Categoria: Storie

  • ”Sport & Future”, come riconoscere e gestire un talento

    ”Sport & Future”, come riconoscere e gestire un talento

    Se come è, tutti alla nascita abbiamo un talento, allora varrebbe la pena rispondere ad alcune domande.Come si riconosce un talento? E, una volta individuato, come va gestito? Sono interrogativi a cui è chiamato a rispondere sia un allenatore, nello sport, sia un manager nell’ambito delle organizzazioni aziendali. Perché il talento è in ogni ambito della vita ma per liberarlo e fargli spiccare il volo è necessario un percorso di crescita da parte di un individuo di riferimento, un ispiratore.

    I talenti vanno individuati

    La scorsa settimana  ho lanciato “Sport & Future” – la prima tappa si è tenuta il 2 dicembre al Toolbox di Torino – una serie di eventi dedicati agli allenatori delle società sportive dilettantistiche, alle prese quotidianamente con migliaia di ragazzi da gestire, allenare e per chi, avendo a che fare con il talento, è preposto alla sua crescita e al suo successo. Successo, però, che non deve essere misurato in termini quantitativi: non servono soltanto i numeri, i gol segnati – se parliamo di calcio – o le presenze fatte. Bisogna considerare il benessere del talento: la sua crescita dipende dall’avere di fronte a sé una visione, un obiettivo che lo stimoli a performare. L’allenatore è la figura fondamentale. Spetta a lui il compito di individuare il talento, una merce preziosa e distribuita in modo squilibrato se si pensa che solo il 10% delle persone che noi reputiamo talentuose è il vero responsabile del successo di un determinato dominio. Sapevate che, ad esempio, il 50% di tutta la musica classica ascoltata nel mondo si deve al genio di soli 16 compositori? È un dato emblematico della condizione di emarginato in cui spesso viene relegato il
    talento. E anche qui gli esempi si sprecano dal compositore Bach fino a Van Gogh per arrivare a Gregor Mendel. Dove sono gli errori? Innanzitutto nel valutatore, vittima di un pregiudizio cognitivo: il suo parere nella considerazione delle potenzialità di uno sportivo – o di una personalità con spiccate capacità in qualsiasi settore – è ostacolato da condizioni pregresse che distorcono la reale percezione. Ad esempio questo avviene nei Dratf. Il draft NBA è un evento annuale della National Basketball Association (NBA) nel quale le trenta squadre possono scegliere
    nuovi giocatori. Questi devono avere almeno diciotto anni e di solito provengono dai college, nonostante fossero frequenti anche le scelte di giocatori internazionali o provenienti direttamente dalle high school, opzione divenuta impossibile dal draft del 2006 In questa selezione dei nuovi giocatori per la più importante competizione di basket americana, spesso le loro prestazioni sono inferiori alle aspettative che si sono create durante la scelta, ma i cestisti selezionati e considerati talentuosi vivono nella maggior parte dei casi di rendita. Guadagnano di più, vengono sostituiti di meno e difficilmente cambiano squadra. Ecco un pregiudizio cognitivo.

    Stimoliamo l’entusiasmo

    Una componente fondamentale di un talento è il suo entusiasmo. E un allenatore e ispiratore deve infondere nel giovane questa “essenza di Dio” così come da etimologia del termine. Attrarre, suscitare interesse, spiegare al talento le cause finali del progetto: ecco i doveri di un allenatore. Che è anche un ispiratore: un personaggio unico, che ci trascina via dal quotidiano, dall’apatia e ci porge le chiavi per entrare nello straordinario. Stimola passione, coraggio, entusiasmo e voglia di ripartire. Anche dopo una sconfitta e un fallimento. Una regola che vale per lo sport, per le organizzazioni aziendali. Per la vita.

  • Benvenuti nell’era della creatività

    Benvenuti nell’era della creatività

    La tecnologia sta cambiando il mondo. Grazie allo sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale, in un futuro non troppo lontano, robot e apparecchi elettronici svolgeranno i lavori meccanici e ripetitivi che fino a ora sono nelle mani degli operai. Agli uomini, però, resterà il compito di agire nel mondo con una competenza peculiare: la creatività. I protagonisti di questa nuova era del “pensiero creativo” – una capacità propriamente umana – sono i millenial. Gli attori principali di un cambio di paradigma nel modo di concepire il lavoro, il business e l’imprenditoria. E pertanto vanno ascoltati, non solo criticati e bollati dall’alto di una mentalità che sta tramontando.

    Un nuovo scenario

    Lo scenario di un mondo del lavoro rafforzato, se non dominato, dalla presenza dei robot e dell’intelligenza artificiale non è più soltanto frutto di previsioni e proiezioni. Il cambiamento apportato dalle tecnologie è già evidente oggi seppur con un impatto minore rispetto alla portata che si prevede possa avere nei prossimi anni. Ma non bisogna spaventarsi. I robot toglieranno numerosi lavori ma ne creeranno altri: bisogna soltanto accettare il cambio di paradigma che porterà nuove opportunità per le persone.

    Spazio alla creatività

    Il futuro quindi sarà popolato dalla creatività, dall’intelligenza sociale e emotiva, i motori di una nuova forma di produttività. Chi saranno i protagonisti di questa nuova era della creatività e dell’immaginazione? È facile dirlo: i millenial. La generazione nata tra gli anni Ottanta e Novanta che si appresta a sostituire quella dei suoi genitori, i cosiddetti “baby boomer”.  Anzi, i millenial sono già numericamente presenti nella società. In America i hanno già superato in numero i membri della generazione precedente (la Generazione X dei nati negli anni 1960-1980). In Italia parlando di millennial facciamo riferimento a circa 11,2 milioni di persone diviso tra nord Italia (42%) centro (19%), sud e isole (39%). Oggi i millennial sono circa un terzo della forza lavoro, ma entro il 2020 rappresenteranno più del 50% della forza lavoro a livello globale.

    Insomma, è la generazione del futuro che però deve compiere i passi più importanti nel presente, nel qui e ora. È il momento in cui gli adulti, a capo delle aziende o ai piani alti delle istituzioni che contano, comincino loro a dar spazio, a ascoltare le loro voci e istanze. Sfatando miti e pregiudizi che spesso sono stati affibbiati ai millenial.

    ASCOLTA LA PUNTATA DEL PODCAST “NOMADI CREATIVI” DEDICATA ALLA CREATIVITA’

  • Liberiamo il potenziale dei millenial

    Liberiamo il potenziale dei millenial

    Nel 2025, tra pochi anni quindi e non in futuro lontano, i millenial – coloro che appartengono alla generazione nata tra gli anni Ottanta e Novanta – rappresenteranno il 70% circa della popolazione attiva. È facile pensare come molti di loro, sperando senza distinzioni di genere che spesso sono emerse in contesti aziendali, saranno a capo di organizzazioni di varia natura. È un naturale cambio generazionale che però a qualcuno fa paura. In particolare ai boomer che continuano a considerare i millenial, in molti casi i propri figli, pigri, egocentrici e poco responsabili. Non è sempre così. Bisogna accettare il cambiamento e capire come attrarli comprendendo le loro esigenze e attitudini senza stigmatizzarli e etichettarli negativamente.

    Il malessere dei millenial

    Crediamo che un rapporto pacifico e collaborativo tra boomer, millenial e Generazione X sia possibile. La formula è semplice: gli adulti ascoltano e ispirano, i millenial recepiscono e agiscono secondo la propria mentalità, diversa sì ma non da contestare. Se non li ascoltiamo e aiutiamo, perderanno l’orizzonte del futuro, già abbastanza fosco. Il periodo storico di crisi economica, sociale e politica, unito alle minacce del cambiamento climatico, provocano nei giovani uno stato di malessere. Non si vedono prospettive, il futuro si sposta sempre più avanti, si vive in un costante presente negativo. E gli errori spesso provengono anche dai genitori che hanno accudito i propri figli facendo credere loro che tutto fosse possibile nella vita, che ogni loro sogno si sarebbe avverato grazie all’intervento della famiglia. Una volta entrati nelle aziende o genericamente nel mondo del lavoro – come ci fa notare il saggista e esperto di comunicazione, Simon Sinek in un noto intervento su Youtube – hanno scoperto “che la mamma non può farli avere una promozione, che se arrivi ultimo non ti danno niente”.

    Il nostro ruolo di ispiratori deve cambiare rotta. Deve puntare a risvegliare il talento che è in ogni millenial, a stimolarlo recependo le sue esigenze, a far spiccare il volo alla creatività. Come devono comportarsi pertanto le aziende?

    Il ruolo delle organizzazioni

    Le organizzazioni devo assolutamente garantire nei fatti, e non solo nelle parole, il rispetto di alcuni valori etici. Parliamo di una politica di welfare aziendale che incrementi il benessere del lavoratore e della sua famiglia e una concezione di smart working concreta. Bisogna uscire dalla logica del bedge – siamo nel 2019 e ancora pensiamo che il bedge possa essere uno strumento di controllo – per entrare in una logica di risultato e quindi una produttività basata sulla qualità, su obiettivi chiari, con una maggior capacità organizzativa e di gestione. E ancora una reale costruzione e implementazione di employer branding (strategia atta a definire l’identità dell’organizzazione come luogo di lavoro interessante e accattivante per i potenziali candidati, dipendenti e, a cascata, per i clienti) attraverso una comunicazione costante e soprattutto coerente a tutti i dipendenti.

    Liberiamo il talento dei millenial

    I millenial vogliono lavorare in un ambiente tecnologico e che garantisca un buon equilibrio tra la vita privata e gli impegni lavorativi. Non riescono a lavorare senza un obiettivo. Hanno bisogno di condividere, collaborare e muoversi in sinergia portando il sorriso sulle labbra al mattino quando iniziano la giornata lavorativa. Le aziende sono perciò chiamate a concedere loro maggiore flessibilità, mettere a loro disposizione quanta più tecnologia possibile, aiutarli a trovare il giusto equilibrio tra il lavoro e la vita privata, coltivare e implementare una cultura della collaborazione, concedere loro l’opportunità di crescere, fissare degli obiettivi reali per cui valga la pena impegnarsi. E far seguire i millenial da un mentore.

    Nella maggior parte delle organizzazioni, molte persone sono ancorate a concetti superati. Non esiste una concreta capacità di analizzare e liberare quelle capacità (soft skills) che rendono unico il talento. È impellente la necessità di cambiare il paradigma. ­ È come se il millenial avesse scritto sulla fronte: dimmi delle cose che non so, stupiscimi. Ma come fare?

    Intanto iniziamo a pensare a una nuova figura all’interno dell’organizzazione: quella dell’Inspirations Manager, colui che aiuta le aziende e le organizzazioni a liberare il potenziale e le energie dei propri dipendenti attraverso corsi di trasformazione manageriale basati sull’allineamento. Questo è uno tra i tanti obiettivi della nascente Hubrains, organizzazione no profit che aiuta a sviluppare idee, a selezionare talenti e a implementare un Talent Hub all’interno delle organizzazioni.

  • ”Nomadi creativi”, una serie di podcast per dare voce ai talenti e alle loro buone idee

    ”Nomadi creativi”, una serie di podcast per dare voce ai talenti e alle loro buone idee

    Il podcast – formato sempre più in crescita anche in Italia – è un medium che stimola l’ascolto di storie e di idee e instaura un rapporto di intimità tra fruitore e autore. Non poteva esserci strumento migliore per raccogliere la voce dei talenti e dei millenial e divulgare le loro buone idee per lo sviluppo della qualità della vita e dell’ambiente. È questa anche una delle tante missioni di Hubrains, la community per cui il podcast nasce.

    Ogni settimana, su Spreaker, Spotify, Apple Podcast e su tutte le piattaforme per l’ascolto gratuito, troverete un contenuto audio dedicato al rapporto tra millenial e mondo del lavoro, alla necessità, da parte di aziende e organizzazioni, di ascoltarli e trasformare le loro idee, il talento, in azioni concrete per il benessere collettivo.

    Il podcast è prodotto da me, Giustiniano La Vecchia, scritto assieme a Luigi Lupo, con la voce del noto doppiatore, Gianni Gaude. Il montaggio è firmato da Massimo Rivolta per ODS Studio di Torino.

  • È uscito su Amazon il libro “La Vita è una Startup”

    È uscito su Amazon il libro “La Vita è una Startup”

    È uscito in formato cartaceo e in ebook il mio libro La Vita è una startup, acquistabile su Amazon. Un romanzo, puntellato di pillole di formazione, che narra una storia di riscatto e di rinascita personale e professionale, basata sulla straordinaria qualità che l’essere umano possiede: la creatività.

    Un libro dedicato a chi non accetta lo status quo, a chi crede in un’altra possibilità, alle nuove generazioni, agli startupper e a chi ha un’idea per una futura startup, ai manager del presente e del futuro, a chi crede nel talento, a chi vuole liberare il talento. A chi crede nell’economia della creatività, ai genitori, ai figli e soprattutto a chi è caduto e vuole rialzarsi. Nei prossimi giorni, uscirà in versione audiolibro, accompagnato dall’omonima serie di podcast, su Audible.

    Parte del ricavato delle vendite del libro e dell’audiolibro sarà devoluto alla Fondazione Dynamo Camp.

    Sinossi

    Si dice che molti individui hanno un lavoro se pur prestigioso privo di un reale significato personale, dimenticando cosa sia realmente importante nella loro esistenza. Se è cosi qual è il reale significato per ognuno di no del vero “Lavoro”?
    E quale obiettivo dovremmo prefissarci per vivere una vita piena, quello più gratificante per noi o più apprezzato dagli altri, e dalle loro aspettative?
    Gabriele, importante manager di una multinazionale, dedica il suo tempo in gran parte alla carriera, trascurando famiglia ,affetti più cari: suo figlio Luca e sua moglie Laura. Ma dimenticando soprattutto di vivere la sua esistenza. Costringe se stesso a vivere in un limbo perenne, rinchiuso dal rimorso ma bloccato nel ‘trasgredire’ dal forte senso del dovere che lo caratterizza e dalla peggiore delle cose: la paura del giudizio degli altri e delle loro aspettative. Degli eventi improvvisi però, tra cui un violento rapimento, cambieranno totalmente la sua vita e portando cosi Gabriele alla riscoperta della sua esistenza, dove il lavoro non deve essere solo fisico o mentale, ma anche spirituale. Un evento che Jung chiamerebbe “Sincronità”. “La Vita è una Startup, con il racconto avvincente di Gabriele e degli altri personaggi che si incontrano lungo il cammino, cela, forse il più importante tra gli insegnamenti: attraverso la conoscenza e vivendo il qui e ora, bisogna abbandonare le convinzioni per entrare nel mondo della consapevolezza. La narrazione guida l’ascoltatore in due modi: accompagnandolo attraverso la storia, ma anche aiutandolo a capire che la strada della vita può essere altrettanto gratificante e avvincente se si saprà bilanciare lo sforzo verso il mondo con la cura di se stessi e dei propri sogni, attraverso, coraggio, passione e desiderio.

  • Non giudichiamo i millenials, alleiamoci con loro

    Non giudichiamo i millenials, alleiamoci con loro

    (la foto in copertina è di Julián Gentilezza)

    Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione perfino biologica.
    (Salvador Allende)

    I millenials, secondo molti, sono pigri, insoddisfatti, legati solo al mondo social, ma non è cosi. Non possiamo catalogarli in una categoria definitiva, classificandoli e basta. In particolare i giovani sono estremamente diversi. Sicuramente le tecnologie digitali sono comuni alla maggior parte di loro ma l’uso che ne fanno e il comportamento sarà sicuramente diverso tra un millenial di Roma, rispetto a uno di Sidney o nei confronti di un altro di San Francisco.

    Il millenial e la sua “tribù” di provenienza

    Parliamo di individui con grande dimestichezza del mondo digitale, connessi costantemente con quella realtà, sempre meno disponibili ad ascoltare cose scontate. Dobbiamo ricordarci anche che ogni millenial è stato creato, in buona parte, dalla tribù dove è cresciuto: lì, nella prima parte della sua esistenza, ha assorbito come una spugna il buono e il cattivo di quella tribù. Successivamente con la crescita, ha iniziato quel percorso esplorativo per apprendere attraverso le proprie esperienze. Quanto avrà e con quali modalità avrà appreso nella prima parte della sua esistenza, saranno i fattori che determineranno l’utilizzo di quel meraviglioso dono chiamato creatività.

    Allearci con i giovani, essere i loro ispiratori

    La prima fase della startup della propria esistenza è destinata all’apprendimento a cui segue la seconda fase, dove iniziano le proprie esperienze. In questa tappa sarà fondamentale per noi adulti non ghettizzare i giovani ma allearci con loro, dialogare. Siamo abituati a giudicare i giovani e portarci dietro pregiudizi derivanti da una pericolosa superficialità dimenticandoci che il mondo è dominato da adulti che sono stati a loro volta, bambini e adolescenti. Siamo noi adulti, con i nostri pregiudizi, ad essere spesso lontani dalla realtà. Quella di chi è ancora giovane e non può contare su esperienze dirette ma soltanto sul sentito dire, quindi sulle convinzioni. È nostro dovere essere ispiratori, permettere loro di fare esperienze e crescere in consapevolezza.

    Essere per loro ispiratori, (capitano mio capitano dell’Attimo fuggente, ricordate?), prevede una condizione necessaria: il coraggio! Tutto questo costa fatica perché essere ispiratori vuol dire permettere loro di liberare la loro creatività, credere
    in loro, permettergli di sbagliare, fallire. I millenial deveno essere inquieti e non inquietanti, perché una sana inquietudine genera nuove sperimentazioni, traguardi, idee. Solo cosi potremmo pensare di continuare a crescere, progredire e prosperare sia come individui sia come comunità.

  • Chi è invidioso non è felice, non vede la verità

    Chi è invidioso non è felice, non vede la verità

    Non solo tutto ciò che è visibile è reale. I sentimenti non sono visibili, eppure sono reali perché si sentono, si percepiscono. I pensieri modellano le nostre azioni, i nostri movimenti del corpo, le nostre espressioni del viso. Trapelano, arrivano agli altri, intrisi di emozioni. I pensieri modellano anche le nostre parole scritte, e persino sul web scorrono arrivando agli altri, carichi di energie. Positive o… negative.

    L’invidia, un sentimento in voga

    Prendiamo l’invidia: riuscite a percepirla? Questo sentimento negativo sempre più in voga, estremamente sgradevole, insopportabile. Per chi lo subisce prima di tutto. Ma anche, a lungo andare, anche per chi lo prova. Invidia. Astio verso i beni, i pregi e le fortune altrui; dal latino, il termine è un derivato di invidere, composto da in (negativo) e videre, ovvero guardare. Il significato di invidia è dunque: “guardare male”. La semplice etimologia della parola “invidia” è vertiginosa. Tanto consueto è il sentimento dell’invidia da essere scorto e descritto nell’azione archetipica del guardare con sguardo bieco. In effetti è un sentimento molto potente. Se pensiamo che l’energia segue l’attenzione, ovvero
    dove guardiamo, pensate a quanta ne concentriamo quando siamo intenti a guardare male qualcuno.  Ci sentiamo potenti, quando guardiamo male qualcuno.

    Il più grande inganno di questo “male” è proprio questo. Dominati come siamo dalle paure, divorati dalle ansie e in preda alle più umilianti frustrazioni, all’improvviso ecco che compaiono davanti ai nostri occhi i successi degli altri.  Sembra che ce li sbattano proprio in faccia. La serenità altrui è una vera provocazione alla nostra insoddisfazione, non è vero? E allora ci sentiamo piccoli, abbiamo paura. Si affaccia lì, il bisogno di sentirci di nuovo potenti.  Si affacciano invidie, rivalità, gelosie. Guardiamo male, parliamo male, seminiamo zizzania, facciamo strategie, giochiamo con la vita come su uno scacchiere. Così ci sentiamo di nuovo potenti.

    I “leoni da tastiera”

    Con l’avvento dei social, poi, queste emozioni trovano ancora più facilità di espressione, poiché i social permettono una straordinaria modalità per rimanere protetti da eventuali “contro attacchi” alle nostre mosse. Lì, in quei luoghi virtuali dove ci sentiamo liberi di dare sfogo al peggio di noi, ci trasformiamo tutti in “leoni da tastiera”, e ci accaniamo contro questa o quell’altra persona per trovare un’ alibi verso noi stessi, le nostre frustrazioni e i nostri insuccessi. Tutto questo è pura illusione. Ci sentiamo leoni, sì, ma in realtà il coraggio non è esattamente la virtù degli invidiosi.
    Difficilmente ci troveremo di fronte una persona che in modo diretto senza se e senza ma ci comunica di essere invidioso nei nostri confronti, dei nostri successi, della nostra intraprendenza e della nostra creatività. Perché anche in questo caso ci vorrebbe coraggio, cosa che certamente non appartiene all’invidioso.  Il punto è che l’invidioso non è poi così felice, diciamocelo. Giudicare, denigrare nell’attesa di un errore o del fallimento di chi si invidia, non porta a nessun giovamento reale e duraturo.

    Il punto è che chi invidia si ostina a non voler vedere la verità: chi ha di più, forse – semplicemente – è più intraprendente. O magari ha il coraggio di provare a fare qualcosa di concreto per migliorare la sua vita. Denigrare è facile, ma fare è molto più soddisfacente.  Se chi invidia arrivasse a comprendere questa verità, potrebbe finalmente fare quel salto di consapevolezza che gli consentirebbe di sentirsi meglio.

  • L’amicizia? E’ un “pieno per pieno”

    L’amicizia? E’ un “pieno per pieno”

    Una sera diversa, eppure come tante altre. Siamo seduti tutti attorno allo stesso tavolo. Facce che conosco bene, fin troppo bene. Amici da una vita. Abbiamo qualcosa da festeggiare, stasera. Dopo aver ordinato dal menù, leviamo i calici
    tra sguardi complici e sorrisi rilassati.

    Le parole non servono tra di noi. Adoperiamo solo quelle più leggere, quelle che ci fanno ridere e ci aiutano a camminare su e giù per la vita, come se la pesantezza della forza di gravità fosse annullata. O, almeno, ridotta. Come se fossimo sulla luna. Con degli amici così – sono fortunato, posso dirlo – è molto più facile avere un metro di giudizio lucido per misurare tutti i rapporti.  Le “false amicizie”, o quelle più tiepide, le puoi riconoscere subito, quando dalla tua hai degli amici così.

    L’importanza dell’amicizia

    Credo che una delle parole più abusate e non rispettate nel suo vero valore sia “amicizia”. L’amicizia, amicìzia s. f. [dal lat. amicitia, der. di amicus «amico»], svolge un ruolo importante nell’arco della nostra esistenza.  Nelle varie startup della nostra vita, l’amicizia diventa un vero collante: non solo nelle relazioni, ma anche e soprattutto per vivere appieno il nostro qui e ora. Il nostro Presente, proprio come un dono.  L’amicizia è una forma di connessione bidirezionale, non banale, da maneggiare con cura.
    Va vissuta appieno per rendere il rapporto appagante e rispettato. L’amicizia non è un vuoto per pieno o peggio ancora un vuoto a perdere, ma un “pieno per pieno”. Le fasi della vita sono tre: la prima, da 0 a 20/25 anni; la seconda, da 25 a 65 anni; la terza, da 65 anni in poi. Ecco, in queste tre fasi le nostre relazioni subiscono dei mutamenti, dovuti soprattutto ai condizionamenti e alle nostre esperienze, questo possiamo immaginarlo.  Quello che però dovremmo ricordare sempre è che l’amicizia in realtà è un’opinione del tutto personale.

    Il valore del bene

    Mi viene in mente Aristotele, che ha identificato tre tipi di amicizia:

    1. l’amicizia basata sull’utile, che è quella di valore assolutamente minore;
    2.  l’amicizia basata sul piacere, che è quella che si trova a metà strada tra l’amicizia dell’utile e l’amicizia del bene;
    3. l’amicizia basata sul bene, ovvero quella l’amicizia più grande e autentica, che è veramente fonte di felicità. Questa, l’amicizia più importante.

    Stasera ho scelto di dedicare del tempo per coltivare l’amicizia basata sul bene. Quella di qualità, quella che mi merito, quella che tutti ci meriteremmo di curare e vivere. Saluto i ragazzi, arrivo davanti alla porta di casa. Giro la chiave.
    Sta a noi scegliere quali tipi di rapporti coltivare, sapendo bene che, a seconda del tipo di relazione/amicizia che scegliamo, il nostro pieno per pieno può cambiare.

    Namastè.

  • L’esperienza a Dynamo Camp, dove il sorriso è più forte delle malattie

    L’esperienza a Dynamo Camp, dove il sorriso è più forte delle malattie

    Capita a volte, inaspettatamente, di entrare in un posto pensando si tratti di un luogo come tutti gli altri. E, invece, quando varchi la soglia, scopri di fare ingresso in una località magica, surreale, avvolta da una sorta di aurea che ti lascia pensare. Ti fa credere di essere entrato in un’altra dimensione. Un’energia indescrivibile.

    Un posto che ti fa abbandonare i dubbi – ma te ne presenta altri – lo sconforto e le preoccupazioni, tutte quelle certezze che avevi fino a ieri o fino a un minuto prima di varcare la soglia. Quando vi entri, ti trovi davanti a situazioni impensabili: puoi capirle solo vedendole di persone.

    Dynamo Camp

    Mi è capitato visitando la meravigliosa struttura di Dynamo Camp, il luogo – nei pressi di Pistoia, nel centro della Toscana – dove vengono accuditi bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni con patologie gravi e croniche sia in terapia che in fase di post ospedalizzazione. Mi ha accolto Cristina che mi ha fatto conoscere la realtà e le varie aree del camping.

    Quando camminavo per scoprire questo luogo, la mia mente è stata attraversata da numerose considerazioni su quanto sia importante rallentare, invece di vivere freneticamente, e vivere il “qui e ora”. Con Serena e Vito, ho condiviso emozioni, racconti e concetti: conversazioni che hanno sprigionato energia e mi hanno fatto scendere lacrime di gioia e commozione dal viso.

    Eppure il momento più toccante l’ho vissuto entrando in mensa. Lì dove bambine e bambini, nonostante gli evidenti problemi di salute, conservano negli occhi gioia, serenità e gioia. Si trovano in quel luogo per riscoprire il sorriso, dare sfogo alla loro creatività. Nessuno di loro aveva gli occhi spenti: tutti condividevano felicità e spensieratezza, ognuno con le sue diverse malattie, circondati dall’affetto degli straordinari medici e volontari. Personale consapevole di essere periferico rispetto alle figure centrali di Dynamo Camp: i bambini e le bambine. È difficile, a parole, descrivere uno scenario del genere.

    Il mio impegno

    Nel mio piccolo, farò qualcosa affinché i bambini possano uscire dal camping con lo stesso sorriso che portano durante l’esperienza nel centro. È stata anche per me un’esperienza stravolgente. Che mi porterò dietro, e nel mio cuore, per sempre. La racconterò nel tour de “La Vita è una startup”. Grazie a Cristina, Vito e Serena e a tutti coloro che portano avanti Dynamo Camp. Ma grazie soprattutto ai bambini: mi hanno confermato, ancora una volta, che per essere felici basta veramente poco.

  • Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

    Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

    “Quando ho iniziato questo lavoro ho smesso di lavorare.”

    Quante volte abbiamo sentito una frase così? Pochissime volte, anzi, spingiamoci pure a ammettere che non l’abbiamo mai sentita. Il lunedì è il giorno più odiato: quello che se inizi a pensarci dalla domenica, ti rovini il giorno di
    festa.

    La paura

    La maggior parte delle persone rinuncia a un qualsiasi tipo di realizzazione professionale perché, semplicemente, una volta che ritiene di aver trovato un posto di lavoro in questo Paese, pensa di far bene a tenerselo stretto, qualsiasi siano le condizioni. Le persone hanno paura. Paura di perdere il lavoro. Di restare senza. Di non trovarlo mai. Di non
    avere una sicurezza economica.
    Essere soddisfatti e abbracciare il proprio lavoro con gioia non è semplice e non accade affatto di frequente. Sono fin troppe le persone infelici, che vivono il proprio lavoro con difficoltà, frustrazione. Lo vivono come una sorta di carcere a tempo. La paura le spinge ad accettare la situazione passivamente.  Ben consapevoli che il tempo passato in posti di lavoro non gratificanti è tempo dedicato a far crescere gli affari di chi non solo non apprezza il lavoro altrui, ma soprattutto non rispetta l’individuo.

    L’intelligenza emotiva

    È incredibile come molte aziende e organizzazioni considerino ancora oggi le “umane risorse” (prima essere umani e poi risorse) come commodity (termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato), mortificandole con ruoli marginali, di secondo o addirittura terzo piano, per concentrarsi solo sui risultati economici. Questo NON è valorizzare le persone.  La maggior parte delle imprese sono costruite su modelli di leadership autoritaria, rigida. Sono perciò obsolete e prive di Intelligenza Emotiva.
    L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. Quando viene a mancare in azienda, i leader antepongono la produttività a valori come il benessere sistemico, la creatività, l’innovazione e la continua crescita delle persone. E quindi dell’organizzazione stessa. Un meccanismo che produce infelicità.

    Il benessere dei lavoratori

    Essere infelici del proprio lavoro, o peggio, del posto di lavoro, vuol dire in molti casi essere infelici anche nella vita privata, come individui. Alzarsi ogni mattina con l’angoscia di ritrovare le stesse dinamiche del giorno prima: stress, bassa motivazione, rabbia, delusione. Tutte emozioni che ci fanno entrare in un tunnel pericoloso, che andrebbe evitato. Ed è così che si ripropone il vecchio dilemma: vivere per lavorare o lavorare per vivere? Allora, cari manager e imprenditori, se volete vedere crescere la vostra azienda e voi, iniziate a far stare bene le persone sul posto di lavoro. Sono loro il vero valore della vostra organizzazione!

    Se non lo fate, se non ci pensate adesso purtroppo ve ne accorgerete: sarà solo una questione di tempo, prima o poi ne pagherete i costi.  E per chi non è soddisfatto del proprio lavoro, i miei suggerimenti sono 3:

    1. Il problema probabilmente non risiede in voi, ma negli altri;
    2. Guardatevi intorno, non è facile ma c’è sempre un’altra possibilità;
    3. Non siete come vi fanno credere: siete molto meglio.

    Namastè