Priorità nella vita: perché una vita piena non dipende da ciò che scegli per primo
Immagina una tavola lunga, con dodici posti. Ogni sera qualcuno la apparecchia, e la regola è semplice: chi arriva prima si siede. Ed è proprio così che, senza accorgercene, decidiamo le nostre priorità nella vita.

Con le priorità nella vita succede la stessa cosa. Il primo ad arrivare, quasi sempre, è il rumore. Le scadenze, le notifiche, le cose «urgenti», le richieste di chi insiste di più. Non sono cattivi ospiti, anzi spesso hanno ragione. Ma si siedono, si allargano, ordinano per tutti. E quando più tardi arrivano le persone che davvero contano, un figlio, un amico, il proprio corpo che chiede riposo, una passione dimenticata, scoprono che non c’è più una sedia libera. Restano in piedi vicino alla porta, e dopo un po’ se ne vanno senza far rumore.
Nessuno ha deciso di escluderli. La tavola, semplicemente, si è riempita da sola nell’ordine sbagliato.
Prima il posto, poi gli ospiti: come scegliere le priorità nella vita
Il consiglio che sentiamo più spesso è giusto: stabilisci le priorità, e apparecchia prima per ciò che conta. Metti il nome sui segnaposto delle persone importanti prima che arrivi chiunque altro. Se lo fai, il resto troverà comunque il suo posto, spesso più piccolo di quanto pensassi.
Ma una tavola con i segnaposto giusti non basta ancora. La domanda che nel mio lavoro mi sembra decisiva è un’altra: quando ti siedi, ti senti parte della compagnia, o sei solo seduto?
Sedersi non è appartenere
Ci sono tavole dove tutti hanno una sedia e nessuno si sente a casa. Ci sei, mangi, rispondi con garbo, ma tieni la giacca addosso. Per restare devi parlare solo di certi argomenti, nascondere certi pensieri, ridere nei momenti giusti. Il tuo posto è garantito finché rendi come ci si aspetta.
La Human Belonging Theory™ prova a distinguere i due casi. Esserci è un fatto di posti. Appartenere è un fatto di condizioni: essere trattati con rispetto anche nei giorni in cui non si rende, poter essere la stessa persona che si è altrove, poter dire che una regola non convince e vedere che qualcuno ascolta, poter alzarsi e andare via senza che sia vissuto come un tradimento.
Sono condizioni che sto mettendo alla prova con questionari su persone e organizzazioni. Per ora so questo: due persone possono avere la stessa sedia e vivere in modo molto diverso la stessa cena.
La sedia in più
Nelle case dove ho visto un’ospitalità vera c’era sempre una sedia in più, apparecchiata per chi non era stato invitato: il vicino che passa, l’amico che ha avuto una brutta giornata. Quella sedia non serve a niente di preciso. Non produce, non si rendiconta, non migliora il curriculum.
È proprio per questo che dice tutto. Una comunità sana non è quella che ti dà un posto in cambio di un risultato, ma quella che ha spazio anche per ciò che non è programmato. E una vita sana è quella in cui, per quanto fitto sia il calendario, resta sempre una sedia libera per qualcuno.
Tre domande da portarsi a casa
- Chi sta occupando oggi i posti della mia tavola, e li ho scelti io?
- A quali tavole mi sento davvero parte, e a quali sono soltanto seduto?
- Per chi tengo una sedia libera, e chi la tiene per me?
Metti pure per primi i segnaposto che contano. Poi controlla che, a quei tavoli, qualcuno ti stia aspettando davvero e che tu possa sederti senza lasciare fuori niente di te.
Photo by: nadia-valko

Lascia un commento