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  • Ascoltare le nuove generazioni non è gentilezza. È competenza.

    Ascoltare le nuove generazioni non è gentilezza. È competenza.

    Perché continuiamo a parlare dei giovani senza ascoltarli davvero

    Per anni il mondo adulto ha parlato dei giovani come se fossero un oggetto di studio più che soggetti capaci di interpretare la propria esperienza. Sono stati analizzati, classificati, inseriti in modelli psicologici, sociologici ed educativi. Sono nati programmi, riforme, metodologie costruite per loro, ma solo raramente insieme a loro. Questa distanza non è solo culturale: è operativa.

    E oggi mostra tutti i suoi limiti.

    Le ricerche più autorevoli in ambito educativo e sociale indicano con chiarezza che quando le persone giovani vengono coinvolte in modo autentico, la qualità delle decisioni migliora. Cresce il senso di appartenenza, aumenta la motivazione, si rafforza il legame con le istituzioni formative. Non si tratta di una concessione simbolica ma di un fattore che incide direttamente sull’efficacia dei sistemi. In questa direzione si inserisce anche il lavoro di Hubrains che, attraverso il proprio Talent & Creative Hub, porta questi principi dentro le organizzazioni e nelle aziende, favorendo l’ascolto strutturato delle nuove generazioni e la loro partecipazione ai processi di innovazione. Hubrains è una realtà no profit che opera come garante culturale e metodologico per la creazione di questo hub innovativo, sviluppato su un progetto di Giustiniano La Vecchia, con l’obiettivo di collegare talento, creatività e voce delle nuove generazioni ai contesti professionali.

    Il limite dei modelli di guida tradizionali

    Molti adulti associano ancora la guida alla capacità di spiegare, correggere e indirizzare. Nei contesti complessi, però, la sola direzione non basta più. Serve comprensione. E la comprensione nasce dall’ascolto strutturato, non occasionale.

    Anche l’idea classica di leadership, fondata su controllo e assertività, sta perdendo efficacia con le nuove generazioni. Non emerge un rifiuto dell’autorità in quanto tale; emerge piuttosto una selezione più attenta di chi merita fiducia. Viene riconosciuta autorevolezza a chi dimostra coerenza, apertura e capacità di includere punti di vista differenti. La competenza oggi include una dimensione relazionale non più aggirabile.

    Il paradosso del dibattito sull’educazione

    Nel confronto pubblico su scuola, cultura e identità si osserva spesso uno schema ricorrente: adulti che discutono con altri adulti su cosa sia giusto insegnare ai ragazzi. Genitori contro genitori, esperti contro esperti, istituzioni contro istituzioni. I diretti interessati restano spesso ai margini della conversazione.

    Il risultato è un dibattito acceso ma parziale. Le decisioni vengono prese su esperienze vissute quotidianamente dagli studenti senza integrare in modo sistematico la loro prospettiva. È una progettazione a distanza che rischia di perdere precisione.

    Quando invece gli studenti ottengono spazio reale, non decorativo, il livello del dialogo cambia. Le discussioni diventano più concrete. Le categorie astratte si trasformano in effetti vissuti. Entrano in gioco parole come dignità, rappresentazione, rispetto, appartenenza. Elementi che difficilmente emergono con la stessa forza nei tavoli composti solo da adulti.

    Ascolto come strumento di precisione decisionale

    Coinvolgere le nuove generazioni non significa rinunciare al ruolo adulto. Significa aumentare la qualità delle informazioni su cui si basano le scelte. I sistemi che non raccolgono la voce di chi li vive ogni giorno tendono a diventare autoreferenziali. Interpretano male i bisogni, intervengono tardi, correggono con fatica.

    I più recenti modelli di ricerca partecipativa giovanile mostrano che inserire i giovani nei processi di analisi e progettazione produce soluzioni più solide e sostenibili. Il motivo è semplice: i problemi vengono letti dall’interno e non soltanto osservati dall’esterno. L’ascolto, in questo senso, è una tecnologia sociale di miglioramento.

    Giovani interlocutori, non destinatari passivi

    Un equivoco diffuso porta a pensare che le nuove generazioni vogliano sostituire gli adulti nei ruoli decisionali. In realtà la richiesta più frequente è diversa: essere riconosciuti come interlocutori. Contribuire alle scelte che li riguardano, partecipare alla costruzione degli ambienti educativi e sociali, portare esperienza diretta nei processi.

    Il loro intervento non nasce da una pretesa di potere ma da una posizione di realtà. Vivono oggi gli effetti delle decisioni prese e ne vivranno le conseguenze più a lungo. Per questo la loro presenza nel dialogo aumenta la responsabilità collettiva.

    La leadership che crea futuro

    La guida capace di generare valore nei prossimi anni sarà sempre più intergenerazionale. Diventerà centrale la capacità di ampliare il campo delle voci coinvolte e di trasformare il confronto in progettazione condivisa. Conta meno avere risposte immediate, conta di più porre le domande giuste e saper creare spazio di parola.

    Servono adulti meno rigidi e più permeabili. Il cambiamento profondo non nasce dall’autorità che impone, ma dalla relazione che comprende. Ogni percorso di comprensione inizia con un atto preciso e misurabile: ascoltare sul serio.

    Fonti

    Harvard Graduate School of Education – Amplifying Youth Voice in Research and Schools
    https://www.gse.harvard.edu/ideas/usable-knowledge/24/12/researchers-want-amplify-youth-voices-their-work-heres-how-get-started

    OECD – Student Voice and Agency in Education
    https://www.oecd.org/education/student-agency/

    UNESCO – Youth Participation and Student Voice in Education Systems
    https://www.unesco.org/en/youth/education-participation

  • Il CV che scarti potrebbe essere quello che ti salva l’azienda

    Il CV che scarti potrebbe essere quello che ti salva l’azienda

    Perché scegliere solo cucchiai d’argento e profili giovani perfetti ti fa perdere combattenti e senior che portano visione, tenuta e trasformazione

    Riflessioni  dal TED Talk di Regina Hartley

    La maggior parte dei processi di selezione oggi non è selezione. In realtà è scarto veloce, lettura superficiale, paura mascherata da metodo.

    Quando arriva un curriculum, bastano pochi secondi. Gli occhi cercano rassicurazione: università giusta, aziende giuste, traiettoria pulita, nessuna deviazione. Se la linea è dritta, il candidato passa. Se invece la linea è irregolare, il candidato diventa un dubbio. E il dubbio, nella selezione moderna, quasi sempre non viene esplorato: viene eliminato. Fuori.

    Cucchiaio d’argento e combattente

    Nel suo celebre TED Talk, Regina Hartley ha chiamato questi profili con due nomi brutali ma veri: il cucchiaio d’argento e il combattente. Il primo ha avuto un percorso protetto, ordinato, progettato per il successo. Il secondo, al contrario, ha dovuto farsi strada tra ostacoli, lavori discontinui, errori, ripartenze e deviazioni. Non è una categoria romantica. È una categoria reale.

    Chi legge CV ogni giorno, però, continua spesso senza accorgersene a cercare il cucchiaio d’argento e a diffidare del combattente.

    Il cucchiaio d’argento tranquillizza.
    Il combattente, invece, obbliga a fare domande.

    Un percorso lineare conferma gli schemi mentali. Un percorso irregolare, al contrario, li mette in crisi. Di conseguenza molti selezionatori non sono allenati a mettere in discussione il proprio schema. Sono allenati a confermarlo in fretta.

    Così si scarta la profondità. Inoltre si scarta la resistenza. Alla fine si scarta anche la trasformazione già avvenuta.

    L’esclusione silenziosa dei profili senior

    Esiste poi un’altra esclusione silenziosa: chi ha superato i 55 anni. Il troppo senior. La persona che non viene nemmeno più valutata. Il profilo che non arriva al colloquio. Il CV che viene filtrato prima ancora di essere letto davvero.

    Non si tratta quasi mai di una decisione dichiarata. Piuttosto è un riflesso condizionato.

    Si pensa meno energia, meno flessibilità, meno adattamento.
    Molto più raramente si pensa più visione, più struttura, più capacità di tenuta.

    Chi ha attraversato trent’anni di lavoro reale ha visto crisi, ristrutturazioni, fallimenti, ripartenze, fusioni ed errori strategici. Inoltre ha visto persone brillanti perdersi e persone sottovalutate diventare decisive. Nel tempo ha imparato a leggere le dinamiche umane oltre i ruoli e ha sviluppato un istinto operativo che non si studia, ma si costruisce sotto pressione.

    Tuttavia tutto questo non entra nei filtri rapidi. Non entra negli algoritmi. Non entra nei pregiudizi travestiti da efficienza.

    Il valore che stai buttando via

    Il risultato, quindi, è che molte organizzazioni stanno scartando esattamente ciò che dichiarano di cercare: maturità, resilienza, autonomia, capacità di navigare l’incertezza.

    Si preferisce il profilo giovane e perfetto sulla carta, anche quando non ha mai attraversato una vera tempesta professionale. Al contrario si evita il combattente e il troppo senior perché non sono facilmente etichettabili. E ciò che non è facilmente etichettabile, oggi, spaventa.

    Ogni volta che scarti un combattente senza ascoltarlo, stai rinunciando a muscoli invisibili. Disciplina, adattamento, responsabilità, fame, capacità di reggere urti ripetuti. Allo stesso modo, quando scarti un profilo senior vivo e lucido, stai rinunciando a memoria strategica, lettura dei contesti, prevenzione degli errori, leadership non rumorosa ma ispirazionale.

    In pratica stai rinunciando a valore non replicabile.

    Leggere davvero un curriculum

    Un curriculum non è una brochure. Piuttosto è un tracciato di pressione. Racconta dove una persona è stata messa alla prova, dove ha perso, dove ha ricostruito, dove ha imparato a non rompersi.

    Per leggerlo davvero, però, serve profondità. E la profondità richiede responsabilità.

    Chi fa selezione non gestisce pratiche. Gestisce futuro. Decide quali teste, quali caratteri, quali storie entreranno nel sistema, generando vero senso di appartenenza, human belonging, e lo cambieranno oppure lo renderanno fragile e uniforme.

    Fare selezione non è banale.
    È il crocevia del successo di una organizzazione.

  • La nuova rivoluzione del lavoro: perché gli HR devono diventare Architects of People & Culture

    La nuova rivoluzione del lavoro: perché gli HR devono diventare Architects of People & Culture

    Le aziende non vincono più con le strategie, ma con la cultura.
    E in questo scenario la figura dell’HR Director cambia pelle: diventa un vero Architect of People & Culture, capace di guidare la trasformazione umana che definirà il futuro del lavoro.

    Negli ultimi anni il mondo del lavoro è cambiato più rapidamente che in intere generazioni. Le organizzazioni non competono più con prodotti o strategie, ma con la loro capacità di creare cultura, fiducia e senso. Inoltre, secondo le principali analisi internazionali di Deloitte, McKinsey, Harvard Business Review, MIT Sloan e World Economic Forum, la funzione HR tradizionale non riesce più a rispondere alle nuove esigenze delle persone e dei sistemi complessi.

    Per questo motivo sta nascendo una nuova figura: gli Architects of People & Culture. Non gestiscono solo processi. Disegnano identità, creano appartenenza e trasformano il lavoro in un’esperienza umana significativa.

    La cultura è la vera forza competitiva

    La cultura non è un accessorio. È la struttura invisibile che orienta ogni comportamento, ogni decisione e ogni relazione. Harvard Business Review evidenzia che i risultati migliori arrivano da contesti culturali sani, mentre MIT Sloan mostra incrementi di produttività e qualità decisionale nelle aziende con una cultura forte.

    Inoltre, Gallup conferma che il benessere culturale influenza più della retribuzione la motivazione e la permanenza delle persone. Di conseguenza, costruire cultura non è un tema “soft”: è un fattore di competitività.

    Perché la funzione HR tradizionale non basta più

    Secondo Deloitte, oltre il sessanta per cento delle aziende ritiene necessario ripensare radicalmente ruoli e competenze della funzione HR. Il lavoro è ibrido, le persone chiedono autenticità, la complessità aumenta e la velocità delle trasformazioni non permette più modelli statici.

    Inoltre, gli aspetti psicologici, relazionali ed emotivi sono diventati centrali. Le persone non chiedono solo sicurezza economica. Cercano significato, riconoscimento, crescita e appartenenza. Per questo la gestione amministrativa non è più sufficiente. Serve una leadership culturale diffusa.

    I bisogni delle nuove generazioni

    Le nuove generazioni scelgono un’azienda per ciò che rappresenta. Secondo Gallup e World Economic Forum, Millennials e Gen Z valutano soprattutto la qualità delle relazioni, il livello di inclusione, la trasparenza e il senso di comunità. Vogliono ambienti umani, non solo performanti.

    Inoltre, cercano luoghi dove sentirsi visti, ascoltati e valorizzati. In altre parole, scelgono aziende che sanno costruire significato.

    Le competenze degli Architects of People & Culture

    Gli Architects of People & Culture sono i leader che progettano l’identità umana dell’organizzazione. Creano spazi in cui le persone possono crescere, contribuire e sentirsi parte di una comunità viva. Operano attraverso intelligenza emotiva e sociale, esercitano preoccupazione empatica verso il benessere degli altri e trasformano i valori in comportamenti tangibili. Inoltre ispirano leader e team, promuovono sicurezza psicologica e appartenenza profonda, e guidano l’azienda verso una cultura fondata su fiducia, autenticità e significato.

    Cultural Design

    Gli Architects of People & Culture non si limitano a “disegnare” la cultura: la rendono visibile e viva. Trasformano i valori in azioni quotidiane, costruiscono rituali condivisi e creano linguaggi che rafforzano coerenza e identità. Inoltre rendono misurabile ciò che solitamente è intangibile, trasformando la cultura in una leva strategica.

    Employee Experience

    Progettano esperienze continue e curate in ogni dettaglio. Dal primo contatto fino all’ultimo giorno, garantiscono ascolto, coerenza, cura e fluidità. Inoltre semplificano processi e relazioni, generando ambienti in cui le persone si sentono accompagnate e non giudicate. L’esperienza di ogni persona diventa parte della cultura stessa.

    Leadership Inspirer

    Gli Architects of People & Culture formano leader capaci di ispirare. Non trasferiscono tecniche: accendono visioni. Il Leader Inspirer comunica con autenticità, attiva energie, offre direzione e costruisce fiducia. Inoltre valorizza i talenti, riconosce le persone e dà significato anche ai momenti complessi.

    Un leader che ispira non impone: coinvolge. Non controlla: connette. Non spinge: fa emergere.
    È un generatore di possibilità, non un gestore di compiti.

    Human Analytics

    Usano i dati per comprendere ciò che le persone provano davvero. Analizzano sicurezza psicologica, motivazione, energia emotiva, stress, appartenenza e qualità delle relazioni. Inoltre interpretano i dati con sensibilità umana, trasformandoli in azioni sostenibili e scelte più consapevoli. La tecnologia diventa uno strumento per amplificare l’umanità, non per sostituirla.

    Human Belonging

    L’appartenenza è il nuovo centro della cultura. Gli Architects of People & Culture sono i custodi dell’Human Belonging. Creano ambienti in cui le persone si sentono parte di una comunità autentica, viste e riconosciute, non solo incluse.

    Coltivano appartenenza attraverso relazioni sincere, linguaggi rispettosi, rituali condivisi e spazi psicologicamente sicuri. Inoltre promuovono un clima che permette alle persone di mostrarsi senza maschere. Oggi, secondo Gallup e MIT, il senso di appartenenza è il principale predittore di benessere e permanenza.

    Rigenerazione delle competenze

    Il futuro richiede continua trasformazione. Per questo gli Architects of People & Culture costruiscono sistemi di apprendimento fluidi e permanenti. Favoriscono mentoring, dialogo intergenerazionale, sperimentazione e crescita personalizzata. Inoltre trasformano l’azienda in un ambiente che apprende e si rigenera costantemente.

    I benefici per l’organizzazione

    Le ricerche internazionali mostrano risultati chiari. Le aziende che investono in cultura e persone ottengono più engagement, maggiore produttività e un livello superiore di innovazione. Inoltre migliorano la retention, riducono i conflitti e aumentano la qualità delle decisioni.

    In altre parole, diventano più forti, più resilienti e più attrattive.

    Conclusione

    La trasformazione degli HR in Architects of People & Culture non è un cambiamento di ruolo. È una nuova visione del lavoro. È il passaggio dalla gestione alla connessione, dal controllo alla fiducia, dall’organizzazione alla cultura.

    Il futuro appartiene alle aziende che sapranno mettere al centro le persone, il significato e l’appartenenza. In un mondo complesso e veloce, infatti, ciò che distingue davvero un’organizzazione non è ciò che fa, ma ciò che è.

    Fonti:

    Deloitte, 2025 Global Human Capital Trends
    https://www.deloitte.com/us/en/insights/topics/talent/human-capital-trends.html

    Deloitte, Global Human Capital Trends 2025 Italia
    https://www.deloitte.com/it/it/about/press-room/global-human-capital-trends-2025.html

    McKinsey, Future of Work Insights
    https://www.mckinsey.com/featured-insights/future-of-work

    McKinsey Global Institute
    https://www.mckinsey.com/mgi/our-research/agents-robots-and-us-skill-partnerships-in-the-age-of-ai

    Gallup, State of the Global Workplace 2025
    https://www.gallup.com/workplace/349484/state-of-the-global-workplace.aspx

    MIT Sloan Management Review
    https://www.cipd.org/globalassets/media/knowledge/knowledge-hub/evidence-reviews/2023-pdfs/organisational-culture-and-performance-scientific-summary.pdf

    Harvard Business Review
    https://hbr.org/2024/07/build-a-corporate-culture-that-works

    World Economic Forum, Future of Jobs Report 2025
    https://www.weforum.org/publications/the-future-of-jobs-report-2025

  • Il valore dello sport: ciò che la vittoria ti chiede di diventare

    Il valore dello sport: ciò che la vittoria ti chiede di diventare

    Perché scuola, lavoro e sport formano l’identità più della vittoria stessa

    Viviamo in una cultura che misura qualsiasi cosa: il rendimento scolastico, i risultati ottenuti nel lavoro e le vittorie conquistate nello sport. Sono ambiti che spesso riduciamo a numeri, voti o obiettivi, come se il loro significato fosse tutto lì. In realtà, l’essenza è molto più profonda. Lo sport non coincide con la vittoria, ma con ciò che la vittoria ti chiede di diventare. Lo stesso principio vale per la scuola e per il lavoro: non è il voto o il traguardo professionale a definire una persona, bensì la trasformazione che avviene attraverso sacrificio e azione.

    La metafora dei tre campi

    La vita può essere immaginata come una grande valle suddivisa in tre campi: la scuola, il lavoro e lo sport. Nel primo impariamo a osservare il mondo e a comprenderne le regole, nel secondo impariamo a contribuire e a collaborare, mentre nel campo dello sport impariamo a conoscere noi stessi. Terreni diversi, ma sostenuti dallo stesso suolo: impegno, volontà, responsabilità e capacità di trasformare l’energia quotidiana in azioni coerenti. Quando uno di questi campi cresce, anche gli altri ne traggono beneficio.

    Sacrificio, azione e identità

    L’idea che nello sport conti soltanto la vittoria è un inganno diffuso. Il risultato finale è solo un simbolo, perché la parte davvero significativa riguarda la persona che si sviluppa nel percorso. Per ottenere un successo serve sacrificio, serve la capacità di agire invece di rimandare, serve disciplina quando gli altri si fermano e serve integrità quando la scorciatoia sembra più invitante. La vittoria non celebra il momento conclusivo, ma riconosce il cammino che ha costruito la tua identità.

    Lo stesso vale nella scuola. Un voto non racconta l’intelligenza di qualcuno né misura il suo valore personale. Rivela piuttosto la qualità dell’impegno, dell’organizzazione e della costanza che quello studente ha saputo mettere in gioco. La scuola non forma individui vincenti; forma persone capaci di apprendere e di evolvere attraverso ciò che fanno.

    Anche nel lavoro il significato di un risultato è spesso solo la parte visibile di un percorso più esteso. Arrivare a un obiettivo non indica soltanto la riuscita, ma testimonia la crescita della persona: la capacità di collaborare, prendere decisioni, affrontare la pressione e assumersi responsabilità. Tutto ciò che porta alla riuscita di un progetto è fatto di azioni quotidiane e sacrifici che costruiscono la maturità professionale, anche se non si vedono.

    Errori, fallimenti e crescita interiore

    Sacrificio e azione sono strumenti fondamentali, ma da soli non bastano. Ogni percorso di crescita include inevitabilmente errori e cadute. A scuola, nel lavoro e nello sport il fallimento non rappresenta una fine, ma un passaggio decisivo. L’errore è un insegnante che indica dove migliorare, spinge a riflettere e invita a riorientare le proprie scelte. Chi comprende che il fallimento fa parte del processo sviluppa lucidità, resilienza e autoconsapevolezza. È proprio nei momenti difficili che si scopre il proprio reale valore, che non si misura nella perfezione, ma nella capacità di rialzarsi con maturità.

    Un messaggio indispensabile per le nuove generazioni

    Questa prospettiva è particolarmente importante per i giovani di oggi. Vivono immersi in un contesto che premia l’immediatezza, propone modelli di successo rapidi e rischia di confondere il talento con la velocità e l’autostima con l’approvazione degli altri. In questo scenario, sport, scuola e lavoro offrono una lezione molto diversa: il successo richiede tempo, sacrificio, azione continua e la capacità di imparare dagli errori. È un messaggio educativo fondamentale, perché restituisce ai ragazzi il senso del processo, della gradualità e della trasformazione interiore come vero motore della crescita.

    Conclusione

    Alla fine, la vittoria è un dettaglio. In ogni ambito della vita ciò che conta davvero è la persona che diventiamo grazie ai sacrifici che scegliamo, alle azioni che compiamo e agli errori che riusciamo a trasformare in consapevolezza. È questa evoluzione che rimane nel tempo, che modella il carattere, che fortifica la volontà e che prepara le nuove generazioni, e noi con loro, ad affrontare la complessità del mondo. Lo sport non è la vittoria, ma ciò che la vittoria ti chiede di diventare. Vale per la scuola, per il lavoro e per ogni percorso umano autentico.

    Fonti: 

    1. The Impact of Physical Education and Sports on Emotional Resilience and Self-Efficacy
      https://www.researchgate.net/publication/394406273_The_Impact_of_Physical_Education_and_Sports_on_Emotional_Resilience_and_Self-Efficacy

    2. The impact of physical fitness on resilience to modern life stress and the mediating role of general self-efficacy
      https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9095527/

    3. Physical Activity and Sports—Real Health Benefits: A Review
      https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6572041/

    4. The relationship between grit, resilience and physical activity
      https://www.frontiersin.org/journals/sports-and-active-living/articles/10.3389/fspor.2025.1563382/full

    5. Impact Of A Sportive Past On Well-Being, Resilience And Success
      https://www.europeanproceedings.com/article/10.15405/epsbs.2017.01.02.18

    6. I benefici dell’attività fisica per la salute – Fondazione Veronesi
      https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/altre-news/i-benefici-dellattivita-fisica-per-la-salute

    7. Rapporto Osservatorio Valore Sport 2025 – Sport e Salute
      https://www.sportesalute.eu/images/studi-e-dati-dello-sport/schede/2024/205_rapporto_osservatorio_valore_sport_2025.pdf

     

  • Aziende senza futuro: il prezzo altissimo di ignorare le nuove generazioni

    Aziende senza futuro: il prezzo altissimo di ignorare le nuove generazioni

    Nel panorama economico attuale, una delle minacce più concrete al successo delle imprese non ha a che fare con tecnologia avanzata o nuovi mercati emergenti. Il vero rischio riguarda il capitale umano. Le aziende stanno affrontando una difficoltà strutturale nell’attrarre, coinvolgere e trattenere talento. Se non cambieranno strategia, le conseguenze saranno profonde e difficili da invertire.

    La disconnessione crescente: perché i giovani si allontanano

    Le ricerche di Gallup mostrano una tendenza chiara e preoccupante. Nel 2024, solo il 21% dei dipendenti a livello globale era pienamente coinvolto nel proprio lavoro. Questa mancanza di partecipazione ha generato 438 miliardi di dollari di produttività persa in un solo anno. Inoltre, negli Stati Uniti l’engagement ha raggiunto il punto più basso degli ultimi dieci anni.

    Dopo la pandemia, la situazione è peggiorata soprattutto per i più giovani. Molti under 35 dichiarano di non sentirsi sostenuti, ascoltati o valorizzati. Questo porta a un progressivo distacco dalla missione aziendale. E non si tratta solo di emozioni: un giovane che non si sente coinvolto produce meno, contribuisce meno all’innovazione e cambia lavoro più velocemente.

    Di conseguenza, il problema dell’engagement giovanile è diventato uno dei principali fattori di rischio per la competitività delle imprese.

    La radice del problema: una strategia che non funziona più

    Non basta ripetere «non troviamo persone». Occorre capire perché molte aziende non vengono scelte dalle nuove generazioni o, peggio ancora, perché i giovani che entrano se ne vanno dopo poco tempo.

    Secondo l’OCSE, la carenza di capitale umano non è un fenomeno temporaneo, ma strutturale. Le cause principali sono tre:

    • l’invecchiamento della popolazione,

    • la trasformazione digitale e la transizione green,

    • il crescente divario tra competenze richieste e competenze disponibili.

    A questo si aggiunge un dato allarmante: secondo ManpowerGroup, il 74–75% dei datori di lavoro nel mondo non riesce a trovare i profili di cui ha bisogno. È il livello più alto mai registrato.

    Il risultato è un paradosso: milioni di giovani faticano a trovare un lavoro di qualità, mentre milioni di aziende non riescono a trovare persone motivate e preparate. Di conseguenza, il mercato del lavoro si è trasformato in un campo minato per entrambe le parti.

    Le conseguenze per chi non cambia rotta

    Se le aziende restano ancorate a logiche di gestione del personale ormai superate, i rischi diventano immediati e concreti.

    In primo luogo, molti progetti vengono rallentati o bloccati per mancanza di competenze. Inoltre, i costi aziendali aumentano a causa del turnover, della difficoltà a coprire le posizioni aperte e della bassa produttività legata al disengagement.

    Inoltre, l’employer branding perde valore. Le nuove generazioni cercano senso di apprtenenza ( human belonging ), sviluppo, impatto reale. Dove trovano solo burocrazia, controllo e scarse possibilità di crescita, semplicemente se ne vanno.

    Infine, senza ricambio generazionale, l’età media aumenta. Questo comporta una minore capacità di innovare, di leggere i cambiamenti del mercato e di rispondere con rapidità.

    Il futuro che ci aspetta: aziende senza capitale umano

    La domanda cruciale è: cosa succede se le imprese continuano a ignorare le nuove generazioni e non investono seriamente su di loro?

    Le proiezioni globali non lasciano spazio a molte interpretazioni. Secondo Korn Ferry, entro il 2030 il mondo rischia di trovarsi con un deficit di 85 milioni di lavoratori qualificati. Ciò potrebbe generare 8,5 trilioni di dollari di ricavi mancati ogni anno. È una cifra che parla da sola.

    L’OCSE aggiunge un ulteriore elemento: il rapporto tra persone over 65 e popolazione in età lavorativa passerà dal 31% del 2023 al 52% del 2060. Questo significa che, senza un forte ingresso di nuove generazioni nel mercato del lavoro, ci saranno sempre meno persone a sostenere innovazione, produttività e sistemi sociali.

    Se uniamo questi dati, lo scenario diventa evidente:

    • molte posizioni resteranno scoperte o verranno coperte male;

    • l’innovazione rallenterà drasticamente;

    • le aziende rischieranno di svuotarsi dall’interno;

    • il burnout dei lavoratori rimasti aumenterà, alimentando nuove dimissioni.

    In sintesi, un’azienda che non parla alle nuove generazioni è un’azienda che decide di non avere futuro.

    La vera soluzione: investire nelle persone e nel loro potenziale

    Cambiare strategia non significa moltiplicare career day né arricchire le job description con termini alla moda. Serve un ripensamento radicale dell’esperienza lavorativa.

    Occorre:

    • un purpose autentico, non decorativo;

    • percorsi di crescita reali e accessibili;

    • ispiratori e ispiratrici  capaci di ascoltare, sostenere e sviluppare;

    • un ambiente che valorizzi il  senso di appartenenza, il benessere, l’inclusione e l’equilibrio;

    • giovani coinvolti nei processi di innovazione, non confinati in ruoli marginali.

    Le aziende che intraprenderanno questa strada non solo attireranno talenti, ma costruiranno un motore interno capace di parlare il linguaggio del futuro.

     

    “Le altre continueranno a lamentarsi della mancanza di capitale umano, senza accorgersi che quel capitale sta già scegliendo altrove dove costruire il mondo di domani.”

     

    Fonti :

    Gallup – State of the Global Workplace
    https://www.gallup.com/workplace/349484/state-of-the-global-workplace.aspx

    Gallup – U.S. Employee Engagement Trend
    https://www.gallup.com/workplace/647564/employee-engagement-inches-slightly-year-low.aspx

    Gallup – The New Challenge of Engaging Younger Workers
    https://www.gallup.com/workplace/610856/new-challenge-engaging-younger-workers.aspx

    ManpowerGroup – Global Talent Shortage 2024–2025
    https://go.manpowergroup.com/talent-shortage
    https://www.manpower.com.vn/en/insights/blogs/2024/04/global-talent-shortage-filling-jobs-gets-even-tougher

    OECD – Future of Work & Labour Shortages
    https://www.oecd.org/en/topics/policy-issues/future-of-work.html
    https://www.oecd.org/en/publications/2025/07/oecd-employment-outlook-2025_5345f034.html

    Korn Ferry – Global Talent Crunch (deficit 85M lavoratori entro il 2030)
    https://insights.wecglobal.org/the-work-we-want/home/the-missing-workforce

    World Economic Forum – Future of Jobs Report 2025
    https://www.weforum.org/press/2025/01/future-of-jobs-report-2025-78-million-new-job-opportunities-by-2030-but-urgent-upskilling-needed-to-prepare-workforces
    https://www.weforum.org/stories/2025/02/3-ways-gcc-economies-tackling-the-global-talent-shortage

    Photo by: samuel zeller

  • Adolescenti, Attenzione e Intimità Digitale: Una Verità che gli Adulti Devono Affrontare

    Adolescenti, Attenzione e Intimità Digitale: Una Verità che gli Adulti Devono Affrontare

    Pensiamo di conoscere gli adolescenti. Li descriviamo come distratti, fragili, sempre online. Tuttavia, le ricerche più recenti mostrano un’altra realtà: non stanno fuggendo dal mondo reale, bensì da un mondo adulto che spesso non li riconosce, non li contiene e non li ascolta.

    La crisi non appartiene ai giovani.
    Si manifesta nel rapporto tra noi e loro.

    Non è un deficit di attenzione: è l’ambiente

    Gli adolescenti non hanno un’attenzione più debole. Vivono, piuttosto, in un ecosistema che la frammenta costantemente.

    Le ricerche mostrano che:

    • il multitasking digitale riduce memoria di lavoro e capacità di concentrazione profonda (Stanford University);

    • inoltre, i contenuti brevi e iperstimolanti alterano temporaneamente il sistema dopaminergico (APA 2024);

    • infine, il 93% degli adolescenti si distrae a causa delle notifiche durante lo studio (Common Sense Media 2024).

    Non è fragilità: è un adattamento neurobiologico a un ambiente saturo.

    La solitudine non nasce dagli smartphone

    Gli adolescenti vivono in reti digitali immense. Nonostante ciò, la loro solitudine emotiva cresce. Secondo l’OMS, l’Italia è tra i paesi europei con il maggior aumento di solitudine percepita tra i 12 e i 18 anni dal 2020.

    Il motivo non è la tecnologia, bensì il vuoto relazionale.

    Gli adulti sono stanchi, sotto pressione e spesso distratti. Le scuole sono sovraccariche. Il futuro lavorativo appare instabile. Di conseguenza, i ragazzi cercano altrove ciò che non trovano più nei legami reali: ascolto, presenza, accoglienza.

    Perché si confidano con l’AI?

    Numeri in crescita descrivono un fenomeno globale:

    • il 70% dei teenager USA ha utilizzato AI generativa nel 2024;

    • 1 su 8 usa chatbot come supporto emotivo (RAND Corporation);

    • oltre il 25% li usa per questioni personali (Pew Research Center).

    E perché accade?

    Per diverse ragioni. L’AI non giudica, non interrompe, non minimizza. Inoltre, non ha fretta e fornisce risposte ordinate in un mondo caotico.

    Di fatto, non cercano la tecnologia. Cercano qualcuno che li ascolti davvero.

    L’AI non è il problema. È il sintomo.

    Gli adulti spesso dicono:
    “Non parlano più con noi.”
    “Vivono sul telefono.”

    La domanda giusta, tuttavia, è un’altra:
    per quale motivo non parlano con noi?

    Accade perché spesso non siamo stati un rifugio emotivo. Non per colpa, ma per esaurimento, mancanza di tempo e assenza di strumenti.

    La tecnologia non ha portato via i giovani.
    Ha semplicemente occupato lo spazio lasciato vuoto dagli adulti.

    La stessa frattura sta avvenendo nel mondo del lavoro

    Questa dinamica si ripete anche tra dipendenti e organizzazioni.

    Le ricerche indicano che:

    • i lavoratori si sentono meno ascoltati, meno supportati e più soli (Gallup 2024);

    • l’86% afferma che la mancanza di comunicazione e ascolto è la principale causa di stress lavorativo (McKinsey 2024);

    • parallelamente cresce l’uso di chatbot e AI come “spalle digitali” per sfogarsi, prendere decisioni, ottenere supporto emotivo o organizzativo (MIT Sloan 2024).

    In azienda, come tra gli adolescenti, la tecnologia non sostituisce le relazioni umane: colma un vuoto.

    Le persone non cercano macchine.
    Desiderano leader presenti, empatici e capaci di creare ambienti psicologicamente sicuri.

    È la stessa frattura, semplicemente amplificata in due mondi diversi.

    Cosa serve davvero

    Sia gli adolescenti sia i lavoratori non chiedono adulti impeccabili o manager infallibili. Cercano adulti sinceri.

    Per questo serve:

    • ascoltare senza giudicare,

    • parlare senza predicare,

    • essere presenti senza invadere,

    • mostrarsi vulnerabili senza perdere autorevolezza.

    Un ragazzo che si sente accolto non cercherà risposte in un algoritmo.
    Allo stesso modo, un lavoratore che si sente riconosciuto non cercherà rifugio in una macchina.

    Conclusione: il cambiamento parte da noi

    La generazione più connessa è anche la più sola. Allo stesso modo, il mondo del lavoro più digitale di sempre è quello più svuotato di relazioni.

    Tecnologia e AI non rappresentano un problema.
    Sono uno specchio.

    Ci mostrano ciò che manca. E ci ricordano ciò che dobbiamo tornare ad essere.

    • Ponti.
    • Presenza.
    • Rifugio.

    Il futuro non migliorerà grazie a una nuova app o a un nuovo algoritmo.
    Migliorerà quando torneremo a occupare lo spazio che abbiamo abbandonato: quello delle relazioni umane, vere.

    Fonti:

    Common Sense Media, The Dawn of the AI Era: Teens, Parents, and the Adoption of Generative AI at Home and School, 2024.
    https://www.commonsensemedia.org/sites/default/files/research/report/2024-the-dawn-of-the-ai-era_final-release-for-web.pdf

    Pew Research Center, AI in Americans’ Lives: Awareness, Experiences and Attitudes, 2025.
    https://www.pewresearch.org/science/2025/09/17/ai-in-americans-lives-awareness-experiences-and-attitudes/

    RAND Corporation, AI Companions and Adolescent Mental Health, 2024.
    https://www.rand.org/pubs/research_reports/RRA2672-1.html

    WHO Europe, Adolescent Mental Health Trends, 2023–2024.
    https://www.who.int/europe/publications/i/item/WHO-EURO-2024-mental-health-adolescents

    Ophir, Nass & Wagner, Stanford University, “Cognitive Control in Media Multitaskers”, PNAS.
    https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.0903620106

    American Psychological Association (APA), Stress in America: Technology and Mental Health, 2024.
    https://www.apa.org/research/stress/technology-mental-health

    Gallup, State of the Global Workplace, 2024.
    https://www.gallup.com/workplace/349484/state-of-the-global-workplace.aspx

    McKinsey Health Institute, Employee Experience and Burnout Report, 2024.
    https://www.mckinsey.com/mhi/our-insights/employee-experience-and-burnout-2024

    MIT Sloan Management Review, AI as a Workplace Companion, 2024.
    https://sloanreview.mit.edu/article/ai-as-a-workplace-companion/

    Osservatorio Giovani – Istituto Toniolo / Università Cattolica del Sacro Cuore, La condizione giovanile in Italia – Rapporto Giovani 2024, 2024.
    https://www.rapportogiovani.it/rapporto-giovani-2024/

    Istituto Superiore di Sanità (ISS), La Sorveglianza HBSC-Italia 2022: le tecnologie digitali negli adolescenti, 2024.
    https://www.epicentro.iss.it/hbsc/2024 

    McKinsey, Unlocking organizational communication: Five ways to ignite employee engagement, 2024. https://www.mckinsey.com/locations/mckinsey-client-capabilities-network/our-work/strategic-and-change-communications/the-communications-exchange/unlocking-organizational-communication-five-ways-to-ignite-employee-engagement

     

    Photo by: lhon karwan

  • La Tahiti nascosta dell’anima

    La Tahiti nascosta dell’anima

    “Per come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nell’anima dell’uomo giace una Tahiti isolata, piena di pace e gioia, ma circondata da tutti gli orrori della vita semi-conosciuta.”
    Herman Melville,  Moby Dick

    A volte, ciò che più ci spaventa non è l’oscurità che ci circonda, ma la luce che potremmo trovare dentro di noi se solo avessimo il coraggio di guardarla. Ogni tempesta interiore, se attraversata con consapevolezza, può condurci in un luogo di pace che non dipende da nulla di esterno.

    L’isola dentro di noi

    Ogni essere umano porta dentro di sé un’isola invisibile.
    Un luogo intatto e puro dove la pace non è un concetto, ma una condizione dell’essere.
    È la nostra Tahiti interiore, un frammento di eternità che sopravvive anche quando tutto intorno sembra franare.

    Melville ci ricorda che questa isola non è separata dal mondo, ma immersa in un oceano vasto e spaventoso.
    Quel mare rappresenta il mistero, la sofferenza e la parte della vita che non comprendiamo fino in fondo.
    Viviamo costantemente su un confine sottile: tra luce e abisso, tra ciò che conosciamo e ciò che solo intuiamo,          tra la quiete dell’anima e il rumore del mondo.

    Attraversare il mistero

    In quella tensione si nasconde la verità più profonda dell’esistenza.
    Non esiste pace che non nasca dal confronto con le proprie tempeste.
    Non esiste gioia autentica che non attraversi prima la paura.

    La “vita semi-conosciuta” di cui parla Melville è la nostra condizione permanente.
    Camminiamo su un frammento di terra consapevoli che tutto ciò che ci circonda, il tempo, le emozioni, il destino,   resta in gran parte insondabile.

    Ma non serve comprendere tutto per essere in pace.
    Serve riconoscere l’oceano, non negarlo.
    Serve imparare a sostare nel mistero senza lasciarsi inghiottire dal suo buio.

    La luce che resta

    Solo così quella Tahiti nascosta può emergere.
    Non come un rifugio, ma come una sorgente di presenza.
    Una vibrazione di luce che ci riporta ogni volta al centro di noi stessi.

    La vera crescita spirituale non consiste nel fuggire l’oscurità, ma nel portare luce dentro di essa.
    E forse è proprio questo che Melville voleva dirci: che la felicità non è un porto, ma una navigazione continua verso la parte più viva e luminosa di noi.

    Fonti: Moby Dik- Herman Melville

    Photo by: Tom Donders

  • Lo stagista inaspettato e le organizzazioni moderne: il valore dell’esperienza e della gentilezza

    Lo stagista inaspettato e le organizzazioni moderne: il valore dell’esperienza e della gentilezza

    Il vero limite non è l’età, ma chi non sa più riconoscere il valore dell’esperienza

    Come un film può smascherare le illusioni del mondo del lavoro moderno

    Viviamo in un tempo in cui sembra che tutto possa essere sostituito. Un algoritmo scrive, vende, decide, persino emoziona. Le organizzazioni parlano di innovazione, performance e agilità. Ma poi arriva un film con Robert De Niro, Lo stagista inaspettato, e ci ricorda che l’essenza dell’essere umano non è replicabile.

    Ben Whittaker ha settant’anni, è vedovo, elegante, silenzioso. Non ha un profilo LinkedIn scintillante, non conosce le logiche di una startup e non parla la lingua dell’efficienza.             Eppure, quando entra in quell’azienda popolata da giovani iperconnessi e perennemente stanchi, diventa il cuore pulsante di un sistema che aveva dimenticato di avere un’anima.

    In un ambiente in cui tutto ruota attorno a dati, scadenze e risultati, Ben non porta innovazione tecnologica ma umanità. Ascolta, osserva, comprende. Porta calma dove c’è fretta, equilibrio dove regna il rumore, e gentilezza dove la tensione ha preso il posto del rispetto.

    Le aziende che non credono più nell’esperienza

    Oggi le organizzazioni si riempiono la bocca di parole come empatia, leadership gentile e inclusione. Ma poi, davanti a una persona adulta che ha vissuto e che conosce i silenzi, non sanno che farsene. La considerano lenta, fuori fase, non allineata al cambiamento.
    Così, nel tentativo di sembrare moderne, hanno cancellato il loro patrimonio più grande: l’esperienza umana.

    Essere veloci non basta, serve presenza. Essere talentuosi non è sufficiente, serve attenzione. Parlare non è sempre utile, serve saper ascoltare. Sono tre qualità che nessuna tecnologia potrà mai insegnare.

    Un algoritmo può analizzare la voce, il tono e le parole, ma non esiste codice capace di guardarti negli occhi e capire che stai male anche se sorridi.

    La preoccupazione empatica: ciò che distingue l’uomo dalla macchina

    Questa è la preoccupazione empatica, la capacità di percepire il disagio dell’altro prima ancora che venga espresso, di sentire oltre la superficie e di agire non per dovere ma per connessione autentica. È ciò che distingue chi lavora con le persone da chi le gestisce come risorse.

    Le organizzazioni, invece di coltivarla, la stanno sostituendo con strumenti di controllo, KPI emotivi e programmi di formazione, senza una chiara  strategia , ma sopratutto  senz’anima.                       E così si svuotano dall’interno.

    Lo stagista inaspettato non parla di start-up o di generazioni, parla di un’umanità che si dissolve dietro il mito dell’efficienza. Parla di un mondo che confonde il “fare tanto” con il “vivere bene”, la giovinezza con la competenza e la velocità con la lucidità. In due parole: benessere sistemico

    La lezione che il lavoro ha dimenticato

    De Niro non interpreta un vecchio, interpreta la coscienza collettiva che il lavoro ha smarrito: la calma, la pazienza, l’ironia e la misura. Tutte qualità che oggi vengono archiviate come “soft skills”, come se la gentilezza fosse un accessorio opzionale e non la base della convivenza professionale.

    Il film ci mostra che l’esperienza non è un peso, ma un faro. Che la gentilezza non è debolezza, ma una forza strategica. Che l’ascolto non è perdita di tempo, ma creazione di valore. E che la preoccupazione empatica, quella capacità di sentire l’altro come parte di sé,  è la chiave per costruire aziende realmente umane.

    Non siamo nati per funzionare, siamo nati per sentire

    Il valore di una persona non si misura in produttività, ma nella capacità di restare integra quando tutto intorno crolla, di scegliere la gentilezza quando è più facile reagire, di ascoltare senza fretta.

    Le organizzazioni del futuro non saranno quelle più tecnologiche, ma quelle che avranno il coraggio di riscoprire la loro umanità. Forse è questa la verità più scomoda che il film ci lascia: non siamo nati per funzionare, siamo nati per sentire. E quando un’azienda dimentica questo, smette di crescere anche se continua a fatturare.

    Fonti :

    1. The Potentiality – “Six Lifelong Learning Lessons from The Intern Movie”
      https://thepotentiality.com/six-lifelong-learning-lessons-intern-movie/

    2. Medium – Abhishek Isnow, “Lessons from the Movie The Intern and How I Applied Them in Real Life”
      https://medium.com/%40abhishekisnow/lessons-from-the-movie-the-intern-and-how-i-applied-them-in-real-life-4e7b336a7c23

    3. GovLoop – “Business Lessons I Learned from the Movie The Intern”
      https://www.govloop.com/community/blog/business-lessons-learned-movie-intern/

    4. AIHR – Academy to Innovate HR – “Age Diversity in the Workplace: 5 Lessons from The Intern”
      https://www.aihr.com/blog/age-diversity-in-the-workplace/

    5. Wharton Global Youth Program (University of Pennsylvania) – “What the Movie The Intern Teaches Us About Business”
      https://globalyouth.wharton.upenn.edu/articles/business/what-the-movie-the-intern-teaches-us-about-business/

    6. Wikipedia (EN) – “The Intern (2015 film)”
      https://en.wikipedia.org/wiki/The_Intern_(2015_film)

    7. IMDb – “The Intern (2015)”
      https://www.imdb.com/title/tt2361509/

    8. Roger Ebert Reviews – “The Intern (2015)”
      https://www.rogerebert.com/reviews/the-intern-2015

    9. Wikipedia (IT) – “Lo stagista inaspettato”
      https://it.wikipedia.org/wiki/Lo_stagista_inaspettato

    10. Penn State Behrend – Business Topics Blog – “Study Guide: The Intern”
      https://sites.psu.edu/psbehrendbusinesstopics/study-guide-the-intern/

  • Dopo i 55 non esisti più: il suicidio culturale delle aziende moderne

    Dopo i 55 non esisti più: il suicidio culturale delle aziende moderne

    Dopo i 55 non esisti più

    Negli ultimi anni, migliaia di professionisti over 55 inviano decine, a volte centinaia di curriculum, senza mai ricevere una risposta. Nessun colloquio. Nessuna possibilità. Non perché manchino le competenze, ma perché il sistema sembra aver deciso che dopo una certa età non si è più “spendibili”.

    È una storia collettiva, non individuale. È la fotografia di una generazione intera che, superata una soglia anagrafica, viene progressivamente oscurata dagli algoritmi, dai pregiudizi e da una forma sempre più diffusa di ageismo, quella sottile discriminazione che scambia l’età per obsolescenza. Si nasconde dietro espressioni come “cerchiamo una figura dinamica”, come se la dinamicità avesse una scadenza.

    L’esperienza non è un limite: è un capitale umano

    Il paradosso è che proprio ora, nel pieno di una trasformazione epocale, le aziende avrebbero più che mai bisogno dell’esperienza di chi ha attraversato crisi, cambiamenti, rivoluzioni culturali e tecnologiche. E invece la porta si chiude.

    Non per mancanza di competenze, ma per una miopia che scambia l’età per un limite e non per un capitale.

    Ogni volta che un’organizzazione decide di non ascoltare un professionista di 55 o 60 anni, non sta risparmiando”nulla.

    Sta perdendo memoria, equilibrio, saggezza. Sta rinunciando alla capacità di leggere la complessità. Perché chi ha vissuto più stagioni del lavoro non porta solo anni: porta sguardo, contesto, pazienza, capacità di giudizio. E soprattutto, porta visione umana, quella che oggi manca più di qualsiasi altra competenza tecnica.

    Un tabù chiamato età

    La verità è che la cultura organizzativa di molte aziende è ferma a un paradigma vecchio: l’età come fattore di costo, non di valore. Si parla di diversity e inclusion, ma la diversità anagrafica resta il tabù più grande. In Italia, più che altrove, essere over 55 significa diventare invisibili. Eppure, fuori dai nostri confini, il discorso è cambiato.

    Il World Health Organization (WHO) ha definito l’ageismo una forma di discriminazione sistemica che compromette salute, benessere e produttività.
    L’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD ), nel suo Employment Outlook 2025, ha mostrato che i lavoratori più anziani incontrano barriere culturali e organizzative che riducono la loro occupazione attiva e la mobilità lavorativa.
    Negli Stati Uniti, la AARP ha rilevato che quasi due terzi dei lavoratori di 50 anni e oltre hanno visto o vissuto discriminazioni legate all’età nei contesti lavorativi.

    La forza dei team multigenerazionali

    Invece, le imprese che hanno capito il valore della diversità generazionale sono quelle che oggi innovano meglio. Gli studi del Chartered Institute of Personnel and Development (CIPD) e del World Economic Forum (WEF) confermano che i team multigenerazionali prendono decisioni più ponderate, comunicano meglio e sviluppano un clima organizzativo più stabile.

    Le persone più mature offrono continuità, mentoring, visione. Le più giovani portano energia e linguaggi nuovi.

    È questa la vera innovazione: non sostituire, ma integrare.

    Il cambiamento non nasce solo dai giovani

    Eppure, le aziende continuano a pensare che il cambiamento culturale si costruisca assumendo solo giovani. Ma la vera forza non è in una sola generazione: nasce dal dialogo e dalla condivisione tra chi porta entusiasmo e chi porta esperienza.
    È nell’incontro tra giovani e over 55 che si crea la spinta più autentica all’innovazione.
    Serve qualcuno che sappia unire passato e futuro, radici e ali.

    Escludere i senior significa rinunciare alla profondità. Significa impoverire la cultura interna, ridurre la capacità di trasmettere valori e creare legami. Le organizzazioni che rifiutano chi ha superato i 55 anni stanno scegliendo la superficialità.          Cercano il “nuovo” solo per estetica, non per sostanza.

    Rigenerare la cultura del lavoro

    Oggi, la vera sfida non è trovare talenti giovani, ma imparare a riconoscere il valore di chi ha già dato tanto e può ancora dare. Non per nostalgia, ma per equilibrio. Perché il futuro non si costruisce tagliando via l’esperienza, ma intrecciandola con la curiosità.

    Dopo i 55 non esisti più, dicono. Ma forse è il mondo del lavoro che ha smesso di esistere nel modo giusto.                            Un mondo che scarta le sue risorse più preziose, che confonde la velocità con la visione e la giovinezza con la creatività.

    Chi guida persone, chi parla di cultura, chi proclama l’urgenza del cambiamento dovrebbe avere il coraggio di guardare negli occhi questa verità: non si costruisce un domani più consapevole scartando chi lo ha reso possibile.

    Rigenerare la cultura del lavoro significa restituire dignità all’esperienza. Significa capire che ogni età è un valore, non un ostacolo. Perché chi ha attraversato il tempo sa fare la cosa più difficile: ascoltare, unire, comprendere.

    E forse è proprio da lì che dovremmo ricominciare.

    Perché non è l’età a invecchiare le organizzazioni, ma la paura di cambiare sguardo.
    Il primo passo? Smetterla di parlare solo di “capitale umano” e tornare a vederlo come “umanità che genera valore”.

    Fonti autorevoli

    Per approfondire

     

    Photo by: Vitaly Gariev-

  • Siamo studenti del futuro o custodi del passato?

    Siamo studenti del futuro o custodi del passato?

    C’è un tempo per imparare e un tempo per disimparare.

    E oggi, forse, è arrivato il secondo.

    Viviamo in un’epoca in cui il sapere invecchia in mesi, le competenze diventano liquide e il futuro non può più essere previsto, ma solo abitato.
    Eppure, continuiamo a comportarci come se bastasse un corso, una piattaforma o un manuale per comprendere il mondo che cambia.

    Le nuove generazioni non vogliono più sedersi ad ascoltare. Non cercano mentori che spieghino “come si fa”, ma ispiratori e ispiratrici del futuro che mostrino “come si diventa”.
    Non chiedono regole, ma esempi. Non desiderano essere formate, ma coinvolte.

    Il modello formativo è al capolinea

    Il modello formativo tradizionale, costruito su efficienza, controllo e ripetizione, è arrivato al limite della sua utilità.
    Come scrive Gary Hamel in Humanocracy le organizzazioni che restano prigioniere della prevedibilità finiscono per soffocare la creatività e la responsabilità individuale.

    Continuare a copiare il passato significa, in fondo, sottomettersi al futuro.

    In Italia, la spesa per la formazione continua vale appena lo 0,19% del PIL, contro una media europea che supera il 4%.
    È quanto emerge dai più recenti dati della Commissione Europea (Education and Training Monitor 2024) e dell’OCSE (2025), che collocano il nostro Paese tra gli ultimi in Europa per investimenti nel capitale umano.
    Quando la formazione è trattata come un costo o un incentivo da sfruttare, e non come un atto evolutivo, il vero valore si perde: le persone.

    Dalla formazione al risveglio delle coscienze

    Le nuove generazioni non chiedono qualcuno che dica loro “segui la lezione e impara”.
    Domandano: “quale errore possiamo fare insieme? quale mondo possiamo costruire?”.
    È una domanda semplice e rivoluzionaria, perché sposta il baricentro dall’obbedienza alla co-creazione.

    Secondo l’OECD Report “Understanding Skill Gaps in Firms” (2024), in Italia il 37% delle imprese segnala lacune tra le competenze richieste e quelle disponibili nei propri dipendenti.
    Questo dato dimostra quanto il modello tradizionale sia ormai scollegato dai bisogni reali del lavoro e delle persone.

    Le organizzazioni destinate a durare non saranno quelle che accumulano corsi, ma quelle che costruiscono ecosistemi di apprendimento continuo, spazi di creatività,  vulnerabilità e sperimentazione.
    Sono questi i luoghi dove si liberano idee ed energia, si  impara sbagliando, ascoltando e ricominciando.

    Liberare, non solo formare

    La vera innovazione non nasce dal prodotto, ma dal coraggio di reinventare la gestione stessa, le relazioni e il senso del lavoro.
    Oggi la domanda non è più “quanto formiamo?”, ma “quanto liberiamo?”.
    Liberiamo tempo, fiducia, spazio, ascolto.
    Perché l’apprendimento autentico nasce solo dove c’è libertà.

    Domani non sarà costruito dai più preparati, ma dai più presenti.
    A fare la differenza non saranno quelli che sanno tutto, ma chi ha il coraggio di disimparare ciò che non serve più.

    Forse è questo il nuovo punto di partenza: passare da formare menti a risvegliare coscienze, da “ti insegno” a “ti affianco e scopriamolo insieme”, da metodo stabile a esperienza fluida.

    E non servono mappe del passato per orientarsi in ciò che viene: basta lo sguardo vivo di chi sa che ogni giorno è un giorno buono per ricominciare a imparare davvero.

     Fonti e riferimenti

    • Gary Hamel & Michele Zanini, Humanocracy: Creating Organizations as Amazing as the People Inside Them, Harvard Business Review Press, 2020.

    • European Commission, Education and Training Monitor 2024 – Italy Country Report: link

    • OECD (2024), Understanding Skill Gaps in Firms: link

    • OECD (2025), The Role of Subnational Governments in Adult Skills Systems: Italy: link

    • Cognitive Market Research (2025), Europe Corporate Training Industry Report: link

    Photo by: Dylan Gillis