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  • Social Innovation & Cultural Growth

    Social Innovation & Cultural Growth

     

    We are already talking about this for some time and the COVID emergency has given the last push necessary to make a need evident: it is time to leave the economy of profit, to enter the economy of  Social Innovation & Cultural Growth  Yes, profit must be pursued, but through new models where (healthy) human development shall aim at cultural growth and social innovation.

    Social innovation is an innovation that focuses on the individual and the improvement of their living, working, social and environmental conditions.

     

    This is an economy which does not aim at creating new needs but to solve problems that have not yet been solved, or to find better solutions than those implemented so far.

    It is an economy that shall not create new products to sell and consume quickly, but focus on services.

    All this through new models designed with innovative social schemes in mind which are not simply focusing on the goal, but above all how to achieve it.

     

    People must become central, strategic, protagonists. Not only those who receive a service or product but also the individual who produces that product or service.

    A friendly work environment where enthusiasm, creativity and talent of each individual shall be released and the flexibility shall become the status quo.

     

    An example of this approach to economics and productivity are, for example, Design Thinking, ATE (accelerated talent experience) or the Circle. Approaches that, specifically focus on creative solutions, on solving a problem by observing it from an unusual point of view, thus developing lateral thinking, but above all by circulating and sharing knowledge and talent of people through the creativity.

     

    An aspect also recognized by Murray, Caulier Grice and Mulgan in their “White Paper on social innovation“, where they write:

    “We define social innovations as new ideas (products, services and models) which satisfy social needs (more effectively than existing alternatives) and which at the same time create new relationships and new collaborations. In other words, innovations that are good for society and that increase the possibilities for action for society itself.“

     

    As we know, the state is responsible for responding to the needs and demands of citizens, but if it is not the case, each individual has the moral responsibility to fill this gap.

    In fact, individuals can be the engines of the useful economy, of the useful development, which can find its maximum expression in various sectors, including health care, social assistance, social integration and training.

     

    A reality capable of “revolutionizing” the market through a paradigm change.

     

    Company such as the Japanese multinational Hitachi focused on its Social Innovation Business, which combines information technology (IT), operational technology (OT) and products.

    Siropack, a high-tech company from Cesenatico, Italy,  that has made employee well-being and attention to the environment its business philosophy

    Or the nascent Piedmontese, from Torino,  startup xScoreInsight, which supports business organizations to improve the information potential of data, promoting new models of cultural growth and social innovation, using big data and artificial intelligence. A disruptive startup that we will hear a lot about

     

    These are some of the examples where through new technologies and embracing disruptive changes, different types of organizations have the opportunity to optimize the use of resources, including the human resource, by having an effective impact on the society.

     

    Photo by: Tim Marshall

  • Apparente normailità

    Apparente normailità

     

    Le nostre abitudini , le nostre esperienze quotidiane, le costanti situazioni che si susseguono nella nostra vita, le persone che incontriamo giornalmente e le cose che ci accompagnano nella nostra “apparente normalità” non sembrano destare in noi alcun vero stupore.

    Tutto ciò che rientra nella rutine suscita poco interesse, poiché l’abitudine rende la vita di tutti i giorni priva di avventura, stimoli, slancio ed entusiasmo.

    Vivere cosi, con apatia, significa sopprimere la nostra creatività, facendo posto in modo sempre più importante alle cose noiose e scontate, per cui succede che iniziamo a pensare di sapere tutto, e iniziamo a giudicare in modo aprioristico tutto ciò che non si ha la pazienza di osservare.

    Tanto non cambia mai nulla, tanto è cosi, si è sempre fatto cosi…

    Solo le novità e l’entusiasmo delle persone provocano e mobilitano le energie della creatività verso una vera innovazione sociale: esserne completamente privi vuol dire sopravvivere piuttosto che vivere.

    I rischi, le incognite sono importanti per l’essere umano che si troverebbe, senza di essi, a vivere una vita che non lascia spazio all’immaginazione , alla speranza e soprattutto al cambiamento.

    Bisogna coltivare il gusto della novità ed avere la gioia e il coraggio di andare incontro al futuro vivendo il presente, poiché’ il timore dell’imprevisto nasce solo dalla paura di vivere, di osare di mettersi in discussione.

     

    William James, il grande filosofo americano, una volta disse:

    “Iniziate sin da ora ad essere ciò che vorrete diventare d’ora in avanti”

    Noi non sapremo mai chi siamo veramente, non conosceremo mai il nostro valore, se non accettiamo la sfida e il confronto di una realtà che non è un piccolo feudo ma uno spazio da tutti percorribile.

    Il cambiamento, le novità e l’entusiasmo, proiettandoci con coraggio nel mondo esterno, ci danno la possibilità di entrare in una community umana, fatta di conoscenza e condivisione. Ci mettono in condizione  di creare e vivere una vera Innovazione Sociale

    Questa può essere anche diversa da ciò che crediamo, ma che abbiamo assolutamente bisogno per non rischiare di essere ancorati all’Ego, presuntuosi e soprattutto sordi ai cambiamenti.

    Vivere vuol dire partecipare, intervenire, modificare ininterrottamente se stessi e il mondo, sentirsi responsabili della propria esistenza, e avere entusiasmo per il nuovo

    Creazione, cooperazione e condivisione saranno le parole che accompagneranno chi, come molti, avrà deciso di portare innovazione, non soltanto dal punto di vista professionale ma soprattutto personale, per le persone con le persone.

    Le cose   cambiano se lasciamo ad altri un atteggiamento di accettazione passiva delle cose e se non ci preoccupiamo del giudizio degli altri, perché loro non sanno chi siamo veramente, ma noi si.

    Questo è il momento di una  nuova startup della nostra vita e noi, non dimentichiamocelo,   siamo i principali protagonisti, gli startupper del nuovo.

     

    Namaste

     

    Photo by: Sharon Mccutch

  • Social Innovation Experience, villa Giona (VR),  19/20 settembre 2020

    Social Innovation Experience, villa Giona (VR), 19/20 settembre 2020

    Perché così spesso e mai come  in questi mesi, sentiamo parlare di crisi e non riusciamo a percepirne i contorni e le possibili vie d’uscita?

    Perché, invece, esistono diverse persone, Ispiratori e Ispiratrici  che questa crisi voglio superarla?

    Persone che,  non solo in passato  hanno vissuto altre crisi, ma sentono il dovere di fare qualcosa.

     Chi sono le nuove figure dominanti dell’economia italiana?

    Chi sono le nuove Ispiratrici e i  nuovi Ispiratori del nuovo millennio ?

    Quanto conta l’innovazione sociale e la crescita culturale  oggi, per affrontare le nuove sfide della globalizzazione nelle economie avanzate?

    E che cos’è questa globalizzazione, che cosa sta cambiando nel nuovo scenario mondiale? In che modo l’innovazione sociale può elaborare soluzioni concrete alle sfide sociali?

    E’ possibile trasformare gli ecosistemi locali nei nodi di una più ampia rete, grazie a partnership e collaborazioni?

     

    Se cerchiamo una ragione per cui, oltre a storici ed antropologi, economisti,  anche manager, leader e imprenditori, dovrebbero interessarsi con attenzione dei rapidi mutamenti nell’economia e nella società, la risposta sta in queste domande, e in molte altre ancora.

    Il Social Innovation Experience  vuole agire proprio qui, preparando un processo di innovazione sociale attraverso la condivisione di idee, per affrontare le sfide del presente e del futuro.

    In questi anni stiamo assistendo, infatti, a una rinnovata attenzione verso l’Essere Umano come motore di sviluppo, tanto da configurare l’innovazione sociale come driver della globalizzazione stessa  e le  persone come:

    “the single most important player in a modern economy”

    Perché?

    Da circa un ventennio stiamo partecipando, da un lato,  alla rivoluzione delle tecnologie,  che a catena hanno avuto enormi effetti sulle economie.

    Dall’altro lato siamo sotto il grande cappello della  globalizzazione e  della finanza, con i suoi effetti sulle organizzazioni  stesse, come dimostra il vigore di fenomeni quali, le startup,  private equity , venture capital, business angel ;  l’integrazione e l’ampliamento dei mercati dei capitali e l’accelerazione senza precedenti dei flussi finanziari.

    Queste spinte congiunte hanno forzato la direzione delle imprese e delle organizzazioni ad affrontare il cambiamento, sempre più rapido ed inatteso.

    Questi ultimi mesi poi, ci hanno dimostrato che siamo usciti dall’economia della finanza per entrare in un’economia dove le persone sono il centro di tutto.

    Un’economia dove lo stato,  le organizzazioni profit e non, sono paralizzate dalla convinzione che solo chi è in cima può cambiare il sistema. Il punto è che le iniziative dall’alto verso il basso difficilmente cambiano che le cose  che devono essere cambiate.

    Ecco perché ogni persona deve poter incidere in un processo di cambiamento, dove le persone lavorano per le persone e con le persone, partendo dalle nuove generazioni.

    In questo contesto l’organizzazione  appare  però in bilico tra molti mondi: l’individuo e  il contesto, la stabilità e  il mutamento: la sua attività economica ha bisogno di ridurre l’incertezza, ma al cuore dell’iniziativa  c’è l’analisi del cambiamento e spesso anche la passione per l’avventura.

     

    Secondo la definizione proposta da NESTA, un’innovazione sociale è :

    “un’innovazione che risolve un bisogno sociale che non è stato risolto da interventi tradizionali né da parte di soggetti privati né da servizi organizzati da parte dell’attore pubblico

     

    Per condividere questo e molti altri principi per un futuro migliore, siamo lieti di invitarvi, il 19  e 20  settembre 2020, nella bellissima cornice di Villa Giona al “Social Innovation Experience”, l’evento che cambierà il vostro modo di agire dentro e fuori le organizzazioni.

    Agenda:

    sabato 19  ore 15: workshop,  AC&SI (Accelerated Culture & Social Innovation)

    sabato 19  ore  21: evento “La Vita è una startup”

    domenica 20: tavola rotonda

    Relatori:

    • Rocco De Lucia ceo Siropack Italia
    • Alessandra Morelli, alto commissariato dell’ Onu
    • Domenico Ioppolo, COO Campus Orienta-Salone dello studente
    • Andrea Tomatis, founder XScoreInsight
    • Antonio Arezzo founder XScoreinsigth
    • Tommaso Esmanech, growth strategies to help propose (California)
    • Alessandro Fossato, founder and Ceo Interlogica
    • Ernesto Sirolli, founder and Ceo, Ernesto Sirolli Foundation (con.video)

     

    Modera: Giustiniano La Vecchia

     

    Per info: news@giustinianolavecchia.it

     

     

    Photo by:  austin chan

  • E la nostra Silicon Valley? E le nostre startup?

    E la nostra Silicon Valley? E le nostre startup?

    Abbiamo dimenticato troppo presto che, tra il 1932 e il 1960 un certo Adriano Olivetti, un vero ispiratore,  dava inizio a una straordinaria storia tutta Italiana   ( troppo presto dimenticata).

    Per il suo essere visionario e fuori dalle regole imposte dallo status quo,  nasceva la nostra” Silicon Valley” nel polo industriale di Ivrea.

     

    Un eccellenza Italiana nel mondo con 24.000 dipendenti. Nello stesso periodo le nostre  piccole imprese artigiane ,” le nostre startup”,  composte di Donne e Uomini straordinari, esportavano la loro maestria  nel mondo, fatta di creatività,   passione e orgoglio italiano.  Siamo nel 2020 e cosa è successo? Ci siamo, forse, persi qualcosa?.

     

    Abbiamo forse dimenticato che anche noi in Italia abbiamo creato  la nostra Silicon Valley? 

     

    Che sempre noi siamo  stati i primi ad avere le prime startup e che sempre  noi abbiamo avuto il nostro visionario al pari di  Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Elon Musk, Jeff Bezos,  che portava il nome di  Adriano Olivetti?

     

    Ma allora  cosa ci è successo?

    Cosa ci siamo persi?

    Come abbiamo potuto cancellare quel vantaggio competitivo fatto di creatività e passione?

     

    Alle nostre nuove generazioni tutto questo l’abbiamo mai raccontato e soprattutto spiegato?

     

    Credo che valga  la pena, iniziare ad appiattire le piramidi delle organizzazioni, cancellando la burocrazia, ascoltando di più le persone , liberando la creatività e il talento delle stesse.

     

    E poi ancora ritornando ad avere l’orgoglio di essere italiani, attraverso la nostra cultura, l’eccellenza che ci ha contraddistinto e ci contraddistingue  e ad diffondere quell’innovazione sociale che tutto auspichiamo, ma che in  pochi praticano

     

    Allora si che torneremo ed essere un esempio, 

    allora si che le nuove generazioni cesseranno di vivere il Nichilismo e avranno cosi  la possibilità di avere uno scopo e con entusiasmo affrontare la loro nuova startup chiamata esistenza.

     

     

  • La  “Cultural Growth & Social Innovation”, per le organizzazioni del nuovo millennio

    La “Cultural Growth & Social Innovation”, per le organizzazioni del nuovo millennio

    Siamo in un epoca  dove  solo l’individuo con la sua creatività, il suo talento e il suo entusiasmo, può  garantire alla società, ad una organizzazione profit e non, a una startup,  presenti e future, di competere e prosperare.

     

    Bisogna smettere di pensare alle persone come commodity e iniziare a investire sull’individuo.

    Solo cosi attueremo un reale processo di cambiamento,  in un’ottica di “Social Innovation”, dove si produce per le persone , con le persone, tra le persone

    Allora si  che potremmo  immaginare , garantire  e produrre prodotti e servizi realmente al servizio della comunità e non per il solo mero profitto.

    Oggi un’impresa incapace di muoversi in questa ottica  difficilmente sopravvivrà.

    Circa il 90% del volume delle vendite delle aziende di successo è costituito da prodotti che soltanto 5 anni fa erano ignoti al mercato.

    La “Cultural Growth &  Social Innovation” hanno e avranno sempre di più  un ruolo fondamentale nella creazione di nuovi prodotti e servizi, nella  gestione del  problem solving  e nei processi decisionali di quasi tutte le organizzazioni presenti e future

    La caratteristica più importante di queste imprese profit e non di successo, con nel DNA la Cultural Growth & Social Innovation, è l’essere guidata da Ispiratrici e Ispiratori.

    Donne e uomini  che si rifiutano  di accettare acriticamente le soluzioni già sperimentate, collaudate e consuete,  non   interessate  minimamente a  seguire ciecamente le procedure consolidate e  strade già battute.

    Le  Ispiratrici e gli Ispiratori creativi,   sono sempre disposti a esaminare e mettere in pratica idee nuove, ascoltando dialogando, senza giudicare, con le persone per le persone. Esse si attivano per ricercare concetti anticipatori di nuove tendenze.

     

    Sanno di essere  guardati e giudicati con diffidenza dallo status quo,  troppo prudente o peggio ancora , adagiato su un successo  (apparente e non duraturo) ormai  a loro dire, consolidato, ma non se ne curano.

    Un organizzazione cresce perché viene regolarmente nutrita con nuove idee che, tra l’altro, diventano assolutamente necessarie in tempi di incertezza come questi, quando valori e obiettivi cambiano e  quando nascono nuove esigenze .

    Nel mondo sempre più complesso non è più possibile affidarsi unicamente alle tecniche collaudate e all’analisi razionale poiché le prime si dimostrano incapaci di risolvere i problemi e le soluzioni razionali non garantiscono più la competitività.

    Troppe organizzazioni fanno ancora troppo poco per incoraggiare l’Innovazione Sociale, guidate dal male di questo secolo:

    la burocrazia !

    Solo alcuni si preoccupano di questa necessità di svecchiamento, di velocizzazione dei processi e di riduzione della piramide del comando, ma non trovano un clima favorevole.  Si va dall’indifferenza all’ostilità, non solo passiva ma spesso anche attiva, che genera uno scontro frontale tra Ispiratrici/ Ispiratori e vecchi e incomprensibili modelli.

    Naturalmente la maggior parte delle persone dichiara   di essere  pronta  e  ben disposta ad esaminare un’idea nuova però ribadiscono: “Questa si che è una buona idea!

    Studiala bene nei dettagli e poi torna”, un tipico esempio di “frase killer” che non fa altro che affossare una buona idea, solo apparentemente incoraggiandola, ma di fatto considerandola da rivedere, approfondire, valutare per poi dimenticarla.

    E poi tutti a domandarci perchè le persone vanno via..

    In altre parole, le persone creative devono essere continuamente incoraggiate, altrimenti si spengono.

    Quando una persona è creativa è inquieta, perchè crede nelle proprie capacità  ed è entusiasta.  E’ indipendente per natura e non è trattenuta dal timore di possibili errori o fallimenti.

    Il timore dell’insuccesso impedisce a molte persone  di tentare qualcosa di innovativo. Ma attenzione, la prudenza intesa come gradualità non è negativa, poiché è un sistema di gestione nella espressione della propria creatività.

    Un sano orientamento al successo miscela sapientemente l’esercizio della creatività con la serietà e l’esigenza di rendersi utile.

    Il vero fallimento sta nel non tentare MAI qualcosa di nuovo.

    Le persone capaci di idee originali sono numerose: ma occorre il coraggio di essere sé stesse, di vincere le opposizioni e di tradurre le proprie idee in iniziative concrete e produttive.

    Spesso gli individui  sono solo preoccupati di uscire senza danni da ogni situazione e questa forma di acquiescenza viene giustificata come “fedeltà all’organizzazione”, desiderio di essere accettato ed approvato.

    Nella maggior parte delle aziende il conformismo viene quasi sempre incoraggiato e premiato, non piacciono  la persone  che amano  discutere, condividere e sperimentare.

    Il più alto apprezzamento sovente va a quella persona che obbedisce ciecamente agli ordini del “capo”, che si mostra sempre rispettoso, che fa ( in teoria) puntualmente il suo lavoro, che non crea conflitti con i  colleghi.

    Il mondo è pieno di “Managers”, privi di coraggio nel  fare quello che veramente andrebbe fatto, per il timore di minare la loro apparente stabilità .

    Emerson ha affermava: “Qualunque cosa tu intraprenda, occorre coraggio. Concepire un progetto e metterlo in pratica richiede coraggio quanto un’operazione di guerra”.

    Ma molti di questi  individui non sono forse un po’ troppo rigidi, conformisti, stereotipati, opachi e privi di spirito di iniziativa?

    L’eccesso di dubbio è l’anticamera dell’insuccesso e non coincide con il senso di responsabilità; chi si preoccupa, cerca di sfuggire ai problemi, chi è responsabile cerca invece di affrontarli.

    “La preoccupazione è come una sedia a dondolo: sei sempre in movimento, ma non avanzi di un passo” (Mark Twain).

    L’entusiasmo  invece, è ardore ed impegno nel fare.

    Allora quali sono le caratteristiche che deve coltivare in sé una organizzazione per attuare una reale Cultural Growth & Social Innovation?

    Investire sull’inquietudine delle persone, sulla loro voglia di essere creative , sul loro talento

    E noi? Semplicemente permetterglielo, con l’esempio e ispirandoli

     

    Giustiniano La Vecchia

     

    Photo by:  rob walsh

  • La normalizzazione dell’ipocrisia, l’inganno e la dissimulazione come stile di vita

    La normalizzazione dell’ipocrisia, l’inganno e la dissimulazione come stile di vita

     

    “Ipocrisia: simulazione di virtù, di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole”. È così che il dizionario definisce l’ipocrisia. Simulazione di buoni sentimenti al fine dell’inganno.

     

    L’ipocrisia dissimula, camuffa le vere intenzioni delle persone. Ipocrisia è menzogna.

     

    Nella nostra società attuale l’ipocrisia è istituzionalizzata, normalizzata. Mentre da piccoli ci viene insegnato il senso di giustizia, la necessità di non mentire, crescendo veniamo a patti con i nostri principi, iniziamo a mentire e, in fondo, accettiamo che gli altri lo facciano. E mentire una volta apre la strada per la menzogna costante.

     

    Una volta che menti, menti sempre. Una volta che sei ipocrita, lo sei sempre.

     

    Quando si ha a cuore e si sviluppa un progetto come quello di Villa Gaia, purtroppo, s’incontra l’ipocrisia degli altri in maniera frequente e dolorosa. Villa Gaia vuole essere un luogo dove le donne abusate possano avere la possibilità di cominciare una nuova vita, sostenute da psicologi e psicoterapeuti. Un luogo per confrontarsi con altre donne che si trovano nella medesima situazione, un luogo per imparare magari un nuovo mestiere.

    Si tratta, dunque, di un progetto complesso e ambizioso che parte dalla Lombardia ma ha lo scopo di diffondersi in tutta Italia con tante altre Villa Gaia sparse per il territorio. A coprire, con un unico modello replicabile, necessità che riguardano tutto il paese.

     

    Un progetto così, ovviamente, suscita l’approvazione generale. Come potrebbe essere altrimenti?  Ma, grattando appena la superficie, appare subito evidente che si tratti di un’approvazione ipocrita. Un’approvazione limitata alle parole. Parole “di cortesia”. Perché quando si tratta di fare davvero qualcosa, di metterci impegno e la faccia, allora la bontà del progetto non è più sufficiente.

    Allora, ipocritamente, molte persone trovano mille scuse per non fare, per paura di minare la propria apparente serenità, il proprio apparente equilibrio, il proprio EGO.

    Quale che sia il reale motivo, improvvisamente aiutare gli altri non è più così importante.

     

    La violenza sulle Donne? Non è un problema mio, io ho già tanti problemi. Se dovessi dare retta a tutto. Queste sono le tipiche risposte

     

    E questo atteggiamento appare dolorosamente evidente ora, dato che Villa Gaia è un progetto in essere, da concludersi. Ma sono altrettanto dolorosamente certo che, di fronte, a una Villa Gaia già attiva e funzionale le stesse persone non si farebbero, o non si faranno, alcuno scrupolo a salire sul carro del vincitore. Lo stesso carro che ora non vogliono aiutare a costruire.

     

    L’ipocrisia è purtroppo anche una malattia sociale altamente contagiosa.

    Si diffonde da una persona all’altra a macchia d’olio, perché è più facile non mettersi in gioco, perché è facile giustificare la propria vigliaccheria specchiandosi in quella degli altri.

     

    Il comportamento ipocrita di qualcuno che ci sta accanto giustifica e stimola il nostro, così raccontiamo balle agli altri e anche a noi stessi, in una catena malata di dissimulazione.

     

    L’ipocrisia finisce per colpire l’intera società, provocando diffidenza e insofferenza diffusa. Mentre, a prevalere tra di noi non dovrebbe essere l’ostilità, tutt’altro, ma il dono.

    Come diceva l’antropologo francese Marcel Mauss, “Una parte considerevole della nostra morale e della nostra stessa vita staziona tuttora nell’atmosfera del dono, dell’obbligo e, insieme, della libertà. Non tutto, per fortuna, è ancora esclusivamente classificato in termini di acquisto e di vendita”.

    Il dono è rito sociale che rafforza la socialità, l’ipocrisia la disgrega.

     

    Namastè

     

    photo bu. Kristina Flour

  • La lotta contro la violenza sulle donne? E’ un problema di tutti, uomini compresi

    La lotta contro la violenza sulle donne? E’ un problema di tutti, uomini compresi

     

    Quando Isa Maggi,  mi ha chiesto di dedicare un articolo alla violenza sulle donne, ci ho pensato a lungo.  All’inizio ho creduto di non esserne all’altezza, o meglio, di non averne il diritto. Io sono un uomo. Ma poi ho riflettuto sul fatto che la violenza contro le donne, fisica e psicologica, del singolo e dell’intera società, è un problema troppo importante e che tutti ne dovremmo parlare, tutti dovremmo denunciarlo, uomini compresi, oltre alle donne.

    Scrivere un articolo su questo tema, per me, è prima di tutto un dovere ma allo stesso tempo anche un onore.

     

    Nel nostro paese la violenza contro le donne è un problema grave che ha visto, durante il periodo del lockdown, un aggravamento.

    Donne, già in difficoltà, si sono trovate costrette in casa con i propri compagni.  Aguzzini in grado, in un momento come quello, di controllarne ogni mossa e di rendere quasi impossibile qualsiasi denuncia. I dati ufficiali riportati dal Ministero degli Interni mostrano, durante l’emergenza del COVID19, una generale diminuzione dei reati contro la persona, questo perché la gente non usciva, era al sicuro. Ma la diminuzione ha riguardato soprattutto le vittime di sesso maschile, mentre non è stata altrettanto significativa per quanto riguarda quelle di sesso femminile.

    Perché? Perché il più delle volte le donne vengono aggredite tra le quattro mura di casa da mariti, fidanzati o padri.

    Il lockdown ha messo al sicuro tutti, tranne le donne (e i bambini) dai loro incubi domestici, dai  loro carnefici.

     

    Il problema, quindi, è innegabile. Presente anche molto sui giornali ma, purtroppo, per troppo poco e spesso male. Ogni volta che succede una tragedia, che un marito uccide la propria moglie, che un ragazzo “punisce” la fidanzata che lo ha lasciato, giornali ed opinione pubblica ne parlano incessantemente per qualche giorno, ma poi il problema viene abbandonato in favore di qualcos’altro.

    E, a proposito, di giornali ed opinione pubblica, ancora più grave e più frequente ultimamente è il caso della vittimizzazione del carnefice e della colpevolizzazione della vittima. La violenza viene giustificata, la brutalità è data da “troppo amore” mentre le donne vengono, velatamente o meno, accusate di essere state esasperanti, crudeli.

    Di essersela un po’ cercata.

    Esattamente come avviene ancora in caso di stupro. I maschi raccontati come poveri animali, in grado di non saper controllare istinti, rabbia o di metabolizzare rifiuti. Le donne come maliarde, ingannatrici. A metterlo per iscritto fa venire i brividi ma è una dolorosa realtà, un approccio  della società, di uomini e donne, malato e sintomo dell’equilibrio inesistente tra i sessi.

     

    La violenza sulle donne non può essere considerata la somma di casi isolati di uomini malati o inspiegabilmente violenti, ma il frutto malato di una società che non considera uomini e donne sullo stesso piano.

     

    La lotta alla violenza sulle donne, quindi, deve passare attraverso una crescita personale, sociale e culturale di ognuno di noi, uomini e donne.

    Quanto lavoro c’è ancora da fare, anche nel mondo del lavoro stesso, dove l’eccellenza femminile è ancora troppo rara, e non certo per mancanza di abilità o di preparazione delle donne, ma di opportunità. Le donne devono sempre dimostrare il doppio per ottenere lo stesso ruolo di un uomo e ad uno stipendio inferiore.

    La frustrazione può essere tanta, da parte di chi subisce queste ingiustizie e anche da parte di chi ha la sensibilità di riconoscerle, ma non bisogna arrendersi, bisogna lavorare per costruire una società più giusta ed equilibrata, migliore, migliore per tutti.

     

    Anch’io, nel mio piccolo,  cerco di contribuire ogni giorno a questa crescita.

     

    Da una  settimana abbiamo lanciato True Colors, un progetto del sottoscritto, in  collaborazione con  Gianni Gaude, Francesca Melis, Mario Rosini e Rossana Ruotolo .  Una serie di  podcast, dove le donne, protagoniste e  vittime di violenza, racconteranno le loro storie

    Con questa serie di podcast vogliamo anche contribuire e sostenere la Fondazione Villa Gaia di Isa Maggi, per costruire una casa che possa ospitare donne vittime di violenza e i loro figli

    Se sei interessata o interessato a contribuire alla nascita di Villa Gaia dona su:

     

    Fondazione Villa Gaia onlus

    Via Po 41

    27010 Pavia

    C/C Banca Etica

    IBAN: IT54G0501801600000016908485

     

    Foto by: Gabriel Benois

     

  • L’ascolto senza pregiudizi rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero

    L’ascolto senza pregiudizi rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero

    “Dopo questa pandemia saremo tutti diversi”.

    Era questa la frase che si sentiva più spesso all’inizio del lockdown, mentre le bandiere tricolore sventolavano e noi cantavamo dai balconi, riscoprendo un antico e innocente senso di comunità.

     

    Il lockdown ormai si è concluso ed è il momento di fare i conti con una lampante realtà: non siamo cambiati, non siamo diversi e, soprattutto, non siamo affatto migliorati. Anzi.

    Durante il periodo che ci ha costretti tutti a casa, molti hanno avuto la possibilità di mostrare – a causa dell’aumento del tempo libero e della presenza dei social –la loro vera faccia, la loro incapacità di comunicare in maniera costruttiva e non aggressiva.

    In un periodo di massima crisi le maschere sono cadute ed è risultata sempre più evidente l’incapacità da parte di molti di costruire relazioni basate sul rispetto dell’altra persona. In particolare, sul rispetto delle opinioni dell’altra persona.

    Discutere con gli altri, confrontare opinioni diverse non è mai un male. È un bene, è un modo per migliorarsi, per conoscere punti di vista diversi dai nostri. Ma se non ascoltiamo veramente chi abbiamo davanti ma aspettiamo solo che taccia, aspettiamo il nostro turno, per potergli dire la nostra unica verità, allora non stiamo discutendo, non stiamo scambiandoci opinioni, siamo  solo impegnati in due sordi monologhi.

     

    Credere che il nostro punto di vista, il nostro modo di vedere le cose, di veder il mondo sia l’unico valido è una cosa comune – persino sana e fisiologica – durante l’adolescenza. È un processo che fa parte della crescita ma crescendo appunto, diventando adulti, bisognerebbe essere in grado di aprire gli occhi e allargare lo sguardo, mettere in dubbio le nostre certezze. Ciò non vuol dire cambiare necessariamente opinione ma avere la saggezza di ascoltare anche quella dell’altro senza pregiudizi.

     

    Essere in grado di ascoltare gli altri e, se necessario, cambiare idea rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero.

    Ognuno di noi ha moltissimo da imparare dagli altri. Da tutti gli altri.

    Persone con un grado d’istruzione inferiore al nostro possono aver avuto diverse e più profonde esperienze di vita rispetto alle nostre.

    E, allo stesso modo, persone che hanno studiato approfonditamente in un certo campo hanno informazioni più dettagliate, conoscenze più specifiche rispetto a quelle che ognuno di noi potrà mai ottenere con un ricerca su Google o Wikipedia.

     

    Ma ad ascoltare in giro, a leggere le discussioni sui social o i dibattiti in tv sembra che, gran parte della popolazione sia rimasta bloccata all’adolescenza della propria ragione, che non sia cresciuta e maturata.

    Troppo impegnata a guardare il mondo in bianco e nero per rendersi conto dell’infinita quantità di sfumature. Non in grado di apprezzare il potere della diversità, delle persone e delle opinioni.

    Persone diverse da noi, per sesso, estrazione sociale, razza religione o, semplicemente esperienze di vita.

    Opinioni diverse dalle nostre, non migliori o peggiori, solo diverse.

     

    La nostra crescita personale passa attraverso la capacità di cambiare punto di vista. Ciò non vuol dire essere incoerenti ma, pur rimanendo fedeli a se stessi, bisogna aprirsi agli altri. Riservare agli altri il diritto di esprimersi, rispettare le idee altrui anche quando non si condividono.

     

    Chi è in grado di fare questo, ed è  in grado di difendere le proprie idee,  ma continuando ad ascoltare quelle degli altri, in uno scambio prezioso, è destinato a essere riconosciuta o riconosciuto come ispiratrice o ispiratore del nuovo millennio.

     

     

    Namaste

  • Il segreto dell’ottimismo è nell’empatia

    Il segreto dell’ottimismo è nell’empatia

    “Mi sveglio e dò alla giornata che mi sta dinanzi l’opportunità di essere la più bella della mia vita”

    Mark Twain

    Molte volte, le difficoltà vere esistono solo nella nostra mente. Se vogliamo davvero qualcosa, se lo desideriamo con tutte le nostre forze, non ci sono ostacoli così insormontabili. Ogni cosa ci sembrerà raggiungibile, in fondo, alla nostra portata. E ciò che bastava per intimorire e fermare gli altri, per noi sarà lo stimolo che stavamo aspettando per lanciarci in una nuova, sfidante avventura. Non è facile, soprattutto in questo periodo a parlare di ottimismo, soprattutto quando si è giovani, e siamo ancora provvisti di quella buona dose di incoscienza che non ci fa riflettere troppo sulle nostre azioni. Soprattutto quando non abbiamo vissuto in prima persona un fallimento, ad un certo punto della nostra vita.

    Ma chi mi conosce, sa che non mi fermo mai all’apparenza, al primo strato di verità. È nella mia natura voler andare a fondo, scavare nell’animo umano e delle cose per portare a galla i quesiti più veri che ci attanagliano. Anche questa volta non posso farne a meno. Per questo motivo, anche oggi la mia riflessione sarà provocatoria. Iniziamo con una domanda: “Che cos’è l’ottimismo?” Ce lo domandiamo in molti, ma credo che le risposte date finora siano un po’ troppo superficiali. Ricordate la questione del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto? Balle.

    Alzi la mano chi sa davvero cosa significhi ottimismo

    Scusate la franchezza (ma non troppo), ma non credo possiamo ridurre il tutto al sorridere alla vita perché dobbiamo avere la forza di alzarci dopo una batosta. Il fatto è che quando diamo del pessimista a qualcuno, additandolo di non saper affrontare gli alti e bassi della vita, lo stiamo affossando ancora di più. E allora la domanda resta sempre la stessa, ma non abbiamo ancora trovato una risposta: “Che cos’è l’ottimismo?”.

    Noi non ci sforziamo veramente di comprendere i problemi degli altri. Che si tratti di un amico, collega, parente o il proprio stesso figlio, è molto difficile che ci sia una comprensione vera o, quantomeno lo sforzo di comprensione. In genere, ci limitiamo a sentire in parte ciò che ha da dire l’altro, magari solo per educazione, perché ci hanno insegnato rientri nei nostri doveri civili di bravi cittadini. Spesso, anche i conflitti generazionali possono ricondursi alle incomprensioni che ci sono fra noi genitori e i nostri figli, soprattutto adolescenti. Parliamoci chiaro, è l’età più complessa da affrontare, ve lo garantisco per esperienza personale. I nostri ragazzi non sono più dei bambini; l’età dei ‘balocchi’ è finita e ci si affaccia per la prima volta alla vita vera, quella che ti sbatte in faccia porte e bastioni senza chiedere scusa.

    L’eterno conflitto fra genitori e figli è superabile con una buona dose di ottimismo?

    E noi cosa facciamo quando troviamo i nostri figli giù di morale? Gli diamo addosso perché non sappiamo come aiutarli, se non superficialmente, dicendo loro di non lasciarsi abbattere perché ci sono problemi ben peggiori di una fidanzatina che ti ha tradito, o di un brutto voto a scuola. Devono essere ottimisti, perché alla prossima interrogazione andranno sicuramente meglio, e l’amore.. beh, il mondo non era pieno di pesci una volta?

    Quindi, è questo l’ottimismo? Fingere di voler risollevare l’umore di qualcun altro sottovalutando i suoi problemi? E no, ancora non ci siamo; ancora non abbiamo trovato la risposta giusta. Sento già in lontananza quelli che mi diranno: “ma, ehi, che mi dici di quelle persone pessimiste croniche che credono l’universo se la stia prendendo con loro?”. E giù tutti a prendersela con Leopardi. Scusa, Leo, non sanno quello che dicono. Il mio non vuole essere un inno al pessimismo cosmico, la fiera delle negatività. Sto solo cercando di capire cosa sia davvero l’ottimismo, perché un conto è la definizione da vocabolario, e un’altra e l’essenza del concetto.

    Sapete cos’è il nominalismo? Una simpatica corrente filosofica originatasi nel medioevo per cui le parole vanno trattate come puri segni linguistici. Esistono fintanto che designano tecnicamente un qualcosa, ma di per sé non hanno altro valore. Siamo noi che le carichiamo, che gli diamo vita. Le parole assolverebbero ad una mera funzione tecnica per designare un determinato oggetto o concetto.

    Non solo filosofia

    Non vi sto dicendo questo perché voglio filosofeggiare ma perché mi preme spiegarvi un concetto molto semplice: cosa vuol dire ottimismo. Da vocabolario è definita come una “disposizione psicologica a considerare il corso degli eventi in maniera positiva”. Ma ricordate che siamo noi a dar peso alle parole? Allora perché non proviamo ad aggiungere altro significato all’ottimismo?

    Per me l’ottimismo va oltre la positività, ma ha a che fare con il coraggio, perché bisogna averne di molto per guardare la vita con la speranza di avere un domani migliore nonostante stiamo vivendo magari giorni completamente ‘no’. Non è così semplice gestire le emozioni negative, ci insegnano solo che bisogna accettare le sconfitte e trovare, appunto, il coraggio di superarle. Ma non possiamo dimenticare le persone che tutto questo coraggio non lo hanno e che noi chiamiamo semplicisticamente pessimisti. Smettiamola di fermarci sempre al primo piano di lettura delle cose del mondo, andiamo più in fondo e scopriamo davvero il suo noumeno.

    Attenzione, però, perché non vi sto dicendo di affogare nella negatività, anzi. Il punto è che vorrei trasmettervi che senza coraggio non possiamo essere ottimisti. Perché? Perché dobbiamo compiere un grande sforzo per immedesimarci nei problemi degli altri. Mi metto in gioco io in prima persona, e come padre, per comprendere davvero i problemi di mio figlio, sapete, quelli legati all’età, che magari agli occhi degli adulti sembrano di poco conto. Ecco, dicevo, ci vuole il coraggio di ascoltarli, comprenderli e immedesimarsi. Solo dopo aver compiuto questi passaggi, essere entrati in empatia con la persona che si sta confidando con noi.

    È quindi l’empatia la chiave di volta dell’ottimismo? Può essere. Pensateci: come possiamo sperare di guardare veramente questo bicchiere mezzo pieno con buona pace di chi lo vede vuoto? Non commettiamo l’errore di credere che basti avere una finta speranza nel futuro: è necessario crederci sul serio, e per farlo sul serio dobbiamo prima empatizzare col prossimo. E allora diamo finalmente una risposta alla domanda che ci ha accompagnato per tutto l’articolo: “Che cos’è l’ottimismo?” L’ottimismo non è che il coraggio di empatizzare con i problemi degli altri, aiutarli a superarli nonostante le difficoltà. Solo in questo modo riusciremo davvero a dare alla giornata dinanzi “l’opportunità di essere la più bella della vita”.

  • A Cagliari abbiamo sconfitto un grande nemico: “il phubbing”

    A Cagliari abbiamo sconfitto un grande nemico: “il phubbing”

    AIl racconto della mia esperienza a Cagliari di fronte ai ragazzi riuniti per il Salone dello Studente.

    L’evento di Cagliari, al Salone dello Studente, stava per iniziare. Ho parlato innumerevoli volte di fronte a un pubblico più o meno o giovane, ma sapevo che questa volta sarebbe stato diverso.
    Perché c’era un nemico da affrontare, più grande di me: un nemico oscuro, silenzioso e che si diffonde come un virus, sconosciuto e pericoloso. Lo avevo già affrontato più volte, anche in casa mia, anche con i miei amici e familiari e quindi lo temevo. Ma sapevo che avrei potuto sconfiggerlo solo con l’aiuto e il sostegno di quei meravigliosi adolescenti presenti.

    Parlare alle giovani menti

    Ci siamo, tocca a me.  Domenico Ioppolo, padrone di casa che ringrazio, apre l’incontro, mi presenta scandendo il mio nome. Mi accingo cosi a comparire di fronte alla platea: tiepidi applausi, sorrisi, tanti volti giovanissimi, molta curiosità. Leggo nelle loro facce un pensiero: “Vediamo cosa ci racconta questo qui oggi”. Io sorrido a mia volta e ringrazio tutti. Sono emozionato, provo un po’ di timore ma poi parto, sereno. Miles Davis mi tiene compagnia. Racconto di vita, di coraggio, di passione e della volontà di liberare la propria anima con entusiasmo in un mondo frenetico che ci vuole cupi, stressati, tristi e privi di scopo.
    Le parole scorrono e negli occhi dei ragazzi inizio a capire che questa per loro non è la solita lezione di scuola, ma un discorso inaspettato, strano. I minuti passano e  inizio a realizzare dentro me stesso: “Accidenti stiamo sconfiggendo il mostro…ci stiamo riuscendo davvero!”. I ragazzi e le ragazze di Cagliari lo hanno lasciato nello zaino o nella tasca perché io stavo parlando alle loro giovani menti, ai loro cuori e (forse) loro erano più interessati a me che a lui.

    Abbiamo sconfitto il “phubbing”

    Ma chi o cos’è questa entità maligna che temevo (e temo) e che tutti noi dobbiamo affrontare?  Sto parlando del phubbing: l’arte di ignorare e trascurare il proprio interlocutore (in un qualsiasi contesto sociale), concentrando la propria attenzione sullo smartphone e la propria vita digitale. Il termine phubbing nasce dalla fusione di “phone” (telefono cellulare) e “snubbing” (snobbare).
    Questo modo di fare, in ogni situazione della nostra vita, ha conseguenze disastrose nella comunicazione e nella relazione tra le persone. Immagina per un attimo. Sei a cena con amici e mentre parli di un argomento che ti
    sta a cuore noti il tuo vicino chattare su Whatsapp. Come ti sentiresti? È frustrante, poco educato e rispettoso, ma è l’amara e cruda realtà dei giorni nostri!

    A supporto di questa circostanza c’è la ricerca effettuata da alcuni psicologi dell’Università del Kent. Sono stati intervistati 153 studenti universitari, dovevano osservare un dialogo di tre minuti tra due persone e identificarsi con uno dei due soggetti. E ogni studente, durante il test, avrebbe vissuto una di queste tre condizioni:
    – Dialogo con nessun phubbing
    – Dialogo con phubbing leggero
    – Dialogo con phubbing massiccio.
    Quali sono stati i risultati?

    Tutti i ragazzi che si sono trovati di fronte a un phubbing leggero o massiccio erano frustrati e innervositi dal tipo di relazione che si era creata. Ma a Cagliari è stato diverso.

    Ho i brividi se ripenso a quella straordinaria esperienza di conoscenza e di condivisione, mi sono concentrato sull’immagine della sala piena e i sorrisi di ragazzi e ragazze. Mi hanno entusiasmato i loro applausi, il loro sguardo, la loro leggerezza, la loro apparente sicurezza. Mi sono sentito uno di loro anche quando sembravano dirmi:
    “Giustiniano vediamo perché il tuo punto di vista non è così lontano dal nostro, ma forse un pizzico più consapevole…”
    I giovani uomini e le giovani donne comunicano lasciandosi trasportare dalle loro emozioni perché stanno cambiando.
    Non sono più bambini e le loro identità iniziano a formarsi in base alle esperienze di vita quotidiane che vivono.
    Per loro questo periodo è come la “Rivoluzione del ’68” perché vogliono l’indipendenza, odiano le regole e ogni forma di controllo (da parte di noi adulti). Cercano ispiratori non “genitori amici”, vogliono fiducia, vogliono essere ascoltati senza essere costantemente giudicati

    E i grandi cosa devono fare?

    Devono fare i grandi! I ragazzi e le ragazze (come quelli di Cagliari) devono essere sostenuti, ispirati, ascoltati, non solo giudicati. Solo in questo modo – trattandoli come pari – si fideranno di noi, ci affideranno un po’ alla volta il loro rispetto, si apriranno a noi e rispetteranno gli accordi presi. Devo ringraziare i ragazzi e le ragazze di tutta Italia perché se abbiamo veramente il coraggio e la pazienza di ascoltarli, possiamo imparare tanto dai loro gesti, dai loro apparenti silenzi e solo cosi potremmo essere per loro il “capitano mio capitano”.