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  • La crisi silenziosa dei manager

    La crisi silenziosa dei manager

    Il collasso silenzioso dei manager: la crisi che le aziende stanno sottovalutando nel 2026

    Per anni il mondo del lavoro ha parlato quasi esclusivamente del disagio dei dipendenti. Burnout, quiet quitting, perdita di motivazione, difficoltà delle nuove generazioni, work-life balance. Tutto corretto. Tutto reale.

    Ma nel 2026 sta emergendo un problema ancora più profondo e molto meno raccontato: il progressivo collasso emotivo dei manager.

    E la questione è molto più seria di quanto sembri, perché oggi i manager non rappresentano soltanto una funzione organizzativa. Sono diventati il punto di equilibrio dell’intero sistema aziendale.

    Secondo le più recenti analisi di Gallup, i manager influenzano fino al 70% dell’engagement dei team.                          Un dato enorme, che spiega perché il clima interno di un’organizzazione non dipenda soltanto dalla strategia o dalla retribuzione, ma dalla qualità quotidiana della leadership. Eppure, proprio coloro che dovrebbero sostenere motivazione, stabilità e fiducia stanno vivendo uno dei momenti più difficili degli ultimi decenni.

    Il problema nasce da una trasformazione silenziosa del ruolo manageriale. Fino a pochi anni fa un manager era principalmente una figura di controllo: supervisionava processi, verificava risultati, distribuiva compiti e monitorava performance. Oggi quel modello sta implodendo.

    L’intelligenza artificiale, l’automazione e i nuovi sistemi digitali stanno già sostituendo gran parte delle attività operative e di monitoraggio che un tempo giustificavano i livelli intermedi delle organizzazioni.

    È per questo che molte aziende stanno riducendo gerarchie, accorpando funzioni e aumentando il numero di persone affidate a un singolo responsabile. Ma mentre i carichi aumentano, si continua a ignorare un aspetto decisivo: il lavoro del manager non è diventato più semplice. È diventato immensamente più pesante sul piano emotivo.

    Oggi un middle manager assorbe continuamente pressioni provenienti da entrambe le direzioni. Dall’alto riceve richieste sempre più aggressive legate a produttività, velocità, adattamento tecnologico e risultati economici. Dal basso si confronta invece con collaboratori spesso stanchi, disillusi, ansiosi, in cerca di significato e stabilità. Nel mezzo rimane lui, costretto a fare da filtro umano a un sistema che accelera continuamente senza lasciare spazio all’elaborazione emotiva.

    È qui che il ruolo manageriale cambia natura. Il manager contemporaneo non gestisce soltanto lavoro.                Gestisce tensioni invisibili. Gestisce paure, fragilità, conflitti relazionali, perdita di motivazione e difficoltà psicologiche che spesso le aziende fingono di non vedere.                                                                                                                                                                                                                                                                                                        E tutto questo avviene mentre anche lui vive le stesse incertezze che attraversano il resto della popolazione lavorativa.

    Le ricerche pubblicate da Harvard Business Review e dagli studi organizzativi di Stanford University mostrano ormai con chiarezza che le aziende ad alte performance del futuro non saranno quelle con il maggior livello di controllo, ma quelle capaci di creare sicurezza psicologica, fiducia e qualità relazionale.                                                                                         È un cambio di paradigma enorme, perché sposta il focus dall’efficienza pura alla sostenibilità umana delle organizzazioni.

    Per anni molte imprese hanno pensato che la leadership fosse soprattutto una questione di decisioni rapide, carisma e capacità di comando.

    Oggi emerge invece una realtà diversa: le persone non lasciano soltanto aziende disorganizzate. Lasciano contesti emotivamente tossici. Lasciano manager incapaci di ascoltare. Lasciano ambienti in cui ogni errore genera paura e ogni confronto diventa tensione.

    E qui emerge il grande paradosso del 2026. Alle figure manageriali viene chiesto di essere leader empatici, coach, facilitatori del cambiamento e punti di riferimento umani, ma nella maggior parte dei casi continuano a essere valutate quasi esclusivamente sui numeri.

    È una contraddizione devastante. Perché nessuno può sostenere persone emotivamente affaticate se vive costantemente immerso nella pressione e nella paura di non raggiungere i target.

    Secondo le analisi di McKinsey & Company, il futuro del middle management non sarà legato al controllo operativo, ma alla capacità di connettere persone, accompagnare il cambiamento e costruire fiducia all’interno di sistemi sempre più complessi. In pratica, il manager del futuro dovrà essere molto meno supervisore e molto più guida umana.

    Ma questo richiede una trasformazione culturale che molte aziende non sono ancora pronte ad affrontare.

    Perché investire davvero sui manager significa ripensare radicalmente il modo in cui vengono formati, supportati e valutati. Significa comprendere che la leadership non può più essere trattata come una semplice funzione tecnica. Significa accettare che il benessere organizzativo non si costruisce con slogan motivazionali o workshop occasionali, ma attraverso una cultura capace di sostenere le persone che ogni giorno tengono insieme le squadre.

    La verità è che nel 2026 il rischio più grande per le aziende non è soltanto perdere produttività. È perdere umanità.

    E senza umanità, nessuna innovazione sarà mai davvero sostenibile.

    Fonti e riferimenti

    Photo by: vitaly-gariev

  • Il silenzio distruttivo: quando la mancanza di feedback compromette reputazione, benessere e crescita

    Il silenzio distruttivo: quando la mancanza di feedback compromette reputazione, benessere e crescita

    Viviamo in un mondo iperconnesso, dove ogni interazione comunica. Quando manca il feedback da parte di figure strategiche — come imprenditori, manager, docenti, genitori, allenatori — non si genera solo un vuoto comunicativo. Si manifesta una fragilità sistemica. Anziché proporre un modello autentico e generativo, molte figure di riferimento scelgono il silenzio come forma di controllo. Tuttavia, oggi il silenzio è un errore strategico: danneggia la reputazione, demotiva e frena l’innovazione.

     

    Chi ricopre ruoli nei processi educativi, nella crescita delle persone e nella valorizzazione del potenziale umano — genitori, insegnanti, manager, allenatori, adulti in generale — dovrebbe interrogarsi seriamente. Ignorare il valore dell’ascolto e del  feedback equivale a voltare le spalle allo sviluppo emotivo, cognitivo e creativo di chi ci osserva per imparare, crescere e contribuire in modo attivo e consapevole al miglioramento della società.

     

    Il caso Better.com: la disfatta comunicativa in diretta mondiale

    Nel dicembre 2021, Better.com, società fintech specializzata in mutui online, è diventata il simbolo di una comunicazione tossica. Il CEO Vishal Garg licenziò oltre 900 dipendenti tramite una call su Zoom di pochi minuti, senza alcun preavviso né empatia. Li definì ‘pigri’ e ‘improduttivi’. La vicenda, raccontata da Forbes, suscitò indignazione globale e portò a una crisi interna ed esterna: dimissioni a catena, perdita di clienti e blocco di investimenti.

    Feedback assente = leadership inesistente

    Un leader si definisce attraverso il confronto, non attraverso l’elusione. Secondo Harvard Business Review, il 75% dei dipendenti lascia il lavoro per mancanza di attenzione e feedback. Un capo che non ascolta, non risponde e sfugge al confronto comunica solo insicurezza. In questo vuoto, si diffondono ansia, confusione e sfiducia. Inoltre, McKinsey ha evidenziato che chi fornisce feedback regolari aumenta fino al 39% la motivazione del team.

    Il feedback è una leva economica

    Non si tratta solo di cultura aziendale. Il feedback è un asset strategico. Il report di Gallup mostra che la mancanza di coinvolgimento costa 8,9 trilioni di dollari all’anno, pari al 9% del PIL mondiale. Al contrario, i team che ricevono feedback costante registrano miglioramenti notevoli:
    – +23% in produttività
    – -78% in assenteismo
    – +18% in fatturato medio

    Reputazione a rischio: il danno silenzioso

    Uno studio di Weber Shandwick dimostra che il 63% del valore di un’organizzazione è legato alla reputazione del CEO e del management. Quando la comunicazione si interrompe, la fiducia si erode. Clienti, talenti e stakeholder si allontanano da chi non sa ascoltare e spiegare.

    Intelligenza collettiva spenta = innovazione morta

    Senza feedback, si spegne anche l’intelligenza collettiva. Secondo il MIT Center for Collective Intelligence, l’innovazione fiorisce dove esiste ascolto attivo, confronto e collaborazione. Ignorare le voci interne significa spegnere la principale fonte di energia creativa dell’organizzazione.

    L’impatto psicologico del silenzio

    Il silenzio ha un peso psicologico. Non ricevere feedback equivale a sentirsi invisibili. Ogni essere umano ha bisogno di essere visto, ascoltato e riconosciuto. L’American Psychological Association indica la mancanza di riconoscimento tra le principali cause di stress, demotivazione e burnout. A lungo andare, il silenzio genera ambienti vuoti: senza persone, senza idee, senza valore.

    Conclusione: il silenzio non è potere, è resa

    Chi guida persone, famiglie o comunità e sceglie il silenzio non esercita potere, ma rinuncia alla leadership. In un’epoca che premia la connessione e il coinvolgimento, il feedback non è un optional: è l’ossigeno delle relazioni e del progresso.

    ● Vuoi far crescere qualcosa? Rispondi.
    ● Vuoi trattenere chi vale? Ascolta.
    ● Vuoi innovare? Confrontati.
    ● Vuoi ispirare? Ascolta e rispondi.

    Solo chi ascolta, comunica e dà risposte costruisce il futuro — proteggendo non solo la propria reputazione e quella dell’organizzazione che rappresenta, ma anche qualcosa di più profondo. Rispondere significa rispettare l’altro e dimostrare una delle forme più alte di intelligenza: quella relazionale.

     

    Fonti:

    Forbes – “CEO Who Fired 900 Employees Via A Zoom Video”
    https://www.forbes.com/sites/jackkelly/2022/03/09/ceo-who-fired-900-employees-via-a-zoom-video/

    Harvard Business Review – “To Retain Employees, Give Them a Sense of Purpose”
    https://hbr.org/2022/05/to-retain-employees-give-them-a-sense-of-purpose

    McKinsey & Company – “Why Leaders Need to Make the Time to Give Feedback”
    https://www.mckinsey.com/capabilities/people-and-organizational-performance/our-insights/the-organization-blog/why-leaders-need-to-make-the-time-to-give-feedback

    Gallup – “State of the Global Workplace: 2023 Report”
    https://www.gallup.com/workplace/506113/global-workplace-2023.aspx

    Weber Shandwick – “The Role of the CEO in Reputation Leadership”
    https://www.webershandwick.com/news/the-role-of-the-ceo-in-reputation-leadership/

    MIT Center for Collective Intelligence
    https://cci.mit.edu/

    American Psychological Association – “Stress in America: Work and Well-being” (2023)
    https://www.apa.org/news/press/releases/stress/2023/workplace

     

    Photo by: anastasiya badun 

  • Parole d’ordine: feedback e flessibilità

    Parole d’ordine: feedback e flessibilità

    Il concetto di flessibilità (dal lat. tardo Flexibilitas-atis) come di un qualcosa di poco rigido, poco sicuro e mutevole, porta spesso fuori strada quando si parla di gestione, soprattutto se ci si accosta al ruolo di manager.

    Allora vale la pena mettere in luce due diversi aspetti della flessibilità nella gestione delle risorse:

    un lato sano grazie al quale la risorsa può e deve esprimersi prima di tutto come individuo e un lato rischioso,

    che può portare la persona in una sorta di ambiente indefinito privo di riferimenti, nel quale la sua identità e il suo talento  tenderebbero  alla dispersione.

    Il primo aspetto, quello positivo ed arricchente, si esprime nella qualità manageriale di essere flessibili alle esigenze dell’individuo, capace di intuirne le richieste ,  i bisogni, la capacità di ascolto e il feedback

    Questa modalità di elasticità permette anche di non irrigidirsi nel ruolo di manager,  capaci di mettere in atto l’intelligenza sociale , in modo da interagire con efficacia soprattutto in situazioni di complessità, creando cosi la preoccupazione empatica, fondamentale nel ruolo di un leader, di un ispiratore.

    Quindi non  solo sa cosa sta pensando l’atra persona, ma  anche  preoccuparsi, agire nell’interesse dell’altro e  creando cosi relazioni sane

    Queste capacità aiutano il manager a comprendere maggiormente il significato che la realtà assume per la risorsa in questione, significati che in moltissime occasioni non sono simili a quelli del mondo manageriale.

    Tutto questo diventa fondamentale per una idonea ed efficiente comunicazione, la quale, come sappiamo, si basa su messaggi e diversi significati che essi assumono per ciascun partecipante al dialogo.

     

    Il secondo aspetto della flessibilità, quello più pericoloso, è la totale perdita della capacità manageriale di essere un punto di riferimento per la risorsa.

     

    Bisogna considerare che le persone, dopo un primo periodo di adattamento, iniziano a voler uscire dalla interdipendenza dal proprio referente, per mettere in pratica il processo di empowerment (conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell’ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale).

     

    Egli è di conseguenza più esposto a pericoli, errori, ed è proprio in questo momento che inizia l’importanza della relazione tra “Ispiratore  e Risorsa”

     

    L’ispiratore  deve essere capace di comprendere, sostenere e rassicurare la risorsa nella esplorazione del nuovo e allo stesso tempo facilita la sua crescita e la costruzione della sua identità.

    La personalità , la creatività (immaginazione, idee e innovazione) il talento, dell’individuo vanno gestite e maneggiate con cura per evitare dispersione e perdita di motivazione.

    Ma cosa aiuta ad evitare la dispersione della creatività  e il talento di un individuo?

    L’essere per la risorsa un punto di riferimento. Capitano mio capitano, ricordate? Gli individui hanno necessità di riconoscere nel punto di riferimento, quel soggetto che agisce nell’interesse della sua crescita e  della costante formazione.

     

    L’autorevolezza e il feedback  rappresentano  le vere capacità di generare una sana e coerente relazione all’interno della comunità di riferimento.

    A differenza dell’autorevolezza, l’autorità origina malessere, demotivazione, ansia sino a portare a una vera e propria svalorizzazione del proprio potenziale e del proprio senso di identità.

    La mancanza di feedback, o peggio ancora se parliamo alle persone nella maggior parte delle cose che   non funzionano, delle azioni che hanno fatto male, diamo  il via a quel  processo di sgretolamento di quel rapporto fiduciario fondamentale per la crescita di entrambi.

    La flessibilità di un manager e lo sforzo per perpetuarla, creano le condizioni per far rispettare le regole e i divieti con spiegazioni e motivazioni coerenti e accettate incondizionatamente dalla comunità, sempre restando coerenti, assicurando così una crescita sana.

    Questa capacità di flessibilità manageriale, oltre alla funzione di permettere la formazione dell’identità dell’individuo, ha anche la caratteristica di rassicurare le persone di vivere in un contesto di regole chiare.

    Egli sente infatti che il manager capace di imporgli dei limiti, stabilendo uno spazio e un insieme di regole all’interno delle quali poter agire, sarà anche in grado di difenderlo da attacchi esterni, proprio perché è il garante dei confini stabiliti.

    Allora si che  persone opereranno in un contesto flessibile ma resistente, dove poter operare liberando la propria creatività sapendo di essere sempre circondato da un’atmosfera di rispetto e comprensione.

    Namstè

     

    Photo by: Dima Pechurin

     

     

     

     

     

  • “La Felicità? E’ un viaggio. Conversazioni sulla vita tra un adulto e un@ adolescente”

    “La Felicità? E’ un viaggio. Conversazioni sulla vita tra un adulto e un@ adolescente”

    Da poco è uscito il mio nuovo libro “La Felicità? E’ un viaggio. Conversazioni sulla vita tra un adulto e un@ adolescente”
    Nato dal desiderio di fare e condividere con voi,
    ma sopratutto rispondere a questa domanda:

    “Come possiamo recuperare un reale e costruttivo dialogo con i giovan*?”

    Ho trascorso la maggior parte della mia vita in contatto con le nuove generazioni, osservando lo svilupparsi di due linee parallele:
    Il mondo degli adulti, che ha facilitato la crescita dei giovani dandogli tutto e rendendo la loro “meravigliosa” esistenza priva di desiderio, entusiasmo ed esplorazione, quindi senza emozioni e passioni.
    Un mondo che prima da tutto e poi li etichetta come “privi di “energia”.
    Il mondo dei ragazzi e delle ragazze che in apparenza danno meno problemi rispetto alle generazioni precedenti, ma pare che abbiano perso parte della loro energia, della voglia di sperimentare e di cambiare il mondo. Sono tristi e non trovano altra via d’uscita che adattarsi in modo passivo alla realtà che gli stiamo consegnando.
    Cos’ho fatto quindi?
    Mi sono fermato ad ascoltarli, senza giudicare e cercando di dialogare, creando interesse nei loro confronti e cercando il più possibile di ispirarli.
    Invito ognuno di voi: genitori, docenti, allenatori, datori di lavoro a fermarvi un attimo e ascoltarli, ma ascoltarli veramente senza giudicarli.
    Potremmo sentire questo:

    “Non devi venerarmi mi devi ascoltare e sostenere.

    “Non sono un figlio perfetto sappilo”
    “Devo fare la mia vita, devo prepararmi per il mio viaggio e il mio viaggio non è il tuo”
    “Non parlo ma non per questo non ho nulla da dire.”

    “Ma tu lo sai realmente come mi sento?”

    Fermiamoci e ricordiamoci di come eravamo. Dobbiamo tenere a mente che l’umanità progredisce solo attraverso menti rivoluzionarie:
    Per questo abbiamo bisogno di giovan*eretici, di folli. Di persone, ragazzi e ragazze che non abbiano paura di affrontare il nuovo, che vadano alla scoperta di qualcosa di straordinario, che si allenino per essere gli ispiratori e le ispiratrici del nuovo millennio. Dobbiamo sostenere la loro meravigliosa inquietudine non osteggiarla
    Voi cosa ne pensate? Condividete i vostri pensieri nei commenti e se volete leggere il mio libro, lo trovate qui:
    P.S Questa opera sostiene www.hubrains.org.  Potete farlo anche voi regalando a Natale questo libro
    Buona lettura
  • La  “Cultural Growth & Social Innovation”, per le organizzazioni del nuovo millennio

    La “Cultural Growth & Social Innovation”, per le organizzazioni del nuovo millennio

    Siamo in un epoca  dove  solo l’individuo con la sua creatività, il suo talento e il suo entusiasmo, può  garantire alla società, ad una organizzazione profit e non, a una startup,  presenti e future, di competere e prosperare.

     

    Bisogna smettere di pensare alle persone come commodity e iniziare a investire sull’individuo.

    Solo cosi attueremo un reale processo di cambiamento,  in un’ottica di “Social Innovation”, dove si produce per le persone , con le persone, tra le persone

    Allora si  che potremmo  immaginare , garantire  e produrre prodotti e servizi realmente al servizio della comunità e non per il solo mero profitto.

    Oggi un’impresa incapace di muoversi in questa ottica  difficilmente sopravvivrà.

    Circa il 90% del volume delle vendite delle aziende di successo è costituito da prodotti che soltanto 5 anni fa erano ignoti al mercato.

    La “Cultural Growth &  Social Innovation” hanno e avranno sempre di più  un ruolo fondamentale nella creazione di nuovi prodotti e servizi, nella  gestione del  problem solving  e nei processi decisionali di quasi tutte le organizzazioni presenti e future

    La caratteristica più importante di queste imprese profit e non di successo, con nel DNA la Cultural Growth & Social Innovation, è l’essere guidata da Ispiratrici e Ispiratori.

    Donne e uomini  che si rifiutano  di accettare acriticamente le soluzioni già sperimentate, collaudate e consuete,  non   interessate  minimamente a  seguire ciecamente le procedure consolidate e  strade già battute.

    Le  Ispiratrici e gli Ispiratori creativi,   sono sempre disposti a esaminare e mettere in pratica idee nuove, ascoltando dialogando, senza giudicare, con le persone per le persone. Esse si attivano per ricercare concetti anticipatori di nuove tendenze.

     

    Sanno di essere  guardati e giudicati con diffidenza dallo status quo,  troppo prudente o peggio ancora , adagiato su un successo  (apparente e non duraturo) ormai  a loro dire, consolidato, ma non se ne curano.

    Un organizzazione cresce perché viene regolarmente nutrita con nuove idee che, tra l’altro, diventano assolutamente necessarie in tempi di incertezza come questi, quando valori e obiettivi cambiano e  quando nascono nuove esigenze .

    Nel mondo sempre più complesso non è più possibile affidarsi unicamente alle tecniche collaudate e all’analisi razionale poiché le prime si dimostrano incapaci di risolvere i problemi e le soluzioni razionali non garantiscono più la competitività.

    Troppe organizzazioni fanno ancora troppo poco per incoraggiare l’Innovazione Sociale, guidate dal male di questo secolo:

    la burocrazia !

    Solo alcuni si preoccupano di questa necessità di svecchiamento, di velocizzazione dei processi e di riduzione della piramide del comando, ma non trovano un clima favorevole.  Si va dall’indifferenza all’ostilità, non solo passiva ma spesso anche attiva, che genera uno scontro frontale tra Ispiratrici/ Ispiratori e vecchi e incomprensibili modelli.

    Naturalmente la maggior parte delle persone dichiara   di essere  pronta  e  ben disposta ad esaminare un’idea nuova però ribadiscono: “Questa si che è una buona idea!

    Studiala bene nei dettagli e poi torna”, un tipico esempio di “frase killer” che non fa altro che affossare una buona idea, solo apparentemente incoraggiandola, ma di fatto considerandola da rivedere, approfondire, valutare per poi dimenticarla.

    E poi tutti a domandarci perchè le persone vanno via..

    In altre parole, le persone creative devono essere continuamente incoraggiate, altrimenti si spengono.

    Quando una persona è creativa è inquieta, perchè crede nelle proprie capacità  ed è entusiasta.  E’ indipendente per natura e non è trattenuta dal timore di possibili errori o fallimenti.

    Il timore dell’insuccesso impedisce a molte persone  di tentare qualcosa di innovativo. Ma attenzione, la prudenza intesa come gradualità non è negativa, poiché è un sistema di gestione nella espressione della propria creatività.

    Un sano orientamento al successo miscela sapientemente l’esercizio della creatività con la serietà e l’esigenza di rendersi utile.

    Il vero fallimento sta nel non tentare MAI qualcosa di nuovo.

    Le persone capaci di idee originali sono numerose: ma occorre il coraggio di essere sé stesse, di vincere le opposizioni e di tradurre le proprie idee in iniziative concrete e produttive.

    Spesso gli individui  sono solo preoccupati di uscire senza danni da ogni situazione e questa forma di acquiescenza viene giustificata come “fedeltà all’organizzazione”, desiderio di essere accettato ed approvato.

    Nella maggior parte delle aziende il conformismo viene quasi sempre incoraggiato e premiato, non piacciono  la persone  che amano  discutere, condividere e sperimentare.

    Il più alto apprezzamento sovente va a quella persona che obbedisce ciecamente agli ordini del “capo”, che si mostra sempre rispettoso, che fa ( in teoria) puntualmente il suo lavoro, che non crea conflitti con i  colleghi.

    Il mondo è pieno di “Managers”, privi di coraggio nel  fare quello che veramente andrebbe fatto, per il timore di minare la loro apparente stabilità .

    Emerson ha affermava: “Qualunque cosa tu intraprenda, occorre coraggio. Concepire un progetto e metterlo in pratica richiede coraggio quanto un’operazione di guerra”.

    Ma molti di questi  individui non sono forse un po’ troppo rigidi, conformisti, stereotipati, opachi e privi di spirito di iniziativa?

    L’eccesso di dubbio è l’anticamera dell’insuccesso e non coincide con il senso di responsabilità; chi si preoccupa, cerca di sfuggire ai problemi, chi è responsabile cerca invece di affrontarli.

    “La preoccupazione è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento, ma non avanzi di un passo” (Mark Twain).

    L’entusiasmo  invece, è ardore ed impegno nel fare.

    Allora quali sono le caratteristiche che deve coltivare in sé una organizzazione per attuare una reale Cultural Growth & Social Innovation?

    Investire sull’inquietudine delle persone, sulla loro voglia di essere creative , sul loro talento

    E noi? Semplicemente permetterglielo, con l’esempio e ispirandoli

     

    Giustiniano La Vecchia

     

    Photo by:  rob walsh