Tag: rinascita

  • Il dolce sapore del fallimento

    Il dolce sapore del fallimento

    Quello che (quasi)  nessuno racconta dei “no” che cambiano davvero una carriera.

    Scorriamo ogni giorno feed pieni di traguardi raggiunti, promozioni lampo e “ce l’ho fatta” scritti a caratteri cubitali.
    In questo oceano di perfezione digitale, il fallimento è diventato l’invitato scomodo che nessuno vuole al tavolo.

    Eppure la realtà professionale racconta un’altra storia. I momenti di vera trasformazione raramente nascono dai brindisi. Nascono dai “no”, dai progetti naufragati, dalle porte chiuse in faccia che fanno rumore.       Sono esperienze che bruciano, che mettono in discussione, che obbligano a fermarsi.

    Perché parlare allora di “dolce sapore”?

    Perché l’insuccesso, una volta superata l’amarezza iniziale, lascia un retrogusto fondamentale: quello della verità. Una verità che non consola, ma insegna.

    La fine dell’illusione

    Il successo può rendere comodi. Quando tutto funziona, si smette di interrogarsi davvero su processi, scelte e comportamenti. Ci si abitua ai risultati e si dà per scontato il metodo.

    L’insuccesso, invece, interrompe l’automatismo. Costringe a guardare in profondità e a chiedersi cosa non abbia funzionato davvero. Non cosa sia andato storto “fuori”, ma quale parte del sistema,  strategia, competenze, comunicazione, timing, vada ripensata.

    È in quell’analisi lucida, spesso scomoda, che si costruiscono competenze solide. Quelle che non dipendono dalla fortuna o dal contesto, ma dalla consapevolezza e non dalle convinzione fatte di sentito dire

    La scrematura delle priorità

    Non ottenere una posizione desiderata o vedere un progetto arenarsi è un’esperienza che mette alla prova. Tuttavia, è anche un potente filtro.

    L’insuccesso chiarisce le priorità. Aiuta a distinguere tra obiettivi autentici e aspettative ereditate. Tra ciò che si vuole davvero e ciò che si pensava di dover volere.

    A volte ciò che definiamo fallimento è semplicemente un riallineamento. Una deviazione necessaria per evitare di investire anni nella direzione sbagliata.

    La costruzione della resilienza

    Nel business, come nella vita, la resilienza non è uno slogan. È una competenza che si costruisce nel tempo.

    Chi non ha mai fallito teme il momento in cui accadrà. Chi ha già attraversato un insuccesso sa che si può ripartire. Con più lucidità. Con una strategia migliore. Con meno illusioni e più metodo.

    Ed è proprio questa consapevolezza ad aumentare il valore professionale. Non solo per ciò che si è fatto bene, ma per ciò che si è imparato quando le cose non hanno funzionato.

    Nei form di candidatura viene spesso chiesto il “compenso base”. È una cifra chiara, definita, quantificabile.
    Ma esiste un valore che non può essere inserito in un campo numerico: quello costruito attraverso errori, revisioni e ripartenze.

    Il prezzo può essere oggetto di trattativa. Il valore, invece, è ciò che rende quella trattativa possibile.

    Quel valore non compare in un curriculum, ma si riconosce nelle decisioni più mature, nelle analisi più profonde, nelle scelte più coraggiose. E quando viene condiviso con consapevolezza, arricchisce tanto chi lo racconta quanto chi lo ascolta.

    Il fallimento non è l’opposto del successo. È la sua infrastruttura invisibile.
    E forse dovremmo iniziare a raccontarlo con meno imbarazzo e più consapevolezza.

  • Errori e  fallimenti? Fondamentali  per la crescita

    Errori e fallimenti? Fondamentali per la crescita

    Il mondo sembra una giungla. Alcune regole risultano già scritte, spietate e soprattutto non negoziabili.

    Mi soffermo spesso a guardare le persone che camminano per strada, molte di loro corrono.

    Corrono a lavoro, corrono a casa. Corrono nella vita, per raggiungere i propri (forse) traguardi. Si impegnano, arrancano, sudano. Il tempo in questi casi non è loro complice, ma un terribile nemico.

    La possibilità di “non arrivare”

    Chissà, se prima di mettersi a correre, queste persone hanno contemplato – per esempio – la possibilità di non raggiungere il traguardo prefissato, nei tempi e nei modi previsti.

    Quella che le cose non procedano secondo i piani prestabiliti è una possibilità che la mente scansa come la peste ma che in fondo esiste. Esiste, eccome.

    Ma perché la mente non contempla la possibilità di “non arrivare”?

    Semplice: questa ipotesi viene immediatamente associata all’idea di non realizzarsi, di cadere. Al concetto di resa, di fallimento.

    Quasi come fossero portatori di chissà quale virus, gli individui che secondo la società “falliscono”, restano a terra, a sprofondare, senza possibilità alcuna di rinascere.

    Il concetto di fallimento è considerato, soprattutto nel nostro Paese, come una sorta di marchio indelebile per chi lo vive, un tatuaggio indelebile  che resta appiccicato addosso e ci  costringe a subirne le conseguenze.

    Fallire, non arrivare laddove ci si prefigge, o peggio ancora commettere degli errori, in questa giungla, dove vige la più ferrea legge di sopravvivenza, vuol dire cambiare di colpo lo status sociale e la propria fisionomia.

    Chi cade resta indietro, senza potersi rialzare. Eppure, tutti cadiamo, almeno una volta.

     

    Ce lo insegna la vita, sin dai primi anni dell’infanzia, che nelle corse a ostacoli, prima o poi, si cade. È la cosa più normale che possa accadere.

    Quante ginocchia sbucciate, quanti lividi!  Cosa facevamo, quando da bambini ci trovavamo distesi per terra dopo una caduta rovinosa? C’è chi piangeva, chi aspettava la mamma in soccorso, chi restava lì a contemplare l’accaduto, chi
    si rialzava immediatamente, facendo magari finta di nulla. Una spolverata alle ginocchia, e via. Avanti!

    Da adulti, invece, le cose sono ben diverse.

    Quando sentiamo di fallire, in noi subentra un senso di vergogna, o addirittura una definitiva rassegnazione. Ci convinciamo che niente e nessuno al mondo possa aiutarci a risollevarci, a costruirci una seconda possibilità. Nessuno mai che ci spieghi, condivida o ci aiuti a riemergere dalle tenebre, accendendo la luce della speranza.

    E allora, ovviamente, ci convinciamo che siamo noi ad essere sbagliati, che d’ora in poi saremo costretti a vivere – metaforicamente parlando – in una specie di girone dell’inferno dantesco: un luogo di miseria morale in cui imperversano gli uomini e le donne decaduti, privati ormai della dignità e di quella grazia “divina” capace di elevare e illuminare le gesta della gente di successo.

    Ci convinciamo dunque che d’ora in poi saremo considerati alla stessa stregua dei cosiddetti “Ignavi” meravigliosamente descritti dal sommo poeta.

    Ci toccherà altresì arrabbiarci con noi stessi, rimanere delusi, dimenticando il nostro reale valore e le nostre infinite possibilità.

    Dimenticando che fallire o commettere degli errori è invece un’esperienza salutare per la nostra crescita. Tralasciando le meravigliose opportunità di rinascita che si celano dietro a una sconfitta.

    Dimenticando che le rovine sono un dono. Svolto l’angolo, mi ritrovo in una piazza. Mi prendo un momento per sedermi su una panchina, all’ombra di un pioppo. Mi rinfresco con un sorso d’acqua.

    I fallimenti e gli errori insegnano.

    La verità è semplice: i veri fallimenti, i veri errori non sono quelli che compiamo quando non raggiungiamo l’obiettivo prefissato.

    Il vero fallimento consiste invece nel non provarci nemmeno.

    Sono loro i veri “Ignavi”: coloro che passano la vita a giudicare gli altri, che non prendono mai posizione, i vili che non sanno scegliere e che si ritrovano ad additare la gente seguendo la metrica più scontata, senza riuscire a guardare più in là del loro naso. Bloccati dalla paura, terrorizzati, si muovono come banderuole al vento. Opportunisti.


    Non scelgono, costoro, perché scegliere vuol dire assumersi le responsabilità.

    Perché, per assumersi la responsabilità, bisogna essere coraggiosi.

    E loro non lo sono. Le persone che si permettono di giudicare se ne stanno inattive, sugli spalti, incapaci di correre e di giocare la partita dell’esistenza, con tutte le sue sfide e le sue mirabolanti e spettacolari cadute. Il giudizio gretto le trasforma in figure in bianco e nero, senza colore, prive di luce ed entusiasmo.

    C’è da chiedersi, allora, quale sia il vero fallimento, agli occhi della Vita.

    Namstè

     

    Photo by: zohre nemati

  • Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Stiamo vivendo un momento straordinario, al tempo stesso difficile ma ricco di opportunità.

     

    In passato grandi tragedie hanno dato il via a nuovi periodi di crescita.

    Epidemie e guerre sono state seguite da rinascite. Questo è il caso, ad esempio, del secondo conflitto mondiale, che lasciò il nostro paese distrutto dai bombardamenti, dal regime e dalla fame.

    Ma fu proprio in quell’occasione che gli italiani diedero il meglio di loro stessi, tanto da essere definiti, dallo storico Gaetano Salvemini, “un formicaio più rapido a costruire di quanto siano stati gli altri a distruggere”.

     

    Più di settanta anni dopo ci ritroviamo in una situazione simile. La pandemia causata dal Covid19, per fortuna, non ha provocato vittime e distruzioni paragonabili a quelle causate dalla seconda guerra mondiale, ma ha inflitto seri danni all’economia e all’istruzione, fino a mettere in discussione il nostro stesso stile di vita.

    Forse è necessario un approccio diverso, una crescita diversa, forse il mondo non può e non deve tornare ad essere quello di prima.

    Questa nuova consapevolezza apre un enorme ventaglio di eccitanti possibilità, un futuro tutto da costruire, ed è qui che deve entrare in gioco la nostra creatività. Dovremo passare dal supermercato dell’abitudine, delle convinzioni alla boutique della creatività.

     

    Lo sviluppo e l’espressione della nostra creatività, attraverso il talento di ogni singolo individuo,  possono essere d’ispirazione per gli altri, e possono portare a una e vera e propria rinascita culturale.

    A un nuovo Rinascimento. Lo stiamo aspettando da molto ed è forse finalmente venuto il momento che si realizzi. Noi potremmo essere spettatori ma, soprattutto, artefici di una nuova epoca d’oro.

     

    A tal proposito, è facile intuire che i maggiori artefici di questo futuro siano destinati ad essere i giovani mentre noi altri, gli adulti, i meno giovani, abbiamo il compito d’ispirarli. Dobbiamo essere d’esempio, con i gesti, ovviamente, ma anche con le parole, con il racconto e soprattutto con l’esempio.

    Ma come facciamo ad attrarre la loro attenzione, a farci ascoltare? Come facciamo a toglierci quella maschera che in molti casi nasconde il nostro vero io, la nostra unicità?

    La prima cosa è avere coraggio e non avere paura del giudizio. La seconda cosa, forse la  più importante nel raccontarsi ai giovani è dire loro cose che ancora non conoscono e ascoltali.  Sono bombardati continuamente da informazioni, più o meno veritiere o interessanti. Tutte cose che hanno già sentito mille volte.

    Per attirare la loro attenzione e fare la differenza, dobbiamo condividere con loro l’unicità della nostra esperienza e di noi stessi.

     

    Non è detto che sia facile, anzi è più faticoso che nascondersi dietro gli schemi o i finti personaggi che tanto ci fanno sentire al sicuro. Ma è sicuramente più efficace ed anche più divertente, come tutte le nuove sfide.

    Dovremo cambiare il nostro punto di vista, la nostra solita prospettiva. Solo così potremo fornire a ragazze e ragazzi uno strumento in più, una chiave di lettura che li aiuti , non solo a crescere, ma anche a entrare nel mondo della consapevolezza in modo da essere, un giorno  a loro volta ispiratrici e ispiratori.

     

    Ma come otterremo questo obiettivo? Usando la nostra creatività, fonte inesauribile di soluzioni alternative ed inaspettate.

    Quindi, per stimolare la creatività altrui dovremo stimolare anche la nostra,  nei contenuti e nei modi. Per contribuire a costruire, dunque, la società del futuro che desideriamo.

     

    Namaste

     

    Photo by: Roberto Lopez