Tag: lavoro

  • Il CV che scarti potrebbe essere quello che ti salva l’azienda

    Il CV che scarti potrebbe essere quello che ti salva l’azienda

    Perché scegliere solo cucchiai d’argento e profili giovani perfetti ti fa perdere combattenti e senior che portano visione, tenuta e trasformazione

    Riflessioni  dal TED Talk di Regina Hartley

    La maggior parte dei processi di selezione oggi non è selezione. In realtà è scarto veloce, lettura superficiale, paura mascherata da metodo.

    Quando arriva un curriculum, bastano pochi secondi. Gli occhi cercano rassicurazione: università giusta, aziende giuste, traiettoria pulita, nessuna deviazione. Se la linea è dritta, il candidato passa. Se invece la linea è irregolare, il candidato diventa un dubbio. E il dubbio, nella selezione moderna, quasi sempre non viene esplorato: viene eliminato. Fuori.

    Cucchiaio d’argento e combattente

    Nel suo celebre TED Talk, Regina Hartley ha chiamato questi profili con due nomi brutali ma veri: il cucchiaio d’argento e il combattente. Il primo ha avuto un percorso protetto, ordinato, progettato per il successo. Il secondo, al contrario, ha dovuto farsi strada tra ostacoli, lavori discontinui, errori, ripartenze e deviazioni. Non è una categoria romantica. È una categoria reale.

    Chi legge CV ogni giorno, però, continua spesso senza accorgersene a cercare il cucchiaio d’argento e a diffidare del combattente.

    Il cucchiaio d’argento tranquillizza.
    Il combattente, invece, obbliga a fare domande.

    Un percorso lineare conferma gli schemi mentali. Un percorso irregolare, al contrario, li mette in crisi. Di conseguenza molti selezionatori non sono allenati a mettere in discussione il proprio schema. Sono allenati a confermarlo in fretta.

    Così si scarta la profondità. Inoltre si scarta la resistenza. Alla fine si scarta anche la trasformazione già avvenuta.

    L’esclusione silenziosa dei profili senior

    Esiste poi un’altra esclusione silenziosa: chi ha superato i 55 anni. Il troppo senior. La persona che non viene nemmeno più valutata. Il profilo che non arriva al colloquio. Il CV che viene filtrato prima ancora di essere letto davvero.

    Non si tratta quasi mai di una decisione dichiarata. Piuttosto è un riflesso condizionato.

    Si pensa meno energia, meno flessibilità, meno adattamento.
    Molto più raramente si pensa più visione, più struttura, più capacità di tenuta.

    Chi ha attraversato trent’anni di lavoro reale ha visto crisi, ristrutturazioni, fallimenti, ripartenze, fusioni ed errori strategici. Inoltre ha visto persone brillanti perdersi e persone sottovalutate diventare decisive. Nel tempo ha imparato a leggere le dinamiche umane oltre i ruoli e ha sviluppato un istinto operativo che non si studia, ma si costruisce sotto pressione.

    Tuttavia tutto questo non entra nei filtri rapidi. Non entra negli algoritmi. Non entra nei pregiudizi travestiti da efficienza.

    Il valore che stai buttando via

    Il risultato, quindi, è che molte organizzazioni stanno scartando esattamente ciò che dichiarano di cercare: maturità, resilienza, autonomia, capacità di navigare l’incertezza.

    Si preferisce il profilo giovane e perfetto sulla carta, anche quando non ha mai attraversato una vera tempesta professionale. Al contrario si evita il combattente e il troppo senior perché non sono facilmente etichettabili. E ciò che non è facilmente etichettabile, oggi, spaventa.

    Ogni volta che scarti un combattente senza ascoltarlo, stai rinunciando a muscoli invisibili. Disciplina, adattamento, responsabilità, fame, capacità di reggere urti ripetuti. Allo stesso modo, quando scarti un profilo senior vivo e lucido, stai rinunciando a memoria strategica, lettura dei contesti, prevenzione degli errori, leadership non rumorosa ma ispirazionale.

    In pratica stai rinunciando a valore non replicabile.

    Leggere davvero un curriculum

    Un curriculum non è una brochure. Piuttosto è un tracciato di pressione. Racconta dove una persona è stata messa alla prova, dove ha perso, dove ha ricostruito, dove ha imparato a non rompersi.

    Per leggerlo davvero, però, serve profondità. E la profondità richiede responsabilità.

    Chi fa selezione non gestisce pratiche. Gestisce futuro. Decide quali teste, quali caratteri, quali storie entreranno nel sistema, generando vero senso di appartenenza, human belonging, e lo cambieranno oppure lo renderanno fragile e uniforme.

    Fare selezione non è banale.
    È il crocevia del successo di una organizzazione.

  • Il valore dello sport: ciò che la vittoria ti chiede di diventare

    Il valore dello sport: ciò che la vittoria ti chiede di diventare

    Perché scuola, lavoro e sport formano l’identità più della vittoria stessa

    Viviamo in una cultura che misura qualsiasi cosa: il rendimento scolastico, i risultati ottenuti nel lavoro e le vittorie conquistate nello sport. Sono ambiti che spesso riduciamo a numeri, voti o obiettivi, come se il loro significato fosse tutto lì. In realtà, l’essenza è molto più profonda. Lo sport non coincide con la vittoria, ma con ciò che la vittoria ti chiede di diventare. Lo stesso principio vale per la scuola e per il lavoro: non è il voto o il traguardo professionale a definire una persona, bensì la trasformazione che avviene attraverso sacrificio e azione.

    La metafora dei tre campi

    La vita può essere immaginata come una grande valle suddivisa in tre campi: la scuola, il lavoro e lo sport. Nel primo impariamo a osservare il mondo e a comprenderne le regole, nel secondo impariamo a contribuire e a collaborare, mentre nel campo dello sport impariamo a conoscere noi stessi. Terreni diversi, ma sostenuti dallo stesso suolo: impegno, volontà, responsabilità e capacità di trasformare l’energia quotidiana in azioni coerenti. Quando uno di questi campi cresce, anche gli altri ne traggono beneficio.

    Sacrificio, azione e identità

    L’idea che nello sport conti soltanto la vittoria è un inganno diffuso. Il risultato finale è solo un simbolo, perché la parte davvero significativa riguarda la persona che si sviluppa nel percorso. Per ottenere un successo serve sacrificio, serve la capacità di agire invece di rimandare, serve disciplina quando gli altri si fermano e serve integrità quando la scorciatoia sembra più invitante. La vittoria non celebra il momento conclusivo, ma riconosce il cammino che ha costruito la tua identità.

    Lo stesso vale nella scuola. Un voto non racconta l’intelligenza di qualcuno né misura il suo valore personale. Rivela piuttosto la qualità dell’impegno, dell’organizzazione e della costanza che quello studente ha saputo mettere in gioco. La scuola non forma individui vincenti; forma persone capaci di apprendere e di evolvere attraverso ciò che fanno.

    Anche nel lavoro il significato di un risultato è spesso solo la parte visibile di un percorso più esteso. Arrivare a un obiettivo non indica soltanto la riuscita, ma testimonia la crescita della persona: la capacità di collaborare, prendere decisioni, affrontare la pressione e assumersi responsabilità. Tutto ciò che porta alla riuscita di un progetto è fatto di azioni quotidiane e sacrifici che costruiscono la maturità professionale, anche se non si vedono.

    Errori, fallimenti e crescita interiore

    Sacrificio e azione sono strumenti fondamentali, ma da soli non bastano. Ogni percorso di crescita include inevitabilmente errori e cadute. A scuola, nel lavoro e nello sport il fallimento non rappresenta una fine, ma un passaggio decisivo. L’errore è un insegnante che indica dove migliorare, spinge a riflettere e invita a riorientare le proprie scelte. Chi comprende che il fallimento fa parte del processo sviluppa lucidità, resilienza e autoconsapevolezza. È proprio nei momenti difficili che si scopre il proprio reale valore, che non si misura nella perfezione, ma nella capacità di rialzarsi con maturità.

    Un messaggio indispensabile per le nuove generazioni

    Questa prospettiva è particolarmente importante per i giovani di oggi. Vivono immersi in un contesto che premia l’immediatezza, propone modelli di successo rapidi e rischia di confondere il talento con la velocità e l’autostima con l’approvazione degli altri. In questo scenario, sport, scuola e lavoro offrono una lezione molto diversa: il successo richiede tempo, sacrificio, azione continua e la capacità di imparare dagli errori. È un messaggio educativo fondamentale, perché restituisce ai ragazzi il senso del processo, della gradualità e della trasformazione interiore come vero motore della crescita.

    Conclusione

    Alla fine, la vittoria è un dettaglio. In ogni ambito della vita ciò che conta davvero è la persona che diventiamo grazie ai sacrifici che scegliamo, alle azioni che compiamo e agli errori che riusciamo a trasformare in consapevolezza. È questa evoluzione che rimane nel tempo, che modella il carattere, che fortifica la volontà e che prepara le nuove generazioni, e noi con loro, ad affrontare la complessità del mondo. Lo sport non è la vittoria, ma ciò che la vittoria ti chiede di diventare. Vale per la scuola, per il lavoro e per ogni percorso umano autentico.

    Fonti: 

    1. The Impact of Physical Education and Sports on Emotional Resilience and Self-Efficacy
      https://www.researchgate.net/publication/394406273_The_Impact_of_Physical_Education_and_Sports_on_Emotional_Resilience_and_Self-Efficacy

    2. The impact of physical fitness on resilience to modern life stress and the mediating role of general self-efficacy
      https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9095527/

    3. Physical Activity and Sports—Real Health Benefits: A Review
      https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6572041/

    4. The relationship between grit, resilience and physical activity
      https://www.frontiersin.org/journals/sports-and-active-living/articles/10.3389/fspor.2025.1563382/full

    5. Impact Of A Sportive Past On Well-Being, Resilience And Success
      https://www.europeanproceedings.com/article/10.15405/epsbs.2017.01.02.18

    6. I benefici dell’attività fisica per la salute – Fondazione Veronesi
      https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/altre-news/i-benefici-dellattivita-fisica-per-la-salute

    7. Rapporto Osservatorio Valore Sport 2025 – Sport e Salute
      https://www.sportesalute.eu/images/studi-e-dati-dello-sport/schede/2024/205_rapporto_osservatorio_valore_sport_2025.pdf

     

  • L’arte di Amare: Tra Relazioni e Lavoro

    L’arte di Amare: Tra Relazioni e Lavoro

    Amare una persona e amare il proprio lavoro sono due dimensioni della vita che, sebbene apparentemente distinte, condividono sorprendenti somiglianze. Entrambe richiedono un approccio consapevole, paziente e costante per generare risultati profondi e duraturi.

    Come sostiene Erich Fromm nel suo celebre saggio L’arte di amare, l’amore non è un semplice impulso emotivo o un capriccio momentaneo, ma una capacità che si sviluppa attraverso il tempo, la pratica e la consapevolezza.

    La stessa filosofia si può applicare al lavoro: esso non rappresenta soltanto una fonte di reddito, ma può diventare un elemento centrale della nostra identità, un viaggio di crescita personale e un mezzo per realizzare il nostro scopo nel mondo.

    Amare una persona implica empatia, capacità di ascolto e la volontà di affrontare insieme le inevitabili sfide della vita. Allo stesso modo, amare il proprio lavoro richiede passione, dedizione e la volontà di evolvere continuamente.

    In entrambi i casi, l’amore non è un’esperienza statica, ma una danza dinamica che implica adattamento e trasformazione.

    Nelle relazioni personali, questo significa imparare a comprendere l’altro in maniera più profonda, mentre nel lavoro significa sviluppare nuove competenze, superare ostacoli e adattarsi ai cambiamenti del contesto professionale.

    “La crescita personale, sia nell’amore che nel lavoro, è quindi centrale e non può essere ignorata”.

    L’amore richiede impegno e disciplina: amare una persona in modo autentico non si riduce alla mera attrazione o al desiderio momentaneo, ma implica il coinvolgimento profondo del tempo, dell’energia e della volontà.

    Lo stesso principio vale per il lavoro.

    Non basta svolgerlo come un obbligo o per dovere, ma bisogna impegnarsi attivamente per eccellere, trovare soddisfazione e farlo diventare parte integrante di chi siamo.

    In questo modo, sia l’amore che il lavoro si trasformano in esperienze che, per essere complete, devono essere vissute con consapevolezza e la costante ricerca di miglioramento.

    Un altro elemento che accomuna l’amore per una persona e quello per il lavoro è la ricerca del significato.

    Amare qualcuno profondamente porta alla scoperta di un senso di appartenenza e connessione che trascende la mera individualità: insieme, si costruisce qualcosa di più grande.

    Allo stesso modo, realizzare il proprio scopo attraverso il lavoro offre un senso di appagamento e contribuisce al benessere generale della propria vita.

    In entrambi i casi, ciò che si cerca non è un successo immediato o meramente materiale, ma un significato più profondo che arricchisce e dà direzione alla nostra esistenza.

    Infine, proprio come nelle relazioni amorose, anche nel lavoro esiste il rischio di alienazione.

    Quando mancano l’impegno o un significato autentico, sia nelle relazioni che nel lavoro, si può finire per sentirsi distanti, disconnessi e insoddisfatti.

    L’amore autentico, così come una vocazione lavorativa appagante, rappresentano quindi un antidoto a questa alienazione, consentendo di costruire legami significativi e trovare un senso di appartenenza che supera il vuoto dell’individualismo e del materialismo della nostra società moderna.

    In conclusione, amare una persona e amare il proprio lavoro richiedono impegno, pazienza, costante apprendimento e la volontà di evolvere.

    Coltivare una passione sincera e profonda per entrambi gli aspetti della vita può condurre a una vita più piena di significato e soddisfazione.

    Amare non è mai un atto passivo, ma un’arte che, una volta padroneggiata, trasforma ogni aspetto della nostra esistenza.

     

    Photo By: bruce mars – unsplash

  • L’arte di Amare: Persone e Lavoro a Confronto

    L’arte di Amare: Persone e Lavoro a Confronto

    L’arte di amare una persona e quella di amare il proprio lavoro condividono molte similitudini profonde, poiché entrambe richiedono un approccio consapevole e un impegno costante per ottenere risultati significativi e duraturi.

    Come Erich Fromm spiega nel suo libro “L’arte di amare”, l’amore non è un semplice impulso emotivo o una reazione spontanea, ma una capacità che si sviluppa con tempo, pratica e consapevolezza.

    Questa stessa logica si applica al lavoro, che non si limita a essere una fonte di reddito, ma può diventare una parte fondamentale della propria identità e del proprio percorso di crescita personale e del proprio scopo.

    Amare una persona richiede intelligenza emotiva e sociale, preoccupazione empatica, ascolto e capacità di affrontare le sfide insieme.

    Allo stesso modo, l’amore per il proprio lavoro implica passione, dedizione e la capacità di evolversi e migliorarsi continuamente.

    Entrambe queste forme di amore non sono statiche: l’amore nelle relazioni richiede di adattarsi e imparare a comprendere l’altro, mentre l’amore per il proprio lavoro implica la volontà di accogliere nuove competenze, superare ostacoli e adattarsi ai cambiamenti.

    In entrambi i casi, il processo di crescita personale è centrale.

    Come sottolinea Fromm, l’amore richiede sforzo e disciplina: per amare autenticamente una persona, non basta la mera attrazione o il desiderio; è necessario investire tempo, energie e volontà.

    Lo stesso vale per il lavoro: non è sufficiente svolgerlo solo per dovere o obbligo, ma è necessario impegnarsi a fondo per eccellere, trovare appagamento ed essere in armonia con il proprio scopo di vita.

    In questo senso, sia l’amore che il lavoro diventano esperienze che, per essere piene, devono essere vissute in modo consapevole e attivo, con la disponibilità a migliorarsi costantemente.

    “In entrambi i casi, l’individuo è motivato a trovare uno scopo che lo aiuti a esprimere al meglio le proprie capacità e a raggiungere la propria realizzazione personale.”

    Quando si ama qualcuno profondamente, si scopre un senso di appartenenza e di connessione che va oltre l’individuo, si crea qualcosa di più grande insieme.

    Allo stesso modo, trovare il proprio scopo e realizzare i propri obiettivi attraverso il lavoro può dare un senso di realizzazione e contribuire al benessere generale della propria esistenza.

    In entrambi i contesti, ciò che si cerca non è semplicemente un risultato immediato o materiale, ma un significato più profondo che arricchisce il proprio scopo do vita.

    Infine, proprio come in una relazione amorosa, il rischio di sentirsi demotivati  o poco coinvolti nel lavoro è sempre presente.

    L’amore autentico, così come una vocazione lavorativa appagante, diventa quindi un rimedio alla demotivazione e, in alcuni casi, alla frustrazione, permettendo di costruire connessioni significative e di trovare un senso di scopo e appartenenza.

    In conclusione , sia l’amore per un’altra persona che quello per il proprio lavoro richiedono impegno, pazienza, costanza e desiderio di crescita anche di fronte agli ostacoli.

    In entrambi i casi, coltivare una passione profonda e sincera può portare a una vita più ricca, piena di significato e di soddisfazioni.

    Amare non è mai un processo passivo, ma un’arte che, una volta padroneggiata, trasforma ogni aspetto della nostra esistenza.

     

     

     

    Photo by: Joshua Coleman

     

     

     

    N.B “Partecipa a ‘L’arte di Amare: Persone e Lavoro a Confronto’ e impara a costruire relazioni significative sia nella tua vita personale che professionale.”

    Per info: eventi@giustinianolavecchia.com

  • L’era del Badge?  Defunta (finalmente!!!!)

    L’era del Badge? Defunta (finalmente!!!!)

     

    Il cambiamento è cambiato!

    Siamo entrati in una nuova “era”.

    Nel mondo del lavoro questo mutamento sedizioso ha creato, sta creando e creerà un incredibile  evoluzione.

     

    Nuovi strumenti, soprattutto nell’ambito dei nuovi trend  come il Cleantech, lo  Smart Home, Intelligenza artificiale (AI) , l’apprendimento automatico (machine learning), il meta verso, la blockchain, la robotica e l’automazione, stanno rinnovando ciò che gli esseri umani hanno fatto sino ad  oggi e molto probabilmente anche le scelte future.

    Il World Economic Forum prevede che “il 65% dei bambini che oggi accedono alla scuola primaria finirà per lavorare in modalità di lavoro completamente nuove, modalità  ancora oggi sconosciute.

     

    Sebbene i cambiamenti demografici e i progressi tecnologici svolgano un ruolo importante, è già stato riconosciuto che la salute e lo stress dei lavoratori – il Welfare – sono un fattore primario che avrà un impatto importantissimo ridefinendo il futuro del lavoro.

    Il COVID-19 ha innescato processi di cambiamento significativi, annullando, in molti casi, le Big Rules sino ad oggi utilizzate.

    Basti pensare  quando tutte o quasi tutte le organizzazioni , dall’oggi al domani, hanno dovuto forzatamente trasferire la forza lavoro dell’azienda alle case dei dipendenti.

    Questo processo di  cambiamento, soprattutto a livello digitale, non è stato implementato attraverso una  attenta strategia di gestione o una nuova soluzione tecnologica, ma da un ospite indesiderato (evento straordinario il Covid 19). Risultato?

    Per la prima volta nella storia moderna, lavorare da casa WFH  ( working from home ) è diventato quasi normale facendoci scoprire , se ne avessimo ancora bisogno, che l’era del Badge è virtualmente defunta (finalmente!!!!).

  • Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

    Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

    “Quando ho iniziato questo lavoro ho smesso di lavorare.”

    Quante volte abbiamo sentito una frase così? Pochissime volte, anzi, spingiamoci pure a ammettere che non l’abbiamo mai sentita. Il lunedì è il giorno più odiato: quello che se inizi a pensarci dalla domenica, ti rovini il giorno di
    festa.

    La paura

    La maggior parte delle persone rinuncia a un qualsiasi tipo di realizzazione professionale perché, semplicemente, una volta che ritiene di aver trovato un posto di lavoro in questo Paese, pensa di far bene a tenerselo stretto, qualsiasi siano le condizioni. Le persone hanno paura. Paura di perdere il lavoro. Di restare senza. Di non trovarlo mai. Di non
    avere una sicurezza economica.
    Essere soddisfatti e abbracciare il proprio lavoro con gioia non è semplice e non accade affatto di frequente. Sono fin troppe le persone infelici, che vivono il proprio lavoro con difficoltà, frustrazione. Lo vivono come una sorta di carcere a tempo. La paura le spinge ad accettare la situazione passivamente.  Ben consapevoli che il tempo passato in posti di lavoro non gratificanti è tempo dedicato a far crescere gli affari di chi non solo non apprezza il lavoro altrui, ma soprattutto non rispetta l’individuo.

    L’intelligenza emotiva

    È incredibile come molte aziende e organizzazioni considerino ancora oggi le “umane risorse” (prima essere umani e poi risorse) come commodity (termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato), mortificandole con ruoli marginali, di secondo o addirittura terzo piano, per concentrarsi solo sui risultati economici. Questo NON è valorizzare le persone.  La maggior parte delle imprese sono costruite su modelli di leadership autoritaria, rigida. Sono perciò obsolete e prive di Intelligenza Emotiva.
    L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. Quando viene a mancare in azienda, i leader antepongono la produttività a valori come il benessere sistemico, la creatività, l’innovazione e la continua crescita delle persone. E quindi dell’organizzazione stessa. Un meccanismo che produce infelicità.

    Il benessere dei lavoratori

    Essere infelici del proprio lavoro, o peggio, del posto di lavoro, vuol dire in molti casi essere infelici anche nella vita privata, come individui. Alzarsi ogni mattina con l’angoscia di ritrovare le stesse dinamiche del giorno prima: stress, bassa motivazione, rabbia, delusione. Tutte emozioni che ci fanno entrare in un tunnel pericoloso, che andrebbe evitato. Ed è così che si ripropone il vecchio dilemma: vivere per lavorare o lavorare per vivere? Allora, cari manager e imprenditori, se volete vedere crescere la vostra azienda e voi, iniziate a far stare bene le persone sul posto di lavoro. Sono loro il vero valore della vostra organizzazione!

    Se non lo fate, se non ci pensate adesso purtroppo ve ne accorgerete: sarà solo una questione di tempo, prima o poi ne pagherete i costi.  E per chi non è soddisfatto del proprio lavoro, i miei suggerimenti sono 3:

    1. Il problema probabilmente non risiede in voi, ma negli altri;
    2. Guardatevi intorno, non è facile ma c’è sempre un’altra possibilità;
    3. Non siete come vi fanno credere: siete molto meglio.

    Namastè