Categoria: Letture

  • La Tahiti nascosta dell’anima

    La Tahiti nascosta dell’anima

    “Per come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nell’anima dell’uomo giace una Tahiti isolata, piena di pace e gioia, ma circondata da tutti gli orrori della vita semi-conosciuta.”
    Herman Melville,  Moby Dick

    A volte, ciò che più ci spaventa non è l’oscurità che ci circonda, ma la luce che potremmo trovare dentro di noi se solo avessimo il coraggio di guardarla. Ogni tempesta interiore, se attraversata con consapevolezza, può condurci in un luogo di pace che non dipende da nulla di esterno.

    L’isola dentro di noi

    Ogni essere umano porta dentro di sé un’isola invisibile.
    Un luogo intatto e puro dove la pace non è un concetto, ma una condizione dell’essere.
    È la nostra Tahiti interiore, un frammento di eternità che sopravvive anche quando tutto intorno sembra franare.

    Melville ci ricorda che questa isola non è separata dal mondo, ma immersa in un oceano vasto e spaventoso.
    Quel mare rappresenta il mistero, la sofferenza e la parte della vita che non comprendiamo fino in fondo.
    Viviamo costantemente su un confine sottile: tra luce e abisso, tra ciò che conosciamo e ciò che solo intuiamo,          tra la quiete dell’anima e il rumore del mondo.

    Attraversare il mistero

    In quella tensione si nasconde la verità più profonda dell’esistenza.
    Non esiste pace che non nasca dal confronto con le proprie tempeste.
    Non esiste gioia autentica che non attraversi prima la paura.

    La “vita semi-conosciuta” di cui parla Melville è la nostra condizione permanente.
    Camminiamo su un frammento di terra consapevoli che tutto ciò che ci circonda, il tempo, le emozioni, il destino,   resta in gran parte insondabile.

    Ma non serve comprendere tutto per essere in pace.
    Serve riconoscere l’oceano, non negarlo.
    Serve imparare a sostare nel mistero senza lasciarsi inghiottire dal suo buio.

    La luce che resta

    Solo così quella Tahiti nascosta può emergere.
    Non come un rifugio, ma come una sorgente di presenza.
    Una vibrazione di luce che ci riporta ogni volta al centro di noi stessi.

    La vera crescita spirituale non consiste nel fuggire l’oscurità, ma nel portare luce dentro di essa.
    E forse è proprio questo che Melville voleva dirci: che la felicità non è un porto, ma una navigazione continua verso la parte più viva e luminosa di noi.

    Fonti: Moby Dik- Herman Melville

    Photo by: Tom Donders

  • Passaporto per la Felicità: il mio nuovo romanzo

    Passaporto per la Felicità: il mio nuovo romanzo

    Passaporto per la Felicità: il mio nuovo romanzo.

    Un viaggio per chi ha il coraggio di lasciare andare tutto ciò che non è.

    In un tempo in cui tutto corre, in cui sembriamo vivere per inseguire qualcosa che ci sfugge continuamente, ho sentito il bisogno di fermarmi e scrivere una storia che parlasse di ritorno. Di verità. Di felicità.

    È nato così Passaporto per la Felicità.
    Un romanzo che non è solo un libro, ma un invito a partire, non per scappare… ma per ritrovarsi.

    La trama: un viaggio, una scelta, una rinascita

    Il protagonista si chiama Francesco. Ha quarant’anni e una vita come tante, finché un giorno qualcosa si spezza , o forse si apre. E in quel varco, decide di non voltarsi più indietro: lascia tutto, e sceglie sé stesso.

    Non è una fuga, ma una scelta di autenticità.
    Va alla ricerca dei luoghi che aveva sognato da bambino insieme a suo padre: Lisbona, Kyoto, Rishikesh, Varanasi, Chiang Mai, Auckland, Shaolin, Kigali, Reykjavik, Cusco. Ma non è il viaggio esteriore ciò che conta davvero. È il percorso interiore che Francesco attraversa.

    Durante il cammino, incontra maestri, sconosciuti, silenzi, perdoni. Ma soprattutto, impara a lasciare andare: l’Ego, le maschere, i rimpianti, i ruoli. Scopre che la felicità non è dove ci hanno detto di cercarla.
    È dove non abbiamo mai osato guardarci dentro.

    Perché ho scritto Passaporto per la Felicità

    Perché sentivo il bisogno di raccontare un’altra idea di felicità.
    Una felicità libera dal consumo, dal successo, dalla performance.
    Una felicità che nasce quando smettiamo di obbedire a ciò che non ci somiglia e iniziamo ad ascoltare davvero chi siamo.

    Ho scritto questo romanzo per tutte le persone che si sentono stanche, ma non arrese.
    Per chi sta cercando una svolta silenziosa.
    Per chi ha perso qualcosa, ma non ha smesso di cercare il senso.

    Non è solo un libro: è un atto di responsabilità

    Passaporto per la Felicità è anche un progetto concreto.
    Una parte del ricavato andrà a Hubrains, il progetto che ho fondato per sostenere le nuove generazioni nella ricerca del loro scopo, aiutandole a riconoscere la propria unicità e trasformarla in un dono per il mondo.

    Un’altra parte sarà destinata a iniziative umanitarie a sostegno dei bambini colpiti dalla guerra, perché credo profondamente che la scrittura abbia valore solo se riesce a diventare ponte, azione, impatto reale.

    Scrivere, per me, significa questo: trasformare parole in possibilità.
    Non solo per chi legge. Ma per chi ha bisogno.

    A chi lo dedico?

    A chi ha avuto il coraggio di fermarsi.
    A chi ha capito che vivere non è resistere, ma rinascere.
    A chi ogni giorno si interroga sul senso di ciò che fa.
    A chi vuole cambiare il mondo partendo da sé.

    Se anche tu stai cercando un passaporto per la tua felicità, ti invito a partire da qui.
    Magari, in fondo a questa storia, troverai una parte di te che avevi dimenticato.

    Acquista ora il romanzo su Amazon:
    Passaporto per la Felicità – Disponibile su Amazon

  • Ispiratori del nuovo millennio

    Ispiratori del nuovo millennio

    In un panorama globale in cui le organizzazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni, sono in costante evoluzione e affrontano una competizione sempre più intensa, il successo non può più essere attribuito solamente alla casualità o al talento individuale.

    Ispiratori del Nuovo Millennio offre una visione innovativa e pragmatica per prosperare in questo ambiente dinamico.

    Attraverso un’analisi approfondita di studi di casi reali e le esperienze di “Ispiratori” di successo, il libro fornisce strategie e consigli pratici per una attenta riflessione su come è possibile costruire organizzazioni ispirate e attrarre le nuove generazioni .

    I pilastri dell’ispirazione:

    • Sviluppare una mentalità di crescita: Abbandonare schemi mentali rigidi e abbracciare la flessibilità, l’apprendimento continuo e la capacità di affrontare le sfide con ottimismo e tenacia.
    • Superare le barriere mentali e culturali: Riconoscere e superare i pregiudizi, gli stereotipi e le convinzioni limitanti che ostacolano la comprensione reciproca e la costruzione di relazioni positive.
    • Ispirare e mantenere alta la motivazione: Trovare le risorse interiori e la determinazione per perseguire i propri obiettivi con perseveranza, anche di fronte alle difficoltà e agli ostacoli.
    • Comprendere l’importanza della comunicazione e dell’ascolto: Affinare le proprie capacità di comunicazione interpersonale, imparando ad ascoltare con attenzione e apertura mentale, per costruire relazioni autentiche e significative con le nuove generazioni e con tutti gli altri.

    Casi di studio e best practices:

    L’opera presenta interviste con manager e imprenditori sulla loro visione del futuro e a giovani donne e uomini, che condividono le loro paure ma anche la loro speranza per il loro posto nel mondo.

    Le best practices condivise offrono spunti di riflessione e ispirazione, dimostrando come le idee del libro possano tradursi in azioni concrete per ottenere risultati tangibili.

    Oltre alla comprensione che le nuove generazioni, anche se non ce ne rendiamo conto, rappresentano la prima linea del futuro.

    Inoltre, il libro include:

    • Strumenti Pratici:Esercizi, modelli e check-list per aiutare i lettori ad applicare i principi del libro alla propria organizzazione.

    Punti salienti:

    • Il ruolo fondamentale delle nuove generazioni nel futuro del mondo del lavoro.

    • L’importanza del capitale umano e di una cultura aziendale basata sull’empatia e la valorizzazione delle persone.

    • La necessità di innovare e di abbracciare il cambiamento per prosperare in un ambiente competitivo.

    Con i contributi di :

    Franco Dutto, Ana Mazzeo, Dario Bolis, Elena Miretti, Isa Maggi, Gianni Gaude, Tatiana Baroni, Francesca Magliulo, Ivana Pais, Giuseppe Giunti,  Gianmatteo Manghi, Filippo Lubrano, Alessandro Lovisetto, Ruggiero Potito, Enrico Bonandi, Enrico Para, Arianna Defendi, Emma Maestro, Alex Gnavi, Rocco, Paolo e Sofia De Prezzo, Stefania Amerio, Lorenzo Milanesio e Francesca Valpreda.

     

    Conclusione:

    Ispiratori del Nuovo Millennio è un invito all’azione per tutti i leader che desiderano costruire un futuro migliore per sé stessi, per le loro organizzazioni e per essere fonti di ispirazione per le nuove generazioni.

    .

     Un sentito ringraziamento a Ernesto Sirolli, una figura di grande ispirazione nel nuovo millennio, per aver gentilmente accettato di scrivere la prefazione e inaugurare questa esperienza di lettura.

    La versione in lingua italiana del libro sarà disponibile a partire dal 20 maggio, in esclusiva su Amazon con la possibilità di prenotare l’eBook fin da subito!

    Clicca qui https://lnkd.in/dmhx6_BQ per prenotare l’eBook nella versione in italiano!

    Per coloro che desiderano leggerlo in inglese, l’uscita è prevista per il 16 giugno, ma è possibile prenotare l’eBook fin da subito!

    Clicca qui https://lnkd.in/dSufXXFc per prenotare l’eBook nella versione in inglese!

    Questa opera sostiene Hubrains, un’associazione no profit che si impegna nell’aiutare le nuove generazioni a riscoprire il proprio scopo.

  • L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

    L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

     

    “La relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l’adolescente come un proprio pari significa non contenerlo, e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all’ansia che ne deriva.”

    Umberto Galimberti

     

     

    Insegniamo ai nostri figli a chiedere l’improbabile, l’impossibile!

    Vi siete mai domandati cosa pensano le nuove generazioni del futuro? Vi capita mai di confrontarvi con loro sull’avvenire, su ciò che li attende?

     

    Oggi, se un figlio studia, la prima cosa che impara è che non avrà la certezza di un lavoro e che il suo ingresso nel mondo produttivo avrà delle incognite.

    Quindi, il futuro, che per la nostra generazione era qualcosa di tangibile, perché le premesse che avevamo davanti erano qualcosa di concreto, per loro non lo è.

    Il loro avvenire, non retroagisce come una spinta verso uno scopo, un obiettivo concreto, perché tutto questo non esiste. In compenso sussistono i dubbi e le paure, per cui diventa difficile essere motivati e soprattutto  entusiasti.

    Non possiamo dire loro: “Dai, vedrai che poi qualcosa farai o troverai !

    ” Il futuro non è un poi vediamo, non si può pensare di crescere nel dubbio.

    Il futuro deve essere qualcosa che fa intravedere delle possibilità,  l’inizio di una nuova startup dell’esistenza di una giovane ragazza o di un giovane ragazzo, dei nostri figli.

    Se il futuro fosse una promessa vera, se ci fossero le condizione di possibilità, allora sì che noi ci potremmo muovere con la prospettiva di un fine da realizzare e non con i se i con i ma, ma con i forse o con il peggio che appartiene a ciascuno… poi vedremo…

    A questo aggiungiamo gli ultimi mesi della pandemia e, anche qui, proviamo a immaginare cosa vuol dire eliminare dalla mattina alla sera buona parte della normalità di un adolescente. Pesa a noi adulti, proviamo a immaginare cosa può provocare in loro.

     

    La stessa cosa vale per la scuola! Potresti fare di più ma non ti impegni, come se non ci fosse quella volontà che spinge ad applicarsi. Non basta dire: “Studiate!”.

    Se non capiamo che, anche nella scuola, occorre che i ragazzi e le ragazze si mobilitano  verso un qualcosa, non solo perché qualcuno lo impone loro, ma perché sanno che esiste un scopo, perché lo sentono e, soprattutto, perché c’è un insegnante che ispira, che libera l’entusiasmo, il  loro talento, altrimenti non funziona!

    Bisogna suscitare interesse, allora sì che lo studente si applicherà a scuola, perché attratto, motivato, ispirato, e non perché spinto.

     

    Non funziona più, non funziona più così!

    Siamo ancorati a modelli del passato e non solo nella scuola. Abbiamo smesso sì di essere ispiratori o ispiratrici delle nuove generazioni per diventare  amici dei nostri figli e non potevamo fare cosa peggiore.

    Dovremmo invece ispirarli, liberare la loro creatività, che è composta di immaginazione, di idee e di innovazione conditi da quel fervore che rende l’impossibile possibile. In questo modo potremmo mettere loro in condizione di credere in se stessi, pensare in grande e sognare. Allora si  che diventeremo per loro un punto autorevole di riferimento.

    Educhiamo loro ad avere fiducia in stessi, a non avere paura dei fallimenti o degli errori, ma facciamogli capire  che sono parte del quel meraviglioso viaggio chiamato “Esistenza”.

    Alleniamoli alla resilienza!!!

    Insegniamo loro  a pensare in grande, a sognare a colori e a vivere il qui e ora, perché solo così potranno  pensare al futuro.

    La vera felicità sta nel viaggio e loro hanno diritto di essere felici, come per altro tutti noi.

    Namastè.

     

    Photo by: james lee

  • L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

    L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

     

    “La relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l’adolescente come un proprio pari significa non contenerlo, e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all’ansia che ne deriva.”

    Umberto Galimberti

     

     

    Insegnamo ai nostri figli a chiedere l’improbabile, l’impossibile!

    Vi siete mai domandati cosa pensano le nuove generazioni del futuro? Vi capita mai di confrontarvi con loro sull’avvenire, su ciò che li attende?

     

    Oggi, se un figlio studia, la prima cosa che impara è che non avrà la certezza di un lavoro e che il suo ingresso nel mondo produttivo avrà delle incognite.

    Quindi, il futuro, che per la nostra generazione era qualcosa di tangibile, perché le premesse che avevamo davanti erano qualcosa di concreto, per loro non lo è.

    Il loro avvenire, non retroagisce come una spinta verso uno scopo, un obiettivo concreto, perché tutto questo non esiste. In compenso sussistono i dubbi e le paure, per cui diventa difficile essere motivati e soprattutto  entusiasti.

    Non possiamo dire loro: “Dai, vedrai che poi qualcosa farai o troverai ! ” Il futuro non è un poi vediamo, non si può pensare di crescere nel dubbio.

    Il futuro deve essere qualcosa che fa intravedere delle possibilità,  l’inizio di una nuova startup dell’esistenza di una giovane ragazza o di un giovane ragazzo, dei nostri figli.

    Se il futuro fosse una promessa vera, se ci fossero le condizione di possibilità, allora sì che noi ci potremmo muovere con la prospettiva di un fine da realizzare e non con i se i con i ma, ma con i forse o con il peggio che appartiene a ciascuno… poi vedremo…

    A questo aggiungiamo gli ultimi mesi della pandemia e, anche qui, proviamo a immaginare cosa vuol dire eliminare dalla mattina alla sera buona parte della normalità di un adolescente. Pesa a noi adulti, proviamo a immaginare cosa può provocare in loro.

     

    La stessa cosa vale per la scuola! Potresti fare di più ma non ti impegni, come se non ci fosse quella volontà che spinge ad applicarsi. Non basta dire: “Studiate!”.

    Se non capiamo che, anche nella scuola, occorre che i ragazzi e le ragazze si mobilitano  verso un qualcosa, non solo perché qualcuno lo impone loro, ma perché sanno che esiste un scopo, perché lo sentono e, soprattutto, perché c’è un insegnante che ispira, che libera l’entusiasmo, il  loro talento, altrimenti non funziona!

    Bisogna suscitare interesse, allora sì che lo studente si applicherà a scuola, perché attratto, motivato, ispirato, e non perché spinto.

     

    Non funziona più, non funziona più così!

    Siamo ancorati a modelli del passato e non solo nella scuola. Abbiamo smesso sì di essere ispiratori o ispiratrici delle nuove generazioni per diventare  amici dei nostri figli e non potevamo fare cosa peggiore.

    Dovremmo invece ispirarli, liberare la loro creatività, che è composta di immaginazione, di idee e di innovazione conditi da quel fervore che rende l’impossibile possibile. In questo modo potremmo mettere loro in condizione di credere in se stessi, pensare in grande e sognare. Allora si  che diventeremo per loro un punto autorevole di riferimento.

    Educhiamo loro ad avere fiducia in stessi, a non avere paura dei fallimenti o degli errori, ma facciamogli capire  che sono parte del quel meraviglioso viaggio chiamato “Esistenza”.

    Alleniamoli alla resilienza!!!

    Insegnamo loro  a pensare in grande, a sognare a colori e a vivere il qui e ora, perché solo così potranno  pensare al futuro.

    La vera felicità sta nel viaggio e loro hanno diritto di essere felici, come per altro tutti noi.

    Namastè.

     

    Photo by: james lee

  • È uscito su Amazon il libro “La Vita è una Startup”

    È uscito su Amazon il libro “La Vita è una Startup”

    È uscito in formato cartaceo e in ebook il mio libro La Vita è una startup, acquistabile su Amazon. Un romanzo, puntellato di pillole di formazione, che narra una storia di riscatto e di rinascita personale e professionale, basata sulla straordinaria qualità che l’essere umano possiede: la creatività.

    Un libro dedicato a chi non accetta lo status quo, a chi crede in un’altra possibilità, alle nuove generazioni, agli startupper e a chi ha un’idea per una futura startup, ai manager del presente e del futuro, a chi crede nel talento, a chi vuole liberare il talento. A chi crede nell’economia della creatività, ai genitori, ai figli e soprattutto a chi è caduto e vuole rialzarsi. Nei prossimi giorni, uscirà in versione audiolibro, accompagnato dall’omonima serie di podcast, su Audible.

    Parte del ricavato delle vendite del libro e dell’audiolibro sarà devoluto alla Fondazione Dynamo Camp.

    Sinossi

    Si dice che molti individui hanno un lavoro se pur prestigioso privo di un reale significato personale, dimenticando cosa sia realmente importante nella loro esistenza. Se è cosi qual è il reale significato per ognuno di no del vero “Lavoro”?
    E quale obiettivo dovremmo prefissarci per vivere una vita piena, quello più gratificante per noi o più apprezzato dagli altri, e dalle loro aspettative?
    Gabriele, importante manager di una multinazionale, dedica il suo tempo in gran parte alla carriera, trascurando famiglia ,affetti più cari: suo figlio Luca e sua moglie Laura. Ma dimenticando soprattutto di vivere la sua esistenza. Costringe se stesso a vivere in un limbo perenne, rinchiuso dal rimorso ma bloccato nel ‘trasgredire’ dal forte senso del dovere che lo caratterizza e dalla peggiore delle cose: la paura del giudizio degli altri e delle loro aspettative. Degli eventi improvvisi però, tra cui un violento rapimento, cambieranno totalmente la sua vita e portando cosi Gabriele alla riscoperta della sua esistenza, dove il lavoro non deve essere solo fisico o mentale, ma anche spirituale. Un evento che Jung chiamerebbe “Sincronità”. “La Vita è una Startup, con il racconto avvincente di Gabriele e degli altri personaggi che si incontrano lungo il cammino, cela, forse il più importante tra gli insegnamenti: attraverso la conoscenza e vivendo il qui e ora, bisogna abbandonare le convinzioni per entrare nel mondo della consapevolezza. La narrazione guida l’ascoltatore in due modi: accompagnandolo attraverso la storia, ma anche aiutandolo a capire che la strada della vita può essere altrettanto gratificante e avvincente se si saprà bilanciare lo sforzo verso il mondo con la cura di se stessi e dei propri sogni, attraverso, coraggio, passione e desiderio.

  • Consigli di lettura. L’intelligenza collettiva: un’antropologia del cyberspazio

    Consigli di lettura. L’intelligenza collettiva: un’antropologia del cyberspazio

    Lo spazio del nuovo nomadismo non è né il territorio geografico né quello delle istituzioni e degli stati, ma uno spazio invisibile delle conoscenze, dei saperi, delle potenzialità di pensiero in seno alle quali si dischiudono e mutano le qualità d’essere, le maniere di fare società
    Pierre Lévy

    Pierre Lévy, intellettuale e studioso francese, nel saggio “L’intelligenza collettiva: per un’antropologia del cyberspazio”, si occupa dell’impatto di Internet e dei media online sulla società.

    Lèvy osserva come la società stia tornando a essere ‘nomade’.

    La società nomade non attraversa solo lo spazio terrestre ma anche universi di problemi, mondi vissuti, paesaggi di senso.

    Questi paesaggi – scientifico, tecnico, economico, professionale e mentale – si trasformano in modo rapido e continuo, indipendentemente dalla nostra presenza o volontà.

    Ph: Farzad Nazifi per Unsplash

    Il Cyberspazio

    Ci muoviamo in un Cyberspazio fatto di mondi che si incrociano continuamente: basti pensare a tutti i media differenti che intervengono nella creazione di questo spazio (informazioni, streaming, editoria, ecc.).

    Dato questo presupposto, secondo Lèvy manca acnora una parte al ‘tutto’: la possibilità di sfruttare appieno le risorse del mondo interattivo, inserendovi come fattore dominante il “fattore umano”.

    Ogni molecola (ovvero ogni essere umano) viene analizzata in base alle sue risorse e utilizzata mettendola in correlazione con le altre, creando una grande struttura potente che verrà chiamata intelligenza collettiva.

    franck-v-unsplash
    (Ph: Franck V per Unsplash)

    L’intelligenza collettiva

    Invece di appiattire le persone all’interno di una società uniforme e di massa, l’intelligenza collettiva le emancipa e le civilizza, perchè mette ogni persona al servizio della comunità, da una parte permettendogli di esprimersi con libertà, dall’altra dandogli la possibilità di fare appello alle risorse intellettuali e all’insieme delle qualità umane della comunità stessa.

    I princìpi di partenza dell’argomentazione di Lévy sono che il sapere è sempre diffuso – “nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa” – e che “la totalità del sapere risiede nell’umanità”.

    Tutta l’esperienza del mondo, quindi, coincide con ciò che le persone condividono e non esiste alcuna riserva di conoscenza trascendente.

    La spiegazione di Pierre Lévy è molto esaustiva e ben organizzata.

    Ho trovato la lettura piacevole e scorrevole.

    Immaginare una società senza sprechi, fatta di collaborazione e rapida evoluzione, per ora resta un’utopia.

    L’informazione e la diffusione delle idee sono però il primo passo verso il cambiamento.

    A presto!

  • Consigli di lettura: The Element. Trova il tuo elemento, cambia la tua vita

    Consigli di lettura: The Element. Trova il tuo elemento, cambia la tua vita

    La scuola uccide il talento?

    Secondo Ken Robinson, scrittore ed educatore britannico, la scuola non uccide il talento, ma sicuramente lo ignora.

    Nel libro The Element dice che se la scuola fosse un business, in cui gli impiegati devono distrarsi ogni 50 minuti per fare una pausa e cambiare materia, renderebbe pochissimo.

    Gli impiegati sarebbero demoralizzati e demotivati, sempre costretti a non portare a termine un compito.

    Sono molti gli aspetti che mi hanno colpito di questa lettura.

    Uno tra questi è proprio la concezione del tempo.

    Il tempo

    Molte persone sono convinte che il tempo sia lineare e non lasciano la possibilità di entrare a quella che lo scrittore chiama la ‘svolta’.

    Il tempo non è lineare, bensì ciclico, e lo spazio per il rinnovamento c’è sempre.

    Basta solo cogliere i segnali ed entrare in connessione con la propria interiorità.

    The Element
    (Ph: Katie Moum)

    L’elemento

    Un altro aspetto importante su cui si concentra Ken Robinson riguarda The Element, l’elemento.

    Cos’è l’elemento? Non è nient’altro che il talento, capacità innata in ognuno di noi che tendiamo a sopprimere per colpa di diversi fattori.

    Uno di questi fattori è la società, che ci tratta tutti allo stesso modo, non permettendoci di valorizzare la nostra unicità.

    L’elemento è unico e altrettanto lo è la nostra intelligenza, che, per rendere l’idea, l’autore paragona all’impronta digitale.

    Lavoriamo tanto, in modo generico, per trovare l’ispirazione, e poi non sappiamo fare la cosa più semplice: riconoscerla.

    Non che lo scrittore non creda nel duro lavoro e nell’impegno, tutt’altro: egli propone solo di invertire il metodo.

    Robinson dice che prima bisogna scoprire per cosa vale la pena lottare o combattere, e poi bisogna farlo.

    Quindi è importante capire cosa vogliamo da noi, dalla vita, individuare il nostro talento, trovare delle persone che ci supportino e che perseguano i loro obiettivi proprio come noi, e poi lottare per raggiungerlo.

    I bambini

    Pensiamo ai bambini, alla loro libertà di espressione quando si accingono a fare i primi disegni.

    Prontamente vengono fermati e viene detto loro a cosa dovrebbe assomigliare un albero, a cosa una persona; subito  vengono loro imposti dei divieti.
    I bambini devono avere tutti gli strumenti per approfondire e coltivare la loro creatività, e devono essere motivati a farlo.

    Se togliamo loro l’istinto creativo primario, per imporre degli standard assurdi e irraggiungibili, è molto più probabile che si arrendano prima che il tempo dia loro ragione.

    Per Ken Robinson la riforma scolastica verrà attuata più probabilmente con il cambio generazionale.

    Ma perché non provarci prima?

    E soprattutto, perché non portare quante più persone possibili verso la strada della realizzazione personale, la strada verso il proprio talento?

    Essere creativi comprende creare percorsi unici, diversi, essere dei ‘lateral thinker’, cioè abbattere il pensiero lineare per adottare un proprio percorso mentale.

    Perché non è importante il risultato, ma il viaggio che facciamo.

    E ricordiamoci che non è mai troppo tardi per partire!
    A presto

  • Consigli di lettura: Saggio sul dono di Marcel Mauss

    Consigli di lettura: Saggio sul dono di Marcel Mauss

    Lettura interessante, a tratti difficile ma senz’altro illuminante.

    Marcel Mauss, sociologo e antropologo francese, è stato amato e criticato, da alcuni definito ‘da poltrona’ perché non ha mai compiuto ricerche sul campo in prima persona.

    Il suo Saggio sul dono– “Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques” del 1923,  è una pietra miliare da cui è nata, negli anni successivi, tutta la critica dell’antropologia economica.

    Mauss parte dal presupposto che lo scambio di doni sia il modo più antico per creare relazioni sociali, e conduce delle analisi antropologiche ed etnografiche sul dono.

    Riprendendo gli studi degli antropologi Franz Boas sul Kula e Bronislaw K. Malinowski sul rituale delPotlatch, Mauss studia lo scambio di doni in comunità arcaiche con sistemi sociali primitivi.

    La cerimonia del Kula

    Il Kula è uno scambio simbolico di doni che si svolge, come una ricorrenza, tra le popolazioni primitive delle isole Trobriand, nell’Oceano Pacifico.

    L’aspetto impressionante di questa cerimonia è che gli abitanti rischiano la vita per attraversare l’Oceano in canoa e scambiarsi doni tra loro.

    Il baratto deve avvenire solo tra doni con funzione diversa: un bracciale per una collana e viceversa. Si tratta di una cerimonia complessa, ricca di significati simbolici.

    Il regalo è innanzitutto un obbligo che porta con sé il concetto di credito, perché deve venire restituito.

    Inoltre, questo scambio comporta altri doveri reciproci come ospitalità, protezione e assistenza.

    La cerimonia del Potlatch

    Il Potlatch è invece una cerimonia propria delle tribù che abitano la costa occidentale del Pacifico, degli Stati Uniti e del Canada.

    Questa usanza viene praticata in occasione di matrimoni, nascite, decessi, e richiede che gli ospitanti, sempre di rango e prestigio sociale alto, distruggano tutti i beni di valore in loro possesso.

    Mauss analizza le pratiche di scambio in queste società per affermare alcuni principi interessanti sul dono.

    Princìpi sul dono di Mauss

    Il dono è visto come un obbligo sociale, non come un atto disinteressato, ed è costituito da un impianto organizzato in dare – ricevere – ricambiare.
    Secondo lo studioso il dono è quindi il vero fondamento del sistema economico, perché è utile, rafforza i legami comunitari ed è un “fatto sociale totale”.

    Con quest’ultima affermazione, di cruciale importanza per la critica e la fama del saggio, Mauss ribadisce che il dono porta con sé delle implicazioni di natura economica, affettiva, mitica e religiosa.

    Nelle società primitive il dono si portava dietro anche l’anima del donatore e, di conseguenza, la possibilità di avere una cattiva sorte nel caso di un dono non contraccambiato.
    Facendo un confronto con la società contemporanea, Mauss asserisce che gli oggetti, rispetto al passato, hanno meno valore per le persone.

    Marcel MaussQuesto succede perché la società contemporanea li ha spogliati di parte della connotazione ‘magica’ che veniva attribuita loro in origine.

    Vi lascio con questa citazione di Mauss, nella speranza che vi possiate avvicinare a questa affascinante lettura e che possiate scrivermi i vostri commenti così da creare uno scambio di doni e di riflessioni anche tra noi.

    Una parte considerevole della nostra morale e della nostra stessa vita staziona tuttora nell’atmosfera del dono, dell’obbligo e, insieme, della libertà.

    Non tutto, per fortuna, è ancora esclusivamente classificato in termini di acquisto e di vendita.

    Le cose hanno ancora un valore sentimentale, oltre al loro valore venale, ammesso che esistano valori soltanto venali.

    Non c’è solo una morale mercantile.

     Esistono persone e classi che conservano i costumi di un tempo, ai quali ci uniformiamo quasi tutti, almeno in certi periodi dell’anno o in certe occasioni

  • Psicocibernetica Di Maxwell Maltz

    Psicocibernetica Di Maxwell Maltz

    Ogni settimana vi propongo una recensione un po’ speciale di un libro. Un po’ speciale perché? Perché non mi fermo alla semplice recensione, che trovo un pochino riduttiva. Ma preferisco usarla come spunto di riflessione come i temi che di solito trattiamo in questo blog.

    Il libro di oggi si intitola “Psicocibernetica” ed è di Maxwell Maltz. Partiamo spiegando da dove arriva il termine psicocibernetica, formato dalle parole cibernetica e psicologia. La cibernetica è la scienza che studia i fenomeni di autoregolazione e comunicazione negli organismi viventi e nei sistemi artificiali. Il suo nome platonico ricopre un determinato campo delle attività mentali che si trova a contatto di una molteplicità di scienze e di tecniche. Unendo questa scienza alla psicologia, si propone di fotografare i comportamenti umani in fatto di autopercezione.

    Per capire un po’ più a fondo lo scopo di questo libro, scritto nel 1960, bisogna sapere che Maxwell Maltz è un chirurgo plastico. Che ha passato tutta la sua vita a modificare l’aspetto esteriore delle persone, a renderlo quindi più simile all’immagine che avevano di se stesse e che evidentemente differiva da quella che vedevano allo specchio.

    Maltz ha deciso di utilizzare questo presupposto per parlare della nostra immagine interiore e di come ciò che percepiamo influenzi le nostre scelte e i nostri comportamenti, ipotizzando un lasso di tempo di circa 21 giorni per poterli modificare.

    Il libro si articola attraverso 3 punti:

    Il primo può essere identificato con l’immagine dell’io. L’immagine dell’io è l’idea che abbiamo di noi stessi, cioè la fotografia mentale del nostro essere, che abbiamo formato nel tempo, un po’ in base ai feedback che gli altri danno su di noi, e un po’ grazie a quello che noi abbiamo capito di noi stessi. Il problema è che queste credenze non vengono mai messe in discussione e si fondano su due presupposti assolutamente labili e non certi. Ma siccome di certo esiste solo la morte, l’autore ci spiega che esiste un modo per modificare questa fotografia. Per farlo ci viene consigliato di fare esperienze di sé, cioè rielaborare il nostro comportamento sia in contesti reali, sia all’interno della nostra mente. Anche pensare di agire in maniera diversa può avere un forte impatto.

    Ed è qui che arriviamo al secondo punto trattato nel libro: l’immaginazione. Potentissima cura per i nostri problemi. Sembra infatti che, se abbiamo una percezione di noi stessi come persone timide, saremo più portati a comportarci in maniera scostante e impacciata con gli altri e le altre persone ci restituiranno, con i loro comportamenti, quest’immagine di noi. Se invece iniziamo a figurarci come persone solari e pensare al comportamento che avrebbe una persona solare in determinate situazioni, saremmo portati a sviluppare quell’attitudine nella vita reale.

    In questo modo si realizza il “come se”, ultimo punto del libro che ci porta a non condizionare noi stessi con paure create dal pensiero di eventi futuri che potrebbero spaventarci, vivendo sostanzialmente nel qui e ora e disegnando il nostro futuro mentale con comportamenti di successo. Ovviamente in questo modo nulla compare per magia ma bisogna sempre tenere a mente che tutto nella vita richiede impegno ed esercizio; ma Maxwell Maltz riesce comunque a donarci importanti spunti per effettuare un buon lavoro su noi stessi.