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  • Talento Rivoluzionaro

    Talento Rivoluzionaro

    L’impresa contemporanea non può vivere senza un elemento fondamentale: il talento.

    Il nuovo paradigma imprenditoriale è centrato nelle persone e nei risultati, tanto che il talento è diventato un attivo strategico irrinunciabile. Solo nella misura in cui il talento sa essere coltivato si potranno aumentare i benefici per l’impresa e la soddisfazione personale di chi in essa lavora.

    L’elemento è tanto determinante per le imprese che oggi, nei contesti innovativi, viviamo nella cosiddetta “guerra per il talento”: ne sono un esempio le espressioni dell’economia del web, come Google e Facebook, che fanno a gara per acquisire i loro validi competitor o le attività collaterali sviluppate in seno a loro stesse, non solo in forma di impresa ma anche di persone.

    Del resto, le imprese di tutto il mondo, siano esse prodotto del capitalismo cognitivo oppure del capitalismo manifatturiero, competono su vari fronti: da una parte captano e fidelizzano i clienti (elementi esterni) e dall’altro lato attraggono e contrattualizzano i professionisti (elementi interni).

    Nel momento in cui le imprese sono capaci di creare valore per i loro dipendenti sono capaci di creare valore anche per i loro clienti.

    L’importanza del talento quindi non è dato di poco rilievo, ma è una necessità reale per agire nel mondo globale.

    Le imprese devono lottare per non rendere questo un elemento sempre più scarso e male amministrato, come spesso capita.

    Infatti, il talento necessita molta cura, giacché è una risorsa preziosa che gli esseri umani apportano solo attraverso una specifica volontà e che può essere o non essere attivata, a seconda delle condizioni di chi la possiede.

    Frequentemente dimentichiamo che il talento non solo consiste in conoscenze e capacità, ma anche in compromessi e azioni.

    Quando la giornata di lavoro finisce, il talento esce dall’impresa e torna a casa sua. È dunque un elemento portante dell’impresa ma che appartiene alla persona e che deve essere ben diretto e amministrato dalle leadership organizzative,  poiché il talento può sparire drammaticamente dalle organizzazioni in molte forme diverse (turnover, demoralizzazione, mancanza di spazi adeguati ecc…).

    La gestione del talento nelle imprese è complessa e sottile, e ha come ingredienti imprescindibili il saperlo identificare, captare, sviluppare e trattenere.

    Portare avanti tutte queste operazioni non è semplice. Ci sono imprese che sono capaci di captare il talento ma non sono in grado di svilupparlo o di trattenerlo.

    Compito degli  Ispratori e delle Ispiratrici  è dunque quello di saper bilanciare il talento con i fini dello sviluppo delle organizzazioni e delle persone.

    La chiave di maggior successo delle organizzazioni sta nell’innovazione sociale ,

    ossia nella capacità di creare sia  valore per il cliente attraverso prodotti e servizi, sia con i clienti interni, tanto che meccanismi di questo tipo sono il polmone con il quale respirano i mercati competitivi. Il talento è diventato il maggiore patrimonio delle organizzazioni: comprendere questo dato fondamentale valorizzando e riconoscendo le persone e le loro circostanze è l’imprescindibile sfida dell’oggi.

     

  • Non preoccuparti dei giudizi che  gli altri hanno di te

    Non preoccuparti dei giudizi che gli altri hanno di te

    Non preoccuparti dei giudizi e delle opinioni che gli altri hanno di te, non sentirti “diverso”: la tua diversità è la tua unicità, è ciò che ti permetterà di avere il tuo posto nel mondo.

    Come spiega Maslow, vivrai una vita piena solo quando sarai completamente distaccato dal giudizio altrui. Se ci pensi, le persone che hanno lasciato un segno nella storia erano talmente concentrate sulla loro unicità e sul loro percorso, sul loro obiettivo, da non essere per nulla interessate all’opinione che gli altri avevano di loro. Se avessero dato peso ai giudizi, sarebbero state condizionate al punto da non poter costruire la propria leggenda personale. Pensa al danno per l’umanità.

    Lo sforzo è duplice: non solo devi preservare la tua unicità sottraendoti al giudizio – cosa molto faticosa, lo ammetto – ma devi anche evitare di giudicare gli altri. Hai presente “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”?

    Ti suggerisco di attenerti a tre regole fondamentali:

    – nessun giudizio

    – nessuna opinione

    – nessuna critica

    Pensa quanto tempo e quante energie risparmiate se decidi di non guardare a quello che fanno gli altri. Pensa quanto tempo e quante energie in più da dedicare ai tuoi obiettivi.

    Dicevamo che sottrarsi al giudizio non è semplice, soprattutto non è un processo immediato: bisogna essere allenati, concentrati solo sulle cose davvero importanti, sul presente e sul proprio obiettivo, capaci di usare le risorse per raggiungere un traguardo.

    È difficile, ma sappi che possiamo allenarci per tutto questo: ti sto dicendo che ognuno ha la possibilità di farcela, a prescindere dalle condizioni di partenza. Ma nessuno ce la fa senza metterci impegno, dedizione, forza di volontà, coraggio.

    Tieni a mente alcune piccole indicazioni:

    • Concentrati sul presente e sugli obiettivi da raggiungere

    • Pensa prima di parlare, non sprecare fiato e risorse

    • Impegnati per comporre e ascoltare la colonna sonora della tua vita

    • Impara ad attrarre persone che possano aiutarti nella tua impresa, le altre allontanale

    • Utilizza tutto il coraggio e la forza d’animo possibile per vivere una vita piena

    • Usa la tua creatività: immaginazione, idee e innovazione

    Nessuno è perfetto, credimi. Nessuna vita fila via liscia, senza intoppi, tutta rose e fiori. Quello che fa la differenza è la tua capacità di resistere, di risollevarti in caso di cadute, di dare alla tua esistenza la direzione che merita.

    Se ogni giorno curi i dettagli, otterrai dei vantaggi, nonostante gli ostacoli: devi imparare a maneggiare con cura il tuo essere e a proteggere la tua unicità dal mondo che vuole omologarti. Sei un ingranaggio unico e irripetibile nel meccanismo dell’universo: non aver paura di ciò che sei, piuttosto prenditi cura di te e del tuo cammino.

    Quando parti, ricordati di alleggerire lo zaino: lascia indietro le zavorre, procedere sarà più semplice. Porta con te solo ciò che ti sarà davvero utile. Puoi scegliere ciò che ti serve, non sei obbligato a lasciarti condizionare o a fare ciò che gli altri pretendono da te, come purtroppo fanno certi genitori con i loro figli.

    Ricorda : puoi sempre scegliere chi essere e dove andare.

    Ho in mente una domanda che mi è stata fatta dal mio allenatore di calcio, quando ero un ragazzino: “Tu, nel teatro della vita, che parte vuoi avere?”. È stata una domanda illuminante, che mi accompagna ogni giorno, ogni volta che mi alzo dal letto e vado a costruire la mia leggenda personale.

    Certo, potremmo decidere di fare il minimo, giocare facile, ma siamo sicuri di volerci accontentare? Non credo né io e né tu desideriamo che il film della nostra  vita ci passi davanti, mentre ce ne restiamo lì fermi e passivi a guardarlo. Dobbiamo esserne i protagonisti.

    Voglio fare fatica e guadagnarmi le mie soddisfazioni, voglio sentirmi un ingranaggio unico e significativo nell’universo, voglio sentirmi appagato e non percepire il bisogno di giudicare gli altri.

    Ti propongo un esercizio: mettiti davanti allo specchio e prova a dire cosa vedi.

    Io vedo me stesso, non una maschera.

    Se di te mostri agli altri una maschera, è perché forse hai paura di essere giudicato per quello che sei: meglio farsi giudicare per le maschere che indossiamo. Ma è sbagliato. La maschera che indossiamo nel tentativo di metterci al riparo non fa altro che aumentare il livello di giudizio.

    Allo specchio dovresti vedere solo te stesso, ovvero lo stesso che dovresti mostrare agli altri, senza paura della loro opinione.

    Se hai l’obiettivo di piacere agli altri, stai commettendo un errore di fondo: devi piacere solo a te stesso, decidendo chi vuoi essere e impegnandoti per centrare l’obiettivo.

    Ruiz dice che ci guardiamo in uno specchio opaco.

    Una parte del problema sta nell’incapacità di credere in se stessi. Ciò toglie la voglia di rischiare, di mettersi in gioco: se non ci valutiamo all’altezza della situazione, o ci sottrarremo dall’agire o ci muoveremo con talmente poca convinzione da decretare fin dai primi passi il nostro insuccesso. Come nelle profezie auto-avveranti: sei sicuro che andrà male e male andrà.

    Ma ricordati che assumersi il rischio (di perdere, di sbagliare strada, di smarrirsi, di dover ricominciare da capo) è parte del viaggio, anzi è ampiamente previsto dal desiderio.

    Ricordati anche che abbiamo una gomma per cancellare le note che sul pentagramma della colonna sonora della nostra vita non ci piacciono. Abbiamo sempre la possibilità di scegliere, ma se non ci assumiamo il rischio di farlo, saremo spettatori passivi della vita che ci scorre davanti, senza mai viverla a pieno.

    Mi capita di guardare in viso le persone e di vedere i loro occhi spenti, privi di desiderio, uomini e donne tristi perché hanno smesso di desiderare, e soprattutto di scegliere. Invece mi illumino quando vedo le ginocchia sbucciate di un bambino, quando vedo una bicicletta senza rotelle , mi viene  la voglia di provare a  e riprovare nonostante le cadute.

    Senza paura, spinti dal desiderio di farcela.

    Namaste

     

     

    Photo by: Engin Akyurt

  • Nuove generazioni in panne: cosa frena la loro avanzata?

    Nuove generazioni in panne: cosa frena la loro avanzata?

    Molto spesso si parla dei giovani (le nuove generazioni), apostrofandoli come degli inetti, sdraiati, non interessati a ciò che li circonda, pigri, senza desideri e ambizioni. Ma è davvero così?

    Come mai una generazione, nata in un epoca sempre più tecnologica, ha così tante difficoltà a  dialogare con gli adulti, a trovare la strada del proprio futuro?

    Sarà che non gli ascoltiamo? Sarà che li consideriamo scontati? Sarà che noi adulti (genitori, docenti, allenatori, manager etc etc) non siamo più allenati ad essere delle vere proprie guide, punti di riferimento, ispiratori o ispiratrici?

    La verità è che se decidiamo di intraprendere un viaggio, non basterà essere riforniti dei migliori equipaggiamenti possibili. La bussola più costosa in commercio e la tenda più resistente non serviranno a nulla se non abbiamo la minima idea di come usarli.

    Tra lo strumento e l’utilizzo sapiente dello stesso c’è un passaggio fondamentale: il ruolo della guida, di chi prendendoci per mano ci insegna l’utilizzo degli strumenti.

    Questa figura è in grado non solo di indicarci una via, ma anche di spiegarci per quale motivo la stiamo percorrendo e quali sono i pericoli che affronteremo.

    Una guida che ci spiega che la vera felicità sta nel viaggio, nel nostro viaggio e non quello di altri, dove scopriamo significati importanti come coraggio, desiderio ,istinto ma sopratutto liberiamo il nostro entusiasmo.

    E qui tocchiamo un altro punto a mio avviso fondamentale: la conoscenza del pericolo e i metodi per affrontarlo.

    Al giorno d’oggi si è persa l’arte della conoscenza del pericolo ma la tendenza è sempre di più quella di evitarlo. L’ostacolo è percepito come uno spauracchio da rifuggire con qualsiasi mezzo e non come un momento di crescita.
    Pensiamo a un bambino che si ammala.

    Uno scenario impraticabile per i genitori, che devono impazzire per trovare qualcuno che resti a casa con lui e per il bambino stesso che perde giorni di scuola, lezioni di flauto traverso, partite di calcio e corsi di pittura .

    Il tutto si risolve con una massiccia dose di, inutili in molti casi, “medicine” per velocizzare il processo di guarigione e si perde ad esempio la bellezza di passare del tempo seduti in poltrona accanto a nostro figlio, raccontandogli una favola, conversando, giocando una partita a battaglia navale, conversando del più e del meno o più semplicemente facendogli sentire la nostra “presenza” ascoltandoli.

     

    Ogni momento che non resta religiosamente scandito dalla nostra routine viene percepito come inutile, perso, ma così facendo siamo arrivati al punto che tutto quello che richiede un lasso di tempo maggiore della consegna delle pizze non viene più esplorato.

    Ma il concetto di tempo ci insegna qualcosa di estremamente fondamentale: che non possiamo fare tutto.

    Quindi dovremo scegliere le cose più importanti, le priorità, e dovremo dedicargli l’impegno necessario, sacrificando qualcos’altro al suo posto, in questo modo acquisterà valore.

    Il sacrificio è esattamente il punto in cui vi volevo portare con la mia riflessione. Un’altra parola che viene vissuta dai più come qualcosa di osceno.

    Sacrificarsi? E per quale ragione dovremmo consapevolmente decidere di privarci di qualcosa?

    Perché quando si perde il senso negativo di questa parola, ci si rende conto che levare da una parte per aggiungerne da un’altra la eleva, la rende inestimabile.

    Perché ci abbiamo investito e vogliamo che funzioni a dovere e siamo quindi disposti a continuare ad impegnarci, per vederla progredire.

    Ripercorrendo il ragionamento che abbiamo fatto è chiaro che il ruolo del genitore sia quello della guida, che ci mostra come arrivare a un obiettivo, coniugando ciò che decidiamo faticosamente di imparare, insieme agli strumenti che riusciamo a reperire.

    Il tempo passa e non possiamo recuperarlo ma una cosa possiamo fare: VIVERLO con chi davvero amiamo.

     

    Namastè

     

  • Apparente normailità

    Apparente normailità

     

    Le nostre abitudini , le nostre esperienze quotidiane, le costanti situazioni che si susseguono nella nostra vita, le persone che incontriamo giornalmente e le cose che ci accompagnano nella nostra “apparente normalità” non sembrano destare in noi alcun vero stupore.

    Tutto ciò che rientra nella rutine suscita poco interesse, poiché l’abitudine rende la vita di tutti i giorni priva di avventura, stimoli, slancio ed entusiasmo.

    Vivere cosi, con apatia, significa sopprimere la nostra creatività, facendo posto in modo sempre più importante alle cose noiose e scontate, per cui succede che iniziamo a pensare di sapere tutto, e iniziamo a giudicare in modo aprioristico tutto ciò che non si ha la pazienza di osservare.

    Tanto non cambia mai nulla, tanto è cosi, si è sempre fatto cosi…

    Solo le novità e l’entusiasmo delle persone provocano e mobilitano le energie della creatività verso una vera innovazione sociale: esserne completamente privi vuol dire sopravvivere piuttosto che vivere.

    I rischi, le incognite sono importanti per l’essere umano che si troverebbe, senza di essi, a vivere una vita che non lascia spazio all’immaginazione , alla speranza e soprattutto al cambiamento.

    Bisogna coltivare il gusto della novità ed avere la gioia e il coraggio di andare incontro al futuro vivendo il presente, poiché’ il timore dell’imprevisto nasce solo dalla paura di vivere, di osare di mettersi in discussione.

     

    William James, il grande filosofo americano, una volta disse:

    “Iniziate sin da ora ad essere ciò che vorrete diventare d’ora in avanti”

    Noi non sapremo mai chi siamo veramente, non conosceremo mai il nostro valore, se non accettiamo la sfida e il confronto di una realtà che non è un piccolo feudo ma uno spazio da tutti percorribile.

    Il cambiamento, le novità e l’entusiasmo, proiettandoci con coraggio nel mondo esterno, ci danno la possibilità di entrare in una community umana, fatta di conoscenza e condivisione. Ci mettono in condizione  di creare e vivere una vera Innovazione Sociale

    Questa può essere anche diversa da ciò che crediamo, ma che abbiamo assolutamente bisogno per non rischiare di essere ancorati all’Ego, presuntuosi e soprattutto sordi ai cambiamenti.

    Vivere vuol dire partecipare, intervenire, modificare ininterrottamente se stessi e il mondo, sentirsi responsabili della propria esistenza, e avere entusiasmo per il nuovo

    Creazione, cooperazione e condivisione saranno le parole che accompagneranno chi, come molti, avrà deciso di portare innovazione, non soltanto dal punto di vista professionale ma soprattutto personale, per le persone con le persone.

    Le cose   cambiano se lasciamo ad altri un atteggiamento di accettazione passiva delle cose e se non ci preoccupiamo del giudizio degli altri, perché loro non sanno chi siamo veramente, ma noi si.

    Questo è il momento di una  nuova startup della nostra vita e noi, non dimentichiamocelo,   siamo i principali protagonisti, gli startupper del nuovo.

     

    Namaste

     

    Photo by: Sharon Mccutch

  • La normalizzazione dell’ipocrisia, l’inganno e la dissimulazione come stile di vita

    La normalizzazione dell’ipocrisia, l’inganno e la dissimulazione come stile di vita

     

    “Ipocrisia: simulazione di virtù, di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole”. È così che il dizionario definisce l’ipocrisia. Simulazione di buoni sentimenti al fine dell’inganno.

     

    L’ipocrisia dissimula, camuffa le vere intenzioni delle persone. Ipocrisia è menzogna.

     

    Nella nostra società attuale l’ipocrisia è istituzionalizzata, normalizzata. Mentre da piccoli ci viene insegnato il senso di giustizia, la necessità di non mentire, crescendo veniamo a patti con i nostri principi, iniziamo a mentire e, in fondo, accettiamo che gli altri lo facciano. E mentire una volta apre la strada per la menzogna costante.

     

    Una volta che menti, menti sempre. Una volta che sei ipocrita, lo sei sempre.

     

    Quando si ha a cuore e si sviluppa un progetto come quello di Villa Gaia, purtroppo, s’incontra l’ipocrisia degli altri in maniera frequente e dolorosa. Villa Gaia vuole essere un luogo dove le donne abusate possano avere la possibilità di cominciare una nuova vita, sostenute da psicologi e psicoterapeuti. Un luogo per confrontarsi con altre donne che si trovano nella medesima situazione, un luogo per imparare magari un nuovo mestiere.

    Si tratta, dunque, di un progetto complesso e ambizioso che parte dalla Lombardia ma ha lo scopo di diffondersi in tutta Italia con tante altre Villa Gaia sparse per il territorio. A coprire, con un unico modello replicabile, necessità che riguardano tutto il paese.

     

    Un progetto così, ovviamente, suscita l’approvazione generale. Come potrebbe essere altrimenti?  Ma, grattando appena la superficie, appare subito evidente che si tratti di un’approvazione ipocrita. Un’approvazione limitata alle parole. Parole “di cortesia”. Perché quando si tratta di fare davvero qualcosa, di metterci impegno e la faccia, allora la bontà del progetto non è più sufficiente.

    Allora, ipocritamente, molte persone trovano mille scuse per non fare, per paura di minare la propria apparente serenità, il proprio apparente equilibrio, il proprio EGO.

    Quale che sia il reale motivo, improvvisamente aiutare gli altri non è più così importante.

     

    La violenza sulle Donne? Non è un problema mio, io ho già tanti problemi. Se dovessi dare retta a tutto. Queste sono le tipiche risposte

     

    E questo atteggiamento appare dolorosamente evidente ora, dato che Villa Gaia è un progetto in essere, da concludersi. Ma sono altrettanto dolorosamente certo che, di fronte, a una Villa Gaia già attiva e funzionale le stesse persone non si farebbero, o non si faranno, alcuno scrupolo a salire sul carro del vincitore. Lo stesso carro che ora non vogliono aiutare a costruire.

     

    L’ipocrisia è purtroppo anche una malattia sociale altamente contagiosa.

    Si diffonde da una persona all’altra a macchia d’olio, perché è più facile non mettersi in gioco, perché è facile giustificare la propria vigliaccheria specchiandosi in quella degli altri.

     

    Il comportamento ipocrita di qualcuno che ci sta accanto giustifica e stimola il nostro, così raccontiamo balle agli altri e anche a noi stessi, in una catena malata di dissimulazione.

     

    L’ipocrisia finisce per colpire l’intera società, provocando diffidenza e insofferenza diffusa. Mentre, a prevalere tra di noi non dovrebbe essere l’ostilità, tutt’altro, ma il dono.

    Come diceva l’antropologo francese Marcel Mauss, “Una parte considerevole della nostra morale e della nostra stessa vita staziona tuttora nell’atmosfera del dono, dell’obbligo e, insieme, della libertà. Non tutto, per fortuna, è ancora esclusivamente classificato in termini di acquisto e di vendita”.

    Il dono è rito sociale che rafforza la socialità, l’ipocrisia la disgrega.

     

    Namastè

     

    photo bu. Kristina Flour

  • La lotta contro la violenza sulle donne? E’ un problema di tutti, uomini compresi

    La lotta contro la violenza sulle donne? E’ un problema di tutti, uomini compresi

     

    Quando Isa Maggi,  mi ha chiesto di dedicare un articolo alla violenza sulle donne, ci ho pensato a lungo.  All’inizio ho creduto di non esserne all’altezza, o meglio, di non averne il diritto. Io sono un uomo. Ma poi ho riflettuto sul fatto che la violenza contro le donne, fisica e psicologica, del singolo e dell’intera società, è un problema troppo importante e che tutti ne dovremmo parlare, tutti dovremmo denunciarlo, uomini compresi, oltre alle donne.

    Scrivere un articolo su questo tema, per me, è prima di tutto un dovere ma allo stesso tempo anche un onore.

     

    Nel nostro paese la violenza contro le donne è un problema grave che ha visto, durante il periodo del lockdown, un aggravamento.

    Donne, già in difficoltà, si sono trovate costrette in casa con i propri compagni.  Aguzzini in grado, in un momento come quello, di controllarne ogni mossa e di rendere quasi impossibile qualsiasi denuncia. I dati ufficiali riportati dal Ministero degli Interni mostrano, durante l’emergenza del COVID19, una generale diminuzione dei reati contro la persona, questo perché la gente non usciva, era al sicuro. Ma la diminuzione ha riguardato soprattutto le vittime di sesso maschile, mentre non è stata altrettanto significativa per quanto riguarda quelle di sesso femminile.

    Perché? Perché il più delle volte le donne vengono aggredite tra le quattro mura di casa da mariti, fidanzati o padri.

    Il lockdown ha messo al sicuro tutti, tranne le donne (e i bambini) dai loro incubi domestici, dai  loro carnefici.

     

    Il problema, quindi, è innegabile. Presente anche molto sui giornali ma, purtroppo, per troppo poco e spesso male. Ogni volta che succede una tragedia, che un marito uccide la propria moglie, che un ragazzo “punisce” la fidanzata che lo ha lasciato, giornali ed opinione pubblica ne parlano incessantemente per qualche giorno, ma poi il problema viene abbandonato in favore di qualcos’altro.

    E, a proposito, di giornali ed opinione pubblica, ancora più grave e più frequente ultimamente è il caso della vittimizzazione del carnefice e della colpevolizzazione della vittima. La violenza viene giustificata, la brutalità è data da “troppo amore” mentre le donne vengono, velatamente o meno, accusate di essere state esasperanti, crudeli.

    Di essersela un po’ cercata.

    Esattamente come avviene ancora in caso di stupro. I maschi raccontati come poveri animali, in grado di non saper controllare istinti, rabbia o di metabolizzare rifiuti. Le donne come maliarde, ingannatrici. A metterlo per iscritto fa venire i brividi ma è una dolorosa realtà, un approccio  della società, di uomini e donne, malato e sintomo dell’equilibrio inesistente tra i sessi.

     

    La violenza sulle donne non può essere considerata la somma di casi isolati di uomini malati o inspiegabilmente violenti, ma il frutto malato di una società che non considera uomini e donne sullo stesso piano.

     

    La lotta alla violenza sulle donne, quindi, deve passare attraverso una crescita personale, sociale e culturale di ognuno di noi, uomini e donne.

    Quanto lavoro c’è ancora da fare, anche nel mondo del lavoro stesso, dove l’eccellenza femminile è ancora troppo rara, e non certo per mancanza di abilità o di preparazione delle donne, ma di opportunità. Le donne devono sempre dimostrare il doppio per ottenere lo stesso ruolo di un uomo e ad uno stipendio inferiore.

    La frustrazione può essere tanta, da parte di chi subisce queste ingiustizie e anche da parte di chi ha la sensibilità di riconoscerle, ma non bisogna arrendersi, bisogna lavorare per costruire una società più giusta ed equilibrata, migliore, migliore per tutti.

     

    Anch’io, nel mio piccolo,  cerco di contribuire ogni giorno a questa crescita.

     

    Da una  settimana abbiamo lanciato True Colors, un progetto del sottoscritto, in  collaborazione con  Gianni Gaude, Francesca Melis, Mario Rosini e Rossana Ruotolo .  Una serie di  podcast, dove le donne, protagoniste e  vittime di violenza, racconteranno le loro storie

    Con questa serie di podcast vogliamo anche contribuire e sostenere la Fondazione Villa Gaia di Isa Maggi, per costruire una casa che possa ospitare donne vittime di violenza e i loro figli

    Se sei interessata o interessato a contribuire alla nascita di Villa Gaia dona su:

     

    Fondazione Villa Gaia onlus

    Via Po 41

    27010 Pavia

    C/C Banca Etica

    IBAN: IT54G0501801600000016908485

     

    Foto by: Gabriel Benois

     

  • Il futuro si costruisce vivendo  il qui e ora

    Il futuro si costruisce vivendo il qui e ora

    Il futuro si costruisce vivendo pienamente il qui e ora e non andando a pescare i modelli del passato.

    I modelli del passato ci impediscono di vivere il presente, andiamo a pescarli istintivamente.

    Tutto ciò rappresenta un limite enorme alla nostra libertà di pensiero, di azione, che invece sono fondamentali per la costruzione del nostro futuro.

    Il problema è che venendo al mondo “sottoscriviamo” contratti imposti dalla tribù, persone che si aspettano qualcosa da noi – sono quindi contratti che non ci appartengono.


    Un classico esempio è il contratto genitori / figli: se un genitore pretende che il figlio prenda buoni voti a scuola o eccella nello sport, al primo passo falso dimostrerà fastidio e delusione, che esprimerà in frasi tipo :.

    “Non sei stato all’altezza”.

    “Mi hai deluso”.

    Sono frasi devastanti, che condizioneranno i figli per tutta la vita. Perchè?

    Perchè crescendo, quelle parole gli rimarranno impresse in un angolo della mente e da quell’angolo andrà a pescarle ogni volta che si sentirà di aver commesso un errore, di aver fallito o di essere a un passo dal fallimento, in virtù del meccanismo della profezia che si auto-avvera.

    Avrà la convinzione che gli errori come i fallimenti saranno tatuaggi indelebili che li accompagneranno per tutta la vita, mentre non sanno che sono solo lividi temporanei.

    Lividi che permettono, attraverso le esperienze,  quella crescita che si trasformerà in consapevolezza

    Il giudizio espresso anche molti anni prima, frutto di un contratto mai sottoscritto consapevolmente, condiziona il futuro e la nostra crescita, limitando, anzi negando la possibilità di scrivere e ascoltare la colonna sonora della nostra esistenza

    Ogni volta che qualcuno esprime un giudizio, sta contribuendo alla creazione di un modello errato di noi, che però non siamo tenuti a rispettare. Tutt’altro!

    Dobbiamo sottrarci dal giudizio, cosi da vivere pienamente il nostro qui e ora, liberi dai condizionamenti del passato.Ricordiamoci: il passato non puoi cambiarlo, quindi è di per sé inutile andare a ripescarlo, perché non ci darà nessuno slancio per costruire il futuro.

    Questo succede anche nelle imprese dove ancora oggi, l’incapacità di gestire relazioni vere, basate sul costruire fiducia, sostegno, ascolto, esempio, generano il dubbio sulle proprie capacità.

    Il risultato? Entusiasmo e Talento imprigionati,  in attesa di essere liberati.

    Per questi motivi e relazioni, sane,  di qualsiasi natura contano, sono fondamentali, modellano il presente.

    Hanno il potere di farci sapere e ricordarci ogni giorno che possiamo contare su quell’ispiratore o quella ispiratrice, individui pronti a sostenerci con l’esempio, con l’ascolto e facendo di tutto perchè si possa cosi  disancorare la nostra barca, per partire in mare aperto verso quella meravigliosa esperienza chiamata esistenza.

    Allora che fare? I giudizi sono solo una zavorra che conviene abbandonare se vogliamo d’ora in avanti non sprecare il nostro tempo,  regalare il nostro tempo ad altri.

    In fondo il tempo è un’illusione, come diceva Einstein. Non abbiamo la possibilità né di cambiare il passato né di cambiare il futuro: allora non ci resta che vivere il presente, per quanto “illusorio” esso sia.
  • “La Vita è una Startup – Diario di Bordo”, positività e ottimismo nei giorni del Coronavirus

    I giorni dell’emergenza Coronavirus, in cui siamo costretti a rimanere a casa per evitare il contagio e supportare la sanità pubblica, possono rappresentare un periodo deprimente, privi dei contatti sociali e impossibilitati a condurre la nostra routine quotidiana. Ma se guardiamo a questa circostanza da un’angolazione positiva, scopriamo che il periodo che ci coinvolge può rappresentare un’occasione di rinascita personale. Uno spazio di riflessione dove ritrovare noi stessi con ottimismo e positività: i giorni chiusi in casa vanno visti come una spinta al talento e alla creatività, elementi necessari a condurre la startup della nostra vita. Per questo, assieme a Gianni Gaude, Luigi Lupo, Francesca Melis e Mario Rosini, ho ideato il podcast La Vita è una Startup – Diario di Bordo: un appuntamento audio – disponibile ogni due giorni sulle principali app per i podcast – dove trovare rifugio dall’emergenza con pillole di positività, letture, consigli musicali e cinematografici.

    Un progetto che richiama anche i temi de La Vita è una Startup, il mio libro che trovate – in ebook e cartaceo – su Amazon e in audiolibro su Audible.

     

  • Il segreto dell’ottimismo è nell’empatia

    Il segreto dell’ottimismo è nell’empatia

    “Mi sveglio e dò alla giornata che mi sta dinanzi l’opportunità di essere la più bella della mia vita”

    Mark Twain

    Molte volte, le difficoltà vere esistono solo nella nostra mente. Se vogliamo davvero qualcosa, se lo desideriamo con tutte le nostre forze, non ci sono ostacoli così insormontabili. Ogni cosa ci sembrerà raggiungibile, in fondo, alla nostra portata. E ciò che bastava per intimorire e fermare gli altri, per noi sarà lo stimolo che stavamo aspettando per lanciarci in una nuova, sfidante avventura. Non è facile, soprattutto in questo periodo a parlare di ottimismo, soprattutto quando si è giovani, e siamo ancora provvisti di quella buona dose di incoscienza che non ci fa riflettere troppo sulle nostre azioni. Soprattutto quando non abbiamo vissuto in prima persona un fallimento, ad un certo punto della nostra vita.

    Ma chi mi conosce, sa che non mi fermo mai all’apparenza, al primo strato di verità. È nella mia natura voler andare a fondo, scavare nell’animo umano e delle cose per portare a galla i quesiti più veri che ci attanagliano. Anche questa volta non posso farne a meno. Per questo motivo, anche oggi la mia riflessione sarà provocatoria. Iniziamo con una domanda: “Che cos’è l’ottimismo?” Ce lo domandiamo in molti, ma credo che le risposte date finora siano un po’ troppo superficiali. Ricordate la questione del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto? Balle.

    Alzi la mano chi sa davvero cosa significhi ottimismo

    Scusate la franchezza (ma non troppo), ma non credo possiamo ridurre il tutto al sorridere alla vita perché dobbiamo avere la forza di alzarci dopo una batosta. Il fatto è che quando diamo del pessimista a qualcuno, additandolo di non saper affrontare gli alti e bassi della vita, lo stiamo affossando ancora di più. E allora la domanda resta sempre la stessa, ma non abbiamo ancora trovato una risposta: “Che cos’è l’ottimismo?”.

    Noi non ci sforziamo veramente di comprendere i problemi degli altri. Che si tratti di un amico, collega, parente o il proprio stesso figlio, è molto difficile che ci sia una comprensione vera o, quantomeno lo sforzo di comprensione. In genere, ci limitiamo a sentire in parte ciò che ha da dire l’altro, magari solo per educazione, perché ci hanno insegnato rientri nei nostri doveri civili di bravi cittadini. Spesso, anche i conflitti generazionali possono ricondursi alle incomprensioni che ci sono fra noi genitori e i nostri figli, soprattutto adolescenti. Parliamoci chiaro, è l’età più complessa da affrontare, ve lo garantisco per esperienza personale. I nostri ragazzi non sono più dei bambini; l’età dei ‘balocchi’ è finita e ci si affaccia per la prima volta alla vita vera, quella che ti sbatte in faccia porte e bastioni senza chiedere scusa.

    L’eterno conflitto fra genitori e figli è superabile con una buona dose di ottimismo?

    E noi cosa facciamo quando troviamo i nostri figli giù di morale? Gli diamo addosso perché non sappiamo come aiutarli, se non superficialmente, dicendo loro di non lasciarsi abbattere perché ci sono problemi ben peggiori di una fidanzatina che ti ha tradito, o di un brutto voto a scuola. Devono essere ottimisti, perché alla prossima interrogazione andranno sicuramente meglio, e l’amore.. beh, il mondo non era pieno di pesci una volta?

    Quindi, è questo l’ottimismo? Fingere di voler risollevare l’umore di qualcun altro sottovalutando i suoi problemi? E no, ancora non ci siamo; ancora non abbiamo trovato la risposta giusta. Sento già in lontananza quelli che mi diranno: “ma, ehi, che mi dici di quelle persone pessimiste croniche che credono l’universo se la stia prendendo con loro?”. E giù tutti a prendersela con Leopardi. Scusa, Leo, non sanno quello che dicono. Il mio non vuole essere un inno al pessimismo cosmico, la fiera delle negatività. Sto solo cercando di capire cosa sia davvero l’ottimismo, perché un conto è la definizione da vocabolario, e un’altra e l’essenza del concetto.

    Sapete cos’è il nominalismo? Una simpatica corrente filosofica originatasi nel medioevo per cui le parole vanno trattate come puri segni linguistici. Esistono fintanto che designano tecnicamente un qualcosa, ma di per sé non hanno altro valore. Siamo noi che le carichiamo, che gli diamo vita. Le parole assolverebbero ad una mera funzione tecnica per designare un determinato oggetto o concetto.

    Non solo filosofia

    Non vi sto dicendo questo perché voglio filosofeggiare ma perché mi preme spiegarvi un concetto molto semplice: cosa vuol dire ottimismo. Da vocabolario è definita come una “disposizione psicologica a considerare il corso degli eventi in maniera positiva”. Ma ricordate che siamo noi a dar peso alle parole? Allora perché non proviamo ad aggiungere altro significato all’ottimismo?

    Per me l’ottimismo va oltre la positività, ma ha a che fare con il coraggio, perché bisogna averne di molto per guardare la vita con la speranza di avere un domani migliore nonostante stiamo vivendo magari giorni completamente ‘no’. Non è così semplice gestire le emozioni negative, ci insegnano solo che bisogna accettare le sconfitte e trovare, appunto, il coraggio di superarle. Ma non possiamo dimenticare le persone che tutto questo coraggio non lo hanno e che noi chiamiamo semplicisticamente pessimisti. Smettiamola di fermarci sempre al primo piano di lettura delle cose del mondo, andiamo più in fondo e scopriamo davvero il suo noumeno.

    Attenzione, però, perché non vi sto dicendo di affogare nella negatività, anzi. Il punto è che vorrei trasmettervi che senza coraggio non possiamo essere ottimisti. Perché? Perché dobbiamo compiere un grande sforzo per immedesimarci nei problemi degli altri. Mi metto in gioco io in prima persona, e come padre, per comprendere davvero i problemi di mio figlio, sapete, quelli legati all’età, che magari agli occhi degli adulti sembrano di poco conto. Ecco, dicevo, ci vuole il coraggio di ascoltarli, comprenderli e immedesimarsi. Solo dopo aver compiuto questi passaggi, essere entrati in empatia con la persona che si sta confidando con noi.

    È quindi l’empatia la chiave di volta dell’ottimismo? Può essere. Pensateci: come possiamo sperare di guardare veramente questo bicchiere mezzo pieno con buona pace di chi lo vede vuoto? Non commettiamo l’errore di credere che basti avere una finta speranza nel futuro: è necessario crederci sul serio, e per farlo sul serio dobbiamo prima empatizzare col prossimo. E allora diamo finalmente una risposta alla domanda che ci ha accompagnato per tutto l’articolo: “Che cos’è l’ottimismo?” L’ottimismo non è che il coraggio di empatizzare con i problemi degli altri, aiutarli a superarli nonostante le difficoltà. Solo in questo modo riusciremo davvero a dare alla giornata dinanzi “l’opportunità di essere la più bella della vita”.

  • ”Sport & Future”, come riconoscere e gestire un talento

    ”Sport & Future”, come riconoscere e gestire un talento

    Se come è, tutti alla nascita abbiamo un talento, allora varrebbe la pena rispondere ad alcune domande.Come si riconosce un talento? E, una volta individuato, come va gestito? Sono interrogativi a cui è chiamato a rispondere sia un allenatore, nello sport, sia un manager nell’ambito delle organizzazioni aziendali. Perché il talento è in ogni ambito della vita ma per liberarlo e fargli spiccare il volo è necessario un percorso di crescita da parte di un individuo di riferimento, un ispiratore.

    I talenti vanno individuati

    La scorsa settimana  ho lanciato “Sport & Future” – la prima tappa si è tenuta il 2 dicembre al Toolbox di Torino – una serie di eventi dedicati agli allenatori delle società sportive dilettantistiche, alle prese quotidianamente con migliaia di ragazzi da gestire, allenare e per chi, avendo a che fare con il talento, è preposto alla sua crescita e al suo successo. Successo, però, che non deve essere misurato in termini quantitativi: non servono soltanto i numeri, i gol segnati – se parliamo di calcio – o le presenze fatte. Bisogna considerare il benessere del talento: la sua crescita dipende dall’avere di fronte a sé una visione, un obiettivo che lo stimoli a performare. L’allenatore è la figura fondamentale. Spetta a lui il compito di individuare il talento, una merce preziosa e distribuita in modo squilibrato se si pensa che solo il 10% delle persone che noi reputiamo talentuose è il vero responsabile del successo di un determinato dominio. Sapevate che, ad esempio, il 50% di tutta la musica classica ascoltata nel mondo si deve al genio di soli 16 compositori? È un dato emblematico della condizione di emarginato in cui spesso viene relegato il
    talento. E anche qui gli esempi si sprecano dal compositore Bach fino a Van Gogh per arrivare a Gregor Mendel. Dove sono gli errori? Innanzitutto nel valutatore, vittima di un pregiudizio cognitivo: il suo parere nella considerazione delle potenzialità di uno sportivo – o di una personalità con spiccate capacità in qualsiasi settore – è ostacolato da condizioni pregresse che distorcono la reale percezione. Ad esempio questo avviene nei Dratf. Il draft NBA è un evento annuale della National Basketball Association (NBA) nel quale le trenta squadre possono scegliere
    nuovi giocatori. Questi devono avere almeno diciotto anni e di solito provengono dai college, nonostante fossero frequenti anche le scelte di giocatori internazionali o provenienti direttamente dalle high school, opzione divenuta impossibile dal draft del 2006 In questa selezione dei nuovi giocatori per la più importante competizione di basket americana, spesso le loro prestazioni sono inferiori alle aspettative che si sono create durante la scelta, ma i cestisti selezionati e considerati talentuosi vivono nella maggior parte dei casi di rendita. Guadagnano di più, vengono sostituiti di meno e difficilmente cambiano squadra. Ecco un pregiudizio cognitivo.

    Stimoliamo l’entusiasmo

    Una componente fondamentale di un talento è il suo entusiasmo. E un allenatore e ispiratore deve infondere nel giovane questa “essenza di Dio” così come da etimologia del termine. Attrarre, suscitare interesse, spiegare al talento le cause finali del progetto: ecco i doveri di un allenatore. Che è anche un ispiratore: un personaggio unico, che ci trascina via dal quotidiano, dall’apatia e ci porge le chiavi per entrare nello straordinario. Stimola passione, coraggio, entusiasmo e voglia di ripartire. Anche dopo una sconfitta e un fallimento. Una regola che vale per lo sport, per le organizzazioni aziendali. Per la vita.