Autore: Giustiniano La Vecchia

  • Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Dal supermercato dell’abitudine alla boutique della creatività per dare vita a un nuovo Rinascimento

    Stiamo vivendo un momento straordinario, al tempo stesso difficile ma ricco di opportunità.

     

    In passato grandi tragedie hanno dato il via a nuovi periodi di crescita.

    Epidemie e guerre sono state seguite da rinascite. Questo è il caso, ad esempio, del secondo conflitto mondiale, che lasciò il nostro paese distrutto dai bombardamenti, dal regime e dalla fame.

    Ma fu proprio in quell’occasione che gli italiani diedero il meglio di loro stessi, tanto da essere definiti, dallo storico Gaetano Salvemini, “un formicaio più rapido a costruire di quanto siano stati gli altri a distruggere”.

     

    Più di settanta anni dopo ci ritroviamo in una situazione simile. La pandemia causata dal Covid19, per fortuna, non ha provocato vittime e distruzioni paragonabili a quelle causate dalla seconda guerra mondiale, ma ha inflitto seri danni all’economia e all’istruzione, fino a mettere in discussione il nostro stesso stile di vita.

    Forse è necessario un approccio diverso, una crescita diversa, forse il mondo non può e non deve tornare ad essere quello di prima.

    Questa nuova consapevolezza apre un enorme ventaglio di eccitanti possibilità, un futuro tutto da costruire, ed è qui che deve entrare in gioco la nostra creatività. Dovremo passare dal supermercato dell’abitudine, delle convinzioni alla boutique della creatività.

     

    Lo sviluppo e l’espressione della nostra creatività, attraverso il talento di ogni singolo individuo,  possono essere d’ispirazione per gli altri, e possono portare a una e vera e propria rinascita culturale.

    A un nuovo Rinascimento. Lo stiamo aspettando da molto ed è forse finalmente venuto il momento che si realizzi. Noi potremmo essere spettatori ma, soprattutto, artefici di una nuova epoca d’oro.

     

    A tal proposito, è facile intuire che i maggiori artefici di questo futuro siano destinati ad essere i giovani mentre noi altri, gli adulti, i meno giovani, abbiamo il compito d’ispirarli. Dobbiamo essere d’esempio, con i gesti, ovviamente, ma anche con le parole, con il racconto e soprattutto con l’esempio.

    Ma come facciamo ad attrarre la loro attenzione, a farci ascoltare? Come facciamo a toglierci quella maschera che in molti casi nasconde il nostro vero io, la nostra unicità?

    La prima cosa è avere coraggio e non avere paura del giudizio. La seconda cosa, forse la  più importante nel raccontarsi ai giovani è dire loro cose che ancora non conoscono e ascoltali.  Sono bombardati continuamente da informazioni, più o meno veritiere o interessanti. Tutte cose che hanno già sentito mille volte.

    Per attirare la loro attenzione e fare la differenza, dobbiamo condividere con loro l’unicità della nostra esperienza e di noi stessi.

     

    Non è detto che sia facile, anzi è più faticoso che nascondersi dietro gli schemi o i finti personaggi che tanto ci fanno sentire al sicuro. Ma è sicuramente più efficace ed anche più divertente, come tutte le nuove sfide.

    Dovremo cambiare il nostro punto di vista, la nostra solita prospettiva. Solo così potremo fornire a ragazze e ragazzi uno strumento in più, una chiave di lettura che li aiuti , non solo a crescere, ma anche a entrare nel mondo della consapevolezza in modo da essere, un giorno  a loro volta ispiratrici e ispiratori.

     

    Ma come otterremo questo obiettivo? Usando la nostra creatività, fonte inesauribile di soluzioni alternative ed inaspettate.

    Quindi, per stimolare la creatività altrui dovremo stimolare anche la nostra,  nei contenuti e nei modi. Per contribuire a costruire, dunque, la società del futuro che desideriamo.

     

    Namaste

     

    Photo by: Roberto Lopez

  • La creatività libera il talento

    La creatività libera il talento

    Nessuna idea creativa potrà mai essere sognata se le persone hanno paura di essere identificate come sciocche.

    Ogni idea creativa si porta avanti con dei rischi

    (Robinson and Stern, Corporate Creativity, 1997)

    Se ci chiediamo perché la creatività è uno degli elementi fondamentali delle organizzazioni contemporanee,  non possiamo evitare di rispondere che nella creatività risiede il modello fondativo , non solo nel fare business, ma anche nei processi di cambiamento,

    poichè la creatività, non solo libera il talento degli individui, ma lo sostiene nelle sfide.

    Mai come questo momento la creatività delle nuove generazioni è una risorsa imprescindibile.

    Abbiamo bisogno di entrare in contatto con loro, ascoltarli e dialogare, per liberare la loro creatività e condividerla con la nostra.

    Ma come avviene il processo creativo?

    La creazione parte dall’immaginazione , da li nascono le idee e successivamente l’innovazione delle stesse.

    Un idea che esiste, in fase embrionale, nelle menti di chi la produce e che arriva alla sua pienezza e alla sua composizione nelle attività quotidiane.

    Indubitabile nessun teorico ha la certezza di come questo processo si generi.

    Quel che però possiamo dire con chiarezza, seguendo gli analisti contemporanei, è che il mito del genio solitario, che in una stanza chiusa partorisce idee rivoluzionarie, è ormai un cliché superato.

    Come ben ha scritto Eric Von Hippel nel suo Democratizing Innovation, la creatività è un’attività fisica che richiede interazione tra gli esseri umani, oltre alla sperimentazione, all’osservazione condivisa e all’esplorazione. 

     

    Dunque i luoghi che riuniscono le perone, fisicamente e virtualmente, sono fondamentali per i risultati dell’innovazione, come ben hanno compreso molte organizzazioni nell’ultimo decennio ed è in qui luoghi che si da vita, attraverso la condivisione di idee ai cambiamenti dirompenti, ma fondamentali per il progresso e il miglioramento della qualità della vita.

    Creare spazi disegnati intenzionalmente per un certo tipo di business può aumentare la creatività e il rendimento delle persone, affinare le squadre di lavoro e rendere sostenibile nel tempo questi processi.

    Si sa: a fianco di menti creative le sfide crescono.

    Lo spazio della creatività nelle imprese innovative diventa spazio flessibile, che cambia destinazione per le diverse attività, che cambia formato, che cambia logica.

    Le architetture, interne ed esterne, hanno una funzione determinante per il nostro well being: scenari attraenti e stimolanti aiutano il dispiegarsi della creatività.

    Si costruiscono e si costruiranno s sempre più luoghi di condivisione, virtuali e non. Luoghi  fertilizzanti e di interscambio, vere e proprie fucine di creatività.

    Lo spazio diventa così uno strumento in più per facilitare le diverse forme di lavoro, di apprendimento , di socializzazione e di condivisione della conoscenza

    Senza dimenticare che la condivisone della conoscenza,  quella vera, lasciando fuori dalla porta i condizionamenti, è altresì un riflesso della cultura di una organizzazione e  ne riafferma la vocazione: il veicolo dei valori e dei processi.

    Riflettere le intenzioni di un cambiamento disruptive, attraverso un intelligenza collettiva,  genera  menti  aperte e feconde verso,  l’innovazione.

    Photo by: David Pisnoy

  • Cambia i tuoi pensieri e cambierai la tua vita.

    Cambia i tuoi pensieri e cambierai la tua vita.

    Quando non si può più cambiare la situazione, non resta altro da fare che cambiare noi stessi – Viktor Frankl

     

    “Come vorrei cambiare vita”
    “Non mi piace il mio lavoro, vorrei fare altro”
    “Voglio andarmene via”
    “La mia vita è triste”

    Queste sono alcune delle frasi che sentiamo dire più spesso.

    E sono anche le frasi peggiori che possano essere pronunciate da una persona, perché queste affermazioni hanno un forte potere frenante e, per il modo stesso in cui vengono formulate, manifestano delle convinzioni che non permetteranno facilmente a un individuo di cambiare.

    work harder
    Ph: Jordan Whitfield for Unsplash

    Per produrre un reale cambiamento, bisogna uscire dallo stato di convinzione , il sentito dire, per entrare, attraverso la conoscenza, in uno stato di consapevolezza, che è costruita giorno dopo giorno attraverso le nostre  esperienze dirette.

    Questo concetto lo si può interiorizzare solo vivendo la vita a piene mani, solo affrontando in mare aperto il viaggio, costruendosi un bagaglio personale di conoscenze e di esperienze, non mediante giochi sofistici, falsi sillogismi o effetti retorici.

    cambiamento

    Se si vuole davvero cambiare vita, bisogna cambiare l’atteggiamento mentale, apportare reali trasformazioni dentro di noi, per veder mutare la realtà al di fuori di noi.

    Non è sufficiente cambiare lavoro, amicizie, o qualsiasi altra cosa accada all’esterno: il vero cambiamento avviene all’interno.

    La fisica quantistica ci dimostra che il pensiero, forza potentissima, interagisce con la materia.

    Oggi la fisica si congiunge alla scienza spirituale, dimostrando che è la consapevolezza che genera la materia.

    meditare
    Ph: Jd Mason for Unsplash

    Il vero cambiamento, quindi, deve avvenire a livello di consapevolezza e non di convinzioni; solo quando la nostra consapevolezza inizierà a progredire, inizieranno a cambiare anche i nostri pensieri.

    Inoltre, man mano che inizieremo a far crescere i pensieri, i conseguenti risultati cambieranno in modo fluido.

    Tutto questo ci permetterà di vivere in modalità attiva e non passiva il momento presente, il qui e ora.
    Saremo su un altro livello, in grado di consigliare e di amare senza giudicare, totalmente distaccati dal giudizio degli altri.

    Ma da dove partire?
    Un suggerimento: dalla meditazione, costa poco ma ha dei benefici straordinari.

    Namastè

     

    Photo by: Ben Blennerhassett

  • Il talento

    Il talento

    Se ci figuriamo il talento non possiamo non visualizzare personalità importanti della nostra storia come Leonardo da Vinci, Frida Kahlo,

    Billie Holiday,  Marie Curie, Einstein o Leopardi.

    Ma quando pensiamo al talento nell’impresa difficilmente lo associamo a una genialità individuale, alla sua intelligenza emotiva..

    Siamo in quel caso più pronti a pensare a personalità aggreganti, come Napoleone o Pelé, che hanno contribuito a raggiungere risultati superiori, straordinari, all’interno di un esercito o di una squadra di calcio e dunque all’interno di un’organizzazione.

    Benché il talento viene definito come una capacità individuale vincolata al QI, nella nostra contemporaneità il pieno sviluppo dell’organizzazione va oltre le capacità cognitive e logico-matematiche.

    Creatività e intelligenza emotiva fanno e sempre di più faranno  la differenza

    Dunque, la persona con talento mette in pratica le sue capacità per ottenere risultati superiori all’interno di un contesto determinato: l’organizzazione deve però supportarlo e motivarlo.

    Una persona che non arriva a buoni risultati non significa che non possa farlo in un altro contesto, in un’altra impresa o in un altro ruolo.

    Ogni persona dal suo ruolo può innovare.

    Questo genere di figure è estremamente richiesta dalle imprese perché sono quelle in grado di apportare un certo valore aggiunto, tuttavia esse presentano due problematiche: da un lato sono difficili da scovare, dall’altro non sopravvivono in tutte le organizzazioni, ma solo in quelle che curano il talento, ma sopratutto rispettano le promesse fatte.

    La caratteristica principale della persona di talento è la capacità di raggiungere risultati superiori.

    Inutile dire che nella nostra economia il miglior risultato è l’innovazione attraverso non semplicemente il QI, ma utilizzando quell’intelligenza emotiva vero strumento di crescita personale e dell’organizzazione stessa.

    Questa preziosa risorsa non perviene con la tecnologia né col capitale, ma con quelle persone che sono capaci di mettere in discussione lo status quo e provocare un cambiamento dirompente. 

    Il talento richiede quattro  ingredienti di base: capacità, impegno, azione e padronanza di gestione delle proprie e altrui emozioni.

    Le capacità sono le conoscenze, le abilità, le competenze e le attitudini.

    Se le capacità sono il substrato di base del talento, l’impegno è il motore dal quale la persona apporta quanto più possibile e la gestione delle proprie e altrui emozioni (intelligenza emotiva) è l’abilità che ci permette di controllare le nostre emozioni ed esprimerle in modo assertivo.

    Nella nostra attuale economia l’azione significa velocità e l’innovazione  è la costante.

    Giacché l’evoluzione della tecnologia e inarrestabile, bisogna essere assolutamente in grado di interpretarla e altresì di sviluppare capacità decisionali rapide.

    Professionalizzare il talento significa raggiungere risultati superiori, in un paradigma centrato sulla persona e sull’organizzazione, dove entrambi questi elementi si nutrono l’uno dell’altro.

    Allora si che potremmo considerarci Nomadi Creativi

    Photo by: Boston Public library

  • Andare Oltre

    Andare Oltre

    Capita spesso di commettere l’errore di giudicare gli altri utilizzando il nostro parametro di valutazione come unico punto di riferimento.

    Raramente ci soffermiamo ad apprezzare le differenze che ci contraddistinguono dalle altre persone, senza inserirle in una scala di valori che li definisce peggiori o migliori di noi.

    Bisogna diffidare da chi ha solo certezze e si fa forte di queste per affermare la propria convinzione di non essere assolutamente disposto a cambiare e soprattutto di essere nel giusto.

    È estremamente rischioso l’utilizzo esclusivo della razionalità, nel voler esclusivamente selezionare tra le proprie convinzioni la decisione prescelta.

    La creatività ci insegna a non essere vincolati e condizionati verso un’idea, tanto più se bisogna tradurre dall’immaginazione concetti, idee ed emozioni.

    È azzardato ed indubbiamente pericoloso voler chiarire tutto con la sola ragione, un linguaggio che la nostra anima fa fatica a riconoscere.

    Quando si è bambini, si è coerenti e non ci si adatta alla ragione, non ci si ferma a una guida costruita per giudicare e basta, si va oltre, si apre il cuore.

    La creatività e il nostro cuore ci illustrano e ci spiegano differenti realtà, ma tutto dipende dalla volontà di metterli in movimento.

    Ogni individuo porta con sé esperienze, voci, ambizioni, e tendenze che si rivelano nelle modalità più differenti; per questo la realtà è solo una proiezione della nostra mente.

    Se ricordiamo tutto questo, se ricordiamo a noi stessi che tutto è relativo,  avremo così la possibilità di procedere nella vita in modo dinamico.

    Molto spesso a cambiare sono i punti di vista: ciò che per noi è rilevante, per altri è insignificante. La costruzione di una comunità d’interesse e di una intelligenza collettiva è proprio la capacità di accettare incondizionatamente il pensiero degli altri, senza per questo modificare la nostra realtà.

    La bellissima frase «non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle» (attribuita a Voltaire, ma nella realtà è della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall) rappresenta l’essenza di tutto ciò.

    È lecito esprimere il nostro disaccordo nei confronti delle opinioni altrui, ma allo stesso tempo è fondamentale far sì che ognuno possa credere in ciò che più gli piace.

    La nostra evoluzione passa attraverso il riconoscimento degli altri, della loro unicità, evitando così di rimanere intrappolati in una probabile apparenza.

    Se vogliamo abbandonare il nostro EGO, dobbiamo eliminare la necessità di convincere chi la pensa e vive in modo diverso da noi, evitando così di disperdere energie inutili e dannose.

    L’evoluzione e l’innovazione nascono dalla molteplicità di pensiero, nate da persone con caratteristiche diverse, culture diverse, caratteristiche peculiari del “Nomade Creativo”.

    Essere Nomadi Creativi  vuol dire dare vantaggio alla comunità, operando in connessione, confrontandosi e cooperando con altri.

    Confrontarsi e cooperare vuol dire dare spazio alla creatività, a nuovi modelli mentali ed educativi, riuscendo così a costruire un solido e reciproco riconoscimento.

    Otto Scharmer attraverso la sua La Theory U insegna:

    • mente aperta – curiosità contro giudizio 
    • cuore aperto – compassione contro cinismo 
    • volontà aperta – rilassamento nell’ignoto contro paura.

    Avere un atteggiamento di apertura e di rispetto verso diversi punti di vista non può far altro che metterci in condizione di scoprire la più importante e straordinaria caratteristica che contraddistingue ogni essere umano: la sua unicità.

     

     

    Foto by:  Mahdi Beygi

     

     

     

  • Soluzioni Creative

    Soluzioni Creative

    Spesso succede che di fronte a un problema si cerchi a qualsiasi costo la migliore soluzione, con il rischio molto spesso, in caso di un risultato negativo, di vivere oltre alla  delusione, una sorta di  sottile depressione.

    Questo apparente insuccesso, genera poi la convinzione di non essere all’altezza del compito e di essere inadeguati alla soluzione di determinati problemi, quando bastava semplicemente osservare il dilemma da un altro punto di vista, con obiettività e utilizzando una dote innata: la creatività.

    Bisognerebbe imparare a guardare dal di fuori il problema, come se non facesse parte della nostra sfera, ma ad un’altra persona alla quale suggerire un punto di vista diverso.

    Intestardirsi nel volere a tutti i costi cercare una soluzione senza obiettività e riflessione, fa sì che la possibile soluzione del problema venga nascosta dalla nostra mancanza di lucidità.

    Il nostro cervello deve lavorare immerso nella creatività e pazienza, solo così si possono trovare tra le molteplici soluzioni quelle più idonee alla soluzione del problema e solo così diradiamo le nebbie che offuscano la nostra consapevolezza.

    Esaminare la problematica da attori non protagonisti ci permette di vedere soluzioni fino a quel punto impensabili. Guardare le difficoltà in modo distaccato e senza paura né dell’errore e né del giudizio, fa sì che queste possono essere foriere di straordinari insegnamenti. Facendo così trasformiamo un insormontabile problema in un momento di crescita  personale.

    Quando ci si trova a dover affrontare una situazione di disagio in cui non è dato trovare una soluzione per il semplice fatto che è accaduto qualcosa da cui non si può tornare indietro, anche in questo caso è utile cercare di trovare tutti gli insegnamenti possibili.

    E alla domanda: “Cosa è possibile apprendere dalla circostanza che sto vivendo?” bisogna perciò essere pronti a reagire con atteggiamenti dettati dalle circostanze e dagli eventi, non lasciandosi condizionare dall’impulsività; ciò significa trasformare le difficoltà del momento in opportunità che consentano di accrescere il proprio bagaglio di esperienze.

    In sostanza, la cosa tragica per l’uomo non è tanto non aver trovato la soluzione a qualcosa, ma non aver provato ed essersi tirati indietro.

    È necessario andare avanti anche se i risultati non sono confortanti, provando e riprovando continuamente. Questo lungo lavoro preparatorio serve a concentrare la mente sul problema, a indicarle l’obiettivo, a scartare tutti gli stimoli inutili; essa ha bisogno di continue sfide.

    Per raggiungere l’obiettivo è necessario dimenticare il solo desiderio del successo, concentrandosi sul problema. Approcciandosi alle difficoltà con umiltà, tutte le ansie, i dubbi, le incertezze si trasformano in gioia e in capacità di fare.

    Credo perciò che la rigidità, sia con se stessi sia nei confronti degli eventi della vita, non porti buoni frutti.

    È opinione comune che anche nei rapporti con gli altri la flessibilità, ossia l’essere accomodante, sia sinonimo di mancanza di convinzioni; non bisogna però dimenticare che spesso concedendo qualcosa si riesce a ottenere più di quanto ci si aspetti.

    Altro fenomeno da sfatare è infatti la cosiddetta “coerenza nel proprio agire”, che spesso può frapporre ostacoli nella comunicazione, determinando la chiusura a numerose alternative.

    Certo ciò non significa cambiare opinione in ogni momento, ma riflettere sul fatto che qualche deroga alle nostre idee possa portare a noi e, perché no, anche agli altri dei benefici.

  • Talento Rivoluzionaro

    Talento Rivoluzionaro

    L’impresa contemporanea non può vivere senza un elemento fondamentale: il talento.

    Il nuovo paradigma imprenditoriale è centrato nelle persone e nei risultati, tanto che il talento è diventato un attivo strategico irrinunciabile. Solo nella misura in cui il talento sa essere coltivato si potranno aumentare i benefici per l’impresa e la soddisfazione personale di chi in essa lavora.

    L’elemento è tanto determinante per le imprese che oggi, nei contesti innovativi, viviamo nella cosiddetta “guerra per il talento”: ne sono un esempio le espressioni dell’economia del web, come Google e Facebook, che fanno a gara per acquisire i loro validi competitor o le attività collaterali sviluppate in seno a loro stesse, non solo in forma di impresa ma anche di persone.

    Del resto, le imprese di tutto il mondo, siano esse prodotto del capitalismo cognitivo oppure del capitalismo manifatturiero, competono su vari fronti: da una parte captano e fidelizzano i clienti (elementi esterni) e dall’altro lato attraggono e contrattualizzano i professionisti (elementi interni).

    Nel momento in cui le imprese sono capaci di creare valore per i loro dipendenti sono capaci di creare valore anche per i loro clienti.

    L’importanza del talento quindi non è dato di poco rilievo, ma è una necessità reale per agire nel mondo globale.

    Le imprese devono lottare per non rendere questo un elemento sempre più scarso e male amministrato, come spesso capita.

    Infatti, il talento necessita molta cura, giacché è una risorsa preziosa che gli esseri umani apportano solo attraverso una specifica volontà e che può essere o non essere attivata, a seconda delle condizioni di chi la possiede.

    Frequentemente dimentichiamo che il talento non solo consiste in conoscenze e capacità, ma anche in compromessi e azioni.

    Quando la giornata di lavoro finisce, il talento esce dall’impresa e torna a casa sua. È dunque un elemento portante dell’impresa ma che appartiene alla persona e che deve essere ben diretto e amministrato dalle leadership organizzative,  poiché il talento può sparire drammaticamente dalle organizzazioni in molte forme diverse (turnover, demoralizzazione, mancanza di spazi adeguati ecc…).

    La gestione del talento nelle imprese è complessa e sottile, e ha come ingredienti imprescindibili il saperlo identificare, captare, sviluppare e trattenere.

    Portare avanti tutte queste operazioni non è semplice. Ci sono imprese che sono capaci di captare il talento ma non sono in grado di svilupparlo o di trattenerlo.

    Compito degli  Ispratori e delle Ispiratrici  è dunque quello di saper bilanciare il talento con i fini dello sviluppo delle organizzazioni e delle persone.

    La chiave di maggior successo delle organizzazioni sta nell’innovazione sociale ,

    ossia nella capacità di creare sia  valore per il cliente attraverso prodotti e servizi, sia con i clienti interni, tanto che meccanismi di questo tipo sono il polmone con il quale respirano i mercati competitivi. Il talento è diventato il maggiore patrimonio delle organizzazioni: comprendere questo dato fondamentale valorizzando e riconoscendo le persone e le loro circostanze è l’imprescindibile sfida dell’oggi.

     

  • Non preoccuparti dei giudizi che  gli altri hanno di te

    Non preoccuparti dei giudizi che gli altri hanno di te

    Non preoccuparti dei giudizi e delle opinioni che gli altri hanno di te, non sentirti “diverso”: la tua diversità è la tua unicità, è ciò che ti permetterà di avere il tuo posto nel mondo.

    Come spiega Maslow, vivrai una vita piena solo quando sarai completamente distaccato dal giudizio altrui. Se ci pensi, le persone che hanno lasciato un segno nella storia erano talmente concentrate sulla loro unicità e sul loro percorso, sul loro obiettivo, da non essere per nulla interessate all’opinione che gli altri avevano di loro. Se avessero dato peso ai giudizi, sarebbero state condizionate al punto da non poter costruire la propria leggenda personale. Pensa al danno per l’umanità.

    Lo sforzo è duplice: non solo devi preservare la tua unicità sottraendoti al giudizio – cosa molto faticosa, lo ammetto – ma devi anche evitare di giudicare gli altri. Hai presente “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”?

    Ti suggerisco di attenerti a tre regole fondamentali:

    – nessun giudizio

    – nessuna opinione

    – nessuna critica

    Pensa quanto tempo e quante energie risparmiate se decidi di non guardare a quello che fanno gli altri. Pensa quanto tempo e quante energie in più da dedicare ai tuoi obiettivi.

    Dicevamo che sottrarsi al giudizio non è semplice, soprattutto non è un processo immediato: bisogna essere allenati, concentrati solo sulle cose davvero importanti, sul presente e sul proprio obiettivo, capaci di usare le risorse per raggiungere un traguardo.

    È difficile, ma sappi che possiamo allenarci per tutto questo: ti sto dicendo che ognuno ha la possibilità di farcela, a prescindere dalle condizioni di partenza. Ma nessuno ce la fa senza metterci impegno, dedizione, forza di volontà, coraggio.

    Tieni a mente alcune piccole indicazioni:

    • Concentrati sul presente e sugli obiettivi da raggiungere

    • Pensa prima di parlare, non sprecare fiato e risorse

    • Impegnati per comporre e ascoltare la colonna sonora della tua vita

    • Impara ad attrarre persone che possano aiutarti nella tua impresa, le altre allontanale

    • Utilizza tutto il coraggio e la forza d’animo possibile per vivere una vita piena

    • Usa la tua creatività: immaginazione, idee e innovazione

    Nessuno è perfetto, credimi. Nessuna vita fila via liscia, senza intoppi, tutta rose e fiori. Quello che fa la differenza è la tua capacità di resistere, di risollevarti in caso di cadute, di dare alla tua esistenza la direzione che merita.

    Se ogni giorno curi i dettagli, otterrai dei vantaggi, nonostante gli ostacoli: devi imparare a maneggiare con cura il tuo essere e a proteggere la tua unicità dal mondo che vuole omologarti. Sei un ingranaggio unico e irripetibile nel meccanismo dell’universo: non aver paura di ciò che sei, piuttosto prenditi cura di te e del tuo cammino.

    Quando parti, ricordati di alleggerire lo zaino: lascia indietro le zavorre, procedere sarà più semplice. Porta con te solo ciò che ti sarà davvero utile. Puoi scegliere ciò che ti serve, non sei obbligato a lasciarti condizionare o a fare ciò che gli altri pretendono da te, come purtroppo fanno certi genitori con i loro figli.

    Ricorda : puoi sempre scegliere chi essere e dove andare.

    Ho in mente una domanda che mi è stata fatta dal mio allenatore di calcio, quando ero un ragazzino: “Tu, nel teatro della vita, che parte vuoi avere?”. È stata una domanda illuminante, che mi accompagna ogni giorno, ogni volta che mi alzo dal letto e vado a costruire la mia leggenda personale.

    Certo, potremmo decidere di fare il minimo, giocare facile, ma siamo sicuri di volerci accontentare? Non credo né io e né tu desideriamo che il film della nostra  vita ci passi davanti, mentre ce ne restiamo lì fermi e passivi a guardarlo. Dobbiamo esserne i protagonisti.

    Voglio fare fatica e guadagnarmi le mie soddisfazioni, voglio sentirmi un ingranaggio unico e significativo nell’universo, voglio sentirmi appagato e non percepire il bisogno di giudicare gli altri.

    Ti propongo un esercizio: mettiti davanti allo specchio e prova a dire cosa vedi.

    Io vedo me stesso, non una maschera.

    Se di te mostri agli altri una maschera, è perché forse hai paura di essere giudicato per quello che sei: meglio farsi giudicare per le maschere che indossiamo. Ma è sbagliato. La maschera che indossiamo nel tentativo di metterci al riparo non fa altro che aumentare il livello di giudizio.

    Allo specchio dovresti vedere solo te stesso, ovvero lo stesso che dovresti mostrare agli altri, senza paura della loro opinione.

    Se hai l’obiettivo di piacere agli altri, stai commettendo un errore di fondo: devi piacere solo a te stesso, decidendo chi vuoi essere e impegnandoti per centrare l’obiettivo.

    Ruiz dice che ci guardiamo in uno specchio opaco.

    Una parte del problema sta nell’incapacità di credere in se stessi. Ciò toglie la voglia di rischiare, di mettersi in gioco: se non ci valutiamo all’altezza della situazione, o ci sottrarremo dall’agire o ci muoveremo con talmente poca convinzione da decretare fin dai primi passi il nostro insuccesso. Come nelle profezie auto-avveranti: sei sicuro che andrà male e male andrà.

    Ma ricordati che assumersi il rischio (di perdere, di sbagliare strada, di smarrirsi, di dover ricominciare da capo) è parte del viaggio, anzi è ampiamente previsto dal desiderio.

    Ricordati anche che abbiamo una gomma per cancellare le note che sul pentagramma della colonna sonora della nostra vita non ci piacciono. Abbiamo sempre la possibilità di scegliere, ma se non ci assumiamo il rischio di farlo, saremo spettatori passivi della vita che ci scorre davanti, senza mai viverla a pieno.

    Mi capita di guardare in viso le persone e di vedere i loro occhi spenti, privi di desiderio, uomini e donne tristi perché hanno smesso di desiderare, e soprattutto di scegliere. Invece mi illumino quando vedo le ginocchia sbucciate di un bambino, quando vedo una bicicletta senza rotelle , mi viene  la voglia di provare a  e riprovare nonostante le cadute.

    Senza paura, spinti dal desiderio di farcela.

    Namaste

     

     

    Photo by: Engin Akyurt

  • Nuove generazioni in panne: cosa frena la loro avanzata?

    Nuove generazioni in panne: cosa frena la loro avanzata?

    Molto spesso si parla dei giovani (le nuove generazioni), apostrofandoli come degli inetti, sdraiati, non interessati a ciò che li circonda, pigri, senza desideri e ambizioni. Ma è davvero così?

    Come mai una generazione, nata in un epoca sempre più tecnologica, ha così tante difficoltà a  dialogare con gli adulti, a trovare la strada del proprio futuro?

    Sarà che non gli ascoltiamo? Sarà che li consideriamo scontati? Sarà che noi adulti (genitori, docenti, allenatori, manager etc etc) non siamo più allenati ad essere delle vere proprie guide, punti di riferimento, ispiratori o ispiratrici?

    La verità è che se decidiamo di intraprendere un viaggio, non basterà essere riforniti dei migliori equipaggiamenti possibili. La bussola più costosa in commercio e la tenda più resistente non serviranno a nulla se non abbiamo la minima idea di come usarli.

    Tra lo strumento e l’utilizzo sapiente dello stesso c’è un passaggio fondamentale: il ruolo della guida, di chi prendendoci per mano ci insegna l’utilizzo degli strumenti.

    Questa figura è in grado non solo di indicarci una via, ma anche di spiegarci per quale motivo la stiamo percorrendo e quali sono i pericoli che affronteremo.

    Una guida che ci spiega che la vera felicità sta nel viaggio, nel nostro viaggio e non quello di altri, dove scopriamo significati importanti come coraggio, desiderio ,istinto ma sopratutto liberiamo il nostro entusiasmo.

    E qui tocchiamo un altro punto a mio avviso fondamentale: la conoscenza del pericolo e i metodi per affrontarlo.

    Al giorno d’oggi si è persa l’arte della conoscenza del pericolo ma la tendenza è sempre di più quella di evitarlo. L’ostacolo è percepito come uno spauracchio da rifuggire con qualsiasi mezzo e non come un momento di crescita.
    Pensiamo a un bambino che si ammala.

    Uno scenario impraticabile per i genitori, che devono impazzire per trovare qualcuno che resti a casa con lui e per il bambino stesso che perde giorni di scuola, lezioni di flauto traverso, partite di calcio e corsi di pittura .

    Il tutto si risolve con una massiccia dose di, inutili in molti casi, “medicine” per velocizzare il processo di guarigione e si perde ad esempio la bellezza di passare del tempo seduti in poltrona accanto a nostro figlio, raccontandogli una favola, conversando, giocando una partita a battaglia navale, conversando del più e del meno o più semplicemente facendogli sentire la nostra “presenza” ascoltandoli.

     

    Ogni momento che non resta religiosamente scandito dalla nostra routine viene percepito come inutile, perso, ma così facendo siamo arrivati al punto che tutto quello che richiede un lasso di tempo maggiore della consegna delle pizze non viene più esplorato.

    Ma il concetto di tempo ci insegna qualcosa di estremamente fondamentale: che non possiamo fare tutto.

    Quindi dovremo scegliere le cose più importanti, le priorità, e dovremo dedicargli l’impegno necessario, sacrificando qualcos’altro al suo posto, in questo modo acquisterà valore.

    Il sacrificio è esattamente il punto in cui vi volevo portare con la mia riflessione. Un’altra parola che viene vissuta dai più come qualcosa di osceno.

    Sacrificarsi? E per quale ragione dovremmo consapevolmente decidere di privarci di qualcosa?

    Perché quando si perde il senso negativo di questa parola, ci si rende conto che levare da una parte per aggiungerne da un’altra la eleva, la rende inestimabile.

    Perché ci abbiamo investito e vogliamo che funzioni a dovere e siamo quindi disposti a continuare ad impegnarci, per vederla progredire.

    Ripercorrendo il ragionamento che abbiamo fatto è chiaro che il ruolo del genitore sia quello della guida, che ci mostra come arrivare a un obiettivo, coniugando ciò che decidiamo faticosamente di imparare, insieme agli strumenti che riusciamo a reperire.

    Il tempo passa e non possiamo recuperarlo ma una cosa possiamo fare: VIVERLO con chi davvero amiamo.

     

    Namastè

     

  • I doni  del nuovo millennio? Le relazioni sociali

    I doni del nuovo millennio? Le relazioni sociali

    Troppo spesso ci dimentichiamo quanto il dono sia fondamentale nelle nostre vite, soprattutto in questo periodo. Siamo evidentemente troppo soggetti a condizionamenti in grado di identificare la scienza economica come una scienza squisitamente monetaria.

    In realtà, se andiamo ad analizzare meglio le nostre azioni economiche, scopriamo che la maggior parte dei nostri comportamenti di scambio sono dettati da necessità vitali non  relazionate al denaro.

    Viviamo di gesti, di relazioni sociali, non  solo di denaro.

    Tutta la nostra vita affettiva, tutta la nostra vita familiare, le nostre relazioni interpersonali, hanno molto poco a che vedere con  i soldi.

    Benché il denaro ci sembri spesso l’unica via risolutiva delle grandi problematiche individuali e globali, come la teoria monetaria di matrice keynesiana ci ha fatto credere sin dal post ’29, la verità più profonda è che il denaro è semplicemente un mezzo al quale abbiamo attribuito via via uno scopo estremamente più elevato e più grande di quanto esso merita.

    La nostra esistenza è principalmente costituita da gesti, da azioni in cui viviamo e riceviamo all’interno del nostro universo simbolico.

    Il dono è pertanto un aspetto vitale dell’azione umana, che non ha fondamentalmente nulla a che vedere con questioni di carattere religioso.

    Talune religioni semplicemente amplificano le caratteristiche del dono stesso, ma ben capiamo dalle neuroscienze, così come dagli studi antropologici, che il tema del donare, del ricevere e soprattutto del contro-donare (il dono presuppone sempre una obbligazione a rendere) è un tema dispiegato in decine e decine di culture diverse, tanto che le società precapitalistiche concepiscono il dono e ciò che viene donato, inclusa la vita, come sistema di debito verso i propri avi e le generazioni precedenti.

     

    Perché sottovalutiamo il tema del dono in questa nostra contemporaneità troppo vincolata all’utile?

    Perché lo strapotere del denaro è tutto intorno a noi.

    E proprio nel civilizzato mondo occidentale nel quale vendiamo e compriamo organi, maternità, uteri, bambini, in cui spesso vincoliamo i sentimenti alle cifre del conto corrente (l’avrà sposato solo per i soldi?), tutto, ma proprio tutto, ci sembra possibile grazie al denaro.

    Tuttavia, è in crescente aumento il numero di persone che decidono di uscire dagli schemi dell’economia monetaria o di delimitarla fortemente in funzione della liberazione del proprio tempo e dei consumi.

    Possiamo certo indicarli come degli asociali o dei devianti, ma in realtà dietro queste scelte ci sono delle precise logiche di cambiamento e di volontà di perseguire obiettivi che vanno oltre l’accumulazione, il consumo, la spesa inutile.

    Sono persone che sentono il desidero di dare un senso alla loro esistenza, di creare quella vera innovazione sociale per il bene della comunità

    Certo, si tratta di una esigua minoranza di persone spesso ai margini dei nostri sistemi, ma che ci fanno riflettere sull’opportunità di ripensare il sistema nel quale viviamo e di proporre le basi di vita più dignitosa per sé e per gli altri.

    Namstè

     

    Photo by: Duy Pham