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  • Oltre lo Sguardo

    Oltre lo Sguardo

    Perché l’empowerment femminile riguarda anche noi uomini

    Qualche giorno fa ho ricevuto un invito a intervenire su un tema tanto attuale quanto delicato: l’empowerment femminile.

    La prima reazione non è stata entusiasmo, ma disagio. Mi sono chiesto quale contributo possa offrire un uomo su questo argomento senza rischiare di occupare spazio invece di crearlo. Il pericolo di sembrare l’ennesima voce maschile che spiega alle donne come dovrebbero vivere o lavorare è concreto.

    Quella domanda iniziale si è rivelata necessaria. Non serviva trovare risposte brillanti, ma cambiare prospettiva. Ho compreso che il punto non era spiegare nulla. Il vero passaggio decisivo era raccontare il momento in cui ho smesso di dare per scontate molte dinamiche che mi favorivano senza che me ne rendessi conto.

    L’empowerment, prima ancora di essere una questione politica o aziendale, è un esercizio di consapevolezza personale.

    Il privilegio invisibile

    Viviamo in un’epoca che ama definirsi evoluta e inclusiva. Tuttavia, persistono filtri culturali silenziosi che influenzano la percezione delle persone negli ambienti professionali e sociali.

    Il vantaggio più potente è quello che non si percepisce. Entrare in una stanza senza che nessuno metta in discussione la propria legittimità è un vantaggio. Esprimere un’opinione senza essere interrotti è un vantaggio. Vedere la propria determinazione interpretata come autorevolezza è un vantaggio.

    Al contrario, lo stesso comportamento espresso da una donna può essere letto in modo diverso. Decisione può diventare rigidità. Sicurezza può trasformarsi in arroganza. Ambizione può essere interpretata come aggressività.

    Il comportamento resta identico, cambia l’etichetta. È proprio in questa differenza sottile che si annidano molti ostacoli.

    L’empowerment femminile non implica chiedere alle donne di rafforzarsi ulteriormente. La forza non è mai mancata. Piuttosto, invita a rivedere il modo in cui la società interpreta quella forza.

    Dal consenso teorico al cambiamento concreto

    Le reazioni maschili al tema sono spesso prevedibili. Alcuni esprimono accordo ma non modificano abitudini. Altri percepiscono un’esagerazione. C’è poi chi si considera già allineato e quindi esente da riflessioni ulteriori.

    Anche io ho attraversato queste fasi. Col tempo ho capito che dichiararsi favorevoli non produce effetti reali. L’adesione ideale non trasforma la cultura se non si traduce in comportamenti quotidiani.

    Il cambiamento autentico si costruisce nei dettagli. Ascoltare senza interrompere richiede attenzione. Riconoscere pubblicamente il merito di un’idea richiede integrità. Creare spazio per chi tende a parlare meno richiede intenzionalità.

    Non servono azioni eclatanti. Servono abitudini ripetute nel tempo. La cultura organizzativa e sociale cambia quando cambiano le micro-dinamiche relazionali.

    Un vantaggio collettivo, non una sottrazione

    Un equivoco diffuso descrive l’empowerment come una perdita di spazio per qualcuno. In realtà, l’inclusione amplia lo spazio disponibile.

    Numerose ricerche internazionali mostrano che i team con maggiore equilibrio di genere producono decisioni più solide e risultati migliori. La diversità non è un principio astratto, ma un fattore strategico.

    Oltre ai benefici organizzativi esiste una dimensione umana spesso trascurata. La condivisione dei ruoli riduce la pressione sugli uomini di dover incarnare costantemente il modello di chi sostiene tutto senza esitazioni. Si apre così la possibilità di relazioni più autentiche, maggiore presenza familiare e libertà emotiva.

    In questo senso, l’empowerment non è una battaglia di genere, ma un’evoluzione culturale che rende tutti più completi.

    Dalla conciliazione all’integrità

    Per anni il dibattito si è concentrato sul concetto di conciliazione tra vita privata e lavoro. Quel termine presuppone un conflitto permanente tra identità e ruolo.

    Un paradigma più maturo parla invece di integrazione. Non si tratta di bilanciare due forze in tensione, ma di riconoscere la persona nella sua interezza.

    Le donne che oggi guidano il cambiamento non cercano semplicemente spazio nei modelli esistenti. Stanno contribuendo a ridefinire quei modelli. In un’epoca dominata dall’automazione e dall’efficienza tecnica, le competenze distintive restano profondamente umane: intuizione, empatia, capacità di cura, visione sistemica.

    Queste qualità non rappresentano fragilità. Costituiscono vantaggi competitivi e culturali.

    La responsabilità personale

    Affrontare il tema dell’empowerment significa riconoscersi parte del sistema. Se la mia presenza in una stanza viene data per scontata, non è necessario provare colpa. È necessario assumersi responsabilità.

    Utilizzare una posizione di vantaggio per rendere l’ambiente più equo è una scelta consapevole. Ogni spazio professionale o sociale può diventare più giusto attraverso comportamenti coerenti e continui.

    L’empowerment femminile non è un favore né una concessione. Rappresenta un investimento collettivo nel futuro. Inizia nelle dinamiche quotidiane e si consolida nelle scelte strutturali.

    Il cambiamento non appartiene al domani. Prende forma nel modo in cui entriamo nella prossima stanza.

    Fonti:

    Global Gender Gap Report 2025 – World Economic Forum
    Report annuale che misura la parità di genere in oltre 140 paesi, con dati aggiornati su economia, istruzione e leadership.
    https://www.weforum.org/publications/global-gender-gap-report-2025/

    UN Women Strategic Plan 2026–2029
    Piano strategico globale per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne nel prossimo quadriennio.
    https://www.unwomen.org/sites/default/files/2025-10/brochure-un-women-strategic-plan-2026-2029-en_0.pdf

    Gender Equality Index 2025 – European Institute for Gender Equality (EIGE)
    Analisi dettagliata dello stato della parità di genere in Europa, con dati e indicatori aggiornati.
    https://eige.europa.eu/sites/default/files/documents/gender-equality-index-2025-sharper-data-for-a-changing-world.pdf

    Women in the Workplace 2025 – McKinsey & LeanIn.Org
    Studio annuale sullo stato delle donne nelle aziende, con focus su avanzamento di carriera e supporto organizzativo.
    https://www.mckinsey.com/capabilities/people-and-organizational-performance/our-insights/women-in-the-workplace

     

    Photo by; ava sol
  • Il benessere sistemico, l’Illuminismo 4.0

    Il benessere sistemico, l’Illuminismo 4.0

    Il periodo di crisi ancora in essere, lo stare chiusi in casa conducendo una vita rallentata e meno frenetica, ha dato a molti la scusa per fermarsi a riflettere. Riflettere sulla nostra società, il nostro stile di vita che, fino all’altro giorno, ci sembrava l’unico possibile mentre ora, a ben guardare, pare più ricco di perche che di pregi.

    È, dunque, necessario un processo di cambiamento, un cambiamento verso un reale benessere sistemico,  per se stessi e per la comunità di appartenenza

     

    Del resto, se pensiamo a una comunità, la nostra, quella umana, come ad un’organizzazione, la necessità di cambiamento ci appare ancora più palese e necessaria. L’esistenza di qualsiasi organizzazione si divide in tre fasi: l’espansione, il consolidamento e il declino. E in tutte e tre le fasi viene richiesto di portare innovazione. Un nuovo prodotto, prima, un processo innovativo, dopo. Ma cosa bisogna fare durante la fase del declino?

    Bisogna realmente cercare e  creare, non solo un processo di innovazione, ma una  vera   rivoluzione di rottura con i modelli del passato.

    Un processo dirompente che cambia le regole del gioco..

    Noi stiamo vivendo una fase di declino, quindi ora non possiamo limitarci ad innovare, dobbiamo rivoluzionare.

    Dobbiamo considerare i due anni passati in  compagnia della pandemia (Covid), come un  stimolo per mettersi in gioco, non accontentarsi, crescere, cambiare i modelli mentali,  cambiando punti di vista, rispettando le idee e le esigenze delle altre persone, utilizzando, non solo il pensiero creativo, ma una delle nostre più grandi risorse in nostro possesso: l’intelligenza emotiva

     

    Storicamente, una simile spinta al rinnovamento si  riscontrò durante l’Illuminismo.

    Un movimento culturale e filosofico, nato durante il XVIII secolo nell’Inghilterra dell’era georgiana, ma sviluppatosi al suo massimo in Francia, grazie a figure come quelle di Montesquieu e Voltaire. L’Illuminismo nacque come reazione a una società vetusta e sorpassata che gli intellettuali non riconoscevano più.

    Si superò la staticità dell’ Ancien Régime e delle antiche autorità filosofiche, in favore di una borghesia sempre più potente e dell’osservazione diretta dei fenomeni naturali per conoscere veramente la realtà e il mondo.

    Allo stesso modo, questo 2023, ad esempio, da una parte vede vacillare le certezze che avevamo fino a poco fa circa l’economia e il mondo del lavoro, e dall’altra mette in luce la necessità di aumentare l’attenzione verso l’individuo

    La nostra realtà, come quella del 1700, è destinata senza se e senza ma ad essere cambiata. Ma da chi? Da noi.

     

    “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”, scriveva Immanuel Kant nel 1784. “Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro.

    Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza e della tua innata creatività!

    È questo il motto dell’Illuminismo, ed è questo che dovrebbe e deve essere il nostro mantra che ci accompagna in questa sana rivoluzione.

    Durante l’Illuminismo si chiedeva all’essere umano di uscire da uno stato di sufficienza, minorità, incapacità di servirsi della propria intelligenza. È questa è la stessa cosa che dobbiamo chiedere a noi stessi ora.

    Questo è il momento in cui dobbiamo diventare rivoluzionari, ispiratrici e  ispiratori. Dobbiamo essere coloro che ispirano, coloro che illuminano.

    Namaste

     

    foto by: hakon grimstad

  • Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Stiamo vivendo un momento straordinario, al tempo stesso difficile ma ricco di opportunità.

     

    In passato grandi tragedie hanno dato il via a nuovi periodi di crescita.

    Epidemie e guerre sono state seguite da rinascite. Questo è il caso, ad esempio, del secondo conflitto mondiale, che lasciò il nostro paese distrutto dai bombardamenti, dal regime e dalla fame.

    Ma fu proprio in quell’occasione che gli italiani diedero il meglio di loro stessi, tanto da essere definiti, dallo storico Gaetano Salvemini, “un formicaio più rapido a costruire di quanto siano stati gli altri a distruggere”.

     

    Più di settanta anni dopo ci ritroviamo in una situazione simile. La pandemia causata dal Covid19, per fortuna, non ha provocato vittime e distruzioni paragonabili a quelle causate dalla seconda guerra mondiale, ma ha inflitto seri danni all’economia e all’istruzione, fino a mettere in discussione il nostro stesso stile di vita.

    Forse è necessario un approccio diverso, una crescita diversa, forse il mondo non può e non deve tornare ad essere quello di prima.

    Questa nuova consapevolezza apre un enorme ventaglio di eccitanti possibilità, un futuro tutto da costruire, ed è qui che deve entrare in gioco la nostra creatività. Dovremo passare dal supermercato dell’abitudine, delle convinzioni alla boutique della creatività.

     

    Lo sviluppo e l’espressione della nostra creatività, attraverso il talento di ogni singolo individuo,  possono essere d’ispirazione per gli altri, e possono portare a una e vera e propria rinascita culturale.

    A un nuovo Rinascimento. Lo stiamo aspettando da molto ed è forse finalmente venuto il momento che si realizzi. Noi potremmo essere spettatori ma, soprattutto, artefici di una nuova epoca d’oro.

     

    A tal proposito, è facile intuire che i maggiori artefici di questo futuro siano destinati ad essere i giovani mentre noi altri, gli adulti, i meno giovani, abbiamo il compito d’ispirarli. Dobbiamo essere d’esempio, con i gesti, ovviamente, ma anche con le parole, con il racconto e soprattutto con l’esempio.

    Ma come facciamo ad attrarre la loro attenzione, a farci ascoltare? Come facciamo a toglierci quella maschera che in molti casi nasconde il nostro vero io, la nostra unicità?

    La prima cosa è avere coraggio e non avere paura del giudizio. La seconda cosa, forse la  più importante nel raccontarsi ai giovani è dire loro cose che ancora non conoscono e ascoltali.  Sono bombardati continuamente da informazioni, più o meno veritiere o interessanti. Tutte cose che hanno già sentito mille volte.

    Per attirare la loro attenzione e fare la differenza, dobbiamo condividere con loro l’unicità della nostra esperienza e di noi stessi.

     

    Non è detto che sia facile, anzi è più faticoso che nascondersi dietro gli schemi o i finti personaggi che tanto ci fanno sentire al sicuro. Ma è sicuramente più efficace ed anche più divertente, come tutte le nuove sfide.

    Dovremo cambiare il nostro punto di vista, la nostra solita prospettiva. Solo così potremo fornire a ragazze e ragazzi uno strumento in più, una chiave di lettura che li aiuti , non solo a crescere, ma anche a entrare nel mondo della consapevolezza in modo da essere, un giorno  a loro volta ispiratrici e ispiratori.

     

    Ma come otterremo questo obiettivo? Usando la nostra creatività, fonte inesauribile di soluzioni alternative ed inaspettate.

    Quindi, per stimolare la creatività altrui dovremo stimolare anche la nostra,  nei contenuti e nei modi. Per contribuire a costruire, dunque, la società del futuro che desideriamo.

     

    Namaste

     

    Photo by: Roberto Lopez

  • La creatività libera il talento

    La creatività libera il talento

    Nessuna idea creativa potrà mai essere sognata se le persone hanno paura di essere identificate come sciocche.

    Ogni idea creativa si porta avanti con dei rischi

    (Robinson and Stern, Corporate Creativity, 1997)

    Se ci chiediamo perché la creatività è uno degli elementi fondamentali delle organizzazioni contemporanee,  non possiamo evitare di rispondere che nella creatività risiede il modello fondativo , non solo nel fare business, ma anche nei processi di cambiamento,

    poichè la creatività, non solo libera il talento degli individui, ma lo sostiene nelle sfide.

    Mai come questo momento la creatività delle nuove generazioni è una risorsa imprescindibile.

    Abbiamo bisogno di entrare in contatto con loro, ascoltarli e dialogare, per liberare la loro creatività e condividerla con la nostra.

    Ma come avviene il processo creativo?

    La creazione parte dall’immaginazione , da li nascono le idee e successivamente l’innovazione delle stesse.

    Un idea che esiste, in fase embrionale, nelle menti di chi la produce e che arriva alla sua pienezza e alla sua composizione nelle attività quotidiane.

    Indubitabile nessun teorico ha la certezza di come questo processo si generi.

    Quel che però possiamo dire con chiarezza, seguendo gli analisti contemporanei, è che il mito del genio solitario, che in una stanza chiusa partorisce idee rivoluzionarie, è ormai un cliché superato.

    Come ben ha scritto Eric Von Hippel nel suo Democratizing Innovation, la creatività è un’attività fisica che richiede interazione tra gli esseri umani, oltre alla sperimentazione, all’osservazione condivisa e all’esplorazione. 

     

    Dunque i luoghi che riuniscono le perone, fisicamente e virtualmente, sono fondamentali per i risultati dell’innovazione, come ben hanno compreso molte organizzazioni nell’ultimo decennio ed è in qui luoghi che si da vita, attraverso la condivisione di idee ai cambiamenti dirompenti, ma fondamentali per il progresso e il miglioramento della qualità della vita.

    Creare spazi disegnati intenzionalmente per un certo tipo di business può aumentare la creatività e il rendimento delle persone, affinare le squadre di lavoro e rendere sostenibile nel tempo questi processi.

    Si sa: a fianco di menti creative le sfide crescono.

    Lo spazio della creatività nelle imprese innovative diventa spazio flessibile, che cambia destinazione per le diverse attività, che cambia formato, che cambia logica.

    Le architetture, interne ed esterne, hanno una funzione determinante per il nostro well being: scenari attraenti e stimolanti aiutano il dispiegarsi della creatività.

    Si costruiscono e si costruiranno s sempre più luoghi di condivisione, virtuali e non. Luoghi  fertilizzanti e di interscambio, vere e proprie fucine di creatività.

    Lo spazio diventa così uno strumento in più per facilitare le diverse forme di lavoro, di apprendimento , di socializzazione e di condivisione della conoscenza

    Senza dimenticare che la condivisone della conoscenza,  quella vera, lasciando fuori dalla porta i condizionamenti, è altresì un riflesso della cultura di una organizzazione e  ne riafferma la vocazione: il veicolo dei valori e dei processi.

    Riflettere le intenzioni di un cambiamento disruptive, attraverso un intelligenza collettiva,  genera  menti  aperte e feconde verso,  l’innovazione.

    Photo by: David Pisnoy

  • Social Innovation Experience, villa Giona (VR),  19/20 settembre 2020

    Social Innovation Experience, villa Giona (VR), 19/20 settembre 2020

    Perché così spesso e mai come  in questi mesi, sentiamo parlare di crisi e non riusciamo a percepirne i contorni e le possibili vie d’uscita?

    Perché, invece, esistono diverse persone, Ispiratori e Ispiratrici  che questa crisi voglio superarla?

    Persone che,  non solo in passato  hanno vissuto altre crisi, ma sentono il dovere di fare qualcosa.

     Chi sono le nuove figure dominanti dell’economia italiana?

    Chi sono le nuove Ispiratrici e i  nuovi Ispiratori del nuovo millennio ?

    Quanto conta l’innovazione sociale e la crescita culturale  oggi, per affrontare le nuove sfide della globalizzazione nelle economie avanzate?

    E che cos’è questa globalizzazione, che cosa sta cambiando nel nuovo scenario mondiale? In che modo l’innovazione sociale può elaborare soluzioni concrete alle sfide sociali?

    E’ possibile trasformare gli ecosistemi locali nei nodi di una più ampia rete, grazie a partnership e collaborazioni?

     

    Se cerchiamo una ragione per cui, oltre a storici ed antropologi, economisti,  anche manager, leader e imprenditori, dovrebbero interessarsi con attenzione dei rapidi mutamenti nell’economia e nella società, la risposta sta in queste domande, e in molte altre ancora.

    Il Social Innovation Experience  vuole agire proprio qui, preparando un processo di innovazione sociale attraverso la condivisione di idee, per affrontare le sfide del presente e del futuro.

    In questi anni stiamo assistendo, infatti, a una rinnovata attenzione verso l’Essere Umano come motore di sviluppo, tanto da configurare l’innovazione sociale come driver della globalizzazione stessa  e le  persone come:

    “the single most important player in a modern economy”

    Perché?

    Da circa un ventennio stiamo partecipando, da un lato,  alla rivoluzione delle tecnologie,  che a catena hanno avuto enormi effetti sulle economie.

    Dall’altro lato siamo sotto il grande cappello della  globalizzazione e  della finanza, con i suoi effetti sulle organizzazioni  stesse, come dimostra il vigore di fenomeni quali, le startup,  private equity , venture capital, business angel ;  l’integrazione e l’ampliamento dei mercati dei capitali e l’accelerazione senza precedenti dei flussi finanziari.

    Queste spinte congiunte hanno forzato la direzione delle imprese e delle organizzazioni ad affrontare il cambiamento, sempre più rapido ed inatteso.

    Questi ultimi mesi poi, ci hanno dimostrato che siamo usciti dall’economia della finanza per entrare in un’economia dove le persone sono il centro di tutto.

    Un’economia dove lo stato,  le organizzazioni profit e non, sono paralizzate dalla convinzione che solo chi è in cima può cambiare il sistema. Il punto è che le iniziative dall’alto verso il basso difficilmente cambiano che le cose  che devono essere cambiate.

    Ecco perché ogni persona deve poter incidere in un processo di cambiamento, dove le persone lavorano per le persone e con le persone, partendo dalle nuove generazioni.

    In questo contesto l’organizzazione  appare  però in bilico tra molti mondi: l’individuo e  il contesto, la stabilità e  il mutamento: la sua attività economica ha bisogno di ridurre l’incertezza, ma al cuore dell’iniziativa  c’è l’analisi del cambiamento e spesso anche la passione per l’avventura.

     

    Secondo la definizione proposta da NESTA, un’innovazione sociale è :

    “un’innovazione che risolve un bisogno sociale che non è stato risolto da interventi tradizionali né da parte di soggetti privati né da servizi organizzati da parte dell’attore pubblico

     

    Per condividere questo e molti altri principi per un futuro migliore, siamo lieti di invitarvi, il 19  e 20  settembre 2020, nella bellissima cornice di Villa Giona al “Social Innovation Experience”, l’evento che cambierà il vostro modo di agire dentro e fuori le organizzazioni.

    Agenda:

    sabato 19  ore 15: workshop,  AC&SI (Accelerated Culture & Social Innovation)

    sabato 19  ore  21: evento “La Vita è una startup”

    domenica 20: tavola rotonda

    Relatori:

    • Rocco De Lucia ceo Siropack Italia
    • Alessandra Morelli, alto commissariato dell’ Onu
    • Domenico Ioppolo, COO Campus Orienta-Salone dello studente
    • Andrea Tomatis, founder XScoreInsight
    • Antonio Arezzo founder XScoreinsigth
    • Tommaso Esmanech, growth strategies to help propose (California)
    • Alessandro Fossato, founder and Ceo Interlogica
    • Ernesto Sirolli, founder and Ceo, Ernesto Sirolli Foundation (con.video)

     

    Modera: Giustiniano La Vecchia

     

    Per info: news@giustinianolavecchia.it

     

     

    Photo by:  austin chan

  • E la nostra Silicon Valley? E le nostre startup?

    E la nostra Silicon Valley? E le nostre startup?

    Abbiamo dimenticato troppo presto che, tra il 1932 e il 1960 un certo Adriano Olivetti, un vero ispiratore,  dava inizio a una straordinaria storia tutta Italiana   ( troppo presto dimenticata).

    Per il suo essere visionario e fuori dalle regole imposte dallo status quo,  nasceva la nostra” Silicon Valley” nel polo industriale di Ivrea.

     

    Un eccellenza Italiana nel mondo con 24.000 dipendenti. Nello stesso periodo le nostre  piccole imprese artigiane ,” le nostre startup”,  composte di Donne e Uomini straordinari, esportavano la loro maestria  nel mondo, fatta di creatività,   passione e orgoglio italiano.  Siamo nel 2020 e cosa è successo? Ci siamo, forse, persi qualcosa?.

     

    Abbiamo forse dimenticato che anche noi in Italia abbiamo creato  la nostra Silicon Valley? 

     

    Che sempre noi siamo  stati i primi ad avere le prime startup e che sempre  noi abbiamo avuto il nostro visionario al pari di  Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Elon Musk, Jeff Bezos,  che portava il nome di  Adriano Olivetti?

     

    Ma allora  cosa ci è successo?

    Cosa ci siamo persi?

    Come abbiamo potuto cancellare quel vantaggio competitivo fatto di creatività e passione?

     

    Alle nostre nuove generazioni tutto questo l’abbiamo mai raccontato e soprattutto spiegato?

     

    Credo che valga  la pena, iniziare ad appiattire le piramidi delle organizzazioni, cancellando la burocrazia, ascoltando di più le persone , liberando la creatività e il talento delle stesse.

     

    E poi ancora ritornando ad avere l’orgoglio di essere italiani, attraverso la nostra cultura, l’eccellenza che ci ha contraddistinto e ci contraddistingue  e ad diffondere quell’innovazione sociale che tutto auspichiamo, ma che in  pochi praticano

     

    Allora si che torneremo ed essere un esempio, 

    allora si che le nuove generazioni cesseranno di vivere il Nichilismo e avranno cosi  la possibilità di avere uno scopo e con entusiasmo affrontare la loro nuova startup chiamata esistenza.

     

     

  • L’ascolto senza pregiudizi rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero

    L’ascolto senza pregiudizi rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero

    “Dopo questa pandemia saremo tutti diversi”.

    Era questa la frase che si sentiva più spesso all’inizio del lockdown, mentre le bandiere tricolore sventolavano e noi cantavamo dai balconi, riscoprendo un antico e innocente senso di comunità.

     

    Il lockdown ormai si è concluso ed è il momento di fare i conti con una lampante realtà: non siamo cambiati, non siamo diversi e, soprattutto, non siamo affatto migliorati. Anzi.

    Durante il periodo che ci ha costretti tutti a casa, molti hanno avuto la possibilità di mostrare – a causa dell’aumento del tempo libero e della presenza dei social –la loro vera faccia, la loro incapacità di comunicare in maniera costruttiva e non aggressiva.

    In un periodo di massima crisi le maschere sono cadute ed è risultata sempre più evidente l’incapacità da parte di molti di costruire relazioni basate sul rispetto dell’altra persona. In particolare, sul rispetto delle opinioni dell’altra persona.

    Discutere con gli altri, confrontare opinioni diverse non è mai un male. È un bene, è un modo per migliorarsi, per conoscere punti di vista diversi dai nostri. Ma se non ascoltiamo veramente chi abbiamo davanti ma aspettiamo solo che taccia, aspettiamo il nostro turno, per potergli dire la nostra unica verità, allora non stiamo discutendo, non stiamo scambiandoci opinioni, siamo  solo impegnati in due sordi monologhi.

     

    Credere che il nostro punto di vista, il nostro modo di vedere le cose, di veder il mondo sia l’unico valido è una cosa comune – persino sana e fisiologica – durante l’adolescenza. È un processo che fa parte della crescita ma crescendo appunto, diventando adulti, bisognerebbe essere in grado di aprire gli occhi e allargare lo sguardo, mettere in dubbio le nostre certezze. Ciò non vuol dire cambiare necessariamente opinione ma avere la saggezza di ascoltare anche quella dell’altro senza pregiudizi.

     

    Essere in grado di ascoltare gli altri e, se necessario, cambiare idea rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero.

    Ognuno di noi ha moltissimo da imparare dagli altri. Da tutti gli altri.

    Persone con un grado d’istruzione inferiore al nostro possono aver avuto diverse e più profonde esperienze di vita rispetto alle nostre.

    E, allo stesso modo, persone che hanno studiato approfonditamente in un certo campo hanno informazioni più dettagliate, conoscenze più specifiche rispetto a quelle che ognuno di noi potrà mai ottenere con un ricerca su Google o Wikipedia.

     

    Ma ad ascoltare in giro, a leggere le discussioni sui social o i dibattiti in tv sembra che, gran parte della popolazione sia rimasta bloccata all’adolescenza della propria ragione, che non sia cresciuta e maturata.

    Troppo impegnata a guardare il mondo in bianco e nero per rendersi conto dell’infinita quantità di sfumature. Non in grado di apprezzare il potere della diversità, delle persone e delle opinioni.

    Persone diverse da noi, per sesso, estrazione sociale, razza religione o, semplicemente esperienze di vita.

    Opinioni diverse dalle nostre, non migliori o peggiori, solo diverse.

     

    La nostra crescita personale passa attraverso la capacità di cambiare punto di vista. Ciò non vuol dire essere incoerenti ma, pur rimanendo fedeli a se stessi, bisogna aprirsi agli altri. Riservare agli altri il diritto di esprimersi, rispettare le idee altrui anche quando non si condividono.

     

    Chi è in grado di fare questo, ed è  in grado di difendere le proprie idee,  ma continuando ad ascoltare quelle degli altri, in uno scambio prezioso, è destinato a essere riconosciuta o riconosciuto come ispiratrice o ispiratore del nuovo millennio.

     

     

    Namaste