Autore: Giustiniano La Vecchia

  • La normalizzazione dell’ipocrisia, l’inganno e la dissimulazione come stile di vita

    La normalizzazione dell’ipocrisia, l’inganno e la dissimulazione come stile di vita

     

    “Ipocrisia: simulazione di virtù, di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole”. È così che il dizionario definisce l’ipocrisia. Simulazione di buoni sentimenti al fine dell’inganno.

     

    L’ipocrisia dissimula, camuffa le vere intenzioni delle persone. Ipocrisia è menzogna.

     

    Nella nostra società attuale l’ipocrisia è istituzionalizzata, normalizzata. Mentre da piccoli ci viene insegnato il senso di giustizia, la necessità di non mentire, crescendo veniamo a patti con i nostri principi, iniziamo a mentire e, in fondo, accettiamo che gli altri lo facciano. E mentire una volta apre la strada per la menzogna costante.

     

    Una volta che menti, menti sempre. Una volta che sei ipocrita, lo sei sempre.

     

    Quando si ha a cuore e si sviluppa un progetto come quello di Villa Gaia, purtroppo, s’incontra l’ipocrisia degli altri in maniera frequente e dolorosa. Villa Gaia vuole essere un luogo dove le donne abusate possano avere la possibilità di cominciare una nuova vita, sostenute da psicologi e psicoterapeuti. Un luogo per confrontarsi con altre donne che si trovano nella medesima situazione, un luogo per imparare magari un nuovo mestiere.

    Si tratta, dunque, di un progetto complesso e ambizioso che parte dalla Lombardia ma ha lo scopo di diffondersi in tutta Italia con tante altre Villa Gaia sparse per il territorio. A coprire, con un unico modello replicabile, necessità che riguardano tutto il paese.

     

    Un progetto così, ovviamente, suscita l’approvazione generale. Come potrebbe essere altrimenti?  Ma, grattando appena la superficie, appare subito evidente che si tratti di un’approvazione ipocrita. Un’approvazione limitata alle parole. Parole “di cortesia”. Perché quando si tratta di fare davvero qualcosa, di metterci impegno e la faccia, allora la bontà del progetto non è più sufficiente.

    Allora, ipocritamente, molte persone trovano mille scuse per non fare, per paura di minare la propria apparente serenità, il proprio apparente equilibrio, il proprio EGO.

    Quale che sia il reale motivo, improvvisamente aiutare gli altri non è più così importante.

     

    La violenza sulle Donne? Non è un problema mio, io ho già tanti problemi. Se dovessi dare retta a tutto. Queste sono le tipiche risposte

     

    E questo atteggiamento appare dolorosamente evidente ora, dato che Villa Gaia è un progetto in essere, da concludersi. Ma sono altrettanto dolorosamente certo che, di fronte, a una Villa Gaia già attiva e funzionale le stesse persone non si farebbero, o non si faranno, alcuno scrupolo a salire sul carro del vincitore. Lo stesso carro che ora non vogliono aiutare a costruire.

     

    L’ipocrisia è purtroppo anche una malattia sociale altamente contagiosa.

    Si diffonde da una persona all’altra a macchia d’olio, perché è più facile non mettersi in gioco, perché è facile giustificare la propria vigliaccheria specchiandosi in quella degli altri.

     

    Il comportamento ipocrita di qualcuno che ci sta accanto giustifica e stimola il nostro, così raccontiamo balle agli altri e anche a noi stessi, in una catena malata di dissimulazione.

     

    L’ipocrisia finisce per colpire l’intera società, provocando diffidenza e insofferenza diffusa. Mentre, a prevalere tra di noi non dovrebbe essere l’ostilità, tutt’altro, ma il dono.

    Come diceva l’antropologo francese Marcel Mauss, “Una parte considerevole della nostra morale e della nostra stessa vita staziona tuttora nell’atmosfera del dono, dell’obbligo e, insieme, della libertà. Non tutto, per fortuna, è ancora esclusivamente classificato in termini di acquisto e di vendita”.

    Il dono è rito sociale che rafforza la socialità, l’ipocrisia la disgrega.

     

    Namastè

     

    photo bu. Kristina Flour

  • La lotta contro la violenza sulle donne? E’ un problema di tutti, uomini compresi

    La lotta contro la violenza sulle donne? E’ un problema di tutti, uomini compresi

     

    Quando Isa Maggi,  mi ha chiesto di dedicare un articolo alla violenza sulle donne, ci ho pensato a lungo.  All’inizio ho creduto di non esserne all’altezza, o meglio, di non averne il diritto. Io sono un uomo. Ma poi ho riflettuto sul fatto che la violenza contro le donne, fisica e psicologica, del singolo e dell’intera società, è un problema troppo importante e che tutti ne dovremmo parlare, tutti dovremmo denunciarlo, uomini compresi, oltre alle donne.

    Scrivere un articolo su questo tema, per me, è prima di tutto un dovere ma allo stesso tempo anche un onore.

     

    Nel nostro paese la violenza contro le donne è un problema grave che ha visto, durante il periodo del lockdown, un aggravamento.

    Donne, già in difficoltà, si sono trovate costrette in casa con i propri compagni.  Aguzzini in grado, in un momento come quello, di controllarne ogni mossa e di rendere quasi impossibile qualsiasi denuncia. I dati ufficiali riportati dal Ministero degli Interni mostrano, durante l’emergenza del COVID19, una generale diminuzione dei reati contro la persona, questo perché la gente non usciva, era al sicuro. Ma la diminuzione ha riguardato soprattutto le vittime di sesso maschile, mentre non è stata altrettanto significativa per quanto riguarda quelle di sesso femminile.

    Perché? Perché il più delle volte le donne vengono aggredite tra le quattro mura di casa da mariti, fidanzati o padri.

    Il lockdown ha messo al sicuro tutti, tranne le donne (e i bambini) dai loro incubi domestici, dai  loro carnefici.

     

    Il problema, quindi, è innegabile. Presente anche molto sui giornali ma, purtroppo, per troppo poco e spesso male. Ogni volta che succede una tragedia, che un marito uccide la propria moglie, che un ragazzo “punisce” la fidanzata che lo ha lasciato, giornali ed opinione pubblica ne parlano incessantemente per qualche giorno, ma poi il problema viene abbandonato in favore di qualcos’altro.

    E, a proposito, di giornali ed opinione pubblica, ancora più grave e più frequente ultimamente è il caso della vittimizzazione del carnefice e della colpevolizzazione della vittima. La violenza viene giustificata, la brutalità è data da “troppo amore” mentre le donne vengono, velatamente o meno, accusate di essere state esasperanti, crudeli.

    Di essersela un po’ cercata.

    Esattamente come avviene ancora in caso di stupro. I maschi raccontati come poveri animali, in grado di non saper controllare istinti, rabbia o di metabolizzare rifiuti. Le donne come maliarde, ingannatrici. A metterlo per iscritto fa venire i brividi ma è una dolorosa realtà, un approccio  della società, di uomini e donne, malato e sintomo dell’equilibrio inesistente tra i sessi.

     

    La violenza sulle donne non può essere considerata la somma di casi isolati di uomini malati o inspiegabilmente violenti, ma il frutto malato di una società che non considera uomini e donne sullo stesso piano.

     

    La lotta alla violenza sulle donne, quindi, deve passare attraverso una crescita personale, sociale e culturale di ognuno di noi, uomini e donne.

    Quanto lavoro c’è ancora da fare, anche nel mondo del lavoro stesso, dove l’eccellenza femminile è ancora troppo rara, e non certo per mancanza di abilità o di preparazione delle donne, ma di opportunità. Le donne devono sempre dimostrare il doppio per ottenere lo stesso ruolo di un uomo e ad uno stipendio inferiore.

    La frustrazione può essere tanta, da parte di chi subisce queste ingiustizie e anche da parte di chi ha la sensibilità di riconoscerle, ma non bisogna arrendersi, bisogna lavorare per costruire una società più giusta ed equilibrata, migliore, migliore per tutti.

     

    Anch’io, nel mio piccolo,  cerco di contribuire ogni giorno a questa crescita.

     

    Da una  settimana abbiamo lanciato True Colors, un progetto del sottoscritto, in  collaborazione con  Gianni Gaude, Francesca Melis, Mario Rosini e Rossana Ruotolo .  Una serie di  podcast, dove le donne, protagoniste e  vittime di violenza, racconteranno le loro storie

    Con questa serie di podcast vogliamo anche contribuire e sostenere la Fondazione Villa Gaia di Isa Maggi, per costruire una casa che possa ospitare donne vittime di violenza e i loro figli

    Se sei interessata o interessato a contribuire alla nascita di Villa Gaia dona su:

     

    Fondazione Villa Gaia onlus

    Via Po 41

    27010 Pavia

    C/C Banca Etica

    IBAN: IT54G0501801600000016908485

     

    Foto by: Gabriel Benois

     

  • L’ascolto senza pregiudizi rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero

    L’ascolto senza pregiudizi rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero

    “Dopo questa pandemia saremo tutti diversi”.

    Era questa la frase che si sentiva più spesso all’inizio del lockdown, mentre le bandiere tricolore sventolavano e noi cantavamo dai balconi, riscoprendo un antico e innocente senso di comunità.

     

    Il lockdown ormai si è concluso ed è il momento di fare i conti con una lampante realtà: non siamo cambiati, non siamo diversi e, soprattutto, non siamo affatto migliorati. Anzi.

    Durante il periodo che ci ha costretti tutti a casa, molti hanno avuto la possibilità di mostrare – a causa dell’aumento del tempo libero e della presenza dei social –la loro vera faccia, la loro incapacità di comunicare in maniera costruttiva e non aggressiva.

    In un periodo di massima crisi le maschere sono cadute ed è risultata sempre più evidente l’incapacità da parte di molti di costruire relazioni basate sul rispetto dell’altra persona. In particolare, sul rispetto delle opinioni dell’altra persona.

    Discutere con gli altri, confrontare opinioni diverse non è mai un male. È un bene, è un modo per migliorarsi, per conoscere punti di vista diversi dai nostri. Ma se non ascoltiamo veramente chi abbiamo davanti ma aspettiamo solo che taccia, aspettiamo il nostro turno, per potergli dire la nostra unica verità, allora non stiamo discutendo, non stiamo scambiandoci opinioni, siamo  solo impegnati in due sordi monologhi.

     

    Credere che il nostro punto di vista, il nostro modo di vedere le cose, di veder il mondo sia l’unico valido è una cosa comune – persino sana e fisiologica – durante l’adolescenza. È un processo che fa parte della crescita ma crescendo appunto, diventando adulti, bisognerebbe essere in grado di aprire gli occhi e allargare lo sguardo, mettere in dubbio le nostre certezze. Ciò non vuol dire cambiare necessariamente opinione ma avere la saggezza di ascoltare anche quella dell’altro senza pregiudizi.

     

    Essere in grado di ascoltare gli altri e, se necessario, cambiare idea rende migliori noi e, di conseguenza, il mondo intero.

    Ognuno di noi ha moltissimo da imparare dagli altri. Da tutti gli altri.

    Persone con un grado d’istruzione inferiore al nostro possono aver avuto diverse e più profonde esperienze di vita rispetto alle nostre.

    E, allo stesso modo, persone che hanno studiato approfonditamente in un certo campo hanno informazioni più dettagliate, conoscenze più specifiche rispetto a quelle che ognuno di noi potrà mai ottenere con un ricerca su Google o Wikipedia.

     

    Ma ad ascoltare in giro, a leggere le discussioni sui social o i dibattiti in tv sembra che, gran parte della popolazione sia rimasta bloccata all’adolescenza della propria ragione, che non sia cresciuta e maturata.

    Troppo impegnata a guardare il mondo in bianco e nero per rendersi conto dell’infinita quantità di sfumature. Non in grado di apprezzare il potere della diversità, delle persone e delle opinioni.

    Persone diverse da noi, per sesso, estrazione sociale, razza religione o, semplicemente esperienze di vita.

    Opinioni diverse dalle nostre, non migliori o peggiori, solo diverse.

     

    La nostra crescita personale passa attraverso la capacità di cambiare punto di vista. Ciò non vuol dire essere incoerenti ma, pur rimanendo fedeli a se stessi, bisogna aprirsi agli altri. Riservare agli altri il diritto di esprimersi, rispettare le idee altrui anche quando non si condividono.

     

    Chi è in grado di fare questo, ed è  in grado di difendere le proprie idee,  ma continuando ad ascoltare quelle degli altri, in uno scambio prezioso, è destinato a essere riconosciuta o riconosciuto come ispiratrice o ispiratore del nuovo millennio.

     

     

    Namaste

  • Il futuro si costruisce vivendo  il qui e ora

    Il futuro si costruisce vivendo il qui e ora

    Il futuro si costruisce vivendo pienamente il qui e ora e non andando a pescare i modelli del passato.

    I modelli del passato ci impediscono di vivere il presente, andiamo a pescarli istintivamente.

    Tutto ciò rappresenta un limite enorme alla nostra libertà di pensiero, di azione, che invece sono fondamentali per la costruzione del nostro futuro.

    Il problema è che venendo al mondo “sottoscriviamo” contratti imposti dalla tribù, persone che si aspettano qualcosa da noi – sono quindi contratti che non ci appartengono.


    Un classico esempio è il contratto genitori / figli: se un genitore pretende che il figlio prenda buoni voti a scuola o eccella nello sport, al primo passo falso dimostrerà fastidio e delusione, che esprimerà in frasi tipo :.

    “Non sei stato all’altezza”.

    “Mi hai deluso”.

    Sono frasi devastanti, che condizioneranno i figli per tutta la vita. Perchè?

    Perchè crescendo, quelle parole gli rimarranno impresse in un angolo della mente e da quell’angolo andrà a pescarle ogni volta che si sentirà di aver commesso un errore, di aver fallito o di essere a un passo dal fallimento, in virtù del meccanismo della profezia che si auto-avvera.

    Avrà la convinzione che gli errori come i fallimenti saranno tatuaggi indelebili che li accompagneranno per tutta la vita, mentre non sanno che sono solo lividi temporanei.

    Lividi che permettono, attraverso le esperienze,  quella crescita che si trasformerà in consapevolezza

    Il giudizio espresso anche molti anni prima, frutto di un contratto mai sottoscritto consapevolmente, condiziona il futuro e la nostra crescita, limitando, anzi negando la possibilità di scrivere e ascoltare la colonna sonora della nostra esistenza

    Ogni volta che qualcuno esprime un giudizio, sta contribuendo alla creazione di un modello errato di noi, che però non siamo tenuti a rispettare. Tutt’altro!

    Dobbiamo sottrarci dal giudizio, cosi da vivere pienamente il nostro qui e ora, liberi dai condizionamenti del passato.Ricordiamoci: il passato non puoi cambiarlo, quindi è di per sé inutile andare a ripescarlo, perché non ci darà nessuno slancio per costruire il futuro.

    Questo succede anche nelle imprese dove ancora oggi, l’incapacità di gestire relazioni vere, basate sul costruire fiducia, sostegno, ascolto, esempio, generano il dubbio sulle proprie capacità.

    Il risultato? Entusiasmo e Talento imprigionati,  in attesa di essere liberati.

    Per questi motivi e relazioni, sane,  di qualsiasi natura contano, sono fondamentali, modellano il presente.

    Hanno il potere di farci sapere e ricordarci ogni giorno che possiamo contare su quell’ispiratore o quella ispiratrice, individui pronti a sostenerci con l’esempio, con l’ascolto e facendo di tutto perchè si possa cosi  disancorare la nostra barca, per partire in mare aperto verso quella meravigliosa esperienza chiamata esistenza.

    Allora che fare? I giudizi sono solo una zavorra che conviene abbandonare se vogliamo d’ora in avanti non sprecare il nostro tempo,  regalare il nostro tempo ad altri.

    In fondo il tempo è un’illusione, come diceva Einstein. Non abbiamo la possibilità né di cambiare il passato né di cambiare il futuro: allora non ci resta che vivere il presente, per quanto “illusorio” esso sia.
  • “La Vita è una Startup – Diario di Bordo”, positività e ottimismo nei giorni del Coronavirus

    I giorni dell’emergenza Coronavirus, in cui siamo costretti a rimanere a casa per evitare il contagio e supportare la sanità pubblica, possono rappresentare un periodo deprimente, privi dei contatti sociali e impossibilitati a condurre la nostra routine quotidiana. Ma se guardiamo a questa circostanza da un’angolazione positiva, scopriamo che il periodo che ci coinvolge può rappresentare un’occasione di rinascita personale. Uno spazio di riflessione dove ritrovare noi stessi con ottimismo e positività: i giorni chiusi in casa vanno visti come una spinta al talento e alla creatività, elementi necessari a condurre la startup della nostra vita. Per questo, assieme a Gianni Gaude, Luigi Lupo, Francesca Melis e Mario Rosini, ho ideato il podcast La Vita è una Startup – Diario di Bordo: un appuntamento audio – disponibile ogni due giorni sulle principali app per i podcast – dove trovare rifugio dall’emergenza con pillole di positività, letture, consigli musicali e cinematografici.

    Un progetto che richiama anche i temi de La Vita è una Startup, il mio libro che trovate – in ebook e cartaceo – su Amazon e in audiolibro su Audible.

     

  • Il segreto dell’ottimismo è nell’empatia

    Il segreto dell’ottimismo è nell’empatia

    “Mi sveglio e dò alla giornata che mi sta dinanzi l’opportunità di essere la più bella della mia vita”

    Mark Twain

    Molte volte, le difficoltà vere esistono solo nella nostra mente. Se vogliamo davvero qualcosa, se lo desideriamo con tutte le nostre forze, non ci sono ostacoli così insormontabili. Ogni cosa ci sembrerà raggiungibile, in fondo, alla nostra portata. E ciò che bastava per intimorire e fermare gli altri, per noi sarà lo stimolo che stavamo aspettando per lanciarci in una nuova, sfidante avventura. Non è facile, soprattutto in questo periodo a parlare di ottimismo, soprattutto quando si è giovani, e siamo ancora provvisti di quella buona dose di incoscienza che non ci fa riflettere troppo sulle nostre azioni. Soprattutto quando non abbiamo vissuto in prima persona un fallimento, ad un certo punto della nostra vita.

    Ma chi mi conosce, sa che non mi fermo mai all’apparenza, al primo strato di verità. È nella mia natura voler andare a fondo, scavare nell’animo umano e delle cose per portare a galla i quesiti più veri che ci attanagliano. Anche questa volta non posso farne a meno. Per questo motivo, anche oggi la mia riflessione sarà provocatoria. Iniziamo con una domanda: “Che cos’è l’ottimismo?” Ce lo domandiamo in molti, ma credo che le risposte date finora siano un po’ troppo superficiali. Ricordate la questione del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto? Balle.

    Alzi la mano chi sa davvero cosa significhi ottimismo

    Scusate la franchezza (ma non troppo), ma non credo possiamo ridurre il tutto al sorridere alla vita perché dobbiamo avere la forza di alzarci dopo una batosta. Il fatto è che quando diamo del pessimista a qualcuno, additandolo di non saper affrontare gli alti e bassi della vita, lo stiamo affossando ancora di più. E allora la domanda resta sempre la stessa, ma non abbiamo ancora trovato una risposta: “Che cos’è l’ottimismo?”.

    Noi non ci sforziamo veramente di comprendere i problemi degli altri. Che si tratti di un amico, collega, parente o il proprio stesso figlio, è molto difficile che ci sia una comprensione vera o, quantomeno lo sforzo di comprensione. In genere, ci limitiamo a sentire in parte ciò che ha da dire l’altro, magari solo per educazione, perché ci hanno insegnato rientri nei nostri doveri civili di bravi cittadini. Spesso, anche i conflitti generazionali possono ricondursi alle incomprensioni che ci sono fra noi genitori e i nostri figli, soprattutto adolescenti. Parliamoci chiaro, è l’età più complessa da affrontare, ve lo garantisco per esperienza personale. I nostri ragazzi non sono più dei bambini; l’età dei ‘balocchi’ è finita e ci si affaccia per la prima volta alla vita vera, quella che ti sbatte in faccia porte e bastioni senza chiedere scusa.

    L’eterno conflitto fra genitori e figli è superabile con una buona dose di ottimismo?

    E noi cosa facciamo quando troviamo i nostri figli giù di morale? Gli diamo addosso perché non sappiamo come aiutarli, se non superficialmente, dicendo loro di non lasciarsi abbattere perché ci sono problemi ben peggiori di una fidanzatina che ti ha tradito, o di un brutto voto a scuola. Devono essere ottimisti, perché alla prossima interrogazione andranno sicuramente meglio, e l’amore.. beh, il mondo non era pieno di pesci una volta?

    Quindi, è questo l’ottimismo? Fingere di voler risollevare l’umore di qualcun altro sottovalutando i suoi problemi? E no, ancora non ci siamo; ancora non abbiamo trovato la risposta giusta. Sento già in lontananza quelli che mi diranno: “ma, ehi, che mi dici di quelle persone pessimiste croniche che credono l’universo se la stia prendendo con loro?”. E giù tutti a prendersela con Leopardi. Scusa, Leo, non sanno quello che dicono. Il mio non vuole essere un inno al pessimismo cosmico, la fiera delle negatività. Sto solo cercando di capire cosa sia davvero l’ottimismo, perché un conto è la definizione da vocabolario, e un’altra e l’essenza del concetto.

    Sapete cos’è il nominalismo? Una simpatica corrente filosofica originatasi nel medioevo per cui le parole vanno trattate come puri segni linguistici. Esistono fintanto che designano tecnicamente un qualcosa, ma di per sé non hanno altro valore. Siamo noi che le carichiamo, che gli diamo vita. Le parole assolverebbero ad una mera funzione tecnica per designare un determinato oggetto o concetto.

    Non solo filosofia

    Non vi sto dicendo questo perché voglio filosofeggiare ma perché mi preme spiegarvi un concetto molto semplice: cosa vuol dire ottimismo. Da vocabolario è definita come una “disposizione psicologica a considerare il corso degli eventi in maniera positiva”. Ma ricordate che siamo noi a dar peso alle parole? Allora perché non proviamo ad aggiungere altro significato all’ottimismo?

    Per me l’ottimismo va oltre la positività, ma ha a che fare con il coraggio, perché bisogna averne di molto per guardare la vita con la speranza di avere un domani migliore nonostante stiamo vivendo magari giorni completamente ‘no’. Non è così semplice gestire le emozioni negative, ci insegnano solo che bisogna accettare le sconfitte e trovare, appunto, il coraggio di superarle. Ma non possiamo dimenticare le persone che tutto questo coraggio non lo hanno e che noi chiamiamo semplicisticamente pessimisti. Smettiamola di fermarci sempre al primo piano di lettura delle cose del mondo, andiamo più in fondo e scopriamo davvero il suo noumeno.

    Attenzione, però, perché non vi sto dicendo di affogare nella negatività, anzi. Il punto è che vorrei trasmettervi che senza coraggio non possiamo essere ottimisti. Perché? Perché dobbiamo compiere un grande sforzo per immedesimarci nei problemi degli altri. Mi metto in gioco io in prima persona, e come padre, per comprendere davvero i problemi di mio figlio, sapete, quelli legati all’età, che magari agli occhi degli adulti sembrano di poco conto. Ecco, dicevo, ci vuole il coraggio di ascoltarli, comprenderli e immedesimarsi. Solo dopo aver compiuto questi passaggi, essere entrati in empatia con la persona che si sta confidando con noi.

    È quindi l’empatia la chiave di volta dell’ottimismo? Può essere. Pensateci: come possiamo sperare di guardare veramente questo bicchiere mezzo pieno con buona pace di chi lo vede vuoto? Non commettiamo l’errore di credere che basti avere una finta speranza nel futuro: è necessario crederci sul serio, e per farlo sul serio dobbiamo prima empatizzare col prossimo. E allora diamo finalmente una risposta alla domanda che ci ha accompagnato per tutto l’articolo: “Che cos’è l’ottimismo?” L’ottimismo non è che il coraggio di empatizzare con i problemi degli altri, aiutarli a superarli nonostante le difficoltà. Solo in questo modo riusciremo davvero a dare alla giornata dinanzi “l’opportunità di essere la più bella della vita”.

  • Donne, il futuro siete voi!

    Donne, il futuro siete voi!

    Di fronte a una Donna, in piedi signori miei
    Per tutte le violenze consumate su di Lei,
    per tutte le umiliazioni che ha subito,
    per il suo corpo che avete sfruttato,
    per la sua intelligenza che avete calpestato,
    per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
    per la libertà che le avete negato,
    per la bocca che le avete tappato,
    per le ali che le avete tagliato,
    per tutto questo:
    in piedi, Signori, davanti ad una Donna.
    (Jean Bertozzo)

    Dire donna è dire molto di più di quanto noi immaginassimo. Nonostante si lotti ancora per la parità di salario tra uomini e donne (gender equity, in inglese), finalmente le donne stanno occupando sempre più posizioni di riferimento ai vertici delle aziende che contano. Lasciare che le donne muovano i fili in moltissimi settori, del resto, è a tutti gli
    effetti tra i fattori sui quali il mondo di oggi vuole puntare per la costruzione di un presente e di un futuro più equi e sostenibili per la comunità civile ed economica. Le donne stanno cambiando il mondo e non solo sul piano ideologico: l’empowerment al femminile e la parità di genere sono le fondamenta sulle quali oggi tutti noi possiamo puntare per la costruzione del presente e del futuro.
    C’è ancora chi, nell’ecosistema della nostra quotidianità, fa finta che non sia così: persone evidentemente accecate dagli stereotipi che per troppo tempo hanno dominato la società. Eppure queste donne, vere paladine dei tempi moderni hanno una totale padronanza della loro vita: imprenditrici, operaie, artigiane, impiegate, mamme, sorelle, figlie e mogli. Sono punti di riferimento che lottano ogni giorno contro un sistema, o comunque una parte di questo, ancora chiuso nell’ottusa convinzione che ci sia ancora bisogno di una differenziazione di genere che privilegi la dimensione maschile.

    Il dono della creatività

    Eppure loro, queste splendide Donne trovano il tempo per tutto: tralasciano in molti casi solo quello che dovrebbero dedicare a se stesse. Ma poi lo ricordano, l’immenso potere che hanno, riuscendo a impostare una via d’uscita, seppur piccola, per rimettersi in forze e continuare a gareggiare più vittoriose che mai.
    Tutto questo possiamo confermarlo: non si tratta di stregoneria né di poteri magici, semplicemente di riconoscere quel dono unico e incredibile che ogni donna ha. Quello della creatività. L’universo femminile del resto è proprio come la tavolozza di un pittore: colori, disegni e schizzi qua e là danno vita a immaginazione, idee e innovazione. Da qui si libera il loro talento che, unito alla lungimiranza e alla pazienza, le rendono indiscutibilmente uniche.

    Protagoniste del cambiamento

    Sono e saranno sempre di più le donne il vero punto di riferimento del mondo e sono ancora loro ad avere il potere di innescare il grande cambiamento al quale tutti guardiamo da anni. È questo il momento giusto per lasciarglielo fare e uscire dalla quella zona di comfort chiamata presunzione.
    Fortunatamente qualcuno inizia a convincersi di questo: dare in modo incondizionato – senza se e senza ma – quella libertà di liberare ed esercitare le proprie capacità al mondo femminile rappresenta la strada verso un presente e un futuro migliori. Per questo è arrivato il momento di agire e di smettere di avere paura di cambiare. Donne, il futuro siete voi. Ecco perché sarà l’universo femminile il vero protagonista del cambiamento dei tempi moderni.

  • A Cagliari abbiamo sconfitto un grande nemico: “il phubbing”

    A Cagliari abbiamo sconfitto un grande nemico: “il phubbing”

    AIl racconto della mia esperienza a Cagliari di fronte ai ragazzi riuniti per il Salone dello Studente.

    L’evento di Cagliari, al Salone dello Studente, stava per iniziare. Ho parlato innumerevoli volte di fronte a un pubblico più o meno o giovane, ma sapevo che questa volta sarebbe stato diverso.
    Perché c’era un nemico da affrontare, più grande di me: un nemico oscuro, silenzioso e che si diffonde come un virus, sconosciuto e pericoloso. Lo avevo già affrontato più volte, anche in casa mia, anche con i miei amici e familiari e quindi lo temevo. Ma sapevo che avrei potuto sconfiggerlo solo con l’aiuto e il sostegno di quei meravigliosi adolescenti presenti.

    Parlare alle giovani menti

    Ci siamo, tocca a me.  Domenico Ioppolo, padrone di casa che ringrazio, apre l’incontro, mi presenta scandendo il mio nome. Mi accingo cosi a comparire di fronte alla platea: tiepidi applausi, sorrisi, tanti volti giovanissimi, molta curiosità. Leggo nelle loro facce un pensiero: “Vediamo cosa ci racconta questo qui oggi”. Io sorrido a mia volta e ringrazio tutti. Sono emozionato, provo un po’ di timore ma poi parto, sereno. Miles Davis mi tiene compagnia. Racconto di vita, di coraggio, di passione e della volontà di liberare la propria anima con entusiasmo in un mondo frenetico che ci vuole cupi, stressati, tristi e privi di scopo.
    Le parole scorrono e negli occhi dei ragazzi inizio a capire che questa per loro non è la solita lezione di scuola, ma un discorso inaspettato, strano. I minuti passano e  inizio a realizzare dentro me stesso: “Accidenti stiamo sconfiggendo il mostro…ci stiamo riuscendo davvero!”. I ragazzi e le ragazze di Cagliari lo hanno lasciato nello zaino o nella tasca perché io stavo parlando alle loro giovani menti, ai loro cuori e (forse) loro erano più interessati a me che a lui.

    Abbiamo sconfitto il “phubbing”

    Ma chi o cos’è questa entità maligna che temevo (e temo) e che tutti noi dobbiamo affrontare?  Sto parlando del phubbing: l’arte di ignorare e trascurare il proprio interlocutore (in un qualsiasi contesto sociale), concentrando la propria attenzione sullo smartphone e la propria vita digitale. Il termine phubbing nasce dalla fusione di “phone” (telefono cellulare) e “snubbing” (snobbare).
    Questo modo di fare, in ogni situazione della nostra vita, ha conseguenze disastrose nella comunicazione e nella relazione tra le persone. Immagina per un attimo. Sei a cena con amici e mentre parli di un argomento che ti
    sta a cuore noti il tuo vicino chattare su Whatsapp. Come ti sentiresti? È frustrante, poco educato e rispettoso, ma è l’amara e cruda realtà dei giorni nostri!

    A supporto di questa circostanza c’è la ricerca effettuata da alcuni psicologi dell’Università del Kent. Sono stati intervistati 153 studenti universitari, dovevano osservare un dialogo di tre minuti tra due persone e identificarsi con uno dei due soggetti. E ogni studente, durante il test, avrebbe vissuto una di queste tre condizioni:
    – Dialogo con nessun phubbing
    – Dialogo con phubbing leggero
    – Dialogo con phubbing massiccio.
    Quali sono stati i risultati?

    Tutti i ragazzi che si sono trovati di fronte a un phubbing leggero o massiccio erano frustrati e innervositi dal tipo di relazione che si era creata. Ma a Cagliari è stato diverso.

    Ho i brividi se ripenso a quella straordinaria esperienza di conoscenza e di condivisione, mi sono concentrato sull’immagine della sala piena e i sorrisi di ragazzi e ragazze. Mi hanno entusiasmato i loro applausi, il loro sguardo, la loro leggerezza, la loro apparente sicurezza. Mi sono sentito uno di loro anche quando sembravano dirmi:
    “Giustiniano vediamo perché il tuo punto di vista non è così lontano dal nostro, ma forse un pizzico più consapevole…”
    I giovani uomini e le giovani donne comunicano lasciandosi trasportare dalle loro emozioni perché stanno cambiando.
    Non sono più bambini e le loro identità iniziano a formarsi in base alle esperienze di vita quotidiane che vivono.
    Per loro questo periodo è come la “Rivoluzione del ’68” perché vogliono l’indipendenza, odiano le regole e ogni forma di controllo (da parte di noi adulti). Cercano ispiratori non “genitori amici”, vogliono fiducia, vogliono essere ascoltati senza essere costantemente giudicati

    E i grandi cosa devono fare?

    Devono fare i grandi! I ragazzi e le ragazze (come quelli di Cagliari) devono essere sostenuti, ispirati, ascoltati, non solo giudicati. Solo in questo modo – trattandoli come pari – si fideranno di noi, ci affideranno un po’ alla volta il loro rispetto, si apriranno a noi e rispetteranno gli accordi presi. Devo ringraziare i ragazzi e le ragazze di tutta Italia perché se abbiamo veramente il coraggio e la pazienza di ascoltarli, possiamo imparare tanto dai loro gesti, dai loro apparenti silenzi e solo cosi potremmo essere per loro il “capitano mio capitano”.

  • Salone dello studente a Cagliari

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    Il Salone di Cagliari ti aspetta!

    Vieni a trovarci a Cagliari il 28, 29 e 30 Gennaio per scoprire le offerte formative delle migliori università ed accademie italiane e straniere. L’ingresso è libero e gratuito, passa a trovarci!

    Ci troverai all’interno dell’evento International Job Meeting organizzato da Aspal e da Regione Sardegna.

    INCONTRI IN AULA
    • 29 Gennaio – ore 11.30 – Università Vanvitelli | Università per Stranieri di Siena – Aula 3 Palazzo dei Congressi
    • 30 Gennaio – ore 9.30 – IAAD – Sala Lai  – Pad D
    • 30 Gennaio – ore 10.50 – NABA – Sala Sulis – Pad D
    • 30 Gennaio – ore 13.30 – Nissolino | LABA Firenze – Aula 2 Palazzo dei Congressi

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    SEMINARI

    Giustiniano La Vecchia

    La vita è una startup. Il coraggio di essere Nomadi Creativi

    28/01/2020 – ore 9.30 – Sala Lai – Pad D

    Paola Maria Bisi

    L’Accademia Teatro alla Scala: fai della tua vita uno spettacolo.

    28/01/2020 – ore 10.50 – Sala Sulis – Pad D

    Alessandro Bertini

    Il sistema moda e i distretti toscani: la sfida tra formazione, sostenibilità e industria 4.0.

    30/01/2020 – ore 9.30 – Aula 3 – Palazzo dei Congressi

    Sergio Bettini

    Psicologo dell’Orientamento – Una passeggiata nel bosco dell’incertezza

    29/01/2020 – ore 14.50 – Sala Lai – Pad D
    30/01/2020 – ore 10.50 – Pad C
    30/01/2020 – ore 14.50 – Sala Zedda – Pad D

    Sara Montali e Laura Dessì (Indirizzo Inghilterra), Steve King (Christian English Language Centre), Sanne Van Asselt (Exsportise Ltd)

    L’importanza dell’inglese e le possibilità formative.

    30/01/2020 – ore 14.30 – Aula 4 – Palazzo dei Congressi

    Audrey Jones

    Fashion, Design and your future.

    30/01/2020 – ore 15.30 – Aula 1 – Palazzo dei Congressi

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    MOSTRA

    LE ORIGINI DELLA FORMA

    Moda e Design si raccontano

    Un percorso fotografico per raccontare l’origine di un
    processo creativo nella moda e nel design attraverso
    il racconto dell’eccellenza Made in Italy

    Palazzo dei Congressi – Primo Piano

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    Come Arrivare

    DALL’AEROPORTO DI ELMAS:
    S.S. 130, nuovo asse mediano di scorrimento, Via Roma lato mare, Viale Colombo, Viale Diaz

    DAL PORTO:
    Via Roma lato mare, Viale Colombo,Viale Diaz

    DALLA STAZIONE FS:
    Autobus linea ATC: PF, PQ, Via Roma lato mare, Viale Colombo, Viale Diaz

    [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][/vc_column][/vc_row]

  • “La Vita è una Startup” per Dynamo Camp

    “La Vita è una Startup” per Dynamo Camp

    In un precedente articolo vi avevo raccontato della mia esperienza a Dynamo Camp. La meravigliosa struttura, nei pressi di Pistoia, nel centro della Toscana, dove vengono accuditi bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni con patologie gravi e croniche sia in terapia che in fase di post ospedalizzazione. Di fronte allo sguardo dei bambini che, nonostante gli evidenti problemi di salute, conservano negli occhi gioia, serenità e gioia, avevo deciso di impegnarmi, con il mio progetto, a contribuire alla causa di Dynamo Camp. Idee che ora cominciano a concretizzarsi.

    Innanzitutto all’associazione è devoluta parte del ricavato derivante dagli ascolti dell’audiolibro La Vita è Una Startup, da poco disponibile su Audible, la piattaforma di contenuti audio di Amazon. Poi, da gennaio 2020, porterò la versione dal vivo de La Vita è Una Startup nelle principali città italiane, accompagnato dai miei fedeli compagni di viaggio: il direttore di doppiaggio, Gianni Gaude, e il musicista, Mario Rosini. Ogni tappa sensibilizzerà gli spettatori al supporto di Dynamo Camp.

    È in arrivo un’altra novità, sempre da ascoltare, che porterà sorrisi ai bambini tramite le voci di alcuni cartoni animati.