Tag: ispiratori

  • Il benessere sistemico, l’Illuminismo 4.0

    Il benessere sistemico, l’Illuminismo 4.0

    Il periodo di crisi ancora in essere, lo stare chiusi in casa conducendo una vita rallentata e meno frenetica, ha dato a molti la scusa per fermarsi a riflettere. Riflettere sulla nostra società, il nostro stile di vita che, fino all’altro giorno, ci sembrava l’unico possibile mentre ora, a ben guardare, pare più ricco di perche che di pregi.

    È, dunque, necessario un processo di cambiamento, un cambiamento verso un reale benessere sistemico,  per se stessi e per la comunità di appartenenza

     

    Del resto, se pensiamo a una comunità, la nostra, quella umana, come ad un’organizzazione, la necessità di cambiamento ci appare ancora più palese e necessaria. L’esistenza di qualsiasi organizzazione si divide in tre fasi: l’espansione, il consolidamento e il declino. E in tutte e tre le fasi viene richiesto di portare innovazione. Un nuovo prodotto, prima, un processo innovativo, dopo. Ma cosa bisogna fare durante la fase del declino?

    Bisogna realmente cercare e  creare, non solo un processo di innovazione, ma una  vera   rivoluzione di rottura con i modelli del passato.

    Un processo dirompente che cambia le regole del gioco..

    Noi stiamo vivendo una fase di declino, quindi ora non possiamo limitarci ad innovare, dobbiamo rivoluzionare.

    Dobbiamo considerare i due anni passati in  compagnia della pandemia (Covid), come un  stimolo per mettersi in gioco, non accontentarsi, crescere, cambiare i modelli mentali,  cambiando punti di vista, rispettando le idee e le esigenze delle altre persone, utilizzando, non solo il pensiero creativo, ma una delle nostre più grandi risorse in nostro possesso: l’intelligenza emotiva

     

    Storicamente, una simile spinta al rinnovamento si  riscontrò durante l’Illuminismo.

    Un movimento culturale e filosofico, nato durante il XVIII secolo nell’Inghilterra dell’era georgiana, ma sviluppatosi al suo massimo in Francia, grazie a figure come quelle di Montesquieu e Voltaire. L’Illuminismo nacque come reazione a una società vetusta e sorpassata che gli intellettuali non riconoscevano più.

    Si superò la staticità dell’ Ancien Régime e delle antiche autorità filosofiche, in favore di una borghesia sempre più potente e dell’osservazione diretta dei fenomeni naturali per conoscere veramente la realtà e il mondo.

    Allo stesso modo, questo 2023, ad esempio, da una parte vede vacillare le certezze che avevamo fino a poco fa circa l’economia e il mondo del lavoro, e dall’altra mette in luce la necessità di aumentare l’attenzione verso l’individuo

    La nostra realtà, come quella del 1700, è destinata senza se e senza ma ad essere cambiata. Ma da chi? Da noi.

     

    “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”, scriveva Immanuel Kant nel 1784. “Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro.

    Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza e della tua innata creatività!

    È questo il motto dell’Illuminismo, ed è questo che dovrebbe e deve essere il nostro mantra che ci accompagna in questa sana rivoluzione.

    Durante l’Illuminismo si chiedeva all’essere umano di uscire da uno stato di sufficienza, minorità, incapacità di servirsi della propria intelligenza. È questa è la stessa cosa che dobbiamo chiedere a noi stessi ora.

    Questo è il momento in cui dobbiamo diventare rivoluzionari, ispiratrici e  ispiratori. Dobbiamo essere coloro che ispirano, coloro che illuminano.

    Namaste

     

    foto by: hakon grimstad

  • Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Stiamo vivendo un momento straordinario, al tempo stesso difficile ma ricco di opportunità.

     

    In passato grandi tragedie hanno dato il via a nuovi periodi di crescita.

    Epidemie e guerre sono state seguite da rinascite. Questo è il caso, ad esempio, del secondo conflitto mondiale, che lasciò il nostro paese distrutto dai bombardamenti, dal regime e dalla fame.

    Ma fu proprio in quell’occasione che gli italiani diedero il meglio di loro stessi, tanto da essere definiti, dallo storico Gaetano Salvemini, “un formicaio più rapido a costruire di quanto siano stati gli altri a distruggere”.

     

    Più di settanta anni dopo ci ritroviamo in una situazione simile. La pandemia causata dal Covid19, per fortuna, non ha provocato vittime e distruzioni paragonabili a quelle causate dalla seconda guerra mondiale, ma ha inflitto seri danni all’economia e all’istruzione, fino a mettere in discussione il nostro stesso stile di vita.

    Forse è necessario un approccio diverso, una crescita diversa, forse il mondo non può e non deve tornare ad essere quello di prima.

    Questa nuova consapevolezza apre un enorme ventaglio di eccitanti possibilità, un futuro tutto da costruire, ed è qui che deve entrare in gioco la nostra creatività. Dovremo passare dal supermercato dell’abitudine, delle convinzioni alla boutique della creatività.

     

    Lo sviluppo e l’espressione della nostra creatività, attraverso il talento di ogni singolo individuo,  possono essere d’ispirazione per gli altri, e possono portare a una e vera e propria rinascita culturale.

    A un nuovo Rinascimento. Lo stiamo aspettando da molto ed è forse finalmente venuto il momento che si realizzi. Noi potremmo essere spettatori ma, soprattutto, artefici di una nuova epoca d’oro.

     

    A tal proposito, è facile intuire che i maggiori artefici di questo futuro siano destinati ad essere i giovani mentre noi altri, gli adulti, i meno giovani, abbiamo il compito d’ispirarli. Dobbiamo essere d’esempio, con i gesti, ovviamente, ma anche con le parole, con il racconto e soprattutto con l’esempio.

    Ma come facciamo ad attrarre la loro attenzione, a farci ascoltare? Come facciamo a toglierci quella maschera che in molti casi nasconde il nostro vero io, la nostra unicità?

    La prima cosa è avere coraggio e non avere paura del giudizio. La seconda cosa, forse la  più importante nel raccontarsi ai giovani è dire loro cose che ancora non conoscono e ascoltali.  Sono bombardati continuamente da informazioni, più o meno veritiere o interessanti. Tutte cose che hanno già sentito mille volte.

    Per attirare la loro attenzione e fare la differenza, dobbiamo condividere con loro l’unicità della nostra esperienza e di noi stessi.

     

    Non è detto che sia facile, anzi è più faticoso che nascondersi dietro gli schemi o i finti personaggi che tanto ci fanno sentire al sicuro. Ma è sicuramente più efficace ed anche più divertente, come tutte le nuove sfide.

    Dovremo cambiare il nostro punto di vista, la nostra solita prospettiva. Solo così potremo fornire a ragazze e ragazzi uno strumento in più, una chiave di lettura che li aiuti , non solo a crescere, ma anche a entrare nel mondo della consapevolezza in modo da essere, un giorno  a loro volta ispiratrici e ispiratori.

     

    Ma come otterremo questo obiettivo? Usando la nostra creatività, fonte inesauribile di soluzioni alternative ed inaspettate.

    Quindi, per stimolare la creatività altrui dovremo stimolare anche la nostra,  nei contenuti e nei modi. Per contribuire a costruire, dunque, la società del futuro che desideriamo.

     

    Namaste

     

    Photo by: Roberto Lopez

  • La creatività libera il talento

    La creatività libera il talento

    Nessuna idea creativa potrà mai essere sognata se le persone hanno paura di essere identificate come sciocche.

    Ogni idea creativa si porta avanti con dei rischi

    (Robinson and Stern, Corporate Creativity, 1997)

    Se ci chiediamo perché la creatività è uno degli elementi fondamentali delle organizzazioni contemporanee,  non possiamo evitare di rispondere che nella creatività risiede il modello fondativo , non solo nel fare business, ma anche nei processi di cambiamento,

    poichè la creatività, non solo libera il talento degli individui, ma lo sostiene nelle sfide.

    Mai come questo momento la creatività delle nuove generazioni è una risorsa imprescindibile.

    Abbiamo bisogno di entrare in contatto con loro, ascoltarli e dialogare, per liberare la loro creatività e condividerla con la nostra.

    Ma come avviene il processo creativo?

    La creazione parte dall’immaginazione , da li nascono le idee e successivamente l’innovazione delle stesse.

    Un idea che esiste, in fase embrionale, nelle menti di chi la produce e che arriva alla sua pienezza e alla sua composizione nelle attività quotidiane.

    Indubitabile nessun teorico ha la certezza di come questo processo si generi.

    Quel che però possiamo dire con chiarezza, seguendo gli analisti contemporanei, è che il mito del genio solitario, che in una stanza chiusa partorisce idee rivoluzionarie, è ormai un cliché superato.

    Come ben ha scritto Eric Von Hippel nel suo Democratizing Innovation, la creatività è un’attività fisica che richiede interazione tra gli esseri umani, oltre alla sperimentazione, all’osservazione condivisa e all’esplorazione. 

     

    Dunque i luoghi che riuniscono le perone, fisicamente e virtualmente, sono fondamentali per i risultati dell’innovazione, come ben hanno compreso molte organizzazioni nell’ultimo decennio ed è in qui luoghi che si da vita, attraverso la condivisione di idee ai cambiamenti dirompenti, ma fondamentali per il progresso e il miglioramento della qualità della vita.

    Creare spazi disegnati intenzionalmente per un certo tipo di business può aumentare la creatività e il rendimento delle persone, affinare le squadre di lavoro e rendere sostenibile nel tempo questi processi.

    Si sa: a fianco di menti creative le sfide crescono.

    Lo spazio della creatività nelle imprese innovative diventa spazio flessibile, che cambia destinazione per le diverse attività, che cambia formato, che cambia logica.

    Le architetture, interne ed esterne, hanno una funzione determinante per il nostro well being: scenari attraenti e stimolanti aiutano il dispiegarsi della creatività.

    Si costruiscono e si costruiranno s sempre più luoghi di condivisione, virtuali e non. Luoghi  fertilizzanti e di interscambio, vere e proprie fucine di creatività.

    Lo spazio diventa così uno strumento in più per facilitare le diverse forme di lavoro, di apprendimento , di socializzazione e di condivisione della conoscenza

    Senza dimenticare che la condivisone della conoscenza,  quella vera, lasciando fuori dalla porta i condizionamenti, è altresì un riflesso della cultura di una organizzazione e  ne riafferma la vocazione: il veicolo dei valori e dei processi.

    Riflettere le intenzioni di un cambiamento disruptive, attraverso un intelligenza collettiva,  genera  menti  aperte e feconde verso,  l’innovazione.

    Photo by: David Pisnoy

  • Social Innovation Experience, villa Giona (VR),  19/20 settembre 2020

    Social Innovation Experience, villa Giona (VR), 19/20 settembre 2020

    Perché così spesso e mai come  in questi mesi, sentiamo parlare di crisi e non riusciamo a percepirne i contorni e le possibili vie d’uscita?

    Perché, invece, esistono diverse persone, Ispiratori e Ispiratrici  che questa crisi voglio superarla?

    Persone che,  non solo in passato  hanno vissuto altre crisi, ma sentono il dovere di fare qualcosa.

     Chi sono le nuove figure dominanti dell’economia italiana?

    Chi sono le nuove Ispiratrici e i  nuovi Ispiratori del nuovo millennio ?

    Quanto conta l’innovazione sociale e la crescita culturale  oggi, per affrontare le nuove sfide della globalizzazione nelle economie avanzate?

    E che cos’è questa globalizzazione, che cosa sta cambiando nel nuovo scenario mondiale? In che modo l’innovazione sociale può elaborare soluzioni concrete alle sfide sociali?

    E’ possibile trasformare gli ecosistemi locali nei nodi di una più ampia rete, grazie a partnership e collaborazioni?

     

    Se cerchiamo una ragione per cui, oltre a storici ed antropologi, economisti,  anche manager, leader e imprenditori, dovrebbero interessarsi con attenzione dei rapidi mutamenti nell’economia e nella società, la risposta sta in queste domande, e in molte altre ancora.

    Il Social Innovation Experience  vuole agire proprio qui, preparando un processo di innovazione sociale attraverso la condivisione di idee, per affrontare le sfide del presente e del futuro.

    In questi anni stiamo assistendo, infatti, a una rinnovata attenzione verso l’Essere Umano come motore di sviluppo, tanto da configurare l’innovazione sociale come driver della globalizzazione stessa  e le  persone come:

    “the single most important player in a modern economy”

    Perché?

    Da circa un ventennio stiamo partecipando, da un lato,  alla rivoluzione delle tecnologie,  che a catena hanno avuto enormi effetti sulle economie.

    Dall’altro lato siamo sotto il grande cappello della  globalizzazione e  della finanza, con i suoi effetti sulle organizzazioni  stesse, come dimostra il vigore di fenomeni quali, le startup,  private equity , venture capital, business angel ;  l’integrazione e l’ampliamento dei mercati dei capitali e l’accelerazione senza precedenti dei flussi finanziari.

    Queste spinte congiunte hanno forzato la direzione delle imprese e delle organizzazioni ad affrontare il cambiamento, sempre più rapido ed inatteso.

    Questi ultimi mesi poi, ci hanno dimostrato che siamo usciti dall’economia della finanza per entrare in un’economia dove le persone sono il centro di tutto.

    Un’economia dove lo stato,  le organizzazioni profit e non, sono paralizzate dalla convinzione che solo chi è in cima può cambiare il sistema. Il punto è che le iniziative dall’alto verso il basso difficilmente cambiano che le cose  che devono essere cambiate.

    Ecco perché ogni persona deve poter incidere in un processo di cambiamento, dove le persone lavorano per le persone e con le persone, partendo dalle nuove generazioni.

    In questo contesto l’organizzazione  appare  però in bilico tra molti mondi: l’individuo e  il contesto, la stabilità e  il mutamento: la sua attività economica ha bisogno di ridurre l’incertezza, ma al cuore dell’iniziativa  c’è l’analisi del cambiamento e spesso anche la passione per l’avventura.

     

    Secondo la definizione proposta da NESTA, un’innovazione sociale è :

    “un’innovazione che risolve un bisogno sociale che non è stato risolto da interventi tradizionali né da parte di soggetti privati né da servizi organizzati da parte dell’attore pubblico

     

    Per condividere questo e molti altri principi per un futuro migliore, siamo lieti di invitarvi, il 19  e 20  settembre 2020, nella bellissima cornice di Villa Giona al “Social Innovation Experience”, l’evento che cambierà il vostro modo di agire dentro e fuori le organizzazioni.

    Agenda:

    sabato 19  ore 15: workshop,  AC&SI (Accelerated Culture & Social Innovation)

    sabato 19  ore  21: evento “La Vita è una startup”

    domenica 20: tavola rotonda

    Relatori:

    • Rocco De Lucia ceo Siropack Italia
    • Alessandra Morelli, alto commissariato dell’ Onu
    • Domenico Ioppolo, COO Campus Orienta-Salone dello studente
    • Andrea Tomatis, founder XScoreInsight
    • Antonio Arezzo founder XScoreinsigth
    • Tommaso Esmanech, growth strategies to help propose (California)
    • Alessandro Fossato, founder and Ceo Interlogica
    • Ernesto Sirolli, founder and Ceo, Ernesto Sirolli Foundation (con.video)

     

    Modera: Giustiniano La Vecchia

     

    Per info: news@giustinianolavecchia.it

     

     

    Photo by:  austin chan

  • L’ascolto senza pregiudizi rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero

    L’ascolto senza pregiudizi rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero

    “Dopo questa pandemia saremo tutti diversi”.

    Era questa la frase che si sentiva più spesso all’inizio del lockdown, mentre le bandiere tricolore sventolavano e noi cantavamo dai balconi, riscoprendo un antico e innocente senso di comunità.

     

    Il lockdown ormai si è concluso ed è il momento di fare i conti con una lampante realtà: non siamo cambiati, non siamo diversi e, soprattutto, non siamo affatto migliorati. Anzi.

    Durante il periodo che ci ha costretti tutti a casa, molti hanno avuto la possibilità di mostrare – a causa dell’aumento del tempo libero e della presenza dei social –la loro vera faccia, la loro incapacità di comunicare in maniera costruttiva e non aggressiva.

    In un periodo di massima crisi le maschere sono cadute ed è risultata sempre più evidente l’incapacità da parte di molti di costruire relazioni basate sul rispetto dell’altra persona. In particolare, sul rispetto delle opinioni dell’altra persona.

    Discutere con gli altri, confrontare opinioni diverse non è mai un male. È un bene, è un modo per migliorarsi, per conoscere punti di vista diversi dai nostri. Ma se non ascoltiamo veramente chi abbiamo davanti ma aspettiamo solo che taccia, aspettiamo il nostro turno, per potergli dire la nostra unica verità, allora non stiamo discutendo, non stiamo scambiandoci opinioni, siamo  solo impegnati in due sordi monologhi.

     

    Credere che il nostro punto di vista, il nostro modo di vedere le cose, di veder il mondo sia l’unico valido è una cosa comune – persino sana e fisiologica – durante l’adolescenza. È un processo che fa parte della crescita ma crescendo appunto, diventando adulti, bisognerebbe essere in grado di aprire gli occhi e allargare lo sguardo, mettere in dubbio le nostre certezze. Ciò non vuol dire cambiare necessariamente opinione ma avere la saggezza di ascoltare anche quella dell’altro senza pregiudizi.

     

    Essere in grado di ascoltare gli altri e, se necessario, cambiare idea rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero.

    Ognuno di noi ha moltissimo da imparare dagli altri. Da tutti gli altri.

    Persone con un grado d’istruzione inferiore al nostro possono aver avuto diverse e più profonde esperienze di vita rispetto alle nostre.

    E, allo stesso modo, persone che hanno studiato approfonditamente in un certo campo hanno informazioni più dettagliate, conoscenze più specifiche rispetto a quelle che ognuno di noi potrà mai ottenere con un ricerca su Google o Wikipedia.

     

    Ma ad ascoltare in giro, a leggere le discussioni sui social o i dibattiti in tv sembra che, gran parte della popolazione sia rimasta bloccata all’adolescenza della propria ragione, che non sia cresciuta e maturata.

    Troppo impegnata a guardare il mondo in bianco e nero per rendersi conto dell’infinita quantità di sfumature. Non in grado di apprezzare il potere della diversità, delle persone e delle opinioni.

    Persone diverse da noi, per sesso, estrazione sociale, razza religione o, semplicemente esperienze di vita.

    Opinioni diverse dalle nostre, non migliori o peggiori, solo diverse.

     

    La nostra crescita personale passa attraverso la capacità di cambiare punto di vista. Ciò non vuol dire essere incoerenti ma, pur rimanendo fedeli a se stessi, bisogna aprirsi agli altri. Riservare agli altri il diritto di esprimersi, rispettare le idee altrui anche quando non si condividono.

     

    Chi è in grado di fare questo, ed è  in grado di difendere le proprie idee,  ma continuando ad ascoltare quelle degli altri, in uno scambio prezioso, è destinato a essere riconosciuta o riconosciuto come ispiratrice o ispiratore del nuovo millennio.

     

     

    Namaste

  • Il futuro si costruisce vivendo  il qui e ora

    Il futuro si costruisce vivendo il qui e ora

    Il futuro si costruisce vivendo pienamente il qui e ora e non andando a pescare i modelli del passato.

    I modelli del passato ci impediscono di vivere il presente, andiamo a pescarli istintivamente.

    Tutto ciò rappresenta un limite enorme alla nostra libertà di pensiero, di azione, che invece sono fondamentali per la costruzione del nostro futuro.

    Il problema è che venendo al mondo “sottoscriviamo” contratti imposti dalla tribù, persone che si aspettano qualcosa da noi – sono quindi contratti che non ci appartengono.


    Un classico esempio è il contratto genitori / figli: se un genitore pretende che il figlio prenda buoni voti a scuola o eccella nello sport, al primo passo falso dimostrerà fastidio e delusione, che esprimerà in frasi tipo :.

    “Non sei stato all’altezza”.

    “Mi hai deluso”.

    Sono frasi devastanti, che condizioneranno i figli per tutta la vita. Perchè?

    Perchè crescendo, quelle parole gli rimarranno impresse in un angolo della mente e da quell’angolo andrà a pescarle ogni volta che si sentirà di aver commesso un errore, di aver fallito o di essere a un passo dal fallimento, in virtù del meccanismo della profezia che si auto-avvera.

    Avrà la convinzione che gli errori come i fallimenti saranno tatuaggi indelebili che li accompagneranno per tutta la vita, mentre non sanno che sono solo lividi temporanei.

    Lividi che permettono, attraverso le esperienze,  quella crescita che si trasformerà in consapevolezza

    Il giudizio espresso anche molti anni prima, frutto di un contratto mai sottoscritto consapevolmente, condiziona il futuro e la nostra crescita, limitando, anzi negando la possibilità di scrivere e ascoltare la colonna sonora della nostra esistenza

    Ogni volta che qualcuno esprime un giudizio, sta contribuendo alla creazione di un modello errato di noi, che però non siamo tenuti a rispettare. Tutt’altro!

    Dobbiamo sottrarci dal giudizio, cosi da vivere pienamente il nostro qui e ora, liberi dai condizionamenti del passato.Ricordiamoci: il passato non puoi cambiarlo, quindi è di per sé inutile andare a ripescarlo, perché non ci darà nessuno slancio per costruire il futuro.

    Questo succede anche nelle imprese dove ancora oggi, l’incapacità di gestire relazioni vere, basate sul costruire fiducia, sostegno, ascolto, esempio, generano il dubbio sulle proprie capacità.

    Il risultato? Entusiasmo e Talento imprigionati,  in attesa di essere liberati.

    Per questi motivi e relazioni, sane,  di qualsiasi natura contano, sono fondamentali, modellano il presente.

    Hanno il potere di farci sapere e ricordarci ogni giorno che possiamo contare su quell’ispiratore o quella ispiratrice, individui pronti a sostenerci con l’esempio, con l’ascolto e facendo di tutto perchè si possa cosi  disancorare la nostra barca, per partire in mare aperto verso quella meravigliosa esperienza chiamata esistenza.

    Allora che fare? I giudizi sono solo una zavorra che conviene abbandonare se vogliamo d’ora in avanti non sprecare il nostro tempo,  regalare il nostro tempo ad altri.

    In fondo il tempo è un’illusione, come diceva Einstein. Non abbiamo la possibilità né di cambiare il passato né di cambiare il futuro: allora non ci resta che vivere il presente, per quanto “illusorio” esso sia.
  • Il segreto dell’ottimismo è nell’empatia

    Il segreto dell’ottimismo è nell’empatia

    “Mi sveglio e dò alla giornata che mi sta dinanzi l’opportunità di essere la più bella della mia vita”

    Mark Twain

    Molte volte, le difficoltà vere esistono solo nella nostra mente. Se vogliamo davvero qualcosa, se lo desideriamo con tutte le nostre forze, non ci sono ostacoli così insormontabili. Ogni cosa ci sembrerà raggiungibile, in fondo, alla nostra portata. E ciò che bastava per intimorire e fermare gli altri, per noi sarà lo stimolo che stavamo aspettando per lanciarci in una nuova, sfidante avventura. Non è facile, soprattutto in questo periodo a parlare di ottimismo, soprattutto quando si è giovani, e siamo ancora provvisti di quella buona dose di incoscienza che non ci fa riflettere troppo sulle nostre azioni. Soprattutto quando non abbiamo vissuto in prima persona un fallimento, ad un certo punto della nostra vita.

    Ma chi mi conosce, sa che non mi fermo mai all’apparenza, al primo strato di verità. È nella mia natura voler andare a fondo, scavare nell’animo umano e delle cose per portare a galla i quesiti più veri che ci attanagliano. Anche questa volta non posso farne a meno. Per questo motivo, anche oggi la mia riflessione sarà provocatoria. Iniziamo con una domanda: “Che cos’è l’ottimismo?” Ce lo domandiamo in molti, ma credo che le risposte date finora siano un po’ troppo superficiali. Ricordate la questione del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto? Balle.

    Alzi la mano chi sa davvero cosa significhi ottimismo

    Scusate la franchezza (ma non troppo), ma non credo possiamo ridurre il tutto al sorridere alla vita perché dobbiamo avere la forza di alzarci dopo una batosta. Il fatto è che quando diamo del pessimista a qualcuno, additandolo di non saper affrontare gli alti e bassi della vita, lo stiamo affossando ancora di più. E allora la domanda resta sempre la stessa, ma non abbiamo ancora trovato una risposta: “Che cos’è l’ottimismo?”.

    Noi non ci sforziamo veramente di comprendere i problemi degli altri. Che si tratti di un amico, collega, parente o il proprio stesso figlio, è molto difficile che ci sia una comprensione vera o, quantomeno lo sforzo di comprensione. In genere, ci limitiamo a sentire in parte ciò che ha da dire l’altro, magari solo per educazione, perché ci hanno insegnato rientri nei nostri doveri civili di bravi cittadini. Spesso, anche i conflitti generazionali possono ricondursi alle incomprensioni che ci sono fra noi genitori e i nostri figli, soprattutto adolescenti. Parliamoci chiaro, è l’età più complessa da affrontare, ve lo garantisco per esperienza personale. I nostri ragazzi non sono più dei bambini; l’età dei ‘balocchi’ è finita e ci si affaccia per la prima volta alla vita vera, quella che ti sbatte in faccia porte e bastioni senza chiedere scusa.

    L’eterno conflitto fra genitori e figli è superabile con una buona dose di ottimismo?

    E noi cosa facciamo quando troviamo i nostri figli giù di morale? Gli diamo addosso perché non sappiamo come aiutarli, se non superficialmente, dicendo loro di non lasciarsi abbattere perché ci sono problemi ben peggiori di una fidanzatina che ti ha tradito, o di un brutto voto a scuola. Devono essere ottimisti, perché alla prossima interrogazione andranno sicuramente meglio, e l’amore.. beh, il mondo non era pieno di pesci una volta?

    Quindi, è questo l’ottimismo? Fingere di voler risollevare l’umore di qualcun altro sottovalutando i suoi problemi? E no, ancora non ci siamo; ancora non abbiamo trovato la risposta giusta. Sento già in lontananza quelli che mi diranno: “ma, ehi, che mi dici di quelle persone pessimiste croniche che credono l’universo se la stia prendendo con loro?”. E giù tutti a prendersela con Leopardi. Scusa, Leo, non sanno quello che dicono. Il mio non vuole essere un inno al pessimismo cosmico, la fiera delle negatività. Sto solo cercando di capire cosa sia davvero l’ottimismo, perché un conto è la definizione da vocabolario, e un’altra e l’essenza del concetto.

    Sapete cos’è il nominalismo? Una simpatica corrente filosofica originatasi nel medioevo per cui le parole vanno trattate come puri segni linguistici. Esistono fintanto che designano tecnicamente un qualcosa, ma di per sé non hanno altro valore. Siamo noi che le carichiamo, che gli diamo vita. Le parole assolverebbero ad una mera funzione tecnica per designare un determinato oggetto o concetto.

    Non solo filosofia

    Non vi sto dicendo questo perché voglio filosofeggiare ma perché mi preme spiegarvi un concetto molto semplice: cosa vuol dire ottimismo. Da vocabolario è definita come una “disposizione psicologica a considerare il corso degli eventi in maniera positiva”. Ma ricordate che siamo noi a dar peso alle parole? Allora perché non proviamo ad aggiungere altro significato all’ottimismo?

    Per me l’ottimismo va oltre la positività, ma ha a che fare con il coraggio, perché bisogna averne di molto per guardare la vita con la speranza di avere un domani migliore nonostante stiamo vivendo magari giorni completamente ‘no’. Non è così semplice gestire le emozioni negative, ci insegnano solo che bisogna accettare le sconfitte e trovare, appunto, il coraggio di superarle. Ma non possiamo dimenticare le persone che tutto questo coraggio non lo hanno e che noi chiamiamo semplicisticamente pessimisti. Smettiamola di fermarci sempre al primo piano di lettura delle cose del mondo, andiamo più in fondo e scopriamo davvero il suo noumeno.

    Attenzione, però, perché non vi sto dicendo di affogare nella negatività, anzi. Il punto è che vorrei trasmettervi che senza coraggio non possiamo essere ottimisti. Perché? Perché dobbiamo compiere un grande sforzo per immedesimarci nei problemi degli altri. Mi metto in gioco io in prima persona, e come padre, per comprendere davvero i problemi di mio figlio, sapete, quelli legati all’età, che magari agli occhi degli adulti sembrano di poco conto. Ecco, dicevo, ci vuole il coraggio di ascoltarli, comprenderli e immedesimarsi. Solo dopo aver compiuto questi passaggi, essere entrati in empatia con la persona che si sta confidando con noi.

    È quindi l’empatia la chiave di volta dell’ottimismo? Può essere. Pensateci: come possiamo sperare di guardare veramente questo bicchiere mezzo pieno con buona pace di chi lo vede vuoto? Non commettiamo l’errore di credere che basti avere una finta speranza nel futuro: è necessario crederci sul serio, e per farlo sul serio dobbiamo prima empatizzare col prossimo. E allora diamo finalmente una risposta alla domanda che ci ha accompagnato per tutto l’articolo: “Che cos’è l’ottimismo?” L’ottimismo non è che il coraggio di empatizzare con i problemi degli altri, aiutarli a superarli nonostante le difficoltà. Solo in questo modo riusciremo davvero a dare alla giornata dinanzi “l’opportunità di essere la più bella della vita”.

  • A Cagliari abbiamo sconfitto un grande nemico: “il phubbing”

    A Cagliari abbiamo sconfitto un grande nemico: “il phubbing”

    AIl racconto della mia esperienza a Cagliari di fronte ai ragazzi riuniti per il Salone dello Studente.

    L’evento di Cagliari, al Salone dello Studente, stava per iniziare. Ho parlato innumerevoli volte di fronte a un pubblico più o meno o giovane, ma sapevo che questa volta sarebbe stato diverso.
    Perché c’era un nemico da affrontare, più grande di me: un nemico oscuro, silenzioso e che si diffonde come un virus, sconosciuto e pericoloso. Lo avevo già affrontato più volte, anche in casa mia, anche con i miei amici e familiari e quindi lo temevo. Ma sapevo che avrei potuto sconfiggerlo solo con l’aiuto e il sostegno di quei meravigliosi adolescenti presenti.

    Parlare alle giovani menti

    Ci siamo, tocca a me.  Domenico Ioppolo, padrone di casa che ringrazio, apre l’incontro, mi presenta scandendo il mio nome. Mi accingo cosi a comparire di fronte alla platea: tiepidi applausi, sorrisi, tanti volti giovanissimi, molta curiosità. Leggo nelle loro facce un pensiero: “Vediamo cosa ci racconta questo qui oggi”. Io sorrido a mia volta e ringrazio tutti. Sono emozionato, provo un po’ di timore ma poi parto, sereno. Miles Davis mi tiene compagnia. Racconto di vita, di coraggio, di passione e della volontà di liberare la propria anima con entusiasmo in un mondo frenetico che ci vuole cupi, stressati, tristi e privi di scopo.
    Le parole scorrono e negli occhi dei ragazzi inizio a capire che questa per loro non è la solita lezione di scuola, ma un discorso inaspettato, strano. I minuti passano e  inizio a realizzare dentro me stesso: “Accidenti stiamo sconfiggendo il mostro…ci stiamo riuscendo davvero!”. I ragazzi e le ragazze di Cagliari lo hanno lasciato nello zaino o nella tasca perché io stavo parlando alle loro giovani menti, ai loro cuori e (forse) loro erano più interessati a me che a lui.

    Abbiamo sconfitto il “phubbing”

    Ma chi o cos’è questa entità maligna che temevo (e temo) e che tutti noi dobbiamo affrontare?  Sto parlando del phubbing: l’arte di ignorare e trascurare il proprio interlocutore (in un qualsiasi contesto sociale), concentrando la propria attenzione sullo smartphone e la propria vita digitale. Il termine phubbing nasce dalla fusione di “phone” (telefono cellulare) e “snubbing” (snobbare).
    Questo modo di fare, in ogni situazione della nostra vita, ha conseguenze disastrose nella comunicazione e nella relazione tra le persone. Immagina per un attimo. Sei a cena con amici e mentre parli di un argomento che ti
    sta a cuore noti il tuo vicino chattare su Whatsapp. Come ti sentiresti? È frustrante, poco educato e rispettoso, ma è l’amara e cruda realtà dei giorni nostri!

    A supporto di questa circostanza c’è la ricerca effettuata da alcuni psicologi dell’Università del Kent. Sono stati intervistati 153 studenti universitari, dovevano osservare un dialogo di tre minuti tra due persone e identificarsi con uno dei due soggetti. E ogni studente, durante il test, avrebbe vissuto una di queste tre condizioni:
    – Dialogo con nessun phubbing
    – Dialogo con phubbing leggero
    – Dialogo con phubbing massiccio.
    Quali sono stati i risultati?

    Tutti i ragazzi che si sono trovati di fronte a un phubbing leggero o massiccio erano frustrati e innervositi dal tipo di relazione che si era creata. Ma a Cagliari è stato diverso.

    Ho i brividi se ripenso a quella straordinaria esperienza di conoscenza e di condivisione, mi sono concentrato sull’immagine della sala piena e i sorrisi di ragazzi e ragazze. Mi hanno entusiasmato i loro applausi, il loro sguardo, la loro leggerezza, la loro apparente sicurezza. Mi sono sentito uno di loro anche quando sembravano dirmi:
    “Giustiniano vediamo perché il tuo punto di vista non è così lontano dal nostro, ma forse un pizzico più consapevole…”
    I giovani uomini e le giovani donne comunicano lasciandosi trasportare dalle loro emozioni perché stanno cambiando.
    Non sono più bambini e le loro identità iniziano a formarsi in base alle esperienze di vita quotidiane che vivono.
    Per loro questo periodo è come la “Rivoluzione del ’68” perché vogliono l’indipendenza, odiano le regole e ogni forma di controllo (da parte di noi adulti). Cercano ispiratori non “genitori amici”, vogliono fiducia, vogliono essere ascoltati senza essere costantemente giudicati

    E i grandi cosa devono fare?

    Devono fare i grandi! I ragazzi e le ragazze (come quelli di Cagliari) devono essere sostenuti, ispirati, ascoltati, non solo giudicati. Solo in questo modo – trattandoli come pari – si fideranno di noi, ci affideranno un po’ alla volta il loro rispetto, si apriranno a noi e rispetteranno gli accordi presi. Devo ringraziare i ragazzi e le ragazze di tutta Italia perché se abbiamo veramente il coraggio e la pazienza di ascoltarli, possiamo imparare tanto dai loro gesti, dai loro apparenti silenzi e solo cosi potremmo essere per loro il “capitano mio capitano”.

  • ”Sport & Future”, come riconoscere e gestire un talento

    ”Sport & Future”, come riconoscere e gestire un talento

    Se come è, tutti alla nascita abbiamo un talento, allora varrebbe la pena rispondere ad alcune domande.Come si riconosce un talento? E, una volta individuato, come va gestito? Sono interrogativi a cui è chiamato a rispondere sia un allenatore, nello sport, sia un manager nell’ambito delle organizzazioni aziendali. Perché il talento è in ogni ambito della vita ma per liberarlo e fargli spiccare il volo è necessario un percorso di crescita da parte di un individuo di riferimento, un ispiratore.

    I talenti vanno individuati

    La scorsa settimana  ho lanciato “Sport & Future” – la prima tappa si è tenuta il 2 dicembre al Toolbox di Torino – una serie di eventi dedicati agli allenatori delle società sportive dilettantistiche, alle prese quotidianamente con migliaia di ragazzi da gestire, allenare e per chi, avendo a che fare con il talento, è preposto alla sua crescita e al suo successo. Successo, però, che non deve essere misurato in termini quantitativi: non servono soltanto i numeri, i gol segnati – se parliamo di calcio – o le presenze fatte. Bisogna considerare il benessere del talento: la sua crescita dipende dall’avere di fronte a sé una visione, un obiettivo che lo stimoli a performare. L’allenatore è la figura fondamentale. Spetta a lui il compito di individuare il talento, una merce preziosa e distribuita in modo squilibrato se si pensa che solo il 10% delle persone che noi reputiamo talentuose è il vero responsabile del successo di un determinato dominio. Sapevate che, ad esempio, il 50% di tutta la musica classica ascoltata nel mondo si deve al genio di soli 16 compositori? È un dato emblematico della condizione di emarginato in cui spesso viene relegato il
    talento. E anche qui gli esempi si sprecano dal compositore Bach fino a Van Gogh per arrivare a Gregor Mendel. Dove sono gli errori? Innanzitutto nel valutatore, vittima di un pregiudizio cognitivo: il suo parere nella considerazione delle potenzialità di uno sportivo – o di una personalità con spiccate capacità in qualsiasi settore – è ostacolato da condizioni pregresse che distorcono la reale percezione. Ad esempio questo avviene nei Dratf. Il draft NBA è un evento annuale della National Basketball Association (NBA) nel quale le trenta squadre possono scegliere
    nuovi giocatori. Questi devono avere almeno diciotto anni e di solito provengono dai college, nonostante fossero frequenti anche le scelte di giocatori internazionali o provenienti direttamente dalle high school, opzione divenuta impossibile dal draft del 2006 In questa selezione dei nuovi giocatori per la più importante competizione di basket americana, spesso le loro prestazioni sono inferiori alle aspettative che si sono create durante la scelta, ma i cestisti selezionati e considerati talentuosi vivono nella maggior parte dei casi di rendita. Guadagnano di più, vengono sostituiti di meno e difficilmente cambiano squadra. Ecco un pregiudizio cognitivo.

    Stimoliamo l’entusiasmo

    Una componente fondamentale di un talento è il suo entusiasmo. E un allenatore e ispiratore deve infondere nel giovane questa “essenza di Dio” così come da etimologia del termine. Attrarre, suscitare interesse, spiegare al talento le cause finali del progetto: ecco i doveri di un allenatore. Che è anche un ispiratore: un personaggio unico, che ci trascina via dal quotidiano, dall’apatia e ci porge le chiavi per entrare nello straordinario. Stimola passione, coraggio, entusiasmo e voglia di ripartire. Anche dopo una sconfitta e un fallimento. Una regola che vale per lo sport, per le organizzazioni aziendali. Per la vita.

  • ”Nomadi creativi”, una serie di podcast per dare voce ai talenti e alle loro buone idee

    ”Nomadi creativi”, una serie di podcast per dare voce ai talenti e alle loro buone idee

    Il podcast – formato sempre più in crescita anche in Italia – è un medium che stimola l’ascolto di storie e di idee e instaura un rapporto di intimità tra fruitore e autore. Non poteva esserci strumento migliore per raccogliere la voce dei talenti e dei millenial e divulgare le loro buone idee per lo sviluppo della qualità della vita e dell’ambiente. È questa anche una delle tante missioni di Hubrains, la community per cui il podcast nasce.

    Ogni settimana, su Spreaker, Spotify, Apple Podcast e su tutte le piattaforme per l’ascolto gratuito, troverete un contenuto audio dedicato al rapporto tra millenial e mondo del lavoro, alla necessità, da parte di aziende e organizzazioni, di ascoltarli e trasformare le loro idee, il talento, in azioni concrete per il benessere collettivo.

    Il podcast è prodotto da me, Giustiniano La Vecchia, scritto assieme a Luigi Lupo, con la voce del noto doppiatore, Gianni Gaude. Il montaggio è firmato da Massimo Rivolta per ODS Studio di Torino.