraversato un insuccesso sa che si può ripartire. Con più lucidità. Con una strategia migliore. Con meno illusioni e più metodo.

    Ed è proprio questa consapevolezza ad aumentare il valore professionale. Non solo per ciò che si è fatto bene, ma per ciò che si è imparato quando le cose non hanno funzionato.

    Nei form di candidatura viene spesso chiesto il “compenso base”. È una cifra chiara, definita, quantificabile.
    Ma esiste un valore che non può essere inserito in un campo numerico: quello costruito attraverso errori, revisioni e ripartenze.

    Il prezzo può essere oggetto di trattativa. Il valore, invece, è ciò che rende quella trattativa possibile.

    Quel valore non compare in un curriculum, ma si riconosce nelle decisioni più mature, nelle analisi più profonde, nelle scelte più coraggiose. E quando viene condiviso con consapevolezza, arricchisce tanto chi lo racconta quanto chi lo ascolta.

    Il fallimento non è l’opposto del successo. È la sua infrastruttura invisibile.
    E forse dovremmo iniziare a raccontarlo con meno imbarazzo e più consapevolezza.

  • La grandezza nasce dai fallimenti

    La grandezza nasce dai fallimenti

    “Il fallimento è istruttore più severo di qualunque successo.”

    Carl Gustav Jung

    Un equivoco da sfatare

    C’è un equivoco che si ripete da sempre: pensare che la grandezza sia un dono, un privilegio concesso a pochi.
    La verità è che non verrà mai a cercarti e non ha scorciatoie. Non importa quanto tu abbia aspettato, né quanto potenziale credi di avere: se non sei disposto ad agire, non arriverà mai.

    Il desiderio senza impegno

    Molti desiderano il successo, ma non la fatica. Cercano il riconoscimento, ma non il rischio.
    Sognano la crescita, ma non accettano il dolore che la crescita porta con sé. Eppure è proprio lì, nel dolore, che si costruisce ciò che siamo.

    La forza dei fallimenti

    La grandezza è un processo fatto di errori e cadute. Significa inciampare, sbagliare, sentirsi persi, e avere il coraggio di rialzarsi ogni volta.
    Vuol dire affrontare la frustrazione di vedere i propri sforzi non premiati subito. Vuol dire resistere quando tutto sembra andare nella direzione opposta.

    I fallimenti non sono ostacoli: sono fucine. Ti forgiano, ti costringono a guardare le tue fragilità e a trasformarle in forza.

    Le cicatrici del successo

    Ogni successo autentico porta con sé cicatrici. Non esiste risultato senza il prezzo di notti insonni, dubbi, delusioni, porte chiuse in faccia.

    Chi ha raggiunto la grandezza non è colui che non ha mai fallito, ma chi ha usato i propri fallimenti come carburante per andare avanti.

    Oltre la zona di comfort

    La tua zona di comfort è una prigione, ma uscirne significa accettare anche la sofferenza dell’incertezza. È proprio lì che avvengono i cambiamenti che contano davvero.

    La vera domanda non è se sei pronto a vincere, ma se sei pronto a perdere più volte, senza smettere di crederci.

    Il cammino che conta

    La grandezza non si misura da dove sei oggi, ma dalla distanza che sei disposto a percorrere, anche quando ogni passo fa male.
    Non è il premio alla fine del percorso: è il percorso stesso.

    Ed è nei tuoi errori, nelle tue cadute, nel dolore che sopporti e trasformi, che si forgia la persona capace di raggiungerla.

    L’essenza della grandezza

    Perché non c’è grandezza senza ferite. E non c’è successo senza la forza di rialzarsi, ogni volta, un po’ più forti di prima.

    Fonti e approfondimenti

  • NEET e Hikikomori : quando a fallire non sono i giovani, ma gli adulti

    NEET e Hikikomori : quando a fallire non sono i giovani, ma gli adulti

    Chi sono davvero i NEET?

    In Italia si parla sempre più spesso di giovani che non studiano, non lavorano e non si formano.
    Li chiamiamo NEET, acronimo di Not in Employment, Education or Training: giovani tra i 15 e i 29 anni fuori da ogni percorso educativo, formativo o professionale.
    È una definizione utilizzata anche da Eurostat e OCSE, utile per monitorare quanto una società riesca a includere davvero le sue nuove generazioni.

    Numeri che raccontano più di una crisi

    Nel 2023, il 16,1% dei giovani italiani rientrava in questa categoria.
    Un dato in lieve calo rispetto al 2022 (19%), ma ancora nettamente sopra la media europea, che si ferma all’11,2%. Nelle regioni del Mezzogiorno, si arriva a sfiorare il 28%.
    Allo stesso tempo, l’abbandono scolastico colpisce ancora il 10,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni (fonte ISTAT).

    Ma questi numeri non sono un semplice dato statistico: sono la fotografia di un fallimento educativo e sociale.

    Un sistema che non orienta, non ascolta

    Questi giovani non sono il problema. Sono il sintomo.
    Il sintomo di un sistema educativo spesso rigido, lontano dal presente, incapace di offrire orientamento autentico.
    Il riflesso di un mercato del lavoro che pretende esperienza da chi non ha avuto modo di farsela, e che raramente forma davvero.
    E soprattutto, il risultato di una rete adulta che troppo spesso giudica prima di capire: famiglie assenti o iper-controllanti, docenti chiusi nella propria autorità, imprese cieche di fronte al talento e politici incapaci di ascoltare.

    Hikikomori: quando l’isolamento diventa totale

    C’è anche chi, più drammaticamente, decide di sparire.
    Sono gli Hikikomori, adolescenti o post-adolescenti che si chiudono nella loro stanza, spesso per mesi o anni, evitando ogni contatto con il mondo esterno.
    Secondo l’Associazione Hikikomori Italia, si stimano oltre 100.000 casi nel nostro Paese. Dietro queste chiusure ci sono ansia, depressione, fallimenti relazionali, delusioni scolastiche, pressioni familiari.

    E anche qui, la responsabilità non può essere solo loro. È un problema collettivo.

    Il problema non è economico, ma culturale

    Non si tratta solo di mancanza di lavoro o opportunità. Il problema è culturale, relazionale, educativo.
    Riguarda tutti noi: genitori, insegnanti, imprenditori, istituzioni.
    Se un ragazzo decide che il mondo là fuori non fa per lui, non è solo lui a crollare. È l’intero sistema che ha smesso di accoglierlo, ascoltarlo, includerlo.

    Serve un cambiamento radicale

    Non possiamo più limitarci a curare i sintomi.
    Abbiamo bisogno di una scuola che insegni a vivere, non solo a ripetere.
    Di un lavoro che accolga, formi e accompagni, invece di escludere.
    Di una società che smetta di dire “al mio tempo era peggio”, e cominci finalmente ad ascoltare.

    Perché se tanti giovani oggi rinunciano a partecipare, non è perché sono deboli.
    È perché nessuno ha mai davvero restituito loro la forza che cercavano.

    Fonti

  • “Sono i giovani a guidare l’innovazione. Le imprese riusciranno a seguirli?”

    “Sono i giovani a guidare l’innovazione. Le imprese riusciranno a seguirli?”

    Innovazione 2025: come cambia tutto

    Fino a non molto tempo fa, l’innovazione era una funzione “riservata”.
    Era chiusa in laboratori aziendali, dentro team di R&D, tra ruoli definiti e gerarchie rigide.
    Era un processo lineare, analitico, lento.
    Un affare per pochi, tipico delle grandi aziende, guidate da strategie a lungo termine.

    Oggi, nel 2025, questo paradigma è cambiato.
    È crollato sotto il peso della velocità, della tecnologia e del pensiero nuovo.

    L’innovazione corre alla velocità della luce

    Oggi, l’innovazione è fluida, decentralizzata e profondamente umana.
    Nasce ovunque: durante una call, in una chat, da un’intuizione estemporanea.
    Non segue più binari prestabiliti.
    Al contrario, si muove in modo rapido e in continuo mutamento.

    Inoltre, a guidare questa trasformazione non sono più solo i senior manager.
    Sono le nuove generazioni a riscrivere le regole.

    I giovani riscrivono le regole

    I giovani non chiedono il permesso per innovare.
    Lo fanno ogni giorno, in modo naturale.
    Sono cresciuti in un mondo instabile, e hanno imparato ad affrontarlo con creatività.
    Infatti, pensano per prototipi. Testano, falliscono, riprovano.
    Hanno sviluppato una grande agilità mentale.

    Tuttavia, non vogliono semplicemente adattarsi al sistema.
    Vogliono riprogettarlo dall’interno.
    Portano con sé nuove sensibilità, visioni radicali e un profondo bisogno di significato.

    L’innovazione è un ecosistema

    Le aziende più attente lo hanno capito da tempo.
    Oggi, innovare non è più competenza di un singolo reparto.
    È un processo trasversale che attraversa funzioni, culture e ruoli.

    Inoltre, l’innovazione moderna nasce da intuizioni orizzontali.
    È alimentata dalla creatività distribuita e da una cultura che valorizza ogni contributo.

    Le start-up lo dimostrano ogni giorno

    Le start-up sono un esempio concreto di questo cambiamento.
    Non possono permettersi lentezze.
    Per questo motivo, crescono innovando continuamente.

    Stratificano idee su idee, creatività su creatività.
    Non si limitano a produrre nuovi prodotti.
    Vivono l’innovazione come una modalità di esistenza.
    È il loro modo di adattarsi, ispirare e trasformare.

    Ordine non è rigidità

    Innovare non significa generare disordine.
    Anzi, significa dare forma alla spontaneità.
    Significa trasformare energia creativa in processi concreti, efficaci ed efficienti.

    D’altra parte, non si può più pianificare tutto nei minimi dettagli.
    Le aziende moderne devono imparare ad abbracciare l’imprevedibilità, senza perdere la direzione.

    La sfida delle imprese nel 2025

    Oggi più che mai, l’impresa è chiamata a una sfida:
    non tradire la natura libera dell’innovazione, ma inserirla in un progetto con visione e cuore.

    Le nuove generazioni sono pronte.
    Stanno già innovando, dentro e fuori le aziende.
    Il mondo le aspetta.

    E le organizzazioni?
    Vogliono evolvere o restare ferme mentre tutto cambia?

    Conclusione

    Se anche tu stai vivendo una trasformazione nella tua impresa, raccontala.
    Condividiamo modelli, esperienze e ispirazioni.
    Solo così possiamo costruire una cultura dell’innovazione autentica, continua e profondamente umana.

    Fonti

    Hoto by: clayton cardinalli

  • Fallirai, sbaglierai, perderai: accettalo, è lì che crescerai davvero

    Fallirai, sbaglierai, perderai: accettalo, è lì che crescerai davvero

    “Dedica alle nuove generazioni, donne e uomini coraggiosi, che affrontano il loro viaggio verso il futuro.”

    Fallirai. Sbaglierai. Perderai. Non sono solo parole, ma realtà con cui ti confronterai lungo il tuo cammino. Non temerle. Accettale, perché non sono ostacoli insuperabili, ma passi fondamentali che ti faranno crescere e formare come individuo.

    Viviamo in una società che celebra il successo immediato e minimizza il fallimento, come se ogni errore fosse un segno indelebile. Ma la verità è diversa: gli errori non sono tatuaggi permanenti, sono lividi temporanei.

    “Ogni volta che cadi, impari di più su chi sei, sui tuoi limiti, sui tuoi talenti e sperimenti la forza straordinaria della resilienza, quella che ti fa risorgere più forte di prima.”

    “Ogni sconfitta, ogni ostacolo è una lezione di vita.”

    Anche quei tre, quattro, o più esami falliti, quelle prove in cui non hai dato il massimo, sono parte di questo percorso. Sono momenti di crescita e di consapevolezza, perché non costruisci la tua forza interiore né la tua saggezza ascoltando ciò che dicono gli altri. La consapevolezza vera la costruisci con le tue esperienze dirette, con ciò che vivi in prima persona, non attraverso il “sentito dire”.

    È cadendo che impari a rialzarti, ed è provando e riprovando che scopri di cosa sei realmente capace.

    Quando fallisci, non è una battuta d’arresto, ma un’occasione per fermarti, riflettere, e rialzarti più forte. Il fallimento ti costringe a migliorare, a rivedere le tue strategie, a fare un bilancio e a crescere.

    Non è sfuggendo agli errori che cresci, ma affrontandoli e trasformandoli in occasioni per diventare più consapevole, più resiliente.

    Ogni sconfitta porta con sé una lezione, ogni errore ti aiuta a migliorare.

    Perseverare nonostante le difficoltà ti permetterà di sviluppare nuove competenze e una comprensione più profonda di te stesso. È così che impari ad accettare la tua natura umana: imperfetta, sì, ma in costante evoluzione.

    Le persone che lasciano davvero un segno nel mondo non sono quelle che non falliscono mai, ma quelle che riescono a trovare la forza e l’ispirazione proprio dalle loro cadute. Non temere i fallimenti, accoglili per ciò che sono: i momenti in cui fai un vero salto di qualità come essere umano.

    In fondo, non saranno solo le vittorie a definire chi sei, ma i tentativi, i rischi che deciderai di correre, e anche gli errori che affronterai. È cadendo che scopri nuove strade, ed è proprio attraverso quei fallimenti che puoi raggiungere traguardi che non avresti mai immaginato.

    Nuove generazioni, il vostro viaggio è fatto di alti e bassi, di sfide e conquiste, ma soprattutto di esperienze dirette. Non temete gli errori: sono i vostri insegnanti più sinceri e vi porteranno più lontano di quanto possiate immaginare, ma ……….

    “È in questo viaggio che stai creando  la tua unicità

     

    Photo BY: Rafay Ansari-

  • Errori e  fallimenti? Fondamentali  per la crescita

    Errori e fallimenti? Fondamentali per la crescita

    Il mondo sembra una giungla. Alcune regole risultano già scritte, spietate e soprattutto non negoziabili.

    Mi soffermo spesso a guardare le persone che camminano per strada, molte di loro corrono.

    Corrono a lavoro, corrono a casa. Corrono nella vita, per raggiungere i propri (forse) traguardi. Si impegnano, arrancano, sudano. Il tempo in questi casi non è loro complice, ma un terribile nemico.

    La possibilità di “non arrivare”

    Chissà, se prima di mettersi a correre, queste persone hanno contemplato – per esempio – la possibilità di non raggiungere il traguardo prefissato, nei tempi e nei modi previsti.

    Quella che le cose non procedano secondo i piani prestabiliti è una possibilità che la mente scansa come la peste ma che in fondo esiste. Esiste, eccome.

    Ma perché la mente non contempla la possibilità di “non arrivare”?

    Semplice: questa ipotesi viene immediatamente associata all’idea di non realizzarsi, di cadere. Al concetto di resa, di fallimento.

    Quasi come fossero portatori di chissà quale virus, gli individui che secondo la società “falliscono”, restano a terra, a sprofondare, senza possibilità alcuna di rinascere.

    Il concetto di fallimento è considerato, soprattutto nel nostro Paese, come una sorta di marchio indelebile per chi lo vive, un tatuaggio indelebile  che resta appiccicato addosso e ci  costringe a subirne le conseguenze.

    Fallire, non arrivare laddove ci si prefigge, o peggio ancora commettere degli errori, in questa giungla, dove vige la più ferrea legge di sopravvivenza, vuol dire cambiare di colpo lo status sociale e la propria fisionomia.

    Chi cade resta indietro, senza potersi rialzare. Eppure, tutti cadiamo, almeno una volta.

     

    Ce lo insegna la vita, sin dai primi anni dell’infanzia, che nelle corse a ostacoli, prima o poi, si cade. È la cosa più normale che possa accadere.

    Quante ginocchia sbucciate, quanti lividi!  Cosa facevamo, quando da bambini ci trovavamo distesi per terra dopo una caduta rovinosa? C’è chi piangeva, chi aspettava la mamma in soccorso, chi restava lì a contemplare l’accaduto, chi
    si rialzava immediatamente, facendo magari finta di nulla. Una spolverata alle ginocchia, e via. Avanti!

    Da adulti, invece, le cose sono ben diverse.

    Quando sentiamo di fallire, in noi subentra un senso di vergogna, o addirittura una definitiva rassegnazione. Ci convinciamo che niente e nessuno al mondo possa aiutarci a risollevarci, a costruirci una seconda possibilità. Nessuno mai che ci spieghi, condivida o ci aiuti a riemergere dalle tenebre, accendendo la luce della speranza.

    E allora, ovviamente, ci convinciamo che siamo noi ad essere sbagliati, che d’ora in poi saremo costretti a vivere – metaforicamente parlando – in una specie di girone dell’inferno dantesco: un luogo di miseria morale in cui imperversano gli uomini e le donne decaduti, privati ormai della dignità e di quella grazia “divina” capace di elevare e illuminare le gesta della gente di successo.

    Ci convinciamo dunque che d’ora in poi saremo considerati alla stessa stregua dei cosiddetti “Ignavi” meravigliosamente descritti dal sommo poeta.

    Ci toccherà altresì arrabbiarci con noi stessi, rimanere delusi, dimenticando il nostro reale valore e le nostre infinite possibilità.

    Dimenticando che fallire o commettere degli errori è invece un’esperienza salutare per la nostra crescita. Tralasciando le meravigliose opportunità di rinascita che si celano dietro a una sconfitta.

    Dimenticando che le rovine sono un dono. Svolto l’angolo, mi ritrovo in una piazza. Mi prendo un momento per sedermi su una panchina, all’ombra di un pioppo. Mi rinfresco con un sorso d’acqua.

    I fallimenti e gli errori insegnano.

    La verità è semplice: i veri fallimenti, i veri errori non sono quelli che compiamo quando non raggiungiamo l’obiettivo prefissato.

    Il vero fallimento consiste invece nel non provarci nemmeno.

    Sono loro i veri “Ignavi”: coloro che passano la vita a giudicare gli altri, che non prendono mai posizione, i vili che non sanno scegliere e che si ritrovano ad additare la gente seguendo la metrica più scontata, senza riuscire a guardare più in là del loro naso. Bloccati dalla paura, terrorizzati, si muovono come banderuole al vento. Opportunisti.


    Non scelgono, costoro, perché scegliere vuol dire assumersi le responsabilità.

    Perché, per assumersi la responsabilità, bisogna essere coraggiosi.

    E loro non lo sono. Le persone che si permettono di giudicare se ne stanno inattive, sugli spalti, incapaci di correre e di giocare la partita dell’esistenza, con tutte le sue sfide e le sue mirabolanti e spettacolari cadute. Il giudizio gretto le trasforma in figure in bianco e nero, senza colore, prive di luce ed entusiasmo.

    C’è da chiedersi, allora, quale sia il vero fallimento, agli occhi della Vita.

    Namstè

     

    Photo by: zohre nemati

  • L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

    L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

     

    “La relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l’adolescente come un proprio pari significa non contenerlo, e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all’ansia che ne deriva.”

    Umberto Galimberti

     

     

    Insegniamo ai nostri figli a chiedere l’improbabile, l’impossibile!

    Vi siete mai domandati cosa pensano le nuove generazioni del futuro? Vi capita mai di confrontarvi con loro sull’avvenire, su ciò che li attende?

     

    Oggi, se un figlio studia, la prima cosa che impara è che non avrà la certezza di un lavoro e che il suo ingresso nel mondo produttivo avrà delle incognite.

    Quindi, il futuro, che per la nostra generazione era qualcosa di tangibile, perché le premesse che avevamo davanti erano qualcosa di concreto, per loro non lo è.

    Il loro avvenire, non retroagisce come una spinta verso uno scopo, un obiettivo concreto, perché tutto questo non esiste. In compenso sussistono i dubbi e le paure, per cui diventa difficile essere motivati e soprattutto  entusiasti.

    Non possiamo dire loro: “Dai, vedrai che poi qualcosa farai o troverai !

    ” Il futuro non è un poi vediamo, non si può pensare di crescere nel dubbio.

    Il futuro deve essere qualcosa che fa intravedere delle possibilità,  l’inizio di una nuova startup dell’esistenza di una giovane ragazza o di un giovane ragazzo, dei nostri figli.

    Se il futuro fosse una promessa vera, se ci fossero le condizione di possibilità, allora sì che noi ci potremmo muovere con la prospettiva di un fine da realizzare e non con i se i con i ma, ma con i forse o con il peggio che appartiene a ciascuno… poi vedremo…

    A questo aggiungiamo gli ultimi mesi della pandemia e, anche qui, proviamo a immaginare cosa vuol dire eliminare dalla mattina alla sera buona parte della normalità di un adolescente. Pesa a noi adulti, proviamo a immaginare cosa può provocare in loro.

     

    La stessa cosa vale per la scuola! Potresti fare di più ma non ti impegni, come se non ci fosse quella volontà che spinge ad applicarsi. Non basta dire: “Studiate!”.

    Se non capiamo che, anche nella scuola, occorre che i ragazzi e le ragazze si mobilitano  verso un qualcosa, non solo perché qualcuno lo impone loro, ma perché sanno che esiste un scopo, perché lo sentono e, soprattutto, perché c’è un insegnante che ispira, che libera l’entusiasmo, il  loro talento, altrimenti non funziona!

    Bisogna suscitare interesse, allora sì che lo studente si applicherà a scuola, perché attratto, motivato, ispirato, e non perché spinto.

     

    Non funziona più, non funziona più così!

    Siamo ancorati a modelli del passato e non solo nella scuola. Abbiamo smesso sì di essere ispiratori o ispiratrici delle nuove generazioni per diventare  amici dei nostri figli e non potevamo fare cosa peggiore.

    Dovremmo invece ispirarli, liberare la loro creatività, che è composta di immaginazione, di idee e di innovazione conditi da quel fervore che rende l’impossibile possibile. In questo modo potremmo mettere loro in condizione di credere in se stessi, pensare in grande e sognare. Allora si  che diventeremo per loro un punto autorevole di riferimento.

    Educhiamo loro ad avere fiducia in stessi, a non avere paura dei fallimenti o degli errori, ma facciamogli capire  che sono parte del quel meraviglioso viaggio chiamato “Esistenza”.

    Alleniamoli alla resilienza!!!

    Insegniamo loro  a pensare in grande, a sognare a colori e a vivere il qui e ora, perché solo così potranno  pensare al futuro.

    La vera felicità sta nel viaggio e loro hanno diritto di essere felici, come per altro tutti noi.

    Namastè.

     

    Photo by: james lee

  • L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

    L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

     

    “La relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l’adolescente come un proprio pari significa non contenerlo, e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all’ansia che ne deriva.”

    Umberto Galimberti

     

     

    Insegnamo ai nostri figli a chiedere l’improbabile, l’impossibile!

    Vi siete mai domandati cosa pensano le nuove generazioni del futuro? Vi capita mai di confrontarvi con loro sull’avvenire, su ciò che li attende?

     

    Oggi, se un figlio studia, la prima cosa che impara è che non avrà la certezza di un lavoro e che il suo ingresso nel mondo produttivo avrà delle incognite.

    Quindi, il futuro, che per la nostra generazione era qualcosa di tangibile, perché le premesse che avevamo davanti erano qualcosa di concreto, per loro non lo è.

    Il loro avvenire, non retroagisce come una spinta verso uno scopo, un obiettivo concreto, perché tutto questo non esiste. In compenso sussistono i dubbi e le paure, per cui diventa difficile essere motivati e soprattutto  entusiasti.

    Non possiamo dire loro: “Dai, vedrai che poi qualcosa farai o troverai ! ” Il futuro non è un poi vediamo, non si può pensare di crescere nel dubbio.

    Il futuro deve essere qualcosa che fa intravedere delle possibilità,  l’inizio di una nuova startup dell’esistenza di una giovane ragazza o di un giovane ragazzo, dei nostri figli.

    Se il futuro fosse una promessa vera, se ci fossero le condizione di possibilità, allora sì che noi ci potremmo muovere con la prospettiva di un fine da realizzare e non con i se i con i ma, ma con i forse o con il peggio che appartiene a ciascuno… poi vedremo…

    A questo aggiungiamo gli ultimi mesi della pandemia e, anche qui, proviamo a immaginare cosa vuol dire eliminare dalla mattina alla sera buona parte della normalità di un adolescente. Pesa a noi adulti, proviamo a immaginare cosa può provocare in loro.

     

    La stessa cosa vale per la scuola! Potresti fare di più ma non ti impegni, come se non ci fosse quella volontà che spinge ad applicarsi. Non basta dire: “Studiate!”.

    Se non capiamo che, anche nella scuola, occorre che i ragazzi e le ragazze si mobilitano  verso un qualcosa, non solo perché qualcuno lo impone loro, ma perché sanno che esiste un scopo, perché lo sentono e, soprattutto, perché c’è un insegnante che ispira, che libera l’entusiasmo, il  loro talento, altrimenti non funziona!

    Bisogna suscitare interesse, allora sì che lo studente si applicherà a scuola, perché attratto, motivato, ispirato, e non perché spinto.

     

    Non funziona più, non funziona più così!

    Siamo ancorati a modelli del passato e non solo nella scuola. Abbiamo smesso sì di essere ispiratori o ispiratrici delle nuove generazioni per diventare  amici dei nostri figli e non potevamo fare cosa peggiore.

    Dovremmo invece ispirarli, liberare la loro creatività, che è composta di immaginazione, di idee e di innovazione conditi da quel fervore che rende l’impossibile possibile. In questo modo potremmo mettere loro in condizione di credere in se stessi, pensare in grande e sognare. Allora si  che diventeremo per loro un punto autorevole di riferimento.

    Educhiamo loro ad avere fiducia in stessi, a non avere paura dei fallimenti o degli errori, ma facciamogli capire  che sono parte del quel meraviglioso viaggio chiamato “Esistenza”.

    Alleniamoli alla resilienza!!!

    Insegnamo loro  a pensare in grande, a sognare a colori e a vivere il qui e ora, perché solo così potranno  pensare al futuro.

    La vera felicità sta nel viaggio e loro hanno diritto di essere felici, come per altro tutti noi.

    Namastè.

     

    Photo by: james lee

  • La  “Cultural Growth & Social Innovation”, per le organizzazioni del nuovo millennio

    La “Cultural Growth & Social Innovation”, per le organizzazioni del nuovo millennio

    Siamo in un epoca  dove  solo l’individuo con la sua creatività, il suo talento e il suo entusiasmo, può  garantire alla società, ad una organizzazione profit e non, a una startup,  presenti e future, di competere e prosperare.

     

    Bisogna smettere di pensare alle persone come commodity e iniziare a investire sull’individuo.

    Solo cosi attueremo un reale processo di cambiamento,  in un’ottica di “Social Innovation”, dove si produce per le persone , con le persone, tra le persone

    Allora si  che potremmo  immaginare , garantire  e produrre prodotti e servizi realmente al servizio della comunità e non per il solo mero profitto.

    Oggi un’impresa incapace di muoversi in questa ottica  difficilmente sopravvivrà.

    Circa il 90% del volume delle vendite delle aziende di successo è costituito da prodotti che soltanto 5 anni fa erano ignoti al mercato.

    La “Cultural Growth &  Social Innovation” hanno e avranno sempre di più  un ruolo fondamentale nella creazione di nuovi prodotti e servizi, nella  gestione del  problem solving  e nei processi decisionali di quasi tutte le organizzazioni presenti e future

    La caratteristica più importante di queste imprese profit e non di successo, con nel DNA la Cultural Growth & Social Innovation, è l’essere guidata da Ispiratrici e Ispiratori.

    Donne e uomini  che si rifiutano  di accettare acriticamente le soluzioni già sperimentate, collaudate e consuete,  non   interessate  minimamente a  seguire ciecamente le procedure consolidate e  strade già battute.

    Le  Ispiratrici e gli Ispiratori creativi,   sono sempre disposti a esaminare e mettere in pratica idee nuove, ascoltando dialogando, senza giudicare, con le persone per le persone. Esse si attivano per ricercare concetti anticipatori di nuove tendenze.

     

    Sanno di essere  guardati e giudicati con diffidenza dallo status quo,  troppo prudente o peggio ancora , adagiato su un successo  (apparente e non duraturo) ormai  a loro dire, consolidato, ma non se ne curano.

    Un organizzazione cresce perché viene regolarmente nutrita con nuove idee che, tra l’altro, diventano assolutamente necessarie in tempi di incertezza come questi, quando valori e obiettivi cambiano e  quando nascono nuove esigenze .

    Nel mondo sempre più complesso non è più possibile affidarsi unicamente alle tecniche collaudate e all’analisi razionale poiché le prime si dimostrano incapaci di risolvere i problemi e le soluzioni razionali non garantiscono più la competitività.

    Troppe organizzazioni fanno ancora troppo poco per incoraggiare l’Innovazione Sociale, guidate dal male di questo secolo:

    la burocrazia !

    Solo alcuni si preoccupano di questa necessità di svecchiamento, di velocizzazione dei processi e di riduzione della piramide del comando, ma non trovano un clima favorevole.  Si va dall’indifferenza all’ostilità, non solo passiva ma spesso anche attiva, che genera uno scontro frontale tra Ispiratrici/ Ispiratori e vecchi e incomprensibili modelli.

    Naturalmente la maggior parte delle persone dichiara   di essere  pronta  e  ben disposta ad esaminare un’idea nuova però ribadiscono: “Questa si che è una buona idea!

    Studiala bene nei dettagli e poi torna”, un tipico esempio di “frase killer” che non fa altro che affossare una buona idea, solo apparentemente incoraggiandola, ma di fatto considerandola da rivedere, approfondire, valutare per poi dimenticarla.

    E poi tutti a domandarci perchè le persone vanno via..

    In altre parole, le persone creative devono essere continuamente incoraggiate, altrimenti si spengono.

    Quando una persona è creativa è inquieta, perchè crede nelle proprie capacità  ed è entusiasta.  E’ indipendente per natura e non è trattenuta dal timore di possibili errori o fallimenti.

    Il timore dell’insuccesso impedisce a molte persone  di tentare qualcosa di innovativo. Ma attenzione, la prudenza intesa come gradualità non è negativa, poiché è un sistema di gestione nella espressione della propria creatività.

    Un sano orientamento al successo miscela sapientemente l’esercizio della creatività con la serietà e l’esigenza di rendersi utile.

    Il vero fallimento sta nel non tentare MAI qualcosa di nuovo.

    Le persone capaci di idee originali sono numerose: ma occorre il coraggio di essere sé stesse, di vincere le opposizioni e di tradurre le proprie idee in iniziative concrete e produttive.

    Spesso gli individui  sono solo preoccupati di uscire senza danni da ogni situazione e questa forma di acquiescenza viene giustificata come “fedeltà all’organizzazione”, desiderio di essere accettato ed approvato.

    Nella maggior parte delle aziende il conformismo viene quasi sempre incoraggiato e premiato, non piacciono  la persone  che amano  discutere, condividere e sperimentare.

    Il più alto apprezzamento sovente va a quella persona che obbedisce ciecamente agli ordini del “capo”, che si mostra sempre rispettoso, che fa ( in teoria) puntualmente il suo lavoro, che non crea conflitti con i  colleghi.

    Il mondo è pieno di “Managers”, privi di coraggio nel  fare quello che veramente andrebbe fatto, per il timore di minare la loro apparente stabilità .

    Emerson ha affermava: “Qualunque cosa tu intraprenda, occorre coraggio. Concepire un progetto e metterlo in pratica richiede coraggio quanto un’operazione di guerra”.

    Ma molti di questi  individui non sono forse un po’ troppo rigidi, conformisti, stereotipati, opachi e privi di spirito di iniziativa?

    L’eccesso di dubbio è l’anticamera dell’insuccesso e non coincide con il senso di responsabilità; chi si preoccupa, cerca di sfuggire ai problemi, chi è responsabile cerca invece di affrontarli.

    “La preoccupazione è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento, ma non avanzi di un passo” (Mark Twain).

    L’entusiasmo  invece, è ardore ed impegno nel fare.

    Allora quali sono le caratteristiche che deve coltivare in sé una organizzazione per attuare una reale Cultural Growth & Social Innovation?

    Investire sull’inquietudine delle persone, sulla loro voglia di essere creative , sul loro talento

    E noi? Semplicemente permetterglielo, con l’esempio e ispirandoli

     

    Giustiniano La Vecchia

     

    Photo by:  rob walsh

  • Il futuro si costruisce vivendo  il qui e ora

    Il futuro si costruisce vivendo il qui e ora

    Il futuro si costruisce vivendo pienamente il qui e ora e non andando a pescare i modelli del passato.

    I modelli del passato ci impediscono di vivere il presente, andiamo a pescarli istintivamente.

    Tutto ciò rappresenta un limite enorme alla nostra libertà di pensiero, di azione, che invece sono fondamentali per la costruzione del nostro futuro.

    Il problema è che venendo al mondo “sottoscriviamo” contratti imposti dalla tribù, persone che si aspettano qualcosa da noi – sono quindi contratti che non ci appartengono.


    Un classico esempio è il contratto genitori / figli: se un genitore pretende che il figlio prenda buoni voti a scuola o eccella nello sport, al primo passo falso dimostrerà fastidio e delusione, che esprimerà in frasi tipo :.

    “Non sei stato all’altezza”.

    “Mi hai deluso”.

    Sono frasi devastanti, che condizioneranno i figli per tutta la vita. Perchè?

    Perchè crescendo, quelle parole gli rimarranno impresse in un angolo della mente e da quell’angolo andrà a pescarle ogni volta che si sentirà di aver commesso un errore, di aver fallito o di essere a un passo dal fallimento, in virtù del meccanismo della profezia che si auto-avvera.

    Avrà la convinzione che gli errori come i fallimenti saranno tatuaggi indelebili che li accompagneranno per tutta la vita, mentre non sanno che sono solo lividi temporanei.

    Lividi che permettono, attraverso le esperienze,  quella crescita che si trasformerà in consapevolezza

    Il giudizio espresso anche molti anni prima, frutto di un contratto mai sottoscritto consapevolmente, condiziona il futuro e la nostra crescita, limitando, anzi negando la possibilità di scrivere e ascoltare la colonna sonora della nostra esistenza

    Ogni volta che qualcuno esprime un giudizio, sta contribuendo alla creazione di un modello errato di noi, che però non siamo tenuti a rispettare. Tutt’altro!

    Dobbiamo sottrarci dal giudizio, cosi da vivere pienamente il nostro qui e ora, liberi dai condizionamenti del passato.Ricordiamoci: il passato non puoi cambiarlo, quindi è di per sé inutile andare a ripescarlo, perché non ci darà nessuno slancio per costruire il futuro.

    Questo succede anche nelle imprese dove ancora oggi, l’incapacità di gestire relazioni vere, basate sul costruire fiducia, sostegno, ascolto, esempio, generano il dubbio sulle proprie capacità.

    Il risultato? Entusiasmo e Talento imprigionati,  in attesa di essere liberati.

    Per questi motivi e relazioni, sane,  di qualsiasi natura contano, sono fondamentali, modellano il presente.

    Hanno il potere di farci sapere e ricordarci ogni giorno che possiamo contare su quell’ispiratore o quella ispiratrice, individui pronti a sostenerci con l’esempio, con l’ascolto e facendo di tutto perchè si possa cosi  disancorare la nostra barca, per partire in mare aperto verso quella meravigliosa esperienza chiamata esistenza.

    Allora che fare? I giudizi sono solo una zavorra che conviene abbandonare se vogliamo d’ora in avanti non sprecare il nostro tempo,  regalare il nostro tempo ad altri.

    In fondo il tempo è un’illusione, come diceva Einstein. Non abbiamo la possibilità né di cambiare il passato né di cambiare il futuro: allora non ci resta che vivere il presente, per quanto “illusorio” esso sia.