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  • La  violenza sulle donne? Una responsabilità collettiva

    La violenza sulle donne? Una responsabilità collettiva

    La violenza sulle donne è un problema diffuso e persistente che richiede l’impegno di tutta la società per essere affrontato in modo efficace.

    È fondamentale adottare una prospettiva di prevenzione per contrastare questa forma di violenza e creare una società più sicura e rispettosa per tutti. In questo articolo, esploreremo alcune strategie chiave per prevenire la violenza sulle donne.

            1. Educazione e consapevolezza:

    • Un passo fondamentale nella prevenzione della violenza sulle donne è l’educazione.
    • È importante promuovere la consapevolezza e l’educazione di uomini e donne su questioni quali il rispetto reciproco, l’uguaglianza di genere, il consenso e la gestione dei conflitti in modo non violento.
    • Le scuole, le comunità e i media possono svolgere un ruolo significativo nell’affrontare queste tematiche e nel promuovere una cultura di rispetto e non violenza.

      2. Promozione dell’empowerment femminile:

    • L’empowerment delle donne è cruciale nella prevenzione della violenza.
    • Dobbiamo lavorare per creare opportunità economiche, sociali e politiche per le donne, in modo che possano sviluppare fiducia in se stesse, acquisire indipendenza e abbattere i disuguaglianze di genere.
    • Investire nell’istruzione e nel sostegno  delle donne, incoraggiare la partecipazione politica e promuovere l’accesso a risorse e servizi può contribuire a ridurre la loro vulnerabilità alla violenza.
    • Bisogna creare un rapporto paritetico tra uomini e donne  nel mondo del lavoro, nelle retribuzioni e in tutti quei processi dove è giusto garantire lo stesso trattamento riservato agli uomini. Siamo nel 2023!!!!!!!

      3. Rafforzare le leggi e le politiche:

      È fondamentale che le leggi e le politiche siano adeguate per affrontare la violenza sulle donne.

    • Ciò implica l’adozione e l’applicazione di leggi che criminalizzano la violenza domestica, lo stalking, il traffico di esseri umani e altre forme di violenza di genere.
    • È altrettanto importante garantire che le vittime di violenza abbiano accesso a servizi di sostegno, come rifugi, centri di assistenza e linee telefoniche di emergenza.

      4. Coinvolgimento degli uomini:

      Prevenire la violenza sulle donne richiede il coinvolgimento attivo degli uomini.

    • Gli uomini possono svolgere un ruolo cruciale nel promuovere il rispetto e l’uguaglianza di genere all’interno delle loro famiglie, comunità e luoghi di lavoro.
    • Programmi di sensibilizzazione specifici per uomini e ragazzi possono contribuire a sfidare gli stereotipi di genere dannosi e a promuovere modelli positivi di mascolinità.

      5. Monitoraggio e ricerca:

      È importante raccogliere dati accurati sulla violenza sulle donne per comprendere appieno l’entità e la natura del problema.

    • Il monitoraggio regolare e la ricerca in questo campo forniscono informazioni preziose per sviluppare politiche e programmi di prevenzione più efficaci.
    • La raccolta di dati sulle vittime, sugli autori di violenza e sulle cause sottostanti può aiutare a identificare i fattori di rischio e a informare l’implementazione di strategie mirate.

      La prevenzione della violenza sulle donne richiede un impegno collettivo e costante da parte di tutta la società.

    L’educazione, l’empowerment femminile, il rafforzamento delle leggi, il coinvolgimento degli uomini e il monitoraggio sono tutti elementi chiave per creare una società in cui la violenza di genere sia respinta e le donne possano vivere in sicurezza.

    È importante ricordare che la prevenzione inizia con noi stessi, attraverso il modo in cui ci relazioniamo agli altri e attraverso il sostegno alle vittime di violenza. Solo lavorando insieme possiamo creare un futuro in cui tutte le donne possano vivere senza paura di violenza.

    Photo by: Sydney Sims

  • Un nuovo paradigma

    Un nuovo paradigma

    Nel collasso economico-sociale che ha preso completamente piede su scala mondiale, ci sono variabili profondamente diverse e l’economia, benché non risulti così semplice dirlo, rappresenta solo uno degli aspetti di questo complesso sistema.

    La crisi che stiamo affrontando è, come alcuni hanno ben hanno compreso, (ma non molti ahimè)  una crisi soprattutto  di natura cultuale.

    Se partiamo da questo presupposto non dovrebbe risultare difficile  pensare che uscire dalla crisi significhi rivedere i valori che sorreggono il nostro sistema.

    Per esempio quello delle relazioni umane e  dei consumi.

     

    Negli ultimi 30 anni siamo diventati più consumatori che cittadini.

    Perché?

    Negli anni di intensa crescita pre-crisi, dalla  reganomics  in poi, l’economia si è rivolta tutta alla moltiplicazione della moneta, alla speculazione finanziaria e i flussi di capitali ed è stata assolutamente dominata dalla logica del denaro e dell’acquisto a oltranza, perdendo di vista il capitale umano

    Logica che in questo periodo viene in parte ridiscussa.

    Siamo di fronte a una grande crisi politica, ideologica, filosofica, economica del modello globale.

    Un modello che prima della crisi non è stato mai in fondo messo in discussione.

    Il paradigma che si credeva eterno, quello dell’economia di mercato incapace di guardare ai molteplici aspetti del fare economia, come la vita comunitaria, la vita familiare, le nuove generazioni e altre forme di scambio, oggi è impossibile da mantenere.

    Se vediamo la crisi in prospettiva storica ci rendiamo conto che è determinante analizzare quali sono quei frangenti e quei contesti in cui si sono cercati delle alternative, delle uscite dalle precedenti crisi.

    Uno sguardo retrospettivo, uno sguardo storico, può aiutarci a decifrare l’enigma-economia che oggi ci attanaglia.

    L’economia capitalista certamente continuerà a vivere, non ne vediamo il collasso nell’immediato.

    Pur tuttavia ci riesce oggi difficile pensare che questa sia l’unica forma di fare economia, nuovi tempi ci impongono nuove riflessioni su come ripensare impresa , innovazione ( es. Innovazione Sociale),  lavori del futuro e un reale dialogo tra vecchie e nuove generazioni.

    Bisogna comprendere in quale modo possiamo ricostruire un tessuto che è stato destrutturato.

    Temi come: quiet quitting, cambio generazionale, inclusione e neet ( solo per citarne alcuni), vanno affrontati immediatamente senza se e senza ma

     

    Per poterlo fare  poniamoci alcune  domande :

    1. Quali sono le modalità per  creare  un reale processo di innovazione a partire dal terreno della cultura?

    2. Come possiamo e dobbiamo  condividere conoscenza?

    3. In che modo raggiungiamo un reale dialogo, basato sull’ascolto e il feedback,  con  le nuove generazioni?

    4. Perchè è  fondamentale    creare e sostenere l’innovazione sociale, dove persone e l’ambiente sono e dovranno  essere  i temi di riferimento?

     

    A voi le risposte

     

    Photo by: j-w-Ju

  • Please stick with me.

    Please stick with me.

    I found this letter written by a teenager and I want to recommend it to all parents, teachers, coaches and anyone who has to do with teenagers.
    Read it and think about it

    Thanks to my friend Silvia Scozzafava who reported it to me.
    Happy to have founded Hubrains to dedicate myself to young people and in search of their purpose.
    Boys and girls hang on we are here with you

     

    Dear Mum and Dad,

    Please stick with me.

    I can’t think clearly right now because there is a rather substantial section of my prefrontal cortex missing. It’s a fairly important chunk, something having to do with rational thought.

    You see, it won’t be fully developed until I’m about 25. And from where I sit, 25 seems a long way off.

    But here’s what i want my parents to know..

    My brain is not yet fully developed

    It doesn’t matter that I’m smart; even a perfect score on my math test doesn’t insulate me from the normal developmental stages that we all go through.

    Judgement and intelligence are two completely distinct things.

    And, the same thing that makes my brain wonderfully flexible, creative and sponge-like also makes me impulsive. Not necessarily reckless or negligent but more impulsive than I will be later in life.

    Please stick with me.

    So when you look at me like I have ten heads after I’ve done something “stupid” or failed to do something “smart,” you’re not really helping.

    You adults respond to situations with your prefrontal cortex (rationally) but I am more inclined to respond with my amygdala (emotionally). And when you ask, “What were you thinking?” the answer is I wasn’t, at least not in the way you are.

    You can blame me, or you can blame mother nature, but either way, it is what it is.

    At this point in my life, I get that you love me, but my friends are my everything.

    Please understand that. Right now I choose my friends, but, don’t be fooled, I am watching you. Carefully.

    Please stick with me.

    Here’s what you can do for me

    1. Model adulting.

    I see all the behaviours that you are modeling and I hear all of the words you say. I may not listen but I do hear you. I seem impervious to your advice, like I’m wearing a Kevlar vest but your actions and words are penetrating. I promise. If you keep showing me the way, I will follow even if I detour many, many times before we reach our destination.

    2. Let me figure things out for myself.

    If you allow me to experience the consequences of my own actions I will learn from them. Please give me a little bit of leash and let me know that I can figure things out for myself. The more I do, the more confidence and resilience I will develop.

    3. Tell me about you.

    I want you to tell me all the stories of the crazy things you did as a teen, and what you learned from them. Then give me the space to do the same.

    4. Help me with perspective.

    Keep reminding me of the big picture. I will roll my eyes at you and make all kinds of grunt-like sounds. I will let you know in no uncertain terms that you can’t possibly understand any of what I’m going through. But I’m listening. I really am. It’s hard for me to see anything beyond the weeds that I am currently mired in. Help me scan out and focus on the long view. Remind me that this moment will pass.

    5. Keep me safe.

    Please remind me that drugs and driving don’t mix. Keep telling me that you will bail me out of any dangerous situation, no anger, no lectures, no questions asked. But also let me know over and over and over that you are there to listen, when I need you.

    6. Be kind.

    I will learn kindness from you and if you are relentless in your kindness to me, someday I will imitate that behaviour. Don’t ever mock me, please and don’t be cruel. Humour me-I think I know everything. You probably did as well at my age. Let it go.

    7. Show interest in the things I enjoy.

    Some days I will choose to share my interests with you, and it will make me feel good if you validate those interests, by at least acting interested.

    One day when the haze of adolescence lifts, you will find a confident, strong, competent, kind adult where a surly teenager once stood. In the meantime, buckle in for the ride.

    and..

    Please stick with me.

    Love,

    Your Teenager

  • Parole d’ordine: feedback e flessibilità

    Parole d’ordine: feedback e flessibilità

    Il concetto di flessibilità (dal lat. tardo Flexibilitas-atis) come di un qualcosa di poco rigido, poco sicuro e mutevole, porta spesso fuori strada quando si parla di gestione, soprattutto se ci si accosta al ruolo di manager.

    Allora vale la pena mettere in luce due diversi aspetti della flessibilità nella gestione delle risorse:

    un lato sano grazie al quale la risorsa può e deve esprimersi prima di tutto come individuo e un lato rischioso,

    che può portare la persona in una sorta di ambiente indefinito privo di riferimenti, nel quale la sua identità e il suo talento  tenderebbero  alla dispersione.

    Il primo aspetto, quello positivo ed arricchente, si esprime nella qualità manageriale di essere flessibili alle esigenze dell’individuo, capace di intuirne le richieste ,  i bisogni, la capacità di ascolto e il feedback

    Questa modalità di elasticità permette anche di non irrigidirsi nel ruolo di manager,  capaci di mettere in atto l’intelligenza sociale , in modo da interagire con efficacia soprattutto in situazioni di complessità, creando cosi la preoccupazione empatica, fondamentale nel ruolo di un leader, di un ispiratore.

    Quindi non  solo sa cosa sta pensando l’atra persona, ma  anche  preoccuparsi, agire nell’interesse dell’altro e  creando cosi relazioni sane

    Queste capacità aiutano il manager a comprendere maggiormente il significato che la realtà assume per la risorsa in questione, significati che in moltissime occasioni non sono simili a quelli del mondo manageriale.

    Tutto questo diventa fondamentale per una idonea ed efficiente comunicazione, la quale, come sappiamo, si basa su messaggi e diversi significati che essi assumono per ciascun partecipante al dialogo.

     

    Il secondo aspetto della flessibilità, quello più pericoloso, è la totale perdita della capacità manageriale di essere un punto di riferimento per la risorsa.

     

    Bisogna considerare che le persone, dopo un primo periodo di adattamento, iniziano a voler uscire dalla interdipendenza dal proprio referente, per mettere in pratica il processo di empowerment (conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell’ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale).

     

    Egli è di conseguenza più esposto a pericoli, errori, ed è proprio in questo momento che inizia l’importanza della relazione tra “Ispiratore  e Risorsa”

     

    L’ispiratore  deve essere capace di comprendere, sostenere e rassicurare la risorsa nella esplorazione del nuovo e allo stesso tempo facilita la sua crescita e la costruzione della sua identità.

    La personalità , la creatività (immaginazione, idee e innovazione) il talento, dell’individuo vanno gestite e maneggiate con cura per evitare dispersione e perdita di motivazione.

    Ma cosa aiuta ad evitare la dispersione della creatività  e il talento di un individuo?

    L’essere per la risorsa un punto di riferimento. Capitano mio capitano, ricordate? Gli individui hanno necessità di riconoscere nel punto di riferimento, quel soggetto che agisce nell’interesse della sua crescita e  della costante formazione.

     

    L’autorevolezza e il feedback  rappresentano  le vere capacità di generare una sana e coerente relazione all’interno della comunità di riferimento.

    A differenza dell’autorevolezza, l’autorità origina malessere, demotivazione, ansia sino a portare a una vera e propria svalorizzazione del proprio potenziale e del proprio senso di identità.

    La mancanza di feedback, o peggio ancora se parliamo alle persone nella maggior parte delle cose che   non funzionano, delle azioni che hanno fatto male, diamo  il via a quel  processo di sgretolamento di quel rapporto fiduciario fondamentale per la crescita di entrambi.

    La flessibilità di un manager e lo sforzo per perpetuarla, creano le condizioni per far rispettare le regole e i divieti con spiegazioni e motivazioni coerenti e accettate incondizionatamente dalla comunità, sempre restando coerenti, assicurando così una crescita sana.

    Questa capacità di flessibilità manageriale, oltre alla funzione di permettere la formazione dell’identità dell’individuo, ha anche la caratteristica di rassicurare le persone di vivere in un contesto di regole chiare.

    Egli sente infatti che il manager capace di imporgli dei limiti, stabilendo uno spazio e un insieme di regole all’interno delle quali poter agire, sarà anche in grado di difenderlo da attacchi esterni, proprio perché è il garante dei confini stabiliti.

    Allora si che  persone opereranno in un contesto flessibile ma resistente, dove poter operare liberando la propria creatività sapendo di essere sempre circondato da un’atmosfera di rispetto e comprensione.

    Namstè

     

    Photo by: Dima Pechurin

     

     

     

     

     

  • Quel numero si chiama: Creatività.

    Quel numero si chiama: Creatività.

    Passiamo troppo tempo a studiare il passato, la storia.

    Non ci concentriamo nel qui e ora, non pensiamo nel presente a cambiare modelli educativi per prepararci a un futuro migliore.

    Molti Paesi stanno cambiando i modelli educativi per far sì che le generazioni future possano trovare posto nelle economie del XXI secolo, non rendendosi conto che non sappiamo nemmeno come sarà l’economia nella prossime settimane.

    Il fisico e matematico Hawing sosteneva che non c’è differenza tra ciò che può essere ottenuto da un cervello biologico e un’intelligenza artificiale.

    Sempre Hawing affermava che l’intelligenza artificiale può superare quella biologica.

    Tutto questo sarà possibile cambiando il nostro sistema educativo, progettato e pensato nella cultura intellettuale dell’Illuminismo e nelle circostanze della prima rivoluzione industriale.

    Quella che noi chiamiamo “educazione”, “fenotipo”, “ambiente” o quello che noi facciamo per aiutare la crescita, rivoluzionando i modelli educativi, ha la possibilità di cambiare la storia e l’esperienza umana, l’informazione alla base, l’informazione genetica con cui abbiamo a che fare nelle persone che siamo.

    Ma allora dov’è il limite, se c’è un limite.

    Il cervello risponde in millesimi di secondi.

    Se vogliamo sapere quanto possiamo fare per il cambio di modelli mentali, di pensieri di un bambino basta fare un semplice calcolo: moltiplicate millesimi di secondi per centesimi di secondi per decimi di secondi per secondi per minuti per ore per giorni per settimane per mesi per anni, cioè il tempo che un bambino sta a scuola e condivide la crescita con un adulto.

    Otterremo un numero tendente all’infinito, quel numero rappresenta la plasticità di sviluppo di un bambino.

    Quel numero rappresenta quanto si potrebbe, nella realtà, mettere al servizio dell’umanità.

    Questa è la chiave per dar vita a un’intelligenza biologica allenata alla costruzione di un’intelligenza artificiale straordinaria.

    Quel numero si chiama: Creatività.

    Nasciamo tutti  con un dono straordinario:  la creatività,  ma molti di noi lo disperdono, perdendo cosi  l’opportunità di essere e rimanere “Nomadi Creativi”

     

    Photo by: Sharon Mc Cutcheon

  • Il coraggio di cambiare

    Il coraggio di cambiare

    Il nostro “qui e ora” che scandisce i momenti più o meno importanti della nostra vita, le persone e le cose che giornalmente ci circondano non destano in noi, in moltissimi casi, un vero stupore.

    Tutto quello che fa parte della nostra routine origina poco interesse poiché la consuetudine ci impedisce di rendere la vita di tutti i giorni piena di avventure ed entusiasmo.

    Condurre la propria vita con pigrizia, tenere la propria creatività in uno stato di dormiveglia ed innestare un processo noioso, non fa altro che  creare la convinzione di sapere già tutto dimenticando una meravigliosa arte, quella dell’osservare.

    Solo la creatività e con essa l’entusiasmo provocano e mobilitano non solo le energie individuali, ma ci mobilitano verso una vera e nuova dimensione, quella dell’intelligenza collettiva.

    Privarsene vuol dire adattarsi agli eventi e non essere l’evento stesso, vuol dire sopravvivere piuttosto che vivere. I rischi, le incognite, così come i possibili errori/fallimenti, sono indispensabili per l’essere umano.

    Vivere senza di loro vorrebbe dire trovarsi a vivere una vita priva di immaginazione, di idee e di innovazione, i tre irrinunciabili elementi del pensiero creativo.

    Bisogna liberare il piacere dell’immaginazione, solo così alimentiamo la nascita delle idee, avendo così la gioia e il coraggio per andare incontro al futuro, eliminando quel timore che ci impedisce di vivere appieno il nostro presente.

    Non avremo mai la possibilità di conoscerci veramente, né di conoscere il nostro reale valore, se non capiremo e accetteremo il confronto con la realtà vera.

     

    Dobbiamo smettere di pensare di essere in una piccola realtà ma considerare di convivere in un libero spazio da tutti accessibile.

    L’innovazione,  la sana inquietudine e il coraggio di cambiare, con le loro trasformazioni “diruptive” ci proiettano in un mondo fatto di intelligenza collettiva .

     

    Possiamo, come Narciso innamorato della sola unica sua immagine, concentrarci su noi stessi, sul nostro EGO, pensando che non cambierà mai nulla o, vivere, condividere, partecipare e connetterci  con il mondo.

    Allora si che  cosi potremmo scrivere e ascoltare la colonna della nostra esistenza e  saremo considerati  Ispiratrici e Ispiratori del futuro i Mecenati del Nuovo millennio

    Namstè

     

     

     

     

     

  • Successo? Non stare fermi, agire, è l’unica possibilità.

    Successo? Non stare fermi, agire, è l’unica possibilità.

     

    • Primo, non stare fermi, agire, è l’unica possibilità di rinascita
    • Secondo, è l’agire che ci dice quello che siamo.
    • Terzo, reagire al fallimento, parola d’ordine: resilienza.

    Numerose le trappole della mente che spesso ci impediscono di imparare dagli errori e ottenere risultati migliori.

    La prima tendenza è quella del rifiuto. Sembra che ammettere di avere fatto un errore e provare a correggerlo sia la cosa più difficile del mondo. Richiede infatti di “mettere in discussione il proprio successo”.

    Perché abbiamo una naturale propensione al rifiuto? Gli psicologi hanno dato a questo atteggiamento il nome di “dissonanza cognitiva” che descrive le difficoltà della mente nel conciliare due pensieri apparentemente contraddittori.

    La seconda trappola che la mente ci riserva consiste nel rincorrere le nostre sconfitte nel tentativo di scacciarle. Fare pace con le nostre sconfitte può essere insostenibile.

    Mentre il rifiuto è non voler riconoscere un errore e rincorrere le proprie sconfitte aggrava il danno nel tentativo di cancellare frettolosamente lo sbaglio, l’editing edonistico è un processo più elusivo che consiste nel convincere noi stessi che l’errore non conta.

    Un modo per metterlo in pratica è fare un unico fascio di vittorie e sconfitte.

    Un processo psicologico diverso, sebbene abbia un effetto simile sulla nostra capacità di imparare dagli errori, consiste semplicemente nel reinterpretare i fallimenti come successi. Ci convinciamo che quello che abbiamo fatto non è così male, anzi che tutto è riuscito al meglio.

    Reinterpretare i fallimenti come successi, abbandonando la paura del giudizio  di chi è schiavo del proprio EGO

    Parola d’ordine: RESILIENZA

    Un gruppo di ricercatori, tra cui lo psicologo Daniel Gilbert, ha dimostrato quanto questa tendenza sia profondamente radicata nella nostra mente.

    “Questa è la felicità in sintesi: quello che ho avuto è molto meglio di quanto pensassi! Quello che non ho avuto, fa schifo!”

    Tendiamo a considerare le decisioni che abbiamo preso in passato migliori di quello che sono.

    Sono questi, dunque, i tre ostacoli che ci impediscono di seguire il vecchio consiglio “impara dai tuoi errori”:

    • il rifiuto, perché non sappiamo separare il nostro errore dall’autostima
    • il comportamento autodistruttivo, perché aggraviamo le sconfitte cercando di recuperarle
    • i tentativi di indorare la pillola delineati da Daniel Gilbert, in base ai quali ricordiamo gli errori del passato come fossero trionfi, o mescoliamo insieme fallimenti e successi.

    Namastè

     

    Photo by Bich Tran 

  • Strategia al femminile

    Strategia al femminile

     

    “Con la razionalità vai da A a B, con l’immaginazione vai ovunque”.

    Albert Einstein

     

    La scienza ormai ci dice che donne e uomini hanno un cervello diverso, o che lo usano in maniera diversa, ossia gli uomini maggiormente l’emisfero sinistro, matematico e razionale, e le donne maggiormente l’emisfero destro, sistemico e creativo.

     

    La strategia è donna

    Detto questo se concordiamo sul fatto che la strategia richiede più creatività e immaginazione rispetto alla tattica che invece è più un problema di razionalità, allora possiamo sostenere che la strategia è donna, ovvero che è per le donne, come del resto lo è l’innovazione, nella quale uno delle caratteristiche salienti è un “female approach” in termini, di nuovo, di utilizzo del cervello.

     

    La disciplina della Strategia

    Nella disciplina della Strategia gli ultimi 15 anni hanno registrato una decisa inversione dagli approcci razionalisti della Strategic Planning, e del modello Five Forces di Porter, ad approcci più aperti ed evolutivi, meno matematiche e più logico-concettuali, e quindi consoni al cervello femminile.

    Cito come esempi la Strategic Architecture di Hamel e Prahalad nel 1995, la Blue Ocean Strategy di Kim e Mauborgne, il Design Thinking di Roger Martin, la Value co-creation di C.K. Prahalad o la Theory U di Otto Scharmer.

    In tutte queste moderne discipline in qualche modo figlie delle teorie della complessità ed evoluzioniste prevale il generale sul particolare, il grande disegno ed il senso complessivo, la visione sistemica e olistica, tutti caratteri più da cervello femminile che maschile.

     

    Dalla competizione alla collaborazione

    Ancora, uno dei paradigmi centrali della Strategia nel XXI secolo è il passaggio dalla Competizione alla Collaborazione.

    Ed anche in questo caso le Donne, e sopratutto quelle realizzate in modo più completo con la maternità, credo diano qualche punto agli Uomini.

    Ricordate l’ipotesi di scelta di “collaborazione” invece che di competizione per la ragazza bionda?

    “Incompleto … Adam Smith va rivisto” dice Nash ad un certo punto  “perché il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per se e per il gruppo … Adam Smith si sbagliava, dinamiche dominanti signori “, contrariamente alla tesi di Smith, per il quale il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa la scelta migliore solo per se.

    Oso aggiungere che i minori problemi che le Donne hanno, nella media, col proprio Ego rispetto agli Uomini, e la maggiore propensione a non identificare le idee con se stesse ed cambiare idea e adattarsi le porta ad avere un potenziale migliore degli Uomini per la Strategia.

     

    Cambiamento e adattamento

    Ricordate il paradigma basilare di Charles Darwin “Non è il più forte, né il più intelligente che sopravvive. Ma chi si adatta meglio al cambiamento”

    e quello di Albert Einstein “Non si può risolvere un problema con lo stesso livello di consapevolezza che lo ha originato”.

    Concludo con una variazione di una famosa frase di Peter Senge che affermava riferendosi alla non sostenibilità della nostra attuale società “Finita la società degli uomini abbiamo speranza per una dei Gorilla?” affermando :

     

    Finita la società degli uomini abbiamo speranza per una delle Donne, data le loro maggiori capacità naturali a mettere in atto strategie idonee ad affrontare i problemi complessi della società di oggi?

    Namstè

     

    Foto di ANTONI SHKRABA da Pexels

  • Creatività, la nostra sana inquietudine

    Creatività, la nostra sana inquietudine

    La nostra unicità è uno strumento potentissimo per portare un vero processo di cambiamento nella nostra quotidianità, nel nostro qui e ora.

    Viviamo in un’epoca dove non è più sufficiente essere semplicemente innovatori, dobbiamo essere, dirompenti, inquieti,  veri rivoluzionari, per questo motivo dobbiamo ritrovare e liberare  la nostra creatività.

    La Creatività ha bisogno di una mente non convenzionale, altrimenti continua ad utilizzare gli stessi modelli mentali che il nostro Ego ci ripropone.

    Nella vita come nel lavoro. Essere creativi significa essere nel nuovo e naturalmente- il nuovo- ci porta a vivere il qui e ora, abbandonando le convinzioni passate. Con la creatività siamo collegati costantemente alla sperimentazione, all’innovazione, all’esplorazione. Tutto questo non ci dà nessuna garanzia su cosa verrà fuori, su cosa succederà, ma una certezza l’abbiamo: scegliamo noi.

    Liberiamo la nostra creatività, solo cosi andremo verso il nuovo

    La creatività non ha limiti, ci consente di immaginare qualsiasi cosa e le idee che ne scaturiscono sono portatrici di possibili e straordinari cambiamenti. Ma come faccio ad essere creativo? O meglio come posso far uscire la mia infinita creatività?

    Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo avere paura di sbagliare, non dobbiamo avere paura del giudizio. Dobbiamo invece portare sempre con noi una meravigliosa e sana “follia”.

    Scrittori, musicisti, pittori, poeti, imprenditori, sportivi e molti altri,  sono grandi perchè hanno fatto della loro creatività il loro mantra.

    Donne e uomini come: Gandhi, Gesù, Socrate, Nelson Mandela, Giordano Bruno, Nikola Tesla, Frida Kahlo, Marie Curie, Billie Holiday, Maria Montessori, Martin Luther King, Steve Jobs sono alcune delle figure perseguitate perché portatrici del nuovo, portatrici delle idee rivoluzionarie scaturite dalla creatività.

    Questo è quello che dobbiamo insegnare alle nuove generazioni. Dobbiamo liberare la loro grande bellezza!!!!!

     

    Parlavano in modo nuovo, si comportavano in modo non convenzionale e la massa non poteva tollerarlo. La cosa incredibile è che queste persone hanno sacrificato la propria esistenza per portare ricchezza a tutta l’umanità. I creativi sono folli, sono inquieti, e  si comportano come tali.

    Rischiano tutto per le loro idee, per la loro infinita immaginazione, senza nessuna garanzia. La cosa straordinaria è che vivono della loro creatività e sono portatori e portatrici di sana energia, sono il sale della vita, portano prosperità, innalzano la coscienza delle persone, ma soprattutto infettano il mondo di positività e speranza.

    Tutta l’evoluzione del mondo è scaturita da persone definite “folli e inquiete”. Non si curano delle masse. Le menti collettive sono contro il nuovo. Affermazioni come: “Si è sempre fatto cosi”, “Non lasciare la strada vecchia per quella nuova”, “Sono cose da uomini” , ” Sei troppo giovane per capire” etc., sono il veleno  contro il nuovo, sono l’eredità tramandata dalla tribù che ha paura del vivere il qui e ora ma sopratutto non ha il coraggio di cambiare.

     

    Photo by edgar chaparro

  • Siamo tutti  “Nomadi Creativi”, ma pochi lo sanno

    Siamo tutti “Nomadi Creativi”, ma pochi lo sanno

    E’ cosi, la creatività ha bisogno di una mente non convenzionale, altrimenti continua a ripetere gli stessi schemi, nella vita come nel lavoro.

    Essere “Nomadi Creativi” significa essere nel nuovo e naturalmente il nuovo ci porta a vivere il qui e ora, abbandonando le convinzioni passate, per entrare nell’universo della consapevolezza

    Con la creatività siamo collegati costantemente al cambiamento all sperimentazione, all’esplorazione. Tutto questo non ci dà nessuna garanzia  su cosa succederà, ma una certezza l’abbiamo: scegliamo noi.

    La creatività non ha limiti, ci consente di immaginare qualsiasi cosa e le idee che ne scaturiscono sono portatrici di possibili e straordinari cambiamenti.

    Tu che stai leggendo ti stai chiedendo perchè “Nomade Creativo“?

    Provo a spiegarlo.

    Nomade: cerca la migliore condizione per la sua comunità e di conseguenza per se.  Il nomade scorre, lieve, sulla terra, è fluido nell’organizzazione, coglie la vita che gli serve per la vita Quello del nomade, in poche  parole, è come un fascino di gioventù: pare poco serio, ma è di vitalità magnetica.

    Creativo: perchè non si limita alla conoscenza va oltre. Il seme della creatività è già li nel bambino di pochi mesi. E’ questo seme vuole  crescere, progredire,  quindi immagina, elabora idee e cerca nuove strade

    I Nomadi Creativi sono folli perchè si comportano come tali. Rischiano tutto per le loro idee, per la loro infinita immaginazione, senza nessuna garanzia, vivono per il loro scopo.

    Il loro obiettivo è dare  vantaggio alla  comunità e di conseguenza anche a sé stessi, liberando creatività, entusiasmo e passione.

    I nomadi creativi  sono in costante connessione con altri, amano confrontarsi e collaborare, attraverso il  principio del dono.

    Liberano la loro sana inquietudine, anno spazio alla creatività, fatta di  immaginazione, idee e non si limitano a innovare, perchè in molti casi l’innovazione non è più sufficiente!!!

    Vogliono rivoluzionare!

     

    La cosa straordinaria che vivono della loro creatività e sono portatori e portatrici di sana energia, sono il sale della vita, portano prosperità, innalzano la coscienza delle persone ma soprattutto infettano il mondo di positività e speranza.

    Tutta l’evoluzione del mondo è scaturita dai Nomadi Creativi,  persone chiamate “folli”. Non si curano delle masse. Le menti collettive sono contro il nuovo, citazioni come: si è sempre fatto cosi, non lasciare la strada vecchia per quella nuova, sono cose da uomini etc etc., sono l’antidoto contro il nuovo, sono l’eredità tramandata di ciò che si conosce, dalla TRIBU‘.

    Gandhi, Gesù, Socrate, Nelson Mandela, Giordano Bruno, Nikola Tesla, Frida Kahlo, Marie Curie, Billie Holiday, Maria Montessori, Martin Luther King, Marie Curie, sono alcuni Nomadi Creativi perseguitati perchè portatrici del nuovo, portatrici delle idee rivoluzionarie scaturite dalla loro creatività, dalla loro passione e dal loro entusiasmo.

     

    Parlavano in modo nuovo, si comportavano in modo non convenzionale e la massa non poteva tollerarlo. La cosa incredibile, è che queste persone hanno sacrificato la propria esistenza per portare ricchezza a tutta l’umanità.

    Persone, come diceva Cicerone, perseguitate in vita e osannate da morte.

    Ma una verità è certa: ogni volta che un essere umano, donna o uomo che sia,  porta il nuovo, diffonde la sua creatività e condivide le sue idee, ha deciso di vivere!

    Abbandona il proprio Ego alla scoperta della propria coscienza. Sta realizzando il suo scopo, l’essenza per cui è sulla terra, la sua creatività nascosta esce, diventa evidente e quando tutto questo ha inizio, finalmente sta nascendo qualcosa di immenso per tutti.

    Tutti siamo Nomadi Creativi, ma pochi lo sanno

     

    Namastè

     

    Photo by: julian gentilezza