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  • Employer Branding: la traccia umana che lasciamo

    Employer Branding: la traccia umana che lasciamo

    Employer branding non è solo marketing aziendale, ma la traccia umana che lasciamo nelle persone che lavorano con noi.

    Non stiamo assumendo risorse, ma persone

    Quando assumiamo una persona in azienda, soprattutto se si tratta di un giovane uomo o di una giovane donna, dobbiamo ricordarci una verità semplice e disarmante:
    non stiamo inserendo una commodity. Stiamo accogliendo una persona.

    Non si tratta di un “junior”, né di un “profilo” o di un “asset”.
    Parliamo di un essere umano che sta cercando il suo posto nel mondo.
    E noi, nel nostro piccolo, possiamo decidere se essere una delle pietre su cui inciampa oppure una delle mani che lo aiutano a salire.

    Cosa possiamo fare, ogni giorno

    Abbiamo il dovere di ispirarlo. Possiamo aiutarlo a crescere.
    Dobbiamo sostenerlo nelle difficoltà, permettergli di sbagliare, e, soprattutto, ascoltarlo davvero.

    Prima o poi, magari, se ne andrà. Oppure resterà. In entrambi i casi, ciò che conta davvero è il ricordo che avrà di noi.

    Quel ricordo non sarà fatto di budget, task completati o performance review. Sarà composto da sguardi, silenzi, attenzioni.
    Da quella volta in cui lo abbiamo difeso o da quella in cui lo abbiamo ignorato.
    Da quando gli abbiamo fatto sentire che era al posto giusto o, al contrario, lo abbiamo fatto sentire invisibile.

    E sono proprio questi dettagli , piccoli, quotidiani, ma profondamente umani, a costruire ciò che resta. È da lì che nasce l’impronta che lasciamo nelle persone.

    La vera costanza è l’umanità

    Il lavoro cambia. I mercati cambiano. Le competenze si aggiornano. Eppure, ciò che non cambia è la traccia umana che lasciamo negli altri.

    Forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire: dalla consapevolezza che il vero employer branding non è una campagna.
    È una scelta quotidiana. Uno sguardo. Un posto sicuro in cui qualcuno, un giorno, ricorderà di essere stato visto.

    Le nuove generazioni ci chiedono verità

    Oggi, più che mai, sono le nuove generazioni a chiederlo con forza.
    Non cercano solo un lavoro: cercano un senso.
    Vogliono coerenza tra i valori dichiarati e quelli praticati.
    Desiderano ambienti autentici, dove si possa crescere come professionisti senza smettere di essere persone.

    Cercano ascolto, fiducia e possibilità reali di contribuire.
    E scelgono di restare, o di andarsene, non per una clausola contrattuale, ma per come si sono sentiti guardati, accolti, riconosciuti.

    Non stanno chiedendo di cambiare il mondo. Stanno chiedendo di essere visti davvero.
    Ed è questa, in fondo, la più potente forma di leadership che possiamo esercitare.

    “Le organizzazioni, di qualsiasi natura esse siano, valgono quanto valgono le persone che scelgono di valorizzare.”

    G.La Vecchia

    Fonti:

     Deloitte – Global Human Capital Trends 2024
     https://www2.deloitte.com/insights/us/en/focus/human-capital-trends.html

     Gallup – State of the Global Workplace 2024 Report
     https://www.gallup.com/workplace/349484/state-of-the-global-workplace.aspx

     McKinsey & Company – The Great Attrition is Making Hiring Harder
     https://www.mckinsey.com/capabilities/people-and-organizational-performance/our-insights/great-attrition-or-great-attraction-the-choice-is-yours

     Simon Sinek – Leaders Eat Last
     https://simonsinek.com/product/leaders-eat-last/

     Harvard Business Review – The Key to Inclusive Leadership
     https://hbr.org/2020/03/the-key-to-inclusive-leadership

     Giustiniano La Vecchia – Ispiratori del Nuovo Millennio
     https://www.amazon.it/dp/B0BSW2SY8V

    Photo by: mina rad

  • Il mestiere del mentore: incompiuto per natura, essenziale per umanità

    Il mestiere del mentore: incompiuto per natura, essenziale per umanità

    “Quando mi accorgo di aver accettato me stesso così come sono, allora posso cambiare.”
    Carl R. Rogers, “A Way of Being”, 1980

    Essere mentore non è un compito da portare a termine.
    Non si arriva mai a un punto in cui si può affermare: “Ho finito. Ho fatto tutto bene.”
    Ogni persona che accompagni è diversa. La fiducia è fragile. E anche il più esperto dei mentori può commettere errori.

    Tuttavia, è proprio questo che rende il mestiere del mentore profondamente umano:
    il fatto di essere incompiuto per natura, ma essenziale per chi cresce.

    In un mondo dove le competenze tecniche dominano, mentre le relazioni vengono spesso trascurate, la vera guida è chi sa sentire, prima ancora che insegnare.
    Non chi pretende di avere tutte le risposte,
    ma chi è capace di creare uno spazio sicuro in cui l’altro possa trovare le proprie.

    Il cuore del mentore? L’intelligenza emotiva e sociale

    Numerose ricerche dimostrano come la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le emozioni, sia proprie che altrui, sia ciò che distingue i leader autentici, gli educatori efficaci e, naturalmente, i mentori.

    Essere un buon mentore, infatti, non significa solo dare consigli utili.
    Significa anche saper leggere i segnali non verbali, ascoltare oltre le parole,
    e percepire quando è il momento di fare silenzio e semplicemente esserci.

    Questa è la base della preoccupazione empatica, come la definisce Daniel Goleman:
    una capacità profonda di sintonizzarsi emotivamente con l’altro,
    senza farsi sopraffare, ma nemmeno rimanere distaccati.

    Un mentore autentico non utilizza l’empatia come tecnica.
    Piuttosto, la vive e la incarna nel rapporto con l’altro.

    Certo, è un rischio. Perché chi sente profondamente, può sbagliare profondamente.
    Eppure, è anche la più grande forma di autenticità.
    Solo chi è disposto a fallire, è davvero disposto a restare accanto.

    Un mestiere che trasforma anche chi lo esercita

    Il più grande paradosso del mentoring è forse questo:
    chi si offre per guidare, viene guidato.
    Chi accompagna gli altri nella crescita, cresce a sua volta.
    E chi si espone all’errore, impara l’umiltà e la compassione.

    Un mentore non ha bisogno di essere perfetto per essere utile.
    Al contrario, è proprio nella sua vulnerabilità che dimostra coerenza e credibilità.

    Ogni relazione educativa è una danza incerta, ma anche un’occasione unica di trasformazione reciproca.

    E se alla fine non saprà mai quale impatto ha avuto,
    forse è proprio questo il segno più autentico del suo valore.

    Fonti e approfondimenti

    • Goleman, D. (1995). Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ. Bantam Books. Link Amazon

    • Goleman, D. (2006). Social Intelligence: The New Science of Human Relationships. Bantam Books. Link Amazon

    • Siegel, D. J. (2012). The Developing Mind: How Relationships and the Brain Interact to Shape Who We Are. Guilford Press. Link Amazon

    • Cherniss, C., & Goleman, D. (2001). The Emotionally Intelligent Workplace. Jossey-Bass. Link Amazon

    • Rogers, C. R. (1980). A Way of Being. Houghton Mifflin. Link Amazon

    • La Vecchia, G. (2024). Ispiratori del nuovo millennio. Disponibile su Amazon

  • Solo chi risponde alle rivoluzioni sopravvive: il nuovo volto delle organizzazioni

    Solo chi risponde alle rivoluzioni sopravvive: il nuovo volto delle organizzazioni

    C’è un cambio di paradigma in corso: chi guida il cambiamento non ha potere, ma visione.

    Il punto di partenza: una riflessione scomoda

    Gary Hamel ha condiviso su LinkedIn un articolo illuminante di Alan Murray, CEO del Wall Street Journal e presidente del WSJ Leadership Institute. È una lettura utile per chiunque abbia ruoli di responsabilità o desideri costruire un’organizzazione destinata a durare.

    Murray ci pone di fronte a un fatto:
    le aziende non possono più sopravvivere replicando modelli verticali, rigidi e autoreferenziali.

    Non basta eliminare livelli: serve un cambio radicale

    Il problema non si risolve tagliando qualche livello gerarchico.
    Serve una rivoluzione culturale, oltre che organizzativa.
    Bisogna mettere al centro la persona, la partecipazione, la visione condivisa.

    In altre parole, non è più sufficiente innovare.
    Oggi serve reinventare.

    Innovare un sistema sbagliato? Non funziona

    Molte aziende parlano di innovazione. Tuttavia, è utile chiarire cosa significa davvero innovare.
    Significa migliorare ciò che già esiste. Ma se il sistema attuale è obsoleto o disfunzionale, ha davvero senso ottimizzarlo?

    Migliorare un sistema sbagliato è solo un modo più sofisticato per prolungarne l’agonia.
    Siamo ormai nell’era delle “ir-rivoluzioni”.
    Non dobbiamo adattare il vecchio: dobbiamo creare il nuovo.
    Questo richiede un cambio profondo di mentalità, linguaggio e struttura sociale.

    I nuovi doveri della leadership

    Secondo Alan Murray, ogni leader oggi ha tre responsabilità fondamentali:

    • Guidare, con coraggio e visione, per servire il bene comune, non il proprio potere.

    • Supportare, ascoltando davvero i bisogni di persone, comunità e territori.

    • Monitorare, mantenendo una visione globale dei rischi e coltivando resilienza.

    Inoltre, sottolinea l’importanza di un elemento chiave:
    il giudizio umano, fatto di umiltà, integrità e adattabilità.

    Il benessere sistemico: un nuovo paradigma

    Nel mio lavoro di consulente per l’innovazione, promuovo una visione centrata sul benessere sistemico.
    Questo approccio va oltre benefit o welfare aziendale.

    Si tratta di generare valore in modo circolare, dove:

    • le persone si realizzano,

    • l’organizzazione cresce,

    • e la società ne trae beneficio.

    Un’azienda è davvero viva quando si prende cura del suo ecosistema umano.
    Quando considera emozioni, relazioni e significato come parte del suo sviluppo.

    I giovani non cercano solo un posto: cercano senso

    Come scrive Murray:
    “L’intelligenza collettiva non nasce dall’alto verso il basso. Nasce ovunque, se sai ascoltare.”

    Questo è anche il principio da cui parte il mio impegno.

    Creare spazio reale per i giovani, ascoltarli con sincerità, affidare ruoli chiave a chi porta visione, non solo esperienza:
    sono azioni che fanno la differenza.

    I venticinquenni di oggi non cercano un semplice lavoro.
    Cercano autenticità, impatto e direzione.
    E sono loro a scegliere le imprese, non viceversa.

    Mentorship e reverse mentorship: lo scambio che genera futuro

    Crescita e futuro nascono dallo scambio.
    Ecco perché promuovo modelli di mentorship e reverse mentorship.
    In questi percorsi, le nuove generazioni affiancano i leader, portando nuovi valori e linguaggi.
    In cambio, ricevono esperienza e profondità.

    È una rivoluzione silenziosa, ma potentissima.
    Chi non ascolta i giovani, oggi, si sta autoescludendo dal futuro.

    Cooperazione tra generazioni: la chiave dell’impresa del domani

    L’impresa del futuro non ha un’età.
    È intergenerazionale, fluida, dinamica.

    È un luogo dove l’esperienza incontra il coraggio.
    Dove il passato dialoga con il possibile.
    E dove chi ha già camminato si affida a chi sa dove andare.

    Senza questa alleanza, nessuna organizzazione potrà rigenerarsi.

    Le imprese non sono macchine: sono organismi viventi

    Murray va oltre la gestione. Parla di umanità.
    Le aziende non devono più essere solo strumenti produttivi.

    Devono diventare spazi vitali, dove si crea cultura, appartenenza, impatto.

    Chi investe in questa direzione non sta solo costruendo un business.
    Sta contribuendo a una nuova civiltà organizzativa.

    La mia risposta: Hubrains

    Per portare avanti questo approccio, ho fondato Hubrains, un’associazione no profit nata con tre obiettivi:

    • aiutare le nuove generazioni a ritrovare il proprio scopo;

    • creare un vero dialogo tra generazioni;

    • sviluppare percorsi di mentorship trasformativi.

    Hubrains è un laboratorio di futuro.
    Un luogo dove ribellarsi con bellezza, riscoprire talento, riaccendere visione.
    Uno spazio dove l’impresa torna a essere un’opportunità collettiva di evoluzione.

    Conclusione: agire, adesso

    Non servono altri eventi sulla leadership.
    Serve azione. Scelte concrete. Audacia.

    Investiamo nei giovani.
    Coltiviamo il benessere sistemico.
    Sosteniamo mentorship autentiche.
    Costruiamo imprese inclusive, radicali e coraggiose.

    E, soprattutto, smettiamo di innovare ciò che è da superare.
    Immaginiamo, insieme, ciò che ancora non esiste.

    Se vuoi portare questi temi nella tua azienda o nel tuo progetto, visita www.hubrains.org.
    Scrivimi. Coinvolgiti. Ribellati con bellezza.

    Fonti
    Alan Murray – CEO del Wall Street Journal e presidente del WSJ Leadership Institute
    👉 Articolo originale su LinkedIn
    Gary Hamel – Esperto di management e innovazione organizzativa
    👉 Profilo LinkedIn

    Giustiniano La Vecchia – Founder Hubrains  Innovatore sistemico e facilitatore di dialogo tra generazioni, impegnato a trasformare le organizzazioni in ecosistemi evolutivi e orientati al futuro.

    👉  Ispiratori del nuovo Millennio

  • “Cosa Funziona Davvero tra Boomers e Gen Z in Azienda? 5 Modelli da Seguire”

    “Cosa Funziona Davvero tra Boomers e Gen Z in Azienda? 5 Modelli da Seguire”

    In un tempo in cui le generazioni sembrano parlare lingue diverse, ho scelto di cercare chi, nel mondo del lavoro, ha deciso di farle dialogare davvero  e i risultati mi hanno sorpreso.

    Nel mio lavoro, mi capita spesso di riflettere su quanto la distanza tra generazioni sia diventata uno dei grandi nodi da sciogliere, tanto nella società quanto nel mondo del lavoro. Per questo motivo, ho deciso di approfondire il tema dell’integrazione intergenerazionale nelle aziende, analizzando esperienze concrete e dati reali.

    Quello che ho scoperto mi ha colpito profondamente: in molti contesti – diversi per settore, cultura aziendale e paese – la collaborazione tra giovani e senior non è solo possibile, ma rappresenta già oggi un motore straordinario di innovazione, crescita e benessere organizzativo.

    Di seguito condivido cinque esempi che, a mio avviso, meritano attenzione. Sono modelli da cui possiamo trarre spunti preziosi per costruire un futuro del lavoro più umano e sostenibile.

    1. Bosch (Germania) – Ingegneria e Tecnologie Industriali

    Bosch è un colosso dell’ingegneria e ha implementato un programma molto strutturato di reverse mentoring: giovani under 30 affiancano colleghi over 50 per aiutarli ad acquisire competenze digitali e sull’uso di strumenti collaborativi come Teams e Microsoft 365.

     I risultati parlano da soli:

    • L’89% dei senior si sente più sicuro nell’uso delle tecnologie

    • Il 73% dei giovani ha sviluppato capacità di leadership

    • Il time-to-market è sceso del 18% in alcune divisioni

    Questo dimostra quanto il contributo reciproco possa accelerare l’evoluzione aziendale.

    Fonte: Bosch Innovation Report 2022

    2. MAPFRE (Spagna) – Assicurazioni e Servizi Finanziari

    Anche MAPFRE si è distinta per l’approccio strategico. L’azienda ha introdotto un piano intergenerazionale a lungo termine. I team di lavoro sono composti da almeno tre generazioni e il programma “Generazioni in Connessione” prevede mentoring bidirezionale, obiettivi condivisi e momenti di apprendimento collettivo.

     I benefici ottenuti sono notevoli:

    • +12% produttività nei team misti

    • +25% soddisfazione lavorativa

    • +20% retention degli under 30

    In sintesi, si tratta di un esempio concreto di come la diversità generazionale possa diventare un vantaggio competitivo.

    Fonte: MAPFRE HR Analytics, Employee Climate Survey 2023

    3. Esprinet Group (Italia) – Distribuzione ICT

    Nel panorama italiano, Esprinet ha scelto un approccio partecipativo. Ha fondato un Generational Board, un comitato con dipendenti tra i 20 e i 60 anni che collabora con le risorse umane per sviluppare nuove policy aziendali.

     L’impatto è stato tangibile:

    • 3 nuove policy HR su benessere e flessibilità

    • +18% nel clima di fiducia interna

    • Inclusione in progetti ESG riconosciuti da SDA Bocconi

    In altre parole, quando si ascoltano davvero tutte le voci, le soluzioni diventano più efficaci.

    Fonte: Survey interna Esprinet 2023

    4. AARP Experience Corps (USA) – Educazione e Sociale

    Anche fuori dal contesto aziendale troviamo modelli illuminanti. Negli Stati Uniti, l’AARP ha creato un programma in cui volontari over 50 affiancano bambini in difficoltà nelle scuole pubbliche, aiutandoli a migliorare le competenze in lettura e scrittura.

     I risultati ottenuti sono sorprendenti:

    • +60% nei punteggi di alfabetizzazione degli studenti

    • +25% miglioramento del benessere mentale nei volontari

    • Programma replicato in oltre 150 scuole

    Questo dimostra come lo scambio tra generazioni generi benefici diffusi, sia a livello educativo che sociale.

    Fonti: Johns Hopkins University, AARP Wellbeing Report

    5. We Are Family Foundation – Innovazione Sociale Globale

    Infine, un esempio che va oltre i confini nazionali. La WAFF mette in contatto giovani changemakers (18-30 anni) con mentor senior per realizzare progetti a impatto sociale in tutto il mondo: campagne ambientali, formazione digitale, forum intergenerazionali.

     I numeri raccontano un successo concreto:

    • 70+ progetti co-creati in 40 paesi

    • +30% retention dei giovani coinvolti

    • Riconoscimenti da ONU e World Economic Forum

    In definitiva, è un modello virtuoso di cooperazione generazionale con impatto globale.

    Fonte: We Are Family Foundation Official Reports

    Le mie conclusioni: serve un nuovo patto tra generazioni

    Questi esempi mi hanno rafforzato in una convinzione: non possiamo più guardare alle generazioni come blocchi separati. La collaborazione tra senior e giovani è la chiave per affrontare le sfide del nostro tempo con intelligenza collettiva.

    In effetti, si tratta di una scelta culturale, non solo organizzativa. Quando senior e junior lavorano insieme con rispetto reciproco, si innescano processi virtuosi che migliorano il clima interno, stimolano l’innovazione e riducono il turnover.

    Tuttavia, tutto questo richiede intenzionalità. Non basta “mettere insieme persone di età diversa”: bisogna progettare, facilitare e misurare. Solo così si trasforma il potenziale in risultati.

    Personalmente, credo che investire nell’integrazione generazionale sia una delle scelte più intelligenti e lungimiranti che un’azienda possa fare oggi. Perché un’organizzazione capace di far dialogare memoria e visione, esperienza e innovazione, sarà anche quella più pronta ad affrontare il futuro.

    Questo è quello che da circa 4 anni stiamo portando avanti con Hubrains, una associazione no profit che aiuta a promuovere il dialogo tra vecchie e nuove generazioni

    Fonti e approfondimenti

    1. Bosch Innovation Report 2022

    2. MAPFRE HR Analytics

    3. Esprinet Group – Risorse Umane

    4. Johns Hopkins University – Literacy Study

    5. AARP Wellbeing Report

    6. We Are Family Foundation

    7. SDA Bocconi School of Management

    8. Hubrains

    Photo by: LSE Library

  • Il disagio non è un fallimento personale: è il segnale che il mondo ha bisogno di cambiare

    Il disagio non è un fallimento personale: è il segnale che il mondo ha bisogno di cambiare

    Il disagio non è un fallimento personale. È il segnale che il mondo ha bisogno di cambiare.

    Viviamo in un’epoca in cui il malessere viene trattato come un difetto individuale. Se qualcosa non funziona nella nostra vita, ci viene detto che la colpa è nostra. Siamo troppo deboli. Poco resilienti. Insufficientemente “positivi”.

    Ma e se il problema non fossimo noi? E se quel disagio fosse il riflesso di qualcosa di più grande?
    Forse, il dolore che sentiamo non è un fallimento personale, ma il sintomo di una società che ha smesso di ascoltare.

    Il mito dell’individuo da aggiustare

    La sociologa Eva Illouz, nel suo libro Modernità esplosiva, affronta un tema cruciale: l’illusione che ogni fragilità sia un errore del singolo. La precarietà, la solitudine, l’incertezza vengono lette come problemi soggettivi, quando in realtà sono effetti di un sistema disconnesso.

    Oggi siamo bombardati da manuali di auto-aiuto. Ci promettono che, cambiando mindset, potremo risolvere tutto. Ma non è così semplice. La crescita autentica richiede connessioni. Nessuna trasformazione profonda avviene in isolamento.

    L’intelligenza emotiva ha bisogno di relazioni

    Essere consapevoli delle proprie emozioni è importante. Riconoscere le fragilità è un primo passo. Affrontare i fallimenti con coraggio è un segno di maturità. Tuttavia, tutto questo non basta.

    Quando il lavoro su di sé resta chiuso in se stesso, rischia di diventare autoreferenziale.
    L’intelligenza emotiva, se reale, evolve verso qualcosa di più grande: l’intelligenza sociale.
    Significa saper entrare in relazione. Saper ascoltare. Costruire legami. Generare spazi in cui il dolore non sia giudicato, ma accolto.

    L’automiglioramento non basta

    Lavorare su se stessi è un atto necessario. Ma farlo per diventare più produttivi all’interno di un sistema che premia la performance e punisce la vulnerabilità è un inganno.

    La vera domanda non è “Come posso funzionare meglio?”.
    È: “Che tipo di mondo sto contribuendo a costruire?”.
    Il miglioramento individuale ha senso solo se porta beneficio anche al contesto che abitiamo.

    La solitudine è la vera epidemia

    Le relazioni non sono un extra. Sono la base della salute mentale ed emotiva.
    Oggi la solitudine è una delle emergenze globali più diffuse. E non la si cura con una routine mattutina o con tecniche motivazionali.

    La risposta è culturale e collettiva.
    Serve ripensare le comunità. Creare spazi dove potersi raccontare. Dove essere fragili non sia motivo di vergogna, ma segno di umanità.

    Il benessere autentico è condiviso

    Diventare più consapevoli è un obiettivo nobile. Essere più resilienti è utile. Ma se il contesto in cui viviamo resta competitivo, freddo e indifferente, tutto questo rischia di essere una toppa su una crepa molto più ampia.

    La vera rivoluzione non è adattarsi a un mondo che fa male.
    È migliorarsi per cambiare il mondo insieme.

    Fonti e approfondimenti

    Photo by: elimende nagella

  • Il talento non ti salva: solo chi sbaglia cresce davvero

    Il talento non ti salva: solo chi sbaglia cresce davvero

    Perché anche il dono più grande si spegne senza l’arte di imparare dagli errori.

    C’è un’idea romantica, quasi magica, che aleggia intorno al concetto di talento.
    Si tende a pensare che chi è dotato di un dono naturale sia automaticamente esente dagli errori, immune ai fallimenti, e già predisposto alla riuscita.

    Ma è davvero così?

    Il talento da solo non basta. Anzi, spesso è una trappola.

    L’illusione del “genio infallibile” rischia di alimentare un atteggiamento statico: chi crede di essere nato per fare qualcosa, può sentirsi minacciato dagli ostacoli.
    Ogni errore diventa un attacco alla propria identità.
    Ogni inciampo viene letto come un segnale che “forse non sono così bravo”.

    Ecco perché molti talenti bruciano presto: non imparano a cadere.

    La vera discriminante, oggi lo sappiamo, non è il talento ma il mindset.

    Carol Dweck, professoressa di psicologia a Stanford, ha dimostrato che le persone con una mentalità di crescita hanno una probabilità molto più alta di sviluppare le proprie capacità e raggiungere risultati duraturi.
    Chi si affida solo al proprio “dono” rischia di non allenarsi mai davvero.
    Chi accoglie l’errore come parte del processo, invece, cresce. Sempre.

    l cervello umano è plastico: possiede la straordinaria capacità di modificarsi, adattarsi e riorganizzarsi continuamente in risposta all’esperienza, all’apprendimento e persino alle difficoltà.Lo conferma la neuroscienza: possiamo imparare, disimparare, ristrutturare competenze a ogni età.
    Ma serve un requisito fondamentale: essere disposti a fallire.
    Senza quel coraggio, nessuna abilità si trasforma in eccellenza.

    Pensiamo a Michael Jordan, scartato dalla squadra del liceo.
    O a Steve Jobs, licenziato dall’azienda che aveva fondato.
    O a J.K. Rowling, rifiutata da dodici editori.
    Tutti loro avevano talento. Ma soprattutto, avevano la forza di sbagliare senza spegnersi.
    Anzi, hanno trasformato ogni caduta in un gradino.

    Josh Waitzkin, ex campione di scacchi e artista marziale, lo chiama “l’arte di imparare”.
    Nel suo libro racconta come la chiave del successo non sia il punto di partenza, ma la capacità di trasformare ogni esperienza , soprattutto quelle frustranti ,in consapevolezza.
    Il vero talento non è chi brilla subito, ma chi si evolve.

    Conclusione?
    Il talento è un seme. 
    Ma solo chi lo coltiva con errori, pazienza e voglia di mettersi in discussione… raccoglie davvero qualcosa.

    Non dimentichiamo che:

    il talento è creatività e conoscenza unite alla capacità

    dalla passione

     

    Fonti e approfondimenti:

    Carol Dweck – Teoria del Growth Mindset

    Studio neuroscientifico sulla plasticità cerebrale e apprendimento

    Josh Waitzkin – The Art of Learning

    Angela Duckworth – Grit: The Power of Passion and Perseverance

    Harvard Business Review – Why Leaders Should Embrace Failure

    Scientific American – The Role of Failure in Scientific Progress

    Giustiniano La Vecchia. ” ispiratori del nuovo millenno “

     

  • Talento e organizzazioni: dalla scoperta alla valorizzazione 2

    Talento e organizzazioni: dalla scoperta alla valorizzazione 2

    Dopo aver esplorato nella prima parte cosa significhi davvero “talento” per un’impresa, anche in relazione al ruolo crescente dell’intelligenza artificiale (AI), ora ci chiediamo: come si coltiva questo talento, come lo si fa prosperare dentro le organizzazioni?

    Il talento ha bisogno di un terreno fertile

    Le organizzazioni che vogliono restare rilevanti oggi non possono più limitarsi a inserire persone competenti nei ruoli giusti. Devono diventare ecosistemi che favoriscono l’espressione del potenziale umano, luoghi dove le persone possano non solo lavorare, ma anche fiorire.

    Il talento ha bisogno di aria, spazio e fiducia. Ha bisogno di contesti che incoraggino l’autonomia, il pensiero critico e l’innovazione. Ecco perché non è sufficiente cercare “la persona giusta”, ma è necessario domandarsi:

    “Siamo davvero l’ambiente giusto per quel talento?”

     Cultura organizzativa: il vero catalizzatore

    La cultura di un’organizzazione è ciò che la distingue in modo più profondo e duraturo. Le imprese che attraggono e trattengono talenti sono quelle che:
    – valorizzano la formazione continua;
    – promuovono la responsabilità individuale e collettiva;
    – adottano una leadership basata sull’ascolto e sul dialogo;
    – praticano il feedback continuo e costruttivo;
    – accolgono il fallimento come parte naturale del processo di apprendimento.

    Una cultura orientata alla crescita non si costruisce con slogan, ma con comportamenti coerenti e costanti.

     Il nuovo patto tra persona e organizzazione

    Il rapporto tra individuo e impresa sta cambiando profondamente. Il vecchio scambio “tempo per denaro” non basta più. Oggi, il talento cerca:
    – significato nel proprio lavoro;
    – impatto reale sul contesto;
    – valori condivisi;
    – una visione in cui potersi riconoscere.

    Le nuove generazioni, in particolare, desiderano essere parte attiva di un progetto capace di cambiare il mondo, anche in piccolo. Chi guida un’organizzazione deve imparare a raccontare con autenticità la propria visione e a viverla ogni giorno. Perché se il talento percepisce incoerenza, se ne andrà.

     La gestione del talento è un compito di tutti

    Non è più solo compito dell’area Risorse Umane gestire il talento. Ogni manager, ogni team leader, ogni collega può e deve diventare custode della crescita altrui. Perché ogni giorno abbiamo l’occasione di:

    – essere il motivo per cui qualcuno crede di più in sé stesso;
    – oppure diventare il motivo per cui rinuncia al proprio potenziale.

    Investire nel talento significa credere nelle persone, nella loro unicità, nella loro capacità di contribuire al successo comune. E oggi più che mai, serve ricordare una verità semplice:

    Il talento non è solo la chiave del successo personale. È il vero motore del cambiamento collettivo.

    Fonti:

    Harvard Business Review – “Why Talented People Fail” – https://hbr.org/2017/07/why-talented-people-fail

    McKinsey & Company – “Attracting and retaining the right talent” – https://www.mckinsey.com/business-functions/people-and-organizational-performance/our-insights/attracting-and-retaining-the-right-talent

    Deloitte – “Global Human Capital Trends” – https://www2.deloitte.com/us/en/insights/focus/human-capital-trends.html

    World Economic Forum – “The Future of Jobs Report” – https://www.weforum.org/reports/the-future-of-jobs-report-2023

    Gallup – “State of the Global Workplace” – https://www.gallup.com/workplace/349484/state-of-the-global-workplace-2023-report.aspx

    Giustiniano La Vecchia Ispiratori del nuovo millennio – Giustiniano La Vecchia su Amazon

  • Talenti rivoluzionari : la vera risorsa nell’era dell’intelligenza artificiale  1

    Talenti rivoluzionari : la vera risorsa nell’era dell’intelligenza artificiale 1

    Talento umano: il vero capitale nell’era dell’IA

    Viviamo in un’epoca segnata da cambiamenti rapidi e profondi. L’intelligenza artificiale sta trasformando ogni settore, ma il vero vantaggio competitivo non è tecnologico. È umano.

    Il talento è oggi il motore dell’innovazione. È la chiave per restare competitivi, essere resilienti e generare impatto nel lungo periodo.

    Le imprese che vogliono prosperare devono rimettere al centro le persone. Serve un nuovo approccio. Il talento va riconosciuto, coltivato, liberato e accompagnato. Solo così si può generare valore sostenibile, condiviso e duraturo.

    L’IA trasforma il lavoro, ma la differenza resta umana

    Secondo il report “The State of AI in 2023” di McKinsey, tra il 60% e il 70% delle attività lavorative sarà modificato dall’intelligenza artificiale generativa. Un dato impressionante.

    Ma non basta l’adozione tecnologica per garantire il successo. Le competenze umane – come creatività, empatia, pensiero critico, leadership e visione – resteranno insostituibili. L’IA non può replicarle. Sono proprio queste qualità a fare la differenza.

    La guerra globale per i talenti

    I grandi colossi tech – Google, Meta, Microsoft, Amazon, Apple, OpenAI, Nvidia, TikTok,  e le nuove startup come Anthropic, Hugging Face, Stability AI, Synthesia, DeepMind, Mistral AI, sono in piena guerra per il talento.

    Queste aziende, spesso giovani (meno di 5 anni), con team tra i 27 e i 32 anni, attirano professionisti da tutto il mondo. Hanno un approccio fresco, flessibile, autentico. E offrono qualcosa che molti ambienti tradizionali non danno più: libertà, apprendimento continuo e senso.

     I giovani scelgono chi li ispira, non chi li assume

    Il paradigma si è rovesciato. Oggi sono le persone a scegliere le imprese, non il contrario.

    Le nuove generazioni valutano criteri come:

    • autenticità dei valori

    • cultura aziendale interna

    • opportunità di crescita reale

    • flessibilità

    • sostenibilità ambientale

    • inclusione

    • impatto sociale

    Le aziende che non rispondono a queste aspettative perdono attrattività.

    Gli errori delle aziende “vecchio stile”

    Molte imprese faticano a stare al passo. Commettono sempre gli stessi errori:

    • Parlano di sostenibilità e inclusione, ma non agiscono davvero.

    • Offrono percorsi rigidi e standardizzati.

    • Vedono la formazione come un costo, non come investimento.

    • Comunicano in modo autoreferenziale e poco trasparente.

    • Mantenendo modelli verticali e poco flessibili, allontanano l’innovazione.

    Questo genera demotivazione, sfiducia e disallineamento emotivo, specialmente tra i più giovani.

    Cosa cercano davvero i giovani professionisti

    Secondo il World Economic Forum, il 68% dei giovani sceglie un lavoro solo se l’azienda ha valori coerenti con i propri.
    Studi di Deloitte e McKinsey confermano: mancanza di inclusione, rigidità e ambienti poco stimolanti sono tra le prime cause di abbandono.

    Chi non cambia, perde talenti.

    Serve una nuova leadership, fatta di umanità e visione

    Le imprese devono trasformarsi in ecosistemi autentici, dove le persone possano esprimersi, crescere e contribuire a un fine più alto.

    Serve una leadership fondata su:

    • empatia

    • consapevolezza

    • visione condivisa

    Come ho scritto nel mio ultimo saggio Ispiratori del nuovo millennio (2024) 

    “Il talento non è qualcosa da gestire: è una forza vitale da riconoscere, liberare e accompagnare in un cammino di realizzazione profonda.”

     Il talento è vivo. E vuole contesti vivi.

    Il talento umano non è statico. È un’energia in continuo movimento. Si accende solo in ambienti che lo sanno accogliere, ispirare e potenziare.

    Le aziende che sapranno offrire questi contesti saranno le uniche davvero pronte ad affrontare il futuro.

    Fonti e approfondimenti

  • Scuola e impresa: un nuovo paradigma di sviluppo

    Scuola e impresa: un nuovo paradigma di sviluppo

    Un sistema interconnesso

    Nel collasso economico-sociale che ha investito il mondo intero, emergono molte variabili collegate tra loro. L’economia, pur essendo fondamentale, è solo una parte di un sistema più vasto. Cultura, educazione, relazioni sociali e sostenibilità sono altrettanto importanti.

    Una crisi che va oltre l’economia

    La crisi che stiamo vivendo non è solo economica. È anche culturale, educativa e relazionale. È una crisi di senso, che tocca il cuore del nostro modo di vivere e svilupparci.

    Ed è in questo scenario che si gioca una delle sfide più importanti del nostro tempo: il cambio generazionale.

    Le nuove generazioni chiedono un cambiamento

    I giovani chiedono con forza e creatività un cambiamento radicale. Vogliono un modello che metta al centro l’essere umano, il pianeta e la giustizia sociale.

    Desiderano un ecosistema fatto di scuole che ispirano, imprese che offrono vere opportunità di crescita, e istituzioni che ascoltano davvero.

    Le imprese, pur non essendo responsabili dell’educazione (compito che spetta in primo luogo alle famiglie), devono creare ambienti che favoriscano lo sviluppo umano e professionale. Non basta la formazione “su carta”: servono esperienze reali e trasformative.

    Da cittadini a consumatori

    Negli ultimi trent’anni, ci siamo trasformati da cittadini a semplici consumatori. La corsa all’accumulo e alla performance ha messo in secondo piano valori come relazioni, comunità e cultura.

    Oggi, questo modello mostra segni evidenti di crisi. È arrivato il momento di ricostruire.

    Il valore del capitale umano

    Il sistema economico dominante ha incentivato la speculazione finanziaria e la crescita incontrollata dei capitali, dimenticando ciò che conta davvero: il capitale umano.

    Ed è proprio questo il bene più prezioso ,e spesso sottovalutato, che possediamo.

    Investire in cultura, educazione, ascolto e consapevolezza non è solo un atto etico: è la base per una crescita vera, sia sociale che economica.

    In un’epoca segnata da trasformazioni profonde e continue, nessuna comunità d’interesse, famiglia, scuola, impresa o politica, può prosperare nel tempo senza persone consapevoli, preparate e ispirate, sostenute da un’autentica attenzione e partecipazione verso le nuove generazioni. Sono loro il vero motore del cambiamento e della resilienza.

    Serve un nuovo ecosistema

    Oggi più che mai abbiamo bisogno di un nuovo ecosistema. Un’alleanza tra scuole, imprese e giovani, basata su cooperazione, visione, sostenibilità e fiducia.

    Non possiamo più permetterci di separare sapere e fare, innovazione e saggezza, profitto e bene comune.

    I giovani al centro del cambiamento

    Questa crisi ha colpito duramente le nuove generazioni. Molti giovani si sentono soli, senza punti di riferimento.

    Ma è proprio da loro che può nascere un nuovo inizio. Tocca a noi, adulti e comunità, ascoltarli, accoglierli, sostenerli e co-creare insieme un nuovo orizzonte.

    La vera rivoluzione è umana

    Non servono solo soluzioni tecniche. Serve visione. Servono nuovi modelli educativi, imprese responsabili, istituzioni che investano davvero nelle persone.

    La vera rivoluzione è quella del senso, della coscienza, del cuore.

    Hubrains: un esempio concreto

    In questo contesto, Hubrains rappresenta un esempio virtuoso e rivoluzionario.

    È un’associazione no-profit nata per rispondere ai bisogni profondi delle nuove generazioni. Promuove percorsi di crescita personale, laboratori, progetti culturali, podcast e strumenti che uniscono innovazione, spiritualità, comunità e futuro.

    È un luogo in cui il talento viene valorizzato, la cultura è motore di cambiamento e la libertà interiore è il punto di partenza.

    Un ecosistema nuovo per un mondo nuovo.

    Abbiamo davanti a noi una straordinaria opportunità: ripensare tutto. Insieme. E farlo per davvero

    Fonti

    Donella Meadows, ‘I limiti dello sviluppo’, Club of Rome, 1972.: https://www.clubofrome.org/publication/the-limits-to-growth/

    Forum Disuguaglianze e Diversità: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org

    European Commission – Social Innovation: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Social_innovation

    OECD – Social Impact and Innovation: https://www.oecd.org/innovation/social-innovation.htm

    Giustiniano La Vecchia, *Ispiratori del nuovo millennio*, disponibile su Amazon: https://www.amazon.it/dp/B0BXM59JVV

  • Gen Z: La Generazione in Cerca di Scopo e di Ispiratori

    Gen Z: La Generazione in Cerca di Scopo e di Ispiratori

    Gen Z: Smarriti ma Potenti. Il Futuro Dipende Anche da Noi

    Nel giorno della Giornata Mondiale della Felicità, il contrasto è sotto gli occhi di tutti: la Generazione Z, quella dei giovani nati tra la metà degli anni ’90 e il 2010, vive un profondo senso di smarrimento. Sono i più connessi di sempre, ma anche tra i più soli e insoddisfatti. Non si tratta solo di social network o di ansia generalizzata: la radice del problema affonda in una carenza ben più grave e invisibile ai più, ovvero la mancanza di uno scopo autentico.

    Un Mondo di Contraddizioni

    Questi ragazzi si muovono in un mondo “liquido”, dove tutto cambia rapidamente ma nulla sembra avere un senso stabile. La società ha insegnato loro che possono diventare “chiunque” ma non ha mai fornito gli strumenti pratici o emotivi per scoprire chi sono davvero. Così, immersi in un’infinità di possibilità, molti si sentono paralizzati e isolati.

    Hanno accesso a più informazioni che mai, ma non sanno a chi credere.
    Possono scegliere tra infinite opportunità, ma non riescono a prendere decisioni.
    Godono di una libertà mai vista prima, ma si sentono più soli che mai.

    Questa crisi non riguarda solo i singoli individui, ma si riflette sull’intera generazione, che rischia di perdere la propria voce nel processo di costruzione del futuro.

    L’effetto NEET: Giovani Inattivi in Crescita

    A dimostrare il disagio profondo ci sono i numeri: il fenomeno dei NEET – giovani che non studiano, non lavorano e non si formano – sta crescendo in maniera preoccupante. Nel Regno Unito, quasi un milione di ragazzi tra i 16 e i 24 anni è oggi fuori da ogni circuito educativo o lavorativo, mentre in Italia si registra uno dei dati peggiori d’Europa, con quasi il 20% dei giovani fermi ai margini della società produttiva.

    Non sono “sfaticati”, come alcuni li etichettano. Spesso, sono bloccati da un sistema che li giudica prima ancora di ascoltarli.

    Dove gli Adulti Hanno Fallito

    Ma il vero nodo della questione è il vuoto di leadership adulta. La Generazione Z si trova di fronte a una carenza cronica di ispiratori e di adulti disposti ad assumerne la responsabilità.

    Gli errori più comuni degli adulti di oggi nei confronti dei giovani sono:

    Cercare di essere “amici” dei figli invece di figure di riferimento.
    Non credere nel loro potenziale, considerandoli spesso fragili o incompetenti.
    Condannarli al primo errore, senza concedere loro il diritto di sbagliare e di ricevere una seconda possibilità.

    La Mancanza di Preoccupazione Empatica

    Ma la mancanza più grave è forse quella di una vera preoccupazione empatica. Questo concetto, sviluppato in ambito psicologico, indica la capacità di “sentire la preoccupazione” per il benessere dell’altro mettendosi sinceramente nei suoi panni, con partecipazione emotiva e non solo razionale.

    Oggi molti adulti si limitano a osservare le difficoltà dei giovani da fuori, senza prendersene carico interiormente. Non si chiedono davvero:
    “Cosa prova questo ragazzo nel sentirsi smarrito? Come potrei, con la mia esperienza, essere un porto sicuro invece di un giudice?”

    La preoccupazione empatica implica andare oltre i consigli generici o le soluzioni standard. Significa essere una presenza emotiva reale, capace di sostenere, accogliere e valorizzare il giovane anche quando è in crisi o ha commesso errori.

    Il Potenziale Straordinario della Gen Z

    Eppure, nonostante tutto, la Generazione Z nasconde un potenziale straordinario. Questi giovani sono:

    Nativi digitali, perfettamente a loro agio in un mondo iperconnesso.
    Portatori di una visione globale e più sensibile alle grandi questioni ambientali e sociali.
    Capaci di immaginare modelli innovativi di impresa, lavoro e comunità, grazie alla loro creatività e alla loro rapidità di adattamento.

    Secondo recenti studi, entro il 2025 la Gen Z rappresenterà circa il 27% della forza lavoro globale, pronta a trasformare interi settori, dal digitale alla sostenibilità.

    Gli Ispiratori Mancanti

    Il punto è che queste risorse rischiano di restare inespresse senza adulti capaci di fare da mentori e modelli positivi. La Gen Z non ha bisogno di essere compianta o criticata, ma accompagnata. Gli adulti devono:

    • Essere guide autentiche e non semplici osservatori.
    • Offrire ascolto reale, senza pregiudizi.
    • Riconoscere gli errori come tappe naturali della crescita e non come condanne definitive.
    • Offrire ascolto reale, senza pregiudizi.
    • Riconoscere gli errori come tappe naturali della crescita e non come condanne definitive

    Hubrains e Voci Ribelli – Rebellius Voice

    Per rispondere a questo vuoto nasce Hubrains, un’associazione che si pone l’obiettivo di sostenere la crescita della Generazione Z attraverso progetti innovativi e concreti, sostenuta da Fondazione Cariplo e O&DS. prime organizzazioni a crede fortemente in questa iniziativa.

    Tra questi spicca Voci Ribelli – Rebellius Voice, la nuova webradio e podcast interamente ideata, prodotta e condotta dalla Gen Z.
    È uno spazio di libertà e confronto, dove i giovani possono esprimersi, condividere le proprie storie, idee e visioni sul mondo, finalmente senza filtri.

    Voci Ribelli – Rebellius Voice non è solo un programma, è un atto di fiducia verso una generazione che ha bisogno di essere ascoltata e valorizzata.

    Il Futuro è un’Occasione

    La felicità non nasce solo dall’autorealizzazione individuale, ma dal sentirsi parte di un disegno più grande. Se la Generazione Z oggi si sente smarrita, la responsabilità non è solo loro. È di tutti noi che, come società, non siamo ancora riusciti a costruire un contesto dove i giovani possano liberare pienamente il loro potenziale.

    Il futuro non è perduto, anzi: è nelle loro mani. Ma per vederlo fiorire, dobbiamo cambiare il nostro approccio e tornare a essere veri ispiratori.

    Fonti

    1. The Times (2025). Almost one million young people ‘not working, studying or job hunting’.
      Leggi l’articolo

    2. QuiFinanza (2024). Neet in Italia: i giovani che non studiano in realtà lavorano in nero.
      Leggi l’approfondimento

    3. BGP (2024). Gli uffici pensati per la Generazione Z.
      Scopri di più

    4. Hubrains (2025). Voci Ribelli – Rebellius Voice: la voce della Generazione Z.
      Ascolta ora la webradio e il podcast

    5. La Vecchia, G. (2024). Ispiratori del Nuovo Millennio. Giustiniano La Vecchia Editore.
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