Tag: innovazione

  • I veri rivoluzionari di oggi? I giovani inquieti che cambiano il mondo

    I veri rivoluzionari di oggi? I giovani inquieti che cambiano il mondo

    Non servono eroi del passato

    Essere rivoluzionari, oggi, non significa guidare eserciti come Napoleone o riscrivere la storia come Churchill. Non c’è bisogno di un campo di battaglia, né di un palazzo del potere da conquistare. Vuol dire avere il coraggio di restare fuori posto, di non farsi schiacciare dallo sguardo di chi difende lo status quo, di non spegnersi davanti ai giudizi.

    Il nuovo attivismo

    Il vero rivoluzionario del nostro tempo è chi decide di pensare con la propria testa. È chi sceglie di creare invece che ripetere, chi non si lascia intimidire dalla paura del diverso. Un attivista che porta dentro di sé un fuoco: fatto di idee, immaginazione, innovazione. Una scintilla che non accetta di rassegnarsi a un mondo che cade a pezzi.

    Le nuove generazioni come motore del cambiamento

    Secondo una ricerca di United Way NCA, il 32% dei ragazzi e delle ragazze della Gen Z è già attivamente coinvolto in cause sociali e di giustizia. Tra gli studenti universitari la percentuale sale al 40%. Non si tratta solo di attivismo da tastiera: dai Fridays for Future alle campagne per l’equità, milioni di giovani scendono in piazza, organizzano e chiedono responsabilità a governi e aziende.

    UNICEF ricorda che i giovani attivisti per il clima hanno trasformato la speranza in azione, costruendo una mobilitazione globale capace di cambiare l’agenda politica di interi paesi. Inoltre, uno studio pubblicato su Nature mostra come i movimenti giovanili abbiano aperto nuove strade di partecipazione, spesso più radicali rispetto alle generazioni precedenti.

    Il valore del vuoto

    Essere rivoluzionari significa anche non aver paura del vuoto. Viviamo in un’epoca che ci spinge a riempirlo con status, like, oggetti e illusioni. Eppure, proprio quel vuoto è lo spazio sacro in cui nasce la voce dell’anima. È il luogo dove prende forma il pensiero creativo e ribelle.

    Nomadi creativi del presente

    Il rivoluzionario del presente è un nomade creativo. Non costruisce il futuro con modelli del passato, ma lo plasma nel qui e ora, con pazienza e determinazione. Una vera rivoluzione non esplode in un giorno: cresce come una fiamma da proteggere, alimentare e difendere.

    Le nuove generazioni sono inquieti necessari. Non perché abbiano tutte le risposte, ma perché hanno il coraggio di non smettere di fare domande. Sono i custodi di un cambiamento che non si misura solo con il numero di manifestazioni o campagne online, ma con la capacità di ispirare nuove visioni, nuove economie, nuove comunità.

    Una lezione per gli adulti

    A chi li guarda con sospetto, i giovani rispondono con creatività. A chi li giudica, rispondono con azioni. A chi li sottovaluta, dimostrano che il futuro non si costruisce sulle nostalgie, ma sull’audacia di inventare ciò che ancora non c’è.

    Non serve essere Churchill o Giovanna d’Arco. Oggi essere rivoluzionari significa avere la forza di restare autentici in un mondo che ti vuole uguale agli altri. In questo, i giovani sono i veri maestri del nostro tempo.

    Non dimentichiamo ci mai che:

    “Le nuove generazioni non chiedono permesso: accendono fuochi, costruiscono ponti e insegnano agli adulti che il cambiamento non è un’ipotesi, ma un’urgenza.”

    Fonti:

  • Perchè abbiamo bisogno di ispirator@ del futuro?

    Perchè abbiamo bisogno di ispirator@ del futuro?

    In un mondo sempre più interconnesso e dinamico, la necessità di essere ispirati si fa sempre più impellente.

    Questo richiamo risuona dalle voci delle nuove generazioni,  giovani donne e uomini, autentici protagonisti di un’epoca caratterizzata da rivoluzioni epocali e accelerazioni senza precedenti.

    L’adolescenza di questa generazione si svolge in un contesto straordinario, dove la conoscenza scorre abbondante e è accessibile con un semplice clic.

    La velocità con cui le informazioni si diffondono mette alla prova la loro capacità di rimanere costantemente aggiornati, creando un ambiente in cui la sete di sapere diventa un motore propulsore delle menti più brillanti.

    In questo affascinante scenario, queste giovani menti si presentano come instancabili cercatori di ispirazione, spinte dalla ricerca incessante di qualcosa di autenticamente nuovo.

    L’obiettivo è trovare un significato che vada al di là del flusso ininterrotto di dati provenienti dalla rete, una ricerca di significato che possa trasformare l’informazione in conoscenza duratura.

    La sfida che si presenta a queste generazioni in erba è quella di trovare un equilibrio delicato:

    navigare tra l’immensa ricchezza di informazioni digitali senza perdersi nella superficialità, e allo stesso tempo, scoprire conoscenze autentiche e significative che approfondiscano il loro rapporto con il mondo.

    In un’epoca caratterizzata dal sovraccarico digitale, la vera saggezza emerge quando si decide di scavare a fondo, di abbracciare la profondità delle esperienze anziché restare sulla superficie.

    La ricerca di ispirazione si trasforma in un viaggio profondo e significativo, un percorso che sfida e arricchisce le giovani generazioni, spingendole a superare le superficialità del mondo virtuale per scoprire la vera essenza della conoscenza e della saggezza.

     

    Photo by: Jordan Singh

  • Dialogo e cooperazione con le nuove generazioni: un investimento per il futuro

    Dialogo e cooperazione con le nuove generazioni: un investimento per il futuro

    Sono i giovani che salveranno la terra. 

    I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai. 

    Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere.”

    Renzo Piano

     

    Questa citazione è un grande spunto per fermarci e riflettere, su come sia  fondamentale dialogare e cooperare  con le nuove generazioni  per molteplici ragioni.

    Innanzitutto, le nuove generazioni rappresentano il futuro della nostra società.

    Saranno loro a detenere le redini del mondo nei prossimi decenni, i lavoratori del futuro, i nuovi leader,  pertanto è essenziale comprendere le loro idee, valori e aspirazioni.

    Le nuove generazioni hanno una prospettiva unica sul mondo. Hanno vissuto e vivono in un contesto differente rispetto alle generazioni precedenti, sperimentando nuove tecnologie, sfide e opportunità. Ascoltare la loro voce è cruciale per una migliore comprensione del mondo in cui viviamo.

    Il dialogo, l’ascolto e la cooperazione,  con le nuove generazioni può aiutare a costruire ponti tra il passato e il futuro, attraverso il presente. A volte, possono sorgere difficoltà di comprensione reciproca tra le diverse fasce d’età. Per questo motivo e non solo diventa fondamentale creare una reale connessione  per superare  barriere e favorire la creazione di una comunità più solida.

    Fare tutto questo vuol dire:

    1. Stimolare l’innovazione sociale e la crescita culturale: le nuove generazioni sono portatrici di nuove  idee e di grande energia. Cooperare  con loro vuol dire stimolare la creatività e favorire lo sviluppo di soluzioni innovative per le sfide che la società affronta e dovrà affrontare. Le loro prospettive uniche possono contribuire a scoprire nuovi approcci e migliorare i processi esistenti.

    2. Favorire lo sviluppo personale e professionale: Attraverso il confronto con i giovani, è possibile acquisire nuove conoscenze, competenze e prospettive. Le nuove generazioni possono offrirci punti  di vista diversi su questioni complesse. Questo scambio arricchisce sia le vecchie generazioni  che i giovani stessi, promuovendo la crescita individuale e il successo collettivo.

    3. Costruire una società più inclusiva: Le nuove generazioni sono molto  sensibili alle tematiche sociali come l’uguaglianza di genere, la diversità culturale e l’inclusione. Ascoltare e condividere le loro preoccupazioni e punti di vista crea e promuove un clima di rispetto e apertura verso gli altri, favorendo la creazione di una società più equa e solidale.

    4. Trasmettere valori e tradizioni: Mentre le nuove generazioni sono immerse nella cultura digitale e globale, il dialogo intergenerazionale permette di condividere conoscenze ed esperienze delle generazioni precedenti.

    Attraverso il dialogo e l’ascolto , è possibile trasmettere valori fondamentali, preservare il patrimonio culturale e creare un senso di continuità tra le diverse generazioni.

    In conclusione, allearsi con le nuove generazioni è fondamentale se crediamo nel futuro, agendo nel presente.

     

    Photo by: Jack Cohen

  • Contrastare  il quiet quitting si può

    Contrastare il quiet quitting si può

     

    Il quiet quitting, abbandono silenzioso, è un fenomeno per cui i dipendenti lasciano un’azienda senza preavviso.

    Questo può essere un problema per le aziende, in quanto può portare a una perdita di produttività, conoscenza, morale e reputazionale

    Esistono una serie di strategie che le aziende possono adottare per contrastare il quiet quitting.

    Alcune di queste strategie includono:

    Creare un ambiente di lavoro positivo: Un ambiente di lavoro positivo è fondamentale per ridurre il quiet quitting.

    Le aziende e i loro managers devono concentrarsi sullo sviluppo di una cultura aziendale che promuova il benessere dei dipendenti, attraverso

    la collaborazione, la comunicazione aperta e il feedback.

    Fornire opportunità di crescita e riconoscimento, incoraggiando un clima di fiducia e supporto reciproco,  contribuisce a mantenere i dipendenti impegnati e soddisfatti.

    Esempi di come creare un ambiente di lavoro positivo:

    • Offrire un ambiente di lavoro sicuro e inclusivo.
    • Fornire attrezzature e strumenti adeguati.
    • Stabilire obiettivi chiari e misurabili.
    • Garantire un  feedback costante e costruttivo.
    • Riconoscere i risultati e promuovere la meritocrazia.
    • Creare un ambiente di lavoro positivo.

    Favorire una comunicazione aperta: La comunicazione efficace è essenziale per ridurre il quiet quitting. Le organizzazioni dovrebbero creare un ambiente in cui i dipendenti si sentano a loro agio nel condividere preoccupazioni e aspettative.

    Creare linee di comunicazione chiare e accessibili, come incontri individuali regolari o canali di feedback anonimi, per facilitare il dialogo tra i dipendenti e i loro team leader

    Esempi di come favorire una comunicazione aperta:

    • Tenere riunioni costruttive con regolarità, e obiettivi chiari.
    • Essere disponibili a rispondere alle domande.
    • Incoraggiare i dipendenti a condividere feedback.
    • Gestire le lamentele in modo costruttivo.
    • Creare un ambiente di lavoro in cui le persone si sentano a proprio agio nel parlare delle loro preoccupazioni.

    Offrire opportunità di sviluppo e crescita: I dipendenti spesso scelgono di lasciare un lavoro in silenzio quando si sentono bloccati o privi di opportunità di sviluppo professionale.

    Le aziende devono, senza se e senza ma, investire nella formazione e nello sviluppo dei dipendenti, consentendo loro di acquisire nuove competenze e progredire nella loro carriera.

    Offrire piani di carriera chiari e mettere in atto programmi di mentorship può aiutare a mantenere i dipendenti motivati e coinvolti.

    Esempi di come offrire opportunità di sviluppo e crescita:

    • Offrire programmi di formazione e sviluppo professionale.
    • Mettere in atto programmi di mentoring.
    • Offrire opportunità di crescita professionale, come trasferimenti o promozioni.
    • Creare un ambiente di lavoro in cui i dipendenti si sentano supportati nello sviluppo delle loro competenze e carriere.

    Condurre exit interview significative: Le exit interview, o interviste di uscita, possono essere uno strumento prezioso per comprendere le ragioni che portano i dipendenti a lasciare in silenzio.

    Le organizzazioni dovrebbero condurre queste interviste in modo approfondito e confidenziale, raccogliendo feedback e suggerimenti per migliorare l’ambiente di lavoro e prevenire futuri casi di quiet quitting.

    L’obiettivo dovrebbe essere quello di imparare dagli ex dipendenti e apportare le necessarie modifiche per migliorare la retention del personale.

    Esempi di come condurre exit interview significative:

    • Condurre interviste di uscita con le persone che lasciano l’azienda.
    • Condurre interviste di uscita in modo approfondito e confidenziale.
    • Raccogliere feedback e suggerimenti sui diversi aspetti del lavoro, come il carico di lavoro, la gestione, il clima aziendale e la cultura.
    • Utilizzare i dati delle exit interview per apportare le necessarie modifiche per migliorare la retention del personale.

    Mantenere un’attenzione costante sulla soddisfazione dei dipendenti: Le aziende dovrebbero effettuare regolarmente sondaggi , sulla soddisfazione dei dipendenti ( employee experience ) per identificare eventuali aree di miglioramento.

    Queste indagini possono essere utilizzate per raccogliere feedback sui diversi aspetti del lavoro, come il carico di lavoro, la gestione, il clima aziendale e la cultura.

    Utilizzando i dati di questi sondaggi, le aziende possono apportare le necessarie modifiche per migliorare la soddisfazione dei dipendenti e ridurre il rischio di quiet quitting.

    Esempi di come mantenere un’attenzione costante sulla soddisfazione dei dipendenti:

    • Effettuare regolarmente sondaggi sulla soddisfazione dei dipendenti.
    • Utilizzare i dati dei sondaggi per identificare aree di miglioramento.
    • Adottare misure per migliorare la soddisfazione dei dipendenti.
    • Creare un ambiente di lavoro in cui i dipendenti si sentano apprezzati e valorizzati

    Photo by: elimende inagella

  • Un nuovo paradigma

    Un nuovo paradigma

    Nel collasso economico-sociale che ha preso completamente piede su scala mondiale, ci sono variabili profondamente diverse e l’economia, benché non risulti così semplice dirlo, rappresenta solo uno degli aspetti di questo complesso sistema.

    La crisi che stiamo affrontando è, come alcuni hanno ben hanno compreso, (ma non molti ahimè)  una crisi soprattutto  di natura cultuale.

    Se partiamo da questo presupposto non dovrebbe risultare difficile  pensare che uscire dalla crisi significhi rivedere i valori che sorreggono il nostro sistema.

    Per esempio quello delle relazioni umane e  dei consumi.

     

    Negli ultimi 30 anni siamo diventati più consumatori che cittadini.

    Perché?

    Negli anni di intensa crescita pre-crisi, dalla  reganomics  in poi, l’economia si è rivolta tutta alla moltiplicazione della moneta, alla speculazione finanziaria e i flussi di capitali ed è stata assolutamente dominata dalla logica del denaro e dell’acquisto a oltranza, perdendo di vista il capitale umano

    Logica che in questo periodo viene in parte ridiscussa.

    Siamo di fronte a una grande crisi politica, ideologica, filosofica, economica del modello globale.

    Un modello che prima della crisi non è stato mai in fondo messo in discussione.

    Il paradigma che si credeva eterno, quello dell’economia di mercato incapace di guardare ai molteplici aspetti del fare economia, come la vita comunitaria, la vita familiare, le nuove generazioni e altre forme di scambio, oggi è impossibile da mantenere.

    Se vediamo la crisi in prospettiva storica ci rendiamo conto che è determinante analizzare quali sono quei frangenti e quei contesti in cui si sono cercati delle alternative, delle uscite dalle precedenti crisi.

    Uno sguardo retrospettivo, uno sguardo storico, può aiutarci a decifrare l’enigma-economia che oggi ci attanaglia.

    L’economia capitalista certamente continuerà a vivere, non ne vediamo il collasso nell’immediato.

    Pur tuttavia ci riesce oggi difficile pensare che questa sia l’unica forma di fare economia, nuovi tempi ci impongono nuove riflessioni su come ripensare impresa , innovazione ( es. Innovazione Sociale),  lavori del futuro e un reale dialogo tra vecchie e nuove generazioni.

    Bisogna comprendere in quale modo possiamo ricostruire un tessuto che è stato destrutturato.

    Temi come: quiet quitting, cambio generazionale, inclusione e neet ( solo per citarne alcuni), vanno affrontati immediatamente senza se e senza ma

     

    Per poterlo fare  poniamoci alcune  domande :

    1. Quali sono le modalità per  creare  un reale processo di innovazione a partire dal terreno della cultura?

    2. Come possiamo e dobbiamo  condividere conoscenza?

    3. In che modo raggiungiamo un reale dialogo, basato sull’ascolto e il feedback,  con  le nuove generazioni?

    4. Perchè è  fondamentale    creare e sostenere l’innovazione sociale, dove persone e l’ambiente sono e dovranno  essere  i temi di riferimento?

     

    A voi le risposte

     

    Photo by: j-w-Ju

  • Il benessere sistemico, l’Illuminismo 4.0

    Il benessere sistemico, l’Illuminismo 4.0

    Il periodo di crisi ancora in essere, lo stare chiusi in casa conducendo una vita rallentata e meno frenetica, ha dato a molti la scusa per fermarsi a riflettere. Riflettere sulla nostra società, il nostro stile di vita che, fino all’altro giorno, ci sembrava l’unico possibile mentre ora, a ben guardare, pare più ricco di perche che di pregi.

    È, dunque, necessario un processo di cambiamento, un cambiamento verso un reale benessere sistemico,  per se stessi e per la comunità di appartenenza

     

    Del resto, se pensiamo a una comunità, la nostra, quella umana, come ad un’organizzazione, la necessità di cambiamento ci appare ancora più palese e necessaria. L’esistenza di qualsiasi organizzazione si divide in tre fasi: l’espansione, il consolidamento e il declino. E in tutte e tre le fasi viene richiesto di portare innovazione. Un nuovo prodotto, prima, un processo innovativo, dopo. Ma cosa bisogna fare durante la fase del declino?

    Bisogna realmente cercare e  creare, non solo un processo di innovazione, ma una  vera   rivoluzione di rottura con i modelli del passato.

    Un processo dirompente che cambia le regole del gioco..

    Noi stiamo vivendo una fase di declino, quindi ora non possiamo limitarci ad innovare, dobbiamo rivoluzionare.

    Dobbiamo considerare i due anni passati in  compagnia della pandemia (Covid), come un  stimolo per mettersi in gioco, non accontentarsi, crescere, cambiare i modelli mentali,  cambiando punti di vista, rispettando le idee e le esigenze delle altre persone, utilizzando, non solo il pensiero creativo, ma una delle nostre più grandi risorse in nostro possesso: l’intelligenza emotiva

     

    Storicamente, una simile spinta al rinnovamento si  riscontrò durante l’Illuminismo.

    Un movimento culturale e filosofico, nato durante il XVIII secolo nell’Inghilterra dell’era georgiana, ma sviluppatosi al suo massimo in Francia, grazie a figure come quelle di Montesquieu e Voltaire. L’Illuminismo nacque come reazione a una società vetusta e sorpassata che gli intellettuali non riconoscevano più.

    Si superò la staticità dell’ Ancien Régime e delle antiche autorità filosofiche, in favore di una borghesia sempre più potente e dell’osservazione diretta dei fenomeni naturali per conoscere veramente la realtà e il mondo.

    Allo stesso modo, questo 2023, ad esempio, da una parte vede vacillare le certezze che avevamo fino a poco fa circa l’economia e il mondo del lavoro, e dall’altra mette in luce la necessità di aumentare l’attenzione verso l’individuo

    La nostra realtà, come quella del 1700, è destinata senza se e senza ma ad essere cambiata. Ma da chi? Da noi.

     

    “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”, scriveva Immanuel Kant nel 1784. “Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro.

    Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza e della tua innata creatività!

    È questo il motto dell’Illuminismo, ed è questo che dovrebbe e deve essere il nostro mantra che ci accompagna in questa sana rivoluzione.

    Durante l’Illuminismo si chiedeva all’essere umano di uscire da uno stato di sufficienza, minorità, incapacità di servirsi della propria intelligenza. È questa è la stessa cosa che dobbiamo chiedere a noi stessi ora.

    Questo è il momento in cui dobbiamo diventare rivoluzionari, ispiratrici e  ispiratori. Dobbiamo essere coloro che ispirano, coloro che illuminano.

    Namaste

     

    foto by: hakon grimstad

  • Parole d’ordine: feedback e flessibilità

    Parole d’ordine: feedback e flessibilità

    Il concetto di flessibilità (dal lat. tardo Flexibilitas-atis) come di un qualcosa di poco rigido, poco sicuro e mutevole, porta spesso fuori strada quando si parla di gestione, soprattutto se ci si accosta al ruolo di manager.

    Allora vale la pena mettere in luce due diversi aspetti della flessibilità nella gestione delle risorse:

    un lato sano grazie al quale la risorsa può e deve esprimersi prima di tutto come individuo e un lato rischioso,

    che può portare la persona in una sorta di ambiente indefinito privo di riferimenti, nel quale la sua identità e il suo talento  tenderebbero  alla dispersione.

    Il primo aspetto, quello positivo ed arricchente, si esprime nella qualità manageriale di essere flessibili alle esigenze dell’individuo, capace di intuirne le richieste ,  i bisogni, la capacità di ascolto e il feedback

    Questa modalità di elasticità permette anche di non irrigidirsi nel ruolo di manager,  capaci di mettere in atto l’intelligenza sociale , in modo da interagire con efficacia soprattutto in situazioni di complessità, creando cosi la preoccupazione empatica, fondamentale nel ruolo di un leader, di un ispiratore.

    Quindi non  solo sa cosa sta pensando l’atra persona, ma  anche  preoccuparsi, agire nell’interesse dell’altro e  creando cosi relazioni sane

    Queste capacità aiutano il manager a comprendere maggiormente il significato che la realtà assume per la risorsa in questione, significati che in moltissime occasioni non sono simili a quelli del mondo manageriale.

    Tutto questo diventa fondamentale per una idonea ed efficiente comunicazione, la quale, come sappiamo, si basa su messaggi e diversi significati che essi assumono per ciascun partecipante al dialogo.

     

    Il secondo aspetto della flessibilità, quello più pericoloso, è la totale perdita della capacità manageriale di essere un punto di riferimento per la risorsa.

     

    Bisogna considerare che le persone, dopo un primo periodo di adattamento, iniziano a voler uscire dalla interdipendenza dal proprio referente, per mettere in pratica il processo di empowerment (conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell’ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale).

     

    Egli è di conseguenza più esposto a pericoli, errori, ed è proprio in questo momento che inizia l’importanza della relazione tra “Ispiratore  e Risorsa”

     

    L’ispiratore  deve essere capace di comprendere, sostenere e rassicurare la risorsa nella esplorazione del nuovo e allo stesso tempo facilita la sua crescita e la costruzione della sua identità.

    La personalità , la creatività (immaginazione, idee e innovazione) il talento, dell’individuo vanno gestite e maneggiate con cura per evitare dispersione e perdita di motivazione.

    Ma cosa aiuta ad evitare la dispersione della creatività  e il talento di un individuo?

    L’essere per la risorsa un punto di riferimento. Capitano mio capitano, ricordate? Gli individui hanno necessità di riconoscere nel punto di riferimento, quel soggetto che agisce nell’interesse della sua crescita e  della costante formazione.

     

    L’autorevolezza e il feedback  rappresentano  le vere capacità di generare una sana e coerente relazione all’interno della comunità di riferimento.

    A differenza dell’autorevolezza, l’autorità origina malessere, demotivazione, ansia sino a portare a una vera e propria svalorizzazione del proprio potenziale e del proprio senso di identità.

    La mancanza di feedback, o peggio ancora se parliamo alle persone nella maggior parte delle cose che   non funzionano, delle azioni che hanno fatto male, diamo  il via a quel  processo di sgretolamento di quel rapporto fiduciario fondamentale per la crescita di entrambi.

    La flessibilità di un manager e lo sforzo per perpetuarla, creano le condizioni per far rispettare le regole e i divieti con spiegazioni e motivazioni coerenti e accettate incondizionatamente dalla comunità, sempre restando coerenti, assicurando così una crescita sana.

    Questa capacità di flessibilità manageriale, oltre alla funzione di permettere la formazione dell’identità dell’individuo, ha anche la caratteristica di rassicurare le persone di vivere in un contesto di regole chiare.

    Egli sente infatti che il manager capace di imporgli dei limiti, stabilendo uno spazio e un insieme di regole all’interno delle quali poter agire, sarà anche in grado di difenderlo da attacchi esterni, proprio perché è il garante dei confini stabiliti.

    Allora si che  persone opereranno in un contesto flessibile ma resistente, dove poter operare liberando la propria creatività sapendo di essere sempre circondato da un’atmosfera di rispetto e comprensione.

    Namstè

     

    Photo by: Dima Pechurin

     

     

     

     

     

  • Quel numero si chiama: Creatività.

    Quel numero si chiama: Creatività.

    Passiamo troppo tempo a studiare il passato, la storia.

    Non ci concentriamo nel qui e ora, non pensiamo nel presente a cambiare modelli educativi per prepararci a un futuro migliore.

    Molti Paesi stanno cambiando i modelli educativi per far sì che le generazioni future possano trovare posto nelle economie del XXI secolo, non rendendosi conto che non sappiamo nemmeno come sarà l’economia nella prossime settimane.

    Il fisico e matematico Hawing sosteneva che non c’è differenza tra ciò che può essere ottenuto da un cervello biologico e un’intelligenza artificiale.

    Sempre Hawing affermava che l’intelligenza artificiale può superare quella biologica.

    Tutto questo sarà possibile cambiando il nostro sistema educativo, progettato e pensato nella cultura intellettuale dell’Illuminismo e nelle circostanze della prima rivoluzione industriale.

    Quella che noi chiamiamo “educazione”, “fenotipo”, “ambiente” o quello che noi facciamo per aiutare la crescita, rivoluzionando i modelli educativi, ha la possibilità di cambiare la storia e l’esperienza umana, l’informazione alla base, l’informazione genetica con cui abbiamo a che fare nelle persone che siamo.

    Ma allora dov’è il limite, se c’è un limite.

    Il cervello risponde in millesimi di secondi.

    Se vogliamo sapere quanto possiamo fare per il cambio di modelli mentali, di pensieri di un bambino basta fare un semplice calcolo: moltiplicate millesimi di secondi per centesimi di secondi per decimi di secondi per secondi per minuti per ore per giorni per settimane per mesi per anni, cioè il tempo che un bambino sta a scuola e condivide la crescita con un adulto.

    Otterremo un numero tendente all’infinito, quel numero rappresenta la plasticità di sviluppo di un bambino.

    Quel numero rappresenta quanto si potrebbe, nella realtà, mettere al servizio dell’umanità.

    Questa è la chiave per dar vita a un’intelligenza biologica allenata alla costruzione di un’intelligenza artificiale straordinaria.

    Quel numero si chiama: Creatività.

    Nasciamo tutti  con un dono straordinario:  la creatività,  ma molti di noi lo disperdono, perdendo cosi  l’opportunità di essere e rimanere “Nomadi Creativi”

     

    Photo by: Sharon Mc Cutcheon

  • Il coraggio di cambiare

    Il coraggio di cambiare

    Il nostro “qui e ora” che scandisce i momenti più o meno importanti della nostra vita, le persone e le cose che giornalmente ci circondano non destano in noi, in moltissimi casi, un vero stupore.

    Tutto quello che fa parte della nostra routine origina poco interesse poiché la consuetudine ci impedisce di rendere la vita di tutti i giorni piena di avventure ed entusiasmo.

    Condurre la propria vita con pigrizia, tenere la propria creatività in uno stato di dormiveglia ed innestare un processo noioso, non fa altro che  creare la convinzione di sapere già tutto dimenticando una meravigliosa arte, quella dell’osservare.

    Solo la creatività e con essa l’entusiasmo provocano e mobilitano non solo le energie individuali, ma ci mobilitano verso una vera e nuova dimensione, quella dell’intelligenza collettiva.

    Privarsene vuol dire adattarsi agli eventi e non essere l’evento stesso, vuol dire sopravvivere piuttosto che vivere. I rischi, le incognite, così come i possibili errori/fallimenti, sono indispensabili per l’essere umano.

    Vivere senza di loro vorrebbe dire trovarsi a vivere una vita priva di immaginazione, di idee e di innovazione, i tre irrinunciabili elementi del pensiero creativo.

    Bisogna liberare il piacere dell’immaginazione, solo così alimentiamo la nascita delle idee, avendo così la gioia e il coraggio per andare incontro al futuro, eliminando quel timore che ci impedisce di vivere appieno il nostro presente.

    Non avremo mai la possibilità di conoscerci veramente, né di conoscere il nostro reale valore, se non capiremo e accetteremo il confronto con la realtà vera.

     

    Dobbiamo smettere di pensare di essere in una piccola realtà ma considerare di convivere in un libero spazio da tutti accessibile.

    L’innovazione,  la sana inquietudine e il coraggio di cambiare, con le loro trasformazioni “diruptive” ci proiettano in un mondo fatto di intelligenza collettiva .

     

    Possiamo, come Narciso innamorato della sola unica sua immagine, concentrarci su noi stessi, sul nostro EGO, pensando che non cambierà mai nulla o, vivere, condividere, partecipare e connetterci  con il mondo.

    Allora si che  cosi potremmo scrivere e ascoltare la colonna della nostra esistenza e  saremo considerati  Ispiratrici e Ispiratori del futuro i Mecenati del Nuovo millennio

    Namstè

     

     

     

     

     

  • Strategia al femminile

    Strategia al femminile

     

    “Con la razionalità vai da A a B, con l’immaginazione vai ovunque”.

    Albert Einstein

     

    La scienza ormai ci dice che donne e uomini hanno un cervello diverso, o che lo usano in maniera diversa, ossia gli uomini maggiormente l’emisfero sinistro, matematico e razionale, e le donne maggiormente l’emisfero destro, sistemico e creativo.

     

    La strategia è donna

    Detto questo se concordiamo sul fatto che la strategia richiede più creatività e immaginazione rispetto alla tattica che invece è più un problema di razionalità, allora possiamo sostenere che la strategia è donna, ovvero che è per le donne, come del resto lo è l’innovazione, nella quale uno delle caratteristiche salienti è un “female approach” in termini, di nuovo, di utilizzo del cervello.

     

    La disciplina della Strategia

    Nella disciplina della Strategia gli ultimi 15 anni hanno registrato una decisa inversione dagli approcci razionalisti della Strategic Planning, e del modello Five Forces di Porter, ad approcci più aperti ed evolutivi, meno matematiche e più logico-concettuali, e quindi consoni al cervello femminile.

    Cito come esempi la Strategic Architecture di Hamel e Prahalad nel 1995, la Blue Ocean Strategy di Kim e Mauborgne, il Design Thinking di Roger Martin, la Value co-creation di C.K. Prahalad o la Theory U di Otto Scharmer.

    In tutte queste moderne discipline in qualche modo figlie delle teorie della complessità ed evoluzioniste prevale il generale sul particolare, il grande disegno ed il senso complessivo, la visione sistemica e olistica, tutti caratteri più da cervello femminile che maschile.

     

    Dalla competizione alla collaborazione

    Ancora, uno dei paradigmi centrali della Strategia nel XXI secolo è il passaggio dalla Competizione alla Collaborazione.

    Ed anche in questo caso le Donne, e sopratutto quelle realizzate in modo più completo con la maternità, credo diano qualche punto agli Uomini.

    Ricordate l’ipotesi di scelta di “collaborazione” invece che di competizione per la ragazza bionda?

    “Incompleto … Adam Smith va rivisto” dice Nash ad un certo punto  “perché il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per se e per il gruppo … Adam Smith si sbagliava, dinamiche dominanti signori “, contrariamente alla tesi di Smith, per il quale il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa la scelta migliore solo per se.

    Oso aggiungere che i minori problemi che le Donne hanno, nella media, col proprio Ego rispetto agli Uomini, e la maggiore propensione a non identificare le idee con se stesse ed cambiare idea e adattarsi le porta ad avere un potenziale migliore degli Uomini per la Strategia.

     

    Cambiamento e adattamento

    Ricordate il paradigma basilare di Charles Darwin “Non è il più forte, né il più intelligente che sopravvive. Ma chi si adatta meglio al cambiamento”

    e quello di Albert Einstein “Non si può risolvere un problema con lo stesso livello di consapevolezza che lo ha originato”.

    Concludo con una variazione di una famosa frase di Peter Senge che affermava riferendosi alla non sostenibilità della nostra attuale società “Finita la società degli uomini abbiamo speranza per una dei Gorilla?” affermando :

     

    Finita la società degli uomini abbiamo speranza per una delle Donne, data le loro maggiori capacità naturali a mettere in atto strategie idonee ad affrontare i problemi complessi della società di oggi?

    Namstè

     

    Foto di ANTONI SHKRABA da Pexels