Tag: futuro

  • Aiutiamo i Neet

    Aiutiamo i Neet

    Assistere i NEET (giovani che non sono impiegati, impegnati in un’istruzione o in una formazione) richiede un approccio olistico che tenga conto dei loro bisogni e delle loro aspirazioni individuali.

    È fondamentale fornire loro le risorse e il supporto necessari per aiutarli a superare gli ostacoli che impediscono loro di partecipare attivamente alla società e al mercato del lavoro.

    Identificare le passioni e le abilità dei NEET è il primo passo per aiutarli a individuare possibili percorsi di carriera o opportunità di formazione che siano in linea con i loro interessi.

    Incoraggiarli a riflettere su ciò che amano fare e su quali abilità possiedono può aiutare a sbloccare il loro potenziale e a motivarli a perseguire obiettivi realistici e gratificanti.

    E’ fondamentale offrire loro orientamento professionale mirato.

    Organizzare workshop, seminari o sessioni individuali di orientamento professionale può consentire ai NEET di esplorare le diverse opzioni di carriera disponibili e di comprendere i requisiti di formazione o di istruzione necessari per perseguire tali carriere.

    L’orientamento professionale può anche aiutarli a sviluppare una visione chiara del loro futuro professionale e a pianificare le azioni necessarie per raggiungere i propri obiettivi

    La formazione e lo sviluppo delle competenze sono cruciali per i NEET.

    Offrire loro programmi di formazione che siano rilevanti per il mercato del lavoro attuale può aumentare le loro prospettive di occupazione.

    Questi programmi dovrebbero essere progettati per sviluppare le competenze richieste dalle industrie in crescita e fornire opportunità di apprendimento pratico.

    Inoltre, è importante fornire loro un supporto continuo durante il percorso di formazione, ad esempio attraverso tutoraggio o mentoring, per aiutarli a sviluppare fiducia e resilienza.

    Infine, è cruciale sostenere i NEET nella ricerca di opportunità di lavoro o di stage.

    Collaborare con le imprese locali per creare programmi di inserimento professionale o agevolare la partecipazione dei NEET a programmi di stage può fornire loro l’esperienza pratica necessaria e aumentare le loro possibilità di impiego futuro.

     

    In conclusione, assistere i NEET richiede un approccio completo che tenga conto dei loro interessi, delle loro abilità e delle loro aspirazioni.

    Offrire loro orientamento professionale, formazione e sviluppo delle competenze e opportunità di lavoro può aiutarli a superare gli ostacoli e a integrarsi attivamente nella società e nell’economia.

    Investire nel supporto dei NEET non solo beneficia loro come individui, ma contribuisce anche a creare una società più inclusiva.

    Photo: k-mitch-hodge

  • Cosa cerca il talento

    Cosa cerca il talento

    Il mondo del lavoro è in continua evoluzione e le organizzazioni devono stare al passo per attrarre e trattenere i migliori talenti.

    Parola d’ordine? Preoccupazione empatica

    Come fare:

    • Creare una cultura aziendale positiva e inclusiva. Una cultura aziendale positiva e inclusiva è fondamentale per attirare e trattenere i talenti. Questo può essere realizzato promuovendo valori aziendali chiari, offrendo opportunità di sviluppo e premiando la meritocrazia, il lavoro di squadra e la cooperazione.

    • Offrire condizioni di lavoro competitive. Stipendi competitivi, assicurazioni sanitarie, flessibilità lavorativa, programmi di welfare e premi di produzione possono fare la differenza nell’attrarre i talenti migliori.

    • Offrire opportunità di crescita e sviluppo. I talenti sono interessati a carriere che offrono opportunità di crescita e sviluppo professionale. Le organizzazioni devono investire in programmi di formazione e percorsi di carriera chiari.

    • Creare un ambiente di lavoro stimolante. Un ambiente di lavoro stimolante con sfide interessanti e progetti significativi è un ottimo incentivo per i talenti più ambiziosi.

    • Supportare il bilanciamento lavoro-vita. I talenti desiderano sempre di più un equilibrio tra lavoro e vita privata. Offrire opzioni di lavoro flessibili o politiche di lavoro da remoto attira coloro che cercano una maggiore flessibilità.

    • Alimentare  una comunicazione costante, aperta e trasparente. Mantenere una comunicazione costante, aperta e trasparente è fondamentale per creare un ambiente di fiducia e collaborazione.

    • Costruire un brand aziendale forte. Costruire un brand aziendale forte e positivo può aiutare a distinguersi dalla concorrenza e attirare i talenti che condividono i valori e la missione dell’organizzazione.

    • Promuovere l’innovazione sociale. Essere attivi nella comunità e impegnarsi in iniziative sociali e ambientali migliora non solo la reputazione dell’organizzazione, ma la rende più attraente per le nuove generazioni che hanno una elevata sensibilità sociale.

    • Sfruttare le nuove tecnologie. Sfruttare le nuove tecnologie e i social media per reclutare talenti attraverso valori e modelli innovativi può aumentare sia la visibilità dell’organizzazione che attrarre candidati qualificati.

    • Dare feedback e riconosci i risultati. Dare feedback regolarmente e riconoscere i risultati e i contributi dei dipendenti, migliora l’engagement e l’attrattiva dell’organizzazione.

    In sintesi, le organizzazioni e i loro manager devono concentrarsi sulla creazione di un ambiente di lavoro stimolante, supportare il benessere dei dipendenti e offrire una reale opportunità di crescita professionale per attirare e trattenere i talenti migliori.

    Una strategia complessiva che unisce cultura aziendale, benefici competitivi, comunicazione efficace e diminuzione costante della burocrazia, fa e farà sempre di più la differenza.

    Attraendo e soprattutto trattenendo i talenti migliori, le organizzazioni possono migliorare la propria competitività e raggiungere i propri obiettivi strategici.

    Ma è fondamentale non dimenticare mai una regola: le organizzazioni e le imprese, valgono per quanto si investe e si  valorizza il capitale umano che ne fa parte.

    Photo By: jaime lopes

  • Un nuovo paradigma

    Un nuovo paradigma

    Nel collasso economico-sociale che ha preso completamente piede su scala mondiale, ci sono variabili profondamente diverse e l’economia, benché non risulti così semplice dirlo, rappresenta solo uno degli aspetti di questo complesso sistema.

    La crisi che stiamo affrontando è, come alcuni hanno ben hanno compreso, (ma non molti ahimè)  una crisi soprattutto  di natura cultuale.

    Se partiamo da questo presupposto non dovrebbe risultare difficile  pensare che uscire dalla crisi significhi rivedere i valori che sorreggono il nostro sistema.

    Per esempio quello delle relazioni umane e  dei consumi.

     

    Negli ultimi 30 anni siamo diventati più consumatori che cittadini.

    Perché?

    Negli anni di intensa crescita pre-crisi, dalla  reganomics  in poi, l’economia si è rivolta tutta alla moltiplicazione della moneta, alla speculazione finanziaria e i flussi di capitali ed è stata assolutamente dominata dalla logica del denaro e dell’acquisto a oltranza, perdendo di vista il capitale umano

    Logica che in questo periodo viene in parte ridiscussa.

    Siamo di fronte a una grande crisi politica, ideologica, filosofica, economica del modello globale.

    Un modello che prima della crisi non è stato mai in fondo messo in discussione.

    Il paradigma che si credeva eterno, quello dell’economia di mercato incapace di guardare ai molteplici aspetti del fare economia, come la vita comunitaria, la vita familiare, le nuove generazioni e altre forme di scambio, oggi è impossibile da mantenere.

    Se vediamo la crisi in prospettiva storica ci rendiamo conto che è determinante analizzare quali sono quei frangenti e quei contesti in cui si sono cercati delle alternative, delle uscite dalle precedenti crisi.

    Uno sguardo retrospettivo, uno sguardo storico, può aiutarci a decifrare l’enigma-economia che oggi ci attanaglia.

    L’economia capitalista certamente continuerà a vivere, non ne vediamo il collasso nell’immediato.

    Pur tuttavia ci riesce oggi difficile pensare che questa sia l’unica forma di fare economia, nuovi tempi ci impongono nuove riflessioni su come ripensare impresa , innovazione ( es. Innovazione Sociale),  lavori del futuro e un reale dialogo tra vecchie e nuove generazioni.

    Bisogna comprendere in quale modo possiamo ricostruire un tessuto che è stato destrutturato.

    Temi come: quiet quitting, cambio generazionale, inclusione e neet ( solo per citarne alcuni), vanno affrontati immediatamente senza se e senza ma

     

    Per poterlo fare  poniamoci alcune  domande :

    1. Quali sono le modalità per  creare  un reale processo di innovazione a partire dal terreno della cultura?

    2. Come possiamo e dobbiamo  condividere conoscenza?

    3. In che modo raggiungiamo un reale dialogo, basato sull’ascolto e il feedback,  con  le nuove generazioni?

    4. Perchè è  fondamentale    creare e sostenere l’innovazione sociale, dove persone e l’ambiente sono e dovranno  essere  i temi di riferimento?

     

    A voi le risposte

     

    Photo by: j-w-Ju

  • L’impresa  interattiva

    L’impresa interattiva

    Se pensiamo come, ad oggi,  le nuove tecnologie hanno cambiato la nostra vita quotidiana, non possiamo esimerci dal credere che in un futuro prossimo questo cambiamento sarà sempre più presente anche nel modo di operare qualsiasi forma di lavoro, da quello di stampo cognitivo a quello di stampo manifatturiero. 

     

    Si stima, attraverso uno studio proposto dal The Economist Intelligence Unit (Ricoh), che  l’impatto delle nuove tecnologie nei luoghi di lavoro obbligherà le imprese ad affrontare una nuova era dettata da una decentralizzazione via via più spinta.

    Infatti, sempre secondo lo stesso studio, il 63% dei manager prevede oggi una virata verso un modello di business più reticolare ed esterno all’impresa stessa, nel quale i lavoratori a livello individuale avranno un ruolo sempre più importante nel decision making.

     

    Non solo questo però. 

    Individuare e coltivare gli stakeholder come interlocutori attivi nell’impresa, e non solo come soggetti che con essa interagiscono, sarà la chiave di volta del domani.

    Infatti, l’86% dei capitani d’impresa crede fortemente che gli stakeholder diventeranno un elemento integrale per prendere decisioni e che il lavoro d’impresa includerà normalmente persone esterne all’organizzazione, come i clienti, i soci, i fornitori ecc…

     

    In un futuro molto vicino il lavoro si baserà su una rete di processi integrati per gestire le informazioni e garantire che tali informazioni siano disponibili ai lavoratori sempre e ovunque.

    Un tema di forte rilievo sarà quello di comprendere come gli attori esterni all’impresa potranno apportare e recuperare le informazioni per agire con e in nome della compagnia stessa.

     

    Attualmente, dunque, la quasi totalità del management è convinto che gli stakeholder diventeranno una parte determinante e integrale per le scelte decisionali interne.

    Sarà quindi  fondamentale creare, gestire ,recuperare informazioni in modo sicuro, garantendo cosi anche costanti feedback, molto spesso dimenticati.

    La gestione centralizzata è infatti essenziale per proteggere i dati sensibili.

    Questo è un processo in fortissima trasformazione, giacché attualmente il 43% di tutti i processi di documentazione essenziale per l’impresa in Europa si produce ancora in forma cartacea, e solo il 22% delle organizzazioni presenta processi totalmente automatizzati. 

     

    Perché il processo di decentralizzazione si realizzi, le organizzazioni saranno obbligate ad adattarsi quasi completamente al mondo digitale, in particolare se consideriamo che i lavoratori dovranno accedere alla informazioni sensibili anche  fuori dai contesti lavorativi.

     

    Nativi e non nativi digitali, dunque, saremo obbligati ad affrontare nuovi processi sistemici e ad attribuire ai mezzi di comunicazione un ruolo che si preannuncia determinante, ma soprattutto imprescindibile, per il futuro delle nostre economie.

     

    Photo by: Micha Frank

  • Successo? Non stare fermi, agire, è l’unica possibilità.

    Successo? Non stare fermi, agire, è l’unica possibilità.

     

    • Primo, non stare fermi, agire, è l’unica possibilità di rinascita
    • Secondo, è l’agire che ci dice quello che siamo.
    • Terzo, reagire al fallimento, parola d’ordine: resilienza.

    Numerose le trappole della mente che spesso ci impediscono di imparare dagli errori e ottenere risultati migliori.

    La prima tendenza è quella del rifiuto. Sembra che ammettere di avere fatto un errore e provare a correggerlo sia la cosa più difficile del mondo. Richiede infatti di “mettere in discussione il proprio successo”.

    Perché abbiamo una naturale propensione al rifiuto? Gli psicologi hanno dato a questo atteggiamento il nome di “dissonanza cognitiva” che descrive le difficoltà della mente nel conciliare due pensieri apparentemente contraddittori.

    La seconda trappola che la mente ci riserva consiste nel rincorrere le nostre sconfitte nel tentativo di scacciarle. Fare pace con le nostre sconfitte può essere insostenibile.

    Mentre il rifiuto è non voler riconoscere un errore e rincorrere le proprie sconfitte aggrava il danno nel tentativo di cancellare frettolosamente lo sbaglio, l’editing edonistico è un processo più elusivo che consiste nel convincere noi stessi che l’errore non conta.

    Un modo per metterlo in pratica è fare un unico fascio di vittorie e sconfitte.

    Un processo psicologico diverso, sebbene abbia un effetto simile sulla nostra capacità di imparare dagli errori, consiste semplicemente nel reinterpretare i fallimenti come successi. Ci convinciamo che quello che abbiamo fatto non è così male, anzi che tutto è riuscito al meglio.

    Reinterpretare i fallimenti come successi, abbandonando la paura del giudizio  di chi è schiavo del proprio EGO

    Parola d’ordine: RESILIENZA

    Un gruppo di ricercatori, tra cui lo psicologo Daniel Gilbert, ha dimostrato quanto questa tendenza sia profondamente radicata nella nostra mente.

    “Questa è la felicità in sintesi: quello che ho avuto è molto meglio di quanto pensassi! Quello che non ho avuto, fa schifo!”

    Tendiamo a considerare le decisioni che abbiamo preso in passato migliori di quello che sono.

    Sono questi, dunque, i tre ostacoli che ci impediscono di seguire il vecchio consiglio “impara dai tuoi errori”:

    • il rifiuto, perché non sappiamo separare il nostro errore dall’autostima
    • il comportamento autodistruttivo, perché aggraviamo le sconfitte cercando di recuperarle
    • i tentativi di indorare la pillola delineati da Daniel Gilbert, in base ai quali ricordiamo gli errori del passato come fossero trionfi, o mescoliamo insieme fallimenti e successi.

    Namastè

     

    Photo by Bich Tran 

  • Strategia al femminile

    Strategia al femminile

     

    “Con la razionalità vai da A a B, con l’immaginazione vai ovunque”.

    Albert Einstein

     

    La scienza ormai ci dice che donne e uomini hanno un cervello diverso, o che lo usano in maniera diversa, ossia gli uomini maggiormente l’emisfero sinistro, matematico e razionale, e le donne maggiormente l’emisfero destro, sistemico e creativo.

     

    La strategia è donna

    Detto questo se concordiamo sul fatto che la strategia richiede più creatività e immaginazione rispetto alla tattica che invece è più un problema di razionalità, allora possiamo sostenere che la strategia è donna, ovvero che è per le donne, come del resto lo è l’innovazione, nella quale uno delle caratteristiche salienti è un “female approach” in termini, di nuovo, di utilizzo del cervello.

     

    La disciplina della Strategia

    Nella disciplina della Strategia gli ultimi 15 anni hanno registrato una decisa inversione dagli approcci razionalisti della Strategic Planning, e del modello Five Forces di Porter, ad approcci più aperti ed evolutivi, meno matematiche e più logico-concettuali, e quindi consoni al cervello femminile.

    Cito come esempi la Strategic Architecture di Hamel e Prahalad nel 1995, la Blue Ocean Strategy di Kim e Mauborgne, il Design Thinking di Roger Martin, la Value co-creation di C.K. Prahalad o la Theory U di Otto Scharmer.

    In tutte queste moderne discipline in qualche modo figlie delle teorie della complessità ed evoluzioniste prevale il generale sul particolare, il grande disegno ed il senso complessivo, la visione sistemica e olistica, tutti caratteri più da cervello femminile che maschile.

     

    Dalla competizione alla collaborazione

    Ancora, uno dei paradigmi centrali della Strategia nel XXI secolo è il passaggio dalla Competizione alla Collaborazione.

    Ed anche in questo caso le Donne, e sopratutto quelle realizzate in modo più completo con la maternità, credo diano qualche punto agli Uomini.

    Ricordate l’ipotesi di scelta di “collaborazione” invece che di competizione per la ragazza bionda?

    “Incompleto … Adam Smith va rivisto” dice Nash ad un certo punto  “perché il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per se e per il gruppo … Adam Smith si sbagliava, dinamiche dominanti signori “, contrariamente alla tesi di Smith, per il quale il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa la scelta migliore solo per se.

    Oso aggiungere che i minori problemi che le Donne hanno, nella media, col proprio Ego rispetto agli Uomini, e la maggiore propensione a non identificare le idee con se stesse ed cambiare idea e adattarsi le porta ad avere un potenziale migliore degli Uomini per la Strategia.

     

    Cambiamento e adattamento

    Ricordate il paradigma basilare di Charles Darwin “Non è il più forte, né il più intelligente che sopravvive. Ma chi si adatta meglio al cambiamento”

    e quello di Albert Einstein “Non si può risolvere un problema con lo stesso livello di consapevolezza che lo ha originato”.

    Concludo con una variazione di una famosa frase di Peter Senge che affermava riferendosi alla non sostenibilità della nostra attuale società “Finita la società degli uomini abbiamo speranza per una dei Gorilla?” affermando :

     

    Finita la società degli uomini abbiamo speranza per una delle Donne, data le loro maggiori capacità naturali a mettere in atto strategie idonee ad affrontare i problemi complessi della società di oggi?

    Namstè

     

    Foto di ANTONI SHKRABA da Pexels

  • Creatività, la nostra sana inquietudine

    Creatività, la nostra sana inquietudine

    La nostra unicità è uno strumento potentissimo per portare un vero processo di cambiamento nella nostra quotidianità, nel nostro qui e ora.

    Viviamo in un’epoca dove non è più sufficiente essere semplicemente innovatori, dobbiamo essere, dirompenti, inquieti,  veri rivoluzionari, per questo motivo dobbiamo ritrovare e liberare  la nostra creatività.

    La Creatività ha bisogno di una mente non convenzionale, altrimenti continua ad utilizzare gli stessi modelli mentali che il nostro Ego ci ripropone.

    Nella vita come nel lavoro. Essere creativi significa essere nel nuovo e naturalmente- il nuovo- ci porta a vivere il qui e ora, abbandonando le convinzioni passate. Con la creatività siamo collegati costantemente alla sperimentazione, all’innovazione, all’esplorazione. Tutto questo non ci dà nessuna garanzia su cosa verrà fuori, su cosa succederà, ma una certezza l’abbiamo: scegliamo noi.

    Liberiamo la nostra creatività, solo cosi andremo verso il nuovo

    La creatività non ha limiti, ci consente di immaginare qualsiasi cosa e le idee che ne scaturiscono sono portatrici di possibili e straordinari cambiamenti. Ma come faccio ad essere creativo? O meglio come posso far uscire la mia infinita creatività?

    Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo avere paura di sbagliare, non dobbiamo avere paura del giudizio. Dobbiamo invece portare sempre con noi una meravigliosa e sana “follia”.

    Scrittori, musicisti, pittori, poeti, imprenditori, sportivi e molti altri,  sono grandi perchè hanno fatto della loro creatività il loro mantra.

    Donne e uomini come: Gandhi, Gesù, Socrate, Nelson Mandela, Giordano Bruno, Nikola Tesla, Frida Kahlo, Marie Curie, Billie Holiday, Maria Montessori, Martin Luther King, Steve Jobs sono alcune delle figure perseguitate perché portatrici del nuovo, portatrici delle idee rivoluzionarie scaturite dalla creatività.

    Questo è quello che dobbiamo insegnare alle nuove generazioni. Dobbiamo liberare la loro grande bellezza!!!!!

     

    Parlavano in modo nuovo, si comportavano in modo non convenzionale e la massa non poteva tollerarlo. La cosa incredibile è che queste persone hanno sacrificato la propria esistenza per portare ricchezza a tutta l’umanità. I creativi sono folli, sono inquieti, e  si comportano come tali.

    Rischiano tutto per le loro idee, per la loro infinita immaginazione, senza nessuna garanzia. La cosa straordinaria è che vivono della loro creatività e sono portatori e portatrici di sana energia, sono il sale della vita, portano prosperità, innalzano la coscienza delle persone, ma soprattutto infettano il mondo di positività e speranza.

    Tutta l’evoluzione del mondo è scaturita da persone definite “folli e inquiete”. Non si curano delle masse. Le menti collettive sono contro il nuovo. Affermazioni come: “Si è sempre fatto cosi”, “Non lasciare la strada vecchia per quella nuova”, “Sono cose da uomini” , ” Sei troppo giovane per capire” etc., sono il veleno  contro il nuovo, sono l’eredità tramandata dalla tribù che ha paura del vivere il qui e ora ma sopratutto non ha il coraggio di cambiare.

     

    Photo by edgar chaparro

  • “La Felicità? E’ un viaggio. Conversazioni sulla vita tra un adulto e un@ adolescente”

    “La Felicità? E’ un viaggio. Conversazioni sulla vita tra un adulto e un@ adolescente”

    Da poco è uscito il mio nuovo libro “La Felicità? E’ un viaggio. Conversazioni sulla vita tra un adulto e un@ adolescente”
    Nato dal desiderio di fare e condividere con voi,
    ma sopratutto rispondere a questa domanda:

    “Come possiamo recuperare un reale e costruttivo dialogo con i giovan*?”

    Ho trascorso la maggior parte della mia vita in contatto con le nuove generazioni, osservando lo svilupparsi di due linee parallele:
    Il mondo degli adulti, che ha facilitato la crescita dei giovani dandogli tutto e rendendo la loro “meravigliosa” esistenza priva di desiderio, entusiasmo ed esplorazione, quindi senza emozioni e passioni.
    Un mondo che prima da tutto e poi li etichetta come “privi di “energia”.
    Il mondo dei ragazzi e delle ragazze che in apparenza danno meno problemi rispetto alle generazioni precedenti, ma pare che abbiano perso parte della loro energia, della voglia di sperimentare e di cambiare il mondo. Sono tristi e non trovano altra via d’uscita che adattarsi in modo passivo alla realtà che gli stiamo consegnando.
    Cos’ho fatto quindi?
    Mi sono fermato ad ascoltarli, senza giudicare e cercando di dialogare, creando interesse nei loro confronti e cercando il più possibile di ispirarli.
    Invito ognuno di voi: genitori, docenti, allenatori, datori di lavoro a fermarvi un attimo e ascoltarli, ma ascoltarli veramente senza giudicarli.
    Potremmo sentire questo:

    “Non devi venerarmi mi devi ascoltare e sostenere.

    “Non sono un figlio perfetto sappilo”
    “Devo fare la mia vita, devo prepararmi per il mio viaggio e il mio viaggio non è il tuo”
    “Non parlo ma non per questo non ho nulla da dire.”

    “Ma tu lo sai realmente come mi sento?”

    Fermiamoci e ricordiamoci di come eravamo. Dobbiamo tenere a mente che l’umanità progredisce solo attraverso menti rivoluzionarie:
    Per questo abbiamo bisogno di giovan*eretici, di folli. Di persone, ragazzi e ragazze che non abbiano paura di affrontare il nuovo, che vadano alla scoperta di qualcosa di straordinario, che si allenino per essere gli ispiratori e le ispiratrici del nuovo millennio. Dobbiamo sostenere la loro meravigliosa inquietudine non osteggiarla
    Voi cosa ne pensate? Condividete i vostri pensieri nei commenti e se volete leggere il mio libro, lo trovate qui:
    P.S Questa opera sostiene www.hubrains.org.  Potete farlo anche voi regalando a Natale questo libro
    Buona lettura
  • Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Stiamo vivendo un momento straordinario, al tempo stesso difficile ma ricco di opportunità.

     

    In passato grandi tragedie hanno dato il via a nuovi periodi di crescita.

    Epidemie e guerre sono state seguite da rinascite. Questo è il caso, ad esempio, del secondo conflitto mondiale, che lasciò il nostro paese distrutto dai bombardamenti, dal regime e dalla fame.

    Ma fu proprio in quell’occasione che gli italiani diedero il meglio di loro stessi, tanto da essere definiti, dallo storico Gaetano Salvemini, “un formicaio più rapido a costruire di quanto siano stati gli altri a distruggere”.

     

    Più di settanta anni dopo ci ritroviamo in una situazione simile. La pandemia causata dal Covid19, per fortuna, non ha provocato vittime e distruzioni paragonabili a quelle causate dalla seconda guerra mondiale, ma ha inflitto seri danni all’economia e all’istruzione, fino a mettere in discussione il nostro stesso stile di vita.

    Forse è necessario un approccio diverso, una crescita diversa, forse il mondo non può e non deve tornare ad essere quello di prima.

    Questa nuova consapevolezza apre un enorme ventaglio di eccitanti possibilità, un futuro tutto da costruire, ed è qui che deve entrare in gioco la nostra creatività. Dovremo passare dal supermercato dell’abitudine, delle convinzioni alla boutique della creatività.

     

    Lo sviluppo e l’espressione della nostra creatività, attraverso il talento di ogni singolo individuo,  possono essere d’ispirazione per gli altri, e possono portare a una e vera e propria rinascita culturale.

    A un nuovo Rinascimento. Lo stiamo aspettando da molto ed è forse finalmente venuto il momento che si realizzi. Noi potremmo essere spettatori ma, soprattutto, artefici di una nuova epoca d’oro.

     

    A tal proposito, è facile intuire che i maggiori artefici di questo futuro siano destinati ad essere i giovani mentre noi altri, gli adulti, i meno giovani, abbiamo il compito d’ispirarli. Dobbiamo essere d’esempio, con i gesti, ovviamente, ma anche con le parole, con il racconto e soprattutto con l’esempio.

    Ma come facciamo ad attrarre la loro attenzione, a farci ascoltare? Come facciamo a toglierci quella maschera che in molti casi nasconde il nostro vero io, la nostra unicità?

    La prima cosa è avere coraggio e non avere paura del giudizio. La seconda cosa, forse la  più importante nel raccontarsi ai giovani è dire loro cose che ancora non conoscono e ascoltali.  Sono bombardati continuamente da informazioni, più o meno veritiere o interessanti. Tutte cose che hanno già sentito mille volte.

    Per attirare la loro attenzione e fare la differenza, dobbiamo condividere con loro l’unicità della nostra esperienza e di noi stessi.

     

    Non è detto che sia facile, anzi è più faticoso che nascondersi dietro gli schemi o i finti personaggi che tanto ci fanno sentire al sicuro. Ma è sicuramente più efficace ed anche più divertente, come tutte le nuove sfide.

    Dovremo cambiare il nostro punto di vista, la nostra solita prospettiva. Solo così potremo fornire a ragazze e ragazzi uno strumento in più, una chiave di lettura che li aiuti , non solo a crescere, ma anche a entrare nel mondo della consapevolezza in modo da essere, un giorno  a loro volta ispiratrici e ispiratori.

     

    Ma come otterremo questo obiettivo? Usando la nostra creatività, fonte inesauribile di soluzioni alternative ed inaspettate.

    Quindi, per stimolare la creatività altrui dovremo stimolare anche la nostra,  nei contenuti e nei modi. Per contribuire a costruire, dunque, la società del futuro che desideriamo.

     

    Namaste

     

    Photo by: Roberto Lopez

  • Talento Rivoluzionaro

    Talento Rivoluzionaro

    L’impresa contemporanea non può vivere senza un elemento fondamentale: il talento.

    Il nuovo paradigma imprenditoriale è centrato nelle persone e nei risultati, tanto che il talento è diventato un attivo strategico irrinunciabile. Solo nella misura in cui il talento sa essere coltivato si potranno aumentare i benefici per l’impresa e la soddisfazione personale di chi in essa lavora.

    L’elemento è tanto determinante per le imprese che oggi, nei contesti innovativi, viviamo nella cosiddetta “guerra per il talento”: ne sono un esempio le espressioni dell’economia del web, come Google e Facebook, che fanno a gara per acquisire i loro validi competitor o le attività collaterali sviluppate in seno a loro stesse, non solo in forma di impresa ma anche di persone.

    Del resto, le imprese di tutto il mondo, siano esse prodotto del capitalismo cognitivo oppure del capitalismo manifatturiero, competono su vari fronti: da una parte captano e fidelizzano i clienti (elementi esterni) e dall’altro lato attraggono e contrattualizzano i professionisti (elementi interni).

    Nel momento in cui le imprese sono capaci di creare valore per i loro dipendenti sono capaci di creare valore anche per i loro clienti.

    L’importanza del talento quindi non è dato di poco rilievo, ma è una necessità reale per agire nel mondo globale.

    Le imprese devono lottare per non rendere questo un elemento sempre più scarso e male amministrato, come spesso capita.

    Infatti, il talento necessita molta cura, giacché è una risorsa preziosa che gli esseri umani apportano solo attraverso una specifica volontà e che può essere o non essere attivata, a seconda delle condizioni di chi la possiede.

    Frequentemente dimentichiamo che il talento non solo consiste in conoscenze e capacità, ma anche in compromessi e azioni.

    Quando la giornata di lavoro finisce, il talento esce dall’impresa e torna a casa sua. È dunque un elemento portante dell’impresa ma che appartiene alla persona e che deve essere ben diretto e amministrato dalle leadership organizzative,  poiché il talento può sparire drammaticamente dalle organizzazioni in molte forme diverse (turnover, demoralizzazione, mancanza di spazi adeguati ecc…).

    La gestione del talento nelle imprese è complessa e sottile, e ha come ingredienti imprescindibili il saperlo identificare, captare, sviluppare e trattenere.

    Portare avanti tutte queste operazioni non è semplice. Ci sono imprese che sono capaci di captare il talento ma non sono in grado di svilupparlo o di trattenerlo.

    Compito degli  Ispratori e delle Ispiratrici  è dunque quello di saper bilanciare il talento con i fini dello sviluppo delle organizzazioni e delle persone.

    La chiave di maggior successo delle organizzazioni sta nell’innovazione sociale ,

    ossia nella capacità di creare sia  valore per il cliente attraverso prodotti e servizi, sia con i clienti interni, tanto che meccanismi di questo tipo sono il polmone con il quale respirano i mercati competitivi. Il talento è diventato il maggiore patrimonio delle organizzazioni: comprendere questo dato fondamentale valorizzando e riconoscendo le persone e le loro circostanze è l’imprescindibile sfida dell’oggi.